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Afghanistan: analisi del fallimento della geopolitica americana

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Intervista di Palma Grano a Thomas Fisler, responsabile ad interim nel 2019 della Direzione Svizzera dello Sviluppo e della Cooperazione a Kabul

Thomas Fisler (1952) ha lavorato per la Direzione dello Sviluppo e della Cooperazione (DSC) per 22 anni. Dal 2013 al 2017 è stato il rappresentante svizzero presso l’Ufficio di cooperazione per l’aiuto umanitario della DSC a Pyongyang, in Corea del Nord. Durante gli anni di transizione politica in Birmania, tra il 2009 e il 2013, è stato responsabile della costruzione dell’impegno svizzero in Myanmar. Tra i suoi mandati troviamo inoltre una missione di tre anni in Pakistan, dove ha diretto la ricostruzione delle infrastrutture rurali dopo il terremoto ed è anche stato per otto anni responsabile di progetto per la DSC in Nepal. Ha un lungo trascorso di esperienza in Africa lavorando presso Helvetas in Cameroun, Kenya e Lesotho. Prima del mandato in Afghanistan, era già stato sul territorio afghano negli anni ’80. Pur avendo ricoperto una posizione transitoria, la sua esperienza in zone di conflitto ad alta complessità gli consente di poter discutere sulle questioni più urgenti che riguardano l’Afghanistan.

Quando si trovava a Kabul nel 2019, ha avuto contatti con i Talebani?

In quel momento, per lavorare sui nostri progetti non abbiamo avuto nulla a che fare con nessuno dei gruppi Talebani. So che alcuni dei nostri progetti erano nelle loro aree, ma le negoziazioni – quando e se necessario – sono sempre avvenute attraverso i nostri partner locali. Abbiamo avuto progetti in diverse regioni dell’Afghanistan. Sosteniamo soprattutto progetti concernenti l’educazione e l’applicazione di leggi. C’erano progetti rivolti alla riduzione della povertà e del sostegno delle infrastrutture agricole. Ci siamo anche occupati del miglioramento dei metodi agricoli in alcune regioni. Credo inoltre sia importante aggiungere che durante le nostre operazioni ci siamo mossi attraverso partner privati, agenzie delle Nazioni Unite e altri organismi internazionali.

Crede che sia possibile fare alcune comparazioni con altre regioni del mondo dove ha lavorato? Mi riferisco al Myanmar o alla Corea del Nord.

Non è possibile comparare. L‘Afghanistan nel 2019 era un ambiente veramente difficile in cui svolgere le missioni. D’altra parte, nelle zone rurali dell’Afghanistan le persone erano molto disponibili. Ci tenevano alla riuscita dei progetti di cooperazione. Persone aperte alla collaborazione.

Durante la sua missione nel 2019, che cosa l’ha più sorpreso sul territorio afghano?

Certamente, mi ha colpito vedere come dopo una ventina d’anni di guerra, dominata dalla NATO e dagli Stati Uniti, l‘industria delle armi era spropositatamente enorme e continuava a dominare l’economia. Un elemento che mi è parso molto rilevante è che i due terzi del budget del governo afgano, parliamo di circa 6-8 miliardi di dollari americani, fossero dedicati alla spesa di armi. Questi sono soldi che sono mancati al governo e condurranno, insieme all’ascesa dei Talebani, a un disastro economico.

Questa enorme spesa militare si vedeva in ogni luogo si andasse in Afghanistan. Era lampante: le strade erano piene di gente armata e in uniforme. Era di una grandezza così importante; non ho mai visto durante le mie altre missioni all’estero una tale quantità di strumenti rivolti alla guerra.

Veniamo ai Talebani. Che cosa crede ci sia di diverso tra i Talebani di venti anni fa e quelli di oggi?

I Talebani di oggi non sono i Talebani di una volta, sono una nuova generazione. Non bisogna dimenticare che i leader di ora sono sostenuti da una grande quantità di soldati che non hanno ricevuto un’educazione. Questo è uno dei principali problemi. Infatti, se la leadership potrebbe o vorrebbe cercare di essere moderata, questo diventa difficile. Nel resto del paese i soldati hanno una struttura mentale ed un modus operandi molto conservatore e non seguono il progetto originale della leadership. La frammentazione del potere è quindi inevitabile. Il potere si divide tra leader etnici, signori della guerra, baroni della droga, fazioni di armi, Talebani.  Credo quindi che la segmentazione della leadership sia uno dei problemi maggiori.

Quali crede siano state le strategie che hanno aiutato i Talebani a consolidare il loro potere in quest’ultimo decennio?

È importante ricordare che i Talebani sono in maggioranza afghani, ci sono pochi Pashtuns del Pakistan nelle posizioni di potere. I Talebani sono conosciuti per non essere corrotti e per essere i capi di comunità remote dove la corruzione non esiste e seguono strettamente la loro interpretazione dell’Islam. Quest’ultimo elemento è apprezzato da queste comunità. Lo stesso però non avviene nelle grandi città come Kabul, Herat e Kandahar, dove il contesto è ben differente e la loro conquista dell’Afghanistan viene giudicata da quello che vedono nelle città.

Parliamo degli Stati Uniti. Perché il piano di ricostruzione degli Stati Uniti è stato fallimentare?

Sin dall’inizio gli Stati Uniti hanno avuto un mindset di eliminazione delle fazioni o dei gruppi terroristi afghani e non hanno avuto una chiara strategia su come investire sulla società e accompagnarla a un cambiamento. In altre parole, uno dei fallimenti principali è stato quello di non far molto in quest’ambito e di concentrarsi sull’industria bellica. L’educazione, le questioni di genere, la riduzione della povertà nelle aree rurali, e tutte le cosiddette “soft components” non sono state prese sufficientemente in considerazione. Il modo di agire statunitense è stato di certo fallimentare nella ricostruzione e nell’accompagnare l’Afghanistan ad essere uno Stato funzionante.

Che cosa crede succederà nelle prossime settimane?

Penso ci sarà definitivamente un collasso dei servizi di base, delle infrastrutture del sistema sanitario, dell’istruzione. Problemi di elettricità, acqua e, forse si interromperà anche l’accesso alla rete mobile. Tutto ciò collasserà. Non ci sono fondi. Il sistema bancario è già al punto di chiudere.  Al momento non c’è liquidità disponibile nelle banche. Questi sono aspetti che i Talebani devono controllare da vicino. Dovranno cercare di mantenere un‘infrastruttura, in modo che le persone possano almeno mantenere lo status quo. Questo è un po’ la sfida delle prossime settimane o mesi. Quali siano i risultati di tutto questo? Pur essendo supposizioni, credo che questa gestione influenzerà molto l’immagine dei Talebani specialmente nelle grandi città.

Ritornando agli Stati Uniti, cosa pensa della risposta di Joe Biden al bombardamento dove sono deceduti 13 soldati americani e 170 civili?

È importante ricordare che in Afghanistan sono già morti oltre 2300 soldati americani in una guerra inutile e che non è stata nemmeno fortemente supportata o determinata dal governo afghano. Non bisogna dimenticare che le negoziazioni di Doha avvennero tra gli Stati Uniti e i Talebani e non tra i Talebani e il governo Afghano. Tutta la strategia di Biden è di eseguire quello che i presidenti precedenti, Obama e Trump, non hanno portato a termine. Dobbiamo sperare che in questo momento almeno ci sia pace e non ci siano più morti. Forse andarsene a tutta velocità era l’unica scelta plausibile.

Per quel che riguarda la strategia della svizzera in Afghanistan, come crede che ci si muoverà?

L‘enfasi sarà soprattutto l’emergenza umanitaria in Afghanistan. Bisognerà sostenere i rifugiati che riusciranno ad attraversare la frontiera ed arrivare nei paesi vicini. Credo saranno centinaia di migliaia. Numeri che continueranno ad aumentare con il tempo. Decisamente l’aiuto umanitario sarà la chiave principale delle attività svizzere prima che si possa pensare di riprendere dei progetti già in azione.

Crede che la Svizzera dovrebbe prendere una quantità di rifugiati afghani?

La Svizzera deve accettare di prendere tutti gli afghani che siano in qualche modo collegati con la Svizzera. Ma prendere 10.000 persone arbitrariamente è un’azione complessa, è difficile fare delle scelte. Credo che la politica svizzera dovrebbe concentrarsi nel fare in modo che gli afghani non vogliano lasciare l’Afghanistan. Penso che il servizio umanitario e la DSC siano gli organismi competenti e qualificati per dare loro assistenza sul posto. Bisogna aiutare più persone possibile senza doverle prelevare dal loro contesto famigliare, culturale, etc. Queste sono decisioni di politica interna svizzera.

Oggi sappiamo che l’Afghanistan è un hotspot, ma ci sono diversi hotspot nel mondo su cui non si legge nulla. Per esempio, quando stavo lavorando nel 2017 in Myanmar e si stava affrontando una grave crisi umanitaria, nessun politico elvetico ha proposto di prendere dei rifugiati rohingyas. Si è optato di aiutarli sul posto. Questo è un caso tra i tanti nel mondo, dove si sarebbe perfettamente potuta giustificare la richiesta di accettare dei rifugiati sul territorio elvetico ma si è deciso di intervenire sul posto.

Un suo commento finale sulla strategia elvetica?

Ora bisogna osservare la situazione, fornire assistenza umanitaria in ogni posto dove sia possibile e restare flessibili nell‘adattare le strategie di aiuto. In questo momento però bisogna capire che l’Afghanistan come Nazione non è un costrutto funzionante e che forse i Talebani siano la migliore scelta per mantenere unite in un unico Paese la multietnicità afghana e le complesse realtà rurali di difficile accesso. Che ci piaccia o no dobbiamo sostenere le persone ovunque esse siano. Credo che la cosa migliore sia sostenere le persone a casa loro, in Afghanistan.

 

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