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Intervista a Giacomo Gabellini, autore del libro “KRISIS – Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense”, Mimesis 2021, a cura di Luigi Tedeschi

 

  • Il nuovo ordine mondiale emerso dalla dissoluzione dell’URSS è palesemente in crisi. L’affermarsi di nuove potenze continentali indicate nell’acronimo BRICS, sorte in contrasto al ruolo di superpotenza economica e militare degli USA, ha avuto l’effetto di ridimensionare il primato americano nel mondo. All’unilateralismo americano in declino si va sostituendo un nuovo ordine multilaterale. La decadenza dell’ordine globale americano, determinatasi anche a seguito delle sconfitte militari in Iraq e Afghanistan, non ha generato anche il declino dei principi fondativi della nazione americana e quindi la crisi di identità di una società che, non identificandosi più nei suoi valori unificanti, è dilaniata da contraddizioni e contrapposizioni interne insanabili? Il dissolversi dell’identità americana di origine veterotestamentaria, espressa nell’ideologia del “destino manifesto”, quale vocazione americana alla espansione missionaria a diffondere nel mondo democrazia e libertà, condurrà alla destabilizzazione interna degli USA? Il senso di supremazia culturale degli USA, congenito all’eccezionalismo americano, non renderà impossibile l’adattamento degli Stati Uniti ad un nuovo ordine multilaterale?

Già negli anni ’90, due politologi di estrazione sotto molti aspetti antitetica quali Edward Luttwak e Samuel Huntington lanciarono segnali d’allarme in merito al deterioramento delle basi su cui, a loro avviso, gli Stati Uniti avevano costruito la propria prosperità. Nell’ottica dei due intellettuali, il declino della mentalità calvinista, il crescente peso demografico assunto da comunità ritenute inassimilabili quali quelle dei cosiddetti “latinos”, l’esasperazione delle disuguaglianze socio-economiche, la devastante deriva “legalistica” (certificata dall’aumento esponenziale sia del numero che dell’influenza politica della categoria degli avvocati) e l’approfondimento delle fratture interne rispetto a una vastissima gamma di questioni (aborto, immigrazione, storia nazionale, ecc.) stavano facendo scivolare la società Usa su un pericoloso piano inclinato destinato a condurre il Paese verso il caos. A tre decenni di distanza, la validità di queste disamine è difficilmente contestabile, così come la consolidatissima tendenza dell’apparato dirigenziale statunitense a scaricare verso l’esterno le tensioni che si producono sul piano domestico. Quanto più si inaspriscono le divisioni interne, tanto più si accentua la propensione all’interventismo sul piano internazionale, identificato dalle élite statunitensi come uno strumento particolarmente funzionale a ricompattare la società. Naturalmente, una simile inclinazione non può che rendere gli Stati Uniti un Paese estremamente pericoloso, specialmente nella fase attuale congiuntura caratterizzata da un netto declino della capacità di Washington di modellare il resto del mondo o quantomeno influenzare le decisioni politiche degli altri Stati ricorrendo “semplicemente” alla persuasione, alla dissuasione e a tutti gli altri mezzi di cui si compone il cosiddetto soft power. La transizione degli Stati Uniti verso una posizione strutturalmente passiva dal punto di vista della “contabilità economica”, certificato dall’incremento astronomico del deficit commerciale, del debito federale e dell’indebitamento privato, ha intaccato irrimediabilmente la reputazione internazionale degli Usa, spingendoli a intensificare l’impiego dei mezzi squisitamente coercitivi per imporre la propria linea d’azione. È così venuto a determinarsi un vero e proprio “avvitamento”, un circolo vizioso in base al quale il ricorso massiccio alla forza e alle minacce porta all’incremento costante della spesa militare, con conseguente peggioramento della posizione finanziaria netta del Paese associato all’ulteriore deterioramento della sua credibilità sul piano internazionale. Senonché, l’adozione di una postura sempre più muscolare da parte degli Stati Uniti ha indotto il “resto del mondo” (ad esclusione dei vassalli europei) ad elaborare soluzioni alternative, specialmente in seguito alla comparsa sul proscenio internazionale di una serie di grandi (Cina, Russia) e medie (India, Iran, Brasile) potenze intenzionate a rimodellare gli assetti globali conformemente ai nuovi rapporti di forza che vanno delineandosi. La forma mentis che caratterizza gli apparati dirigenziali di Washington non può che rendere particolarmente difficile e pericoloso questo “adattamento”, come aveva previsto con la consueta lungimiranza l’ormai defunto ex leader singaporiano Lee Kuan Yew nel 2013, quando sottolineò che « per gli Stati Uniti, essere deposti non nel mondo ma anche soltanto nel Pacifico occidentale da un popolo asiatico a lungo disprezzato e li­quidato come debole, corrotto ed inetto è emotivamente molto difficile da accettare. Il senso di supremazia culturale degli americani renderà questo adattamento estremamente difficile».

 

  • La democrazia americana attraversa oggi una fase di profonda crisi istituzionale. Il modello economico neoliberista ha prodotto sempre più marcate diseguaglianze e il declino della partecipazione politica delle masse. La democrazia si è rivelata incompatibile con l’evoluzione in senso neoliberista del sistema economico. La deriva oligarchica degli USA è evidente: apparati industriali, lobby finanziarie ed elite politiche e militari si sono imposte nella governance americana. L’emergere della potenza cinese, fondata su di un modello capitalista in economia, ma totalitario nelle istituzioni politiche non si è dimostrato di gran lunga più efficiente di quello liberaldemocratico americano, data la crescita economica e tecnologica esponenziale della Cina, che oggi insidia il primato americano? La deriva oligarchica americana, che si consoliderà ulteriormente nella incombente quarta rivoluzione industriale, non scaturisce dalla esigenza di rendere più efficiente e competitivo il suo sistema economico capitalista al fine di contrastare l’ascesa della potenza cinese, che oggi appare inarrestabile?

Non condivido la connotazione “capitalista” attribuita al modello cinese, trattandosi di un sistema in cui lo Stato non è affatto al servizio degli interessi riconducibili alla classe capitalistica nazionale. Quella cinese è un’economia di mercato sottoposta al controllo e alla direzione strategica del potere politico, concentrato essenzialmente in mano pubblica. È grazie a questo peculiarissimo ed irripetibile paradigma dirigistico “in salsa orientale”, che Xi Jinping e i suoi collaboratori amano definire “socialismo con caratteristiche cinesi”, che l’ex Celeste Impero è riuscito a rendersi protagonista di uno straordinario processo di affermazione “a tutto tondo” inserendosi con grande lucidità e tempismo negli interstizi venutisi di volta in volta a creare sulla scia delle dinamiche di sviluppo degli assetti economici e finanziari mondiali promosse dal centro regolatore statunitense. Lungi dall’aver posto il Paese nelle condizioni di contrastare al meglio l’ascesa cinese, la deriva smaccatamente oligarchica che caratterizza il sistema statunitense, che condanna alla marginalità fasce amplissime eppure in continuo incremento numerico di cittadini dalla vita economica e – di conseguenza – politica, va identificata come una delle principali responsabili del declino statunitense. Le sue origini risalgono al periodo cruciale ricompreso tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, quando con Reagan alla Casa Bianca e Volcker alla Federal Reserve prese corpo la cosiddetta “controrivoluzione ne­oliberale”, che consacrò la “riconciliazione” tra potere pubblico Usa e alta finanza di Wall Street consentì agli Usa di avvalersi dell’apporto fornito dal capitale privato per riconsolidare il predominio del dollaro e reflazionare il loro potere declinante. Il prezzo fu l’accantonamento del principio dell’equilibrio dei conti con l’estero – di cui la divaricazione strutturale dello stato delle bilance dei pagamenti su scala internazionale è il corollario – e la revoca delle politiche espansive portate avanti fino a quel momento, in conformità a una linea d’azione ispirata ai principi della stabilità della moneta che impresse l’accelerata decisiva al processo di deindustrializzazio­ne nazionale e pose le basi per lo smantellamento della struttura welfaristica e salariale allestita all’epoca della Grande Depressione. Si trattava, come ammise Alan Budd, consigliere speciale di Margaret Thatcher, di «un modo eccellente per aumentare la disoccupazione, e quindi di ridurre la forza delle classi lavoratrici […] mediante la creazione di un esercito industriale di riserva». Le relative ripercussioni in termini di polarizzazione dei redditi, deterioramento delle garanzie lavorative, incremento dei tassi di disoc­cupazione e desertificazione del tessuto manifatturiero furono messe in ombra dai record di Wall Street, dal disciplinamento del “sud del mondo”, dall’implosione dell’Unione Sovietica – spacciata per suc­cesso statunitense, laddove si trattava di un evento riconducibile in larghissima parte a decisioni politiche fallimentari e a scompensi in­terni al campo avversario – e dal miraggio della New Economy. Il micidiale effetto sinergico innescato dall’associazione tra i de­vastanti contraccolpi generati dall’abbandono della Old Economy e la colossale sopravvalutazione delle potenzialità del modello “terziarizzato” della New Economy allontanò drammaticamente gli Stati Uniti dal risultato previsto dai sostenitori del paradigma del­la Silicon Valley. Anche perché, in un’ottica di medio periodo, la “controrivoluzione neoliberale” tendeva inesorabilmente a porre la logica territoriale a cui era ancorata la base di potenza statuniten­se in contrasto con gli interessi di cui è portatrice la costellazione di imprese multinazionali Usa, in grado, come evidenziato da David Harvey, di «spostare rapidamente capitale e tecnologia da un posto all’altro, di sfruttare risorse di­verse, mercati del lavoro, del consumo e opportunità di profitto, organizzando la propria divisione territoriale del lavoro». Mossa dalla ricerca dei migliori vantaggi comparati, la riallocazione geografica dei capitali occidentali ha comportato lo spostamento delle filiere produttive verso l’Asia in generale e la Repubblica Popolare Cinese in particolare, massima beneficiaria della “transnazionalizzazione” delle catene del valore e del con­solidamento del regime liberoscambista. Così, mentre la Cina si accreditava come “fabbrica del mondo”, il processo di trasforma­zione degli Stati Uniti in un’economia deindustrializzata fondata sull’accumulazione finanziaria entrava nella fase finale.

 

  • Nella Guerra fredda si contrapponevano due modelli politico – ideologici antagonisti: quello capitalista occidentale dominato dagli USA e quello sovietico del socialismo reale. Con la fine dell’URSS è sopravvissuto un unico modello, quello occidentale già presente nell’Europa dell’ovest e diffusosi poi nell’est europeo. Il modello occidentale liberaldemocratico, fu caratterizzato dal benessere diffuso in economia ma rese comunque l’Europa subalterna alla pax americana. Il modello occidentale non si è dunque identificato con la fuoriuscita dell’Europa dalla storia? Inoltre, la nuova geopolitica globale ha marginalizzato il ruolo dell’Europa nel mondo e quindi, dalla decadenza americana non scaturirà anche la fine del modello occidentale e della dimensione astorica assunta dall’Europa dal secondo dopoguerra in poi? La società occidentale (di stampo keynesiano), più che un modello sociale ed ideologico di riferimento (l’Occidente come scelta di civiltà), non è dunque da considerarsi un sistema economico e politico legato ad una fase storica ormai esaurita e non più riproducibile?

La subalternità strutturale dell’Europa agli Stati Uniti ha privato i Paesi del “vecchio continente” di una sovranità reale e diseducato le loro élite al pensiero strategico. Allo stesso tempo, la colonizzazione dell’immaginario collettivo a livello continentale, realizzata attraverso il ricorso sistematico ai tradizionali strumenti di soft power che gli “apparati” Usa padroneggiano come nessun altro nel mondo, ha portato intere generazioni di europei a guardare agli Stati Uniti come unico paradigma di riferimento a cui puntare e da cui trarre ispirazione. Nonché a legare indissolubilmente il proprio destino a quello degli Usa, in nome di un malinteso senso di “gratitudine” nei confronti dei “liberatori”, che si erano in realtà affermati come nuovi dominatori in sostituzione di quelli vecchi. Di qui lo sconcerto, lo smarrimento, il senso di totale impotenza che manifestano gli apparati dirigenziali europei di fronte al nuovo scenario che va delineandosi ormai da tempo, caratterizzato dal declino degli Stati Uniti come potenza egemone e dal correlato deterioramento della capacità di Washington di modellare il resto del mondo in funzione dei propri disegni e interessi. La renitenza delle classi (sub)dominanti a fuoriuscire dalla dimensione della “astoricità” in cui sono nate e cresciute condanna di fatto l’Europa a subire del tutto passivamente le iniziative altrui, e a perdere definitivamente quel benessere economico conquistato nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale conformemente alle logiche uniche e irripetibili della Guerra Fredda.

 

  • Il primato americano coincide con l’instaurazione della globalizzazione capitalista quale unico ordine economico e politico mondiale possibile. Tuttavia quello capitalista è un sistema che necessita di continue evoluzioni, in conformità alla ideologia del progresso infinito con cui si identifica. Si sono dunque succedute varie fasi evolutive del sistema capitalista. Quella fordista che negli anni ’30 rivoluzionò la produzione industriale, quella della reaganomics, che comportò la deregulation economica con il conseguente primato dell’economia finanziaria e quella incombente della quarta rivoluzione industriale con l’avvento dell’era della robotica e dell’intelligenza artificiale. Le rivoluzioni succedutesi dagli anni ’80 in poi hanno generato una società marcatamente oligarchica, caratterizzata da diseguaglianze sempre più accentuate, distruzione dei ceti medi e fine della mobilità sociale. A tali evoluzioni non hanno quindi fatto riscontro sviluppo ed emancipazione, ma solo la regressione sociale delle masse. Il neoliberismo non ha dunque determinato un processo involutivo, che ha generato un ordinamento oligarchico-tecnocratico con una economia finanziaria che assorbe le risorse e preclude lo sviluppo produttivo? Con l’involuzione neoliberista il capitalismo non è ritornato alle sue origini hobbesiane? Inoltre il sistema neoliberista, dal punto di vista ideologico-politico, è dogmatico e totalizzante. Non è dunque prevedibile un processo dissolutorio del capitalismo simile a quello subito dal socialismo reale che, quale ordine totalitario, anacronistico e chiuso nel suo dogmatismo, si rivelò incapace di riformarsi e rinnovarsi? Il capitalismo americano, così come il socialismo sovietico non sembra pertanto destinato alla sua autodistruzione?

 

Le origini della “controrivoluzione neoliberale” possono essere rintracciate nella seconda metà degli anni ’60, di quando negli Usa si registrava con crescente preoccupazione a un calo tendenziale dei margini di profitto ascrivibile all’effetto sinergico generato dalla combinazione tra esasperazione della competizione intercapitalistica, risalita generalizzata dei salari e rafforzamento delle organizzazioni sindacali. La reazione fu predisposta dalla Commissione Trilaterale, attraverso un programma operativo implicante la creazione di stretti legami di interdipendenza tra Stati; l’abbassamento delle imposte sui redditi più alti, sui patrimoni e sul capitale; la ristrutturazione del rapporto intercorrente tra lavoro e management in funzione degli interessi degli azionisti e dei creditori; la riduzione del ruolo e delle funzioni dello Stato; la riconfigurazione del­la relazione tra settori finanziari e non finanziari a vantaggio dei primi; l’instaurazione di un quadro normativo favorevole alle fusioni e alle acquisizioni societarie; la trasformazione delle Banche Centrali in istituzioni garanti della stabilità dei prezzi e l’introduzione di un nuovo orientamento generale finalizzato a drenare le risorse dalla periferia verso il centro dell’Impero. L’applicazione pratica del disegno “trilateralista” produsse effetti letteralmente dirompenti: mentre il risparmio mondiale confluiva verso gli Stati Uniti in conseguenza dell’accresciuto margine di manovra garantito dalla deregulation e dell’innalzamento forsennato del tas­so di interesse varato dalla Federal Reserve sotto la guida di Paul Volcker, lo smantellamento dell’intelaiatura normativa che di­sciplinava l’attività di Wall Street accelerava lo spostamento dell’as­se dell’economia nazionale verso il settore dei servizi e schiudeva le porte a nuove tecniche di ingegneria finanziaria capaci di trasfor­mare in via provvisoria debiti permanenti in una notevolissima fonte di lucro per l’intero sistema bancario. Unitamente al “disinnesco” delle maggiori organizzazioni sindacali, l’accesso all’indebitamento privato che questo genere di innovazioni assicurava a un bacino notevolmen­te allargato di cittadini agevolò l’allentamento delle tensioni sociali che avevano caratterizzato gli anni ’70 e la costruzione di un consenso generalizzato attorno al “nuovo corso” reaganiano. Il quale, in nome dell’assegnazione di margini di remunerazione cre­scenti al capitale, condusse al sacrificio della piena occupazione e della stessa quota di distribuzione del reddito da parte dei lavoratori dipendenti, giacché, come osservava all’epoca James O’Connor, «i frutti del progresso tecnico e dello sviluppo economico non sono equamente ripartiti, ma piuttosto accaparrati dalle grandi società per azioni che dominano il settore monopolisti­co, insieme con i professionisti, i tecnici, i colletti bianchi e taluni strati delle tute blu nell’ambito del settore monopolistico». Non a caso, questa strategia organizzativa fondata sulla cooptazione degli strati “superiori” e altamente individualiz­zati della forza lavoro ad opera del management mirata ad aprire una profonda spaccatura interna alla classe lavoratrice fu messa a punto da giganti dell’alta tecnologia consapevoli che le evoluzioni nel campo dell’informatica consentivano di accentrare le funzioni di progettazione e controllo e decentrare le mansioni strettamente le­gate alla produzione. In concreto, l’occupazione del centro della scena da parte dei settori tecnologici ad alta intensità di capitali e delle relative quo­te di forza lavoro qualificate produsse l’effetto di creare e relegare ai margini della società uno strato piuttosto nutrito e composito di “popolazione eccedente” condannata, nella migliore delle ipotesi, a sopportare salari ridotti e condizioni di lavoro più dure. Nel­la peggiore, a rinfoltire i ranghi dei disoccupati e degli inattivi, o addirittura a scomparire completamente dalle statistiche ufficiali. Alla concentrazione della ricchezza è quindi corrisposto un processo di depauperamento di dimensioni gigantesche, tale da rendere manifesta la natura predatoria del modello affermatosi a partire dalla fine degli anni ’70 e da compromettere la capacità stessa del sistema di rigenerarsi attraverso nuovi cicli di “distruzione creatrice”. Gli Stati Uniti sono ormai entrati in un circolo vizioso di autodistruzione sempre meno mascherabile attraverso le solite operazioni cosmetiche portate avanti dai mezzi di comunicazione asserviti a Washington.

 

  • Il dominio imperiale americano si instaurò alla fine del secondo conflitto mondiale, sulle ceneri dell’Europa e dell’impero britannico. Tuttavia il primato americano inaugurò una nuova era. Si instaurò infatti un nuovo ordine mondiale non basato sull’equilibrio tra le potenze, ma comportò l’integrazione degli stati (ad eccezione del blocco sovietico), in un unico sistema politico-economico a guida statunitense. Con la fine dell’URSS e l’avvento della globalizzazione tale processo di integrazione parve giunto al suo definitivo compimento. La globalizzazione, con la libera circolazione delle risorse umane, delle merci e dei capitali, ha determinato l’integrazione dei mercati a livello mondiale e quindi l’interdipendenza economica tra gli stati. Pertanto la superpotenza americana sussiste in virtù del primato del dollaro, delle importazioni di merci e materie prime al fine di alimentare i consumi e dei flussi di capitali necessari per sostenere i mercati finanziari, il debito pubblico ed il deficit commerciale. Gli USA per preservare il loro primato debbono necessariamente essere interdipendenti con il mercato globale. Ma tale interdipendenza non inciderà alla lunga sulla capacità degli USA di contrastare le potenze emergenti in un mondo multipolare dedollarizzato? La globalizzazione, sorta con la creazione di un ordine mondiale neoliberista, non si tramuterà in un futuro non lontano in una trappola mortale per gli stessi USA?

Come conseguenza diretta della “controrivoluzione neoliberale”, gli Usa cominciarono a registrare un aumento vertiginoso del deficit commerciale associato al dissesto dei conti pubblici, entrambi ascrivibili all’abbandono dell’attività manifatturiera e alla crescita incessante delle spese militari. In condizioni di normalità, il riequilibrio dei conti avverrebbe tramite un drastico deprezzamento della moneta nazionale associa­to a una profonda ristrutturazione dell’architettura fiscale. Nella fat­tispecie, tuttavia, un simile aggiustamento implicherebbe la detro­nizzazione del dollaro dal ruolo di moneta di riserva mondiale e il contestuale rimpatrio di migliaia e migliaia di miliardi di “verdoni” da tutto il mondo, destinato giocoforza ad alimentare un fenomeno inflattivo di intensità esponenzialmente maggiore rispetto a quella sperimentata nella Repubblica di Weimar. Una prospettiva alquanto sinistra, che spinge le autorità di Washington a difendere con ogni mezzo la posizione centrale nel commercio internazionale detenuta dal dollaro onde perpetuare la capacità statunitense di acquistare beni reali e di effettuare investimenti produttivi in tutto il mondo senza alcun limite. Il mantenimento degli sproporzionatissimi livel­li di consumo interno e il finanziamento delle spese belliche dipen­dono essenzialmente dal predominio del dollaro e dalla capacità di attrarre senza sosta ingenti quantità di capitali dall’estero. Si è così assistito a un costante allargamento del bilancio del Pentagono, associato alla moltiplicazione delle “operazioni di po­lizia internazionale” e ad altre manifestazioni muscolari motivate dal medesimo intento dimostrativo; obbligare sia i Paesi in via di sviluppo che le nazioni industrializzate a sovranità limitata a con­tinuare a stivare riserve di moneta Usa costantemente esposte al rischio – alla certezza, in realtà – della svalutazione e a reinvestire i dollari ottenuti tramite il commercio estero nei circuiti di Wall Stre­et e in titoli del Tesoro Usa. Quello che Michael Hudson definisce “Treasury-bill Standard” presenta quindi tutte le caratteristiche tipiche di una classica estorsione mafiosa, in cui chi offre “protezione” è lo stesso autore della minaccia che esige il pagamento del “pizzo” per perpetuare la propria funzione parassita­ria. Attualmente, la vera questione verte non sul se ma sul quando i molteplici squilibri strutturali che garantiscono il funzionamento di questo meccanismo predatorio raggiungeranno la soglia critica.

 

  • La storia recente del capitalismo è caratterizzata da ricorrenti crisi finanziarie che hanno avuto il loro epicentro negli USA. Tempeste perfette e distruzioni creative si sono succedute quali fenomeni fisiologici di un sistema capitalista per sua natura instabile, ma che è sempre sopravvissuto alle proprie crisi, rivelando straordinarie capacità adattative dinanzi ai ciclici mutamenti dei contesti storici e politici. Tuttavia il neoliberismo, con l’avvento del primato dell’economia finanziaria, non si è dimostrato un sistema chiuso, privo di risorse innovative, che si riproduce nelle sue crisi sempre uguale a se stesso? La sopravvivenza del sistema neoliberista non è inscindibilmente legata alla sussistenza del primato americano e quindi anche alla sua crisi irreversibile? Il modello neoliberista americano e occidentale infatti non sussiste se non in forza di incessanti emissioni di flussi di liquidità erogate dalle banche centrali, tassi di interesse a zero e soprattutto in virtù dell’indispensabile supporto dello stato senza il quale nelle fasi di crisi il default degli USA sarebbe stato inevitabile? Si può dunque definire il neoliberismo un sistema artificiale e funzionale al primato americano, ma incompatibile con le trasformazioni in atto nella realtà storica del presente?

A riprova di quanto affermi, ritengo sufficiente illustrare la composizione del portafo­glio di investimenti dei giganti della Silicon Valley: alla fine del 2017, Microsoft ed Apple detenevano più titoli di Stato di Bank of America e Jp Morgan Chase, Google e Cisco più di Bank of New York Mellon e State Street. Segno inequivocabile che i colossi dell’hi-tech preferivano vivere di rendita piuttosto che investire in innovazione. Di questo passo, nulla vieta che anche la futuristica Silicon Valley incomba nello stesso destino in cui sono incappati gli stabilimenti industriali della rust belt, rimarcava il «Financial Times» già nel marzo 2014. Anno in cui le società quotate presso lo Standard & Poor’s 500 hanno investito in riacquisti azionari (buyback) qualcosa come 1.000 miliardi di dollari, pari al 95% dei loro profitti. Morgan Stanley, dal canto suo, ha calcolato che i buyback siano responsabili di oltre il 50% dell’aumento de­gli utili per ciascuna azione da esse realizzato tra il 2012 e il 2015. La politica monetaria iper-espansiva portata avanti dalla Federal Reserve ha in altre parole spinto Corporate America ad approvvigionarsi di liqui­dità a basso costo da impiegare per acquistare azioni proprie, al fine di ridurne il nu­mero e accrescerne il valore così da incassare dividendi sempre più sostanziosi e allontanare il rischio di scalate ostili – le cosiddette “poisoned pill”. Si tratta in tutta evidenza di un modello gestionale rispondente a una logica di breve o addirittura brevissi­mo periodo, perché esclusivamente orientato a garantire a dirigenza e azionariato il massimo dei guadagni nel minor tempo possibile. Anche a costo di far scivolare le imprese sul piano inclinato dell’in­debitamento, con conseguente deviazione di quote crescenti degli utili verso il pagamento degli interessi che conduce inesorabilmente alla decapitalizzazione e, a ricasco, alla contrazione della disponi­bilità di risorse da impiegare in investimenti produttivi. L’espansione ipertrofica del fenomeno dei buyback rappresenta quindi non soltanto un forte segnale di sfiducia nel futuro, ma anche e soprattutto una implicita ammis­sione di incapacità di investire nella formazione di nuovo capi­tale, cioè di utilizzare in maniera produttiva la liquidità a costi irrisori assicurata dalla Fed. Di fatto, la corsa forsennata degli indici azionari di Wall Street, trainata soprattutto da un nucleo ristretto di società hi-tech che go­dono di una scandalosa “protezione fiscale” ed occupano una posi­zione semi-monopolistica, è completamente ascrivibile ai buyback, ai falsi utili iscritti a bilancio dalle società Usa grazie a una vasta gamma di trucchi contabili e ad un uso sempre più esasperato del le­verage, con la finanza che fa leva cinque/sei volte sull’economia re­ale allo stesso modo in cui alla vigilia del crack di Lehman Brothers le banche facevano leva una quarantina di volte sul capitale di base per conseguire rendimenti che le attività di routine non erano più in grado di assicurare. Risultato: con lo scoppio della pandemia da Covid-19, Corporate America si è vista costretta a elemosinare l’in­tervento statale per scongiurare la bancarotta dopo aver bruciato oltre 5.000 miliardi di dollari di cash flow ed innalzato vertiginosa­mente i livelli di indebitamento di denaro per effettuare quanti più buyback possibili. I dati indicano che già dal 2004, in un contesto caratterizzato da rendimenti da investimenti esteri incommensurabilmente superiori a quelli domestici, le imprese Usa avevano ridotto i flussi di capi­tale destinati al miglioramento delle strutture produttive nazionali allo stesso modo in cui gli investimenti interni avevano perso la propria centralità rispetto alle strategie operative degli imprendi­tori britannici nel primo ventennio del XX Secolo e dei finanzieri olandesi nel XVIII Secolo. L’insostenibilità del modello affermatosi verso la fine degli anni ’70, dovuta essenzialmente alla sua inclinazione strutturale a “cannibalizzare” la ricchezza prodotta nel corso dei decenni precedenti, cominciava in altri termini a palesarsi già vent’anni fa.

 

  • La geopolitica mondiale evidenzia il declino dell’unilateralismo americano e l’emergere progressivo di un nuovo ordine mondiale multilaterale. Stiamo assistendo al ridimensionamento dell’area-dollaro, alla progressiva decomposizione della globalizzazione, allo spostamento del baricentro economico e geopolitico mondiale da Occidente ad Oriente, al venir meno del ruolo di gendarme mondiale degli USA. Occorre tuttavia osservare che, sebbene sia ormai tramontata l’ideologia del “secolo americano”, gli stati emergenti del BRICS sono tutte potenze capitaliste e pertanto sono a loro volta inscindibilmente coinvolte nel sistema capitalista mondiale. Nell’epoca attuale si contrappongono stati e aree geopolitiche continentali, ma non sistemi ideologici e politici antagonisti. Pertanto sussisterà sempre il primato americano quale indispensabile sbocco per la produzione e i consumi di tutto il mondo e quale mercato finanziario necessario per il reinvestimento dei capitali a livello mondiale? Inoltre, non sussisterà comunque la supremazia culturale americana che ha devastato, con il dilagare a livello globale dell’individualismo, del consumismo e del relativismo etico, le radici identitarie di tutte (o quasi tutte), le culture dei popoli? Con l’avvento del multilateralismo nella geopolitica mondiale, non si verificherà quel paradossale effetto che consiste nella continuità della cultura dell’americanismo globale che potrebbe sopravvivere anche alla dissoluzione dell’America stessa? Non potremmo infine pervenire alla conclusione che trasformazioni sistemiche epocali sarebbero possibili non tanto e non solo con la fine del primato americano ma semmai unicamente con il superamento del sistema capitalista?

Sono convinto che le dinamiche attuali muovano verso una segmentazione della globalizzazione in blocchi geopolitici e geoeconomici molto meno comunicanti tra loro rispetto ad ora. All’interno di ciascun blocco si innescheranno processi di riorganizzazione politica ed economica piuttosto eterogenei tra loro, stimolati proprio dal deterioramento dei rapporti di interdipendenza su cui si è strutturato il mercato mondiale per come l’abbiamo conosciuto negli ultimi decenni. Allo stato attuale, gli Stati Uniti cercano di legare indissolubilmente a sé l’Europa continentale e i Paesi dell’anglosfera, prodigandosi allo stesso tempo per rafforzare la propria influenza sul tradizionale “cortile di casa” latino-americano. Il quale manifesta tuttavia una smaccata tendenza a relazionarsi costruttivamente con le due principali forze anti-egemoniche, vale a dire Cina e Russia, resesi a loro volta protagoniste di un processo di penetrazione politica ed economica nel continente africano rivelatosi talmente efficace da ridimensionare notevolmente il ruolo e lo spazio di manovra delle tradizionali potenze coloniali e degli stessi Stati Uniti. Allo stesso modo, praticamente tutti i Paesi dell’Asia risultano irresistibilmente attratti dal magnete cinese, come testimoniato dalla crescita dell’interscambio commerciale tra la Cina e le nazioni che si estendono lungo il “grande spazio” eurasiatico e dall’allargamento delle istituzioni transnazionali facenti capo a Pechino – Brics e Shangai Cooperation Organization in primis – a un numero crescente di nuovi membri. Tra cui un Paese cruciale e “critico” come l’Arabia Saudita. In tale contesto, il conclamato declino economico e politico statunitense certificato dalla lenta ma costante erosione del primato internazionale del dollaro non potrà che accompagnarsi a un processo di emancipazione generalizzata dal giogo di Washington (e dai suoi “cani da guardia”, vale a dire Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale), rendendo altresì manifesta l’entità reale della decadenza culturale e sociale in cui il Paese sta sprofondando ormai da parecchi anni. E dal momento che, come già accennato, ritengo errato ricondurre il modello cinese nell’alveo dei sistemi capitalistici alla luce delle connotazioni specifiche che caratterizzano l’ex Celeste Impero e il suo modo tradizionale di approcciare al mondo esterno, credo che l’affermazione della Cina al rango di grande potenza possa preludere alla definizione di un assetto internazionale radicalmente diverso e in molti sensi “inedito”.

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