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CHIU FFORTE D’O MILÀN

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Gagliardetti a terra per Pasquale Casillo

Lo stile non è più importante del risultato,
viene semplicemente prima.
Jorge Valdano

“Quello sta troppo uguale a quell’altro là” questo per dire che non avrebbe preso Giovanni Bucaro come allenatore perché troppo simile a Zeman. Ma ciò non deve far pensare che Don Pasquale Casillo sia stato il classico arricchito ignorante da Mai dire gol, che abbia ingrassato la piazza dell’ennesima provinciale in stato di grazia. Caso mai tutto il contrario: un presidente pieno di stile, le cui uscite più o meno dialettali, più o meno esagerate, sono state la forma di manifestazione di un’intelligenza molto alta, in tutti i settori, che quasi per caso è finita da demolita ad accettata.

Don Pasquale a metà degli anni ottanta è un giovane imprenditore napoletano che ha la sua base a Foggia per ragioni logistiche: viene soprannominato il re del grano e con ragione visto che lui e i fratelli sono a capo di un gruppo (ereditato dal padre e potenziato a dismisura) che è una potenza. Sono i massimi molitori in Europa con un sistema che macina appunto mille miliardi di lire all’anno: centinaia di mulini, trenta navi, trecento autocarri e una flotta aerea.

I fratelli Casillo si affacciano nel mondo del calcio nel 1985, rilevando la squadra della città, una ex provinciale di lusso che il profeta in patria Oronzo Pugliese aveva portato in serie A, da dove aveva addirittura battuto la Grande Inter. Poi un altro blitz in massima serie con Tommaso Maestrelli, ma erano bei ricordi di vent’anni prima. Don Pasquale rileva un Foggia che milita in serie C1, in cattive acque e con un processo per il calcioscommesse in corso, dal quale deriverà la retrocessione in C2 per la stagione successiva. Due le priorità: l’avvocato e l’allenatore. Il primo per fare ricorso alla CAF e restare in C1, il secondo per andare in serie B. E qui Don Pasquale sfodera il vero coniglio dal cappello, chiamando a fare il direttore sportivo Giuseppe Pavone: “perché Peppino è l’unico che non ruba, gli altri rubano tutti”. Peppino è un giocatore che si è appena ritirato dopo una carriera medio buona, ma che si rivelerà il maggiore scopritore di giovani talenti che il nostro calcio abbia mai avuto. In proporzione (ossia calcolando che Pavone non ha mai lavorato in una grande o media squadra) si può dire che è stato superiore anche a Moggi, Allodi e Marino.

Peppino chiama in corsa niente meno che Corrado Viciani, quello della Ternana del gioco corto (che in Italia è roba nuova ancora adesso), ma “il Grigio” è ormai fuori tempo massimo e per il nuovo anno non servono solo idee giovani, ma anche forze fresche.

Allora Peppino suggerisce a Don Pasquale di prendere un giovane allenatore straniero che si chiama Zeman. “E dove allena sto Zemàn?” “A Licata”. “E dove sta Licata?” “In Sicilia”.

La matricola Licata arriva a Foggia e ne prende 4, e a questo punto sembra non farsene più niente, ma Casillo accetta il consiglio di Peppino, perché è rimasto impressionato da questa squadra di ragazzini tutti siciliani, che mettono in croce il Foggia e a fine partita sono così freschi che ne potrebbero giocare un’altra.

Nasce così il primo Foggia di Zeman, nel 1986-87: il ricorso viene accolto e la retrocessione si trasforma in 8 punti di penalità, che non lasciano il segno perché la squadra va abbastanza bene. Fino a quando Zeman viene visto a Caserta a cena con Moggi (padre) e Sogliano (padre) che gli propongono una panchina di serie B. Berlusconi ha scelto Sacchi per l’anno successivo e si cerca qualcuno che ne continui il lavoro. Ma il cameriere del ristorante è di San Giuseppe Vesuviano, il paese di Don Pasquale e gli telefona subito. Un dipendente della Gruppo Casillo viene fatto stazionare per un mese davanti alla sede del Parma per vedere chi entra e chi esce, ma Don Pasquale non resiste e offre subito all’allenatore il rinnovo per l’anno successivo, Zeman tentenna e viene cacciato subito.

La promozione in B comunque arriva entro un paio di anni. Peppino ha appena cominciato e allestisce una rosa all’altezza per provarci prima col milanese Marchioro, e poi con l’arbresh Caramanno, che nel 1989 centra l’obiettivo. Casillo è su di giri, ma l’incompiuta con Zeman gli è rimasta in gola e lo richiama, dando a lui e a Pavone il compito di allestire una squadra fortissima e che costi poco. Loro compilano una lista per ruolo con prima, seconda e terza scelta, e Don Pasquale sceglie sempre quest’ultima per spendere meno.

Il primo anno in B comincia comunque malissimo perché la squadra ci mette un po’ a carburare, ma Casillo tiene duro tra le pietre e gli sputi della piazza e non caccia l’allenatore, finchè dopo le vacanze di Natale il Foggia inizia a vincere e non smette più: ottavo posto a fine anno e primo l’anno successivo.

Don Pasquale vuole presentarsi in A con una squadra “chiu fforte d’o Milàn”, e innesta 3 stranieri (Kolyvanov, Shalimov e Petrescu) sull’impianto già rodato (Signori, Rambaudi, Baiano). È ottavo posto, con il secondo migliore attacco e qui forse avviene il miracolo nel miracolo. A fine stagione il Foggia vende tutti i giocatori (che finiranno tutti in nazionale nel giro di poco): secondo il presidente è stato l’allenatore che l’ha suggerito, motivando che sarebbero diventati troppo esigenti ed avrebbero creato dei problemi, ma in realtà li si vende per fare cassa perché sono al massimo del valore in rapporto all’età e il bottino frutta 56 miliardi.

Ma c’è il nuovo campionato alle porte e qui deve risalire in cattedra Peppino: la piazza è inferocita e a sfregio ara il campo dello Zaccheria chiedendo la testa del presidente, che non si scompone e acquista la lista di sconosciuti dalle serie minori che il suo ds gli propone. E con Mandelli, Di Biagio, De Vincenzo e Sciacca Zemanlandia riparte e in due anni riottiene l’ottavo posto, stavolta con il migliore attacco. Il Foggia non ha neanche un campo di allenamento, si prepara all’oratorio di San Ciro su un campo 40×70 sconnesso, ma se al campo arrivano prima i bambini, il Foggia si allena sul piazzale dello Zaccheria tra le macchine. E alla domenica affronta il Milan e la Juventus.

Inizia però la fine, perché tra il 1993 e il 1994, Don Pasquale viene tirato dentro un processo alla Camorra ed addirittura incarcerato preventivamente per 416 bis. Un’odissea durata quasi quindici anni per arrivare ad un’assoluzione per non aver commesso il fatto (tanto che anche Il Fatto quotidiano lo commemora oggi, in quanto assolto). Con l’impero produttivo consegnato in blocco ai vari curatori giudiziari che fanno fallire quasi tutto, mettendo sul lastrico migliaia di dipendenti.

Tra la roba sequestrata c’è anche il Foggia, proprio nel momento in cui anche l’allenatore lascia per approdare su panchine più altolocate. La squadra però può ancora affrontare la serie A, perché il curatore trova in cassa tutti i soldi delle cessioni illustri di due anni prima: Casillo aveva lasciato tutto in azienda. Non certo la mossa di un criminale, che quei soldi li avrebbe riciclati chissà quante volte. Ma non basta per togliergli l’appellativo di “mafioso”, che lo avrebbe accompagnato nel decennio successivo in qualunque occasione.

Peppino tenta il nuovo miracolo e quasi gli riesce: Catuzzi in panchina, con una zona più cauta e fondata sulla superiorità numerica anziché sul pressing, e un gioco altamente spettacolare (Zeman stesso ammette che il Foggia di Catuzzi è migliore del suo). Un girone di andata da sesto posto (con un 2-0 alla Juve di Lippi) e la semifinale di Coppa Italia (che all’epoca valeva), poi il black out. Un ritorno disastroso e la retrocessione, dovuta al fatto che i giocatori che l’anno successivo avrebbero cambiato maglia non si impegnano per non infortunarsi, ma anche perché manca un presidente, una proprietà e i giocatori percepiscono che il Foggia è ormai una preda. Viene fatta anche l’ipotesi che si voglia far scivolare il Foggia in B per ricomprarlo a zero, ma è lo stesso Catuzzi a non voler sentir parlare di borse a perdere, consapevole che il suo Foggia resterà tra le belle dannate del calcio.

Don Pasquale però non finisce qui. Dal suo nuovo status di “mafioso” tenta di acquistare la Casertana, poi la Roma (in cordata con i figli del Presidente Viola), compra la Salernitana in serie C e la fa salire in B, lanciando nel professionismo il tecnico Delio Rossi, romagnolo trapiantato in Daunia, che del suo primo Foggia era stato il capitano. Rossi e Casillo si erano lasciati male, ma l’insistenza anche questa volta di Pavone (che ne aveva intuito le capacità) lo aveva convinto ad affidargli già la primavera del Foggia.

Poi c’è l’Avellino, nel 2004. Peppino nuovamente ds e Zeman che accetta la panchina, perché nel frattempo è salito ai vertici del calcio ed è precipitato inimicandosi tutto il sistema. Secondo quanto affermato da Don Pasquale nel documentario “Zemanlandia” del regista barese Giuseppe Sansonna l’Avellino è franato per i troppi nemici che tutti si erano fatti negli anni, e a nulla è valsa una mega epurazione tra il girone di andata e quello di ritorno.

Poi arriva l’assoluzione, Casillo non è più un mafioso che ha tentato una truffa ai danni della Comunità Europea, viene riabilitato, la magistratura si era sbagliata, il pentito aveva mentito. Per ascoltare la sentenza Don Pasquale si mette il vestito che aveva il giorno dell’arresto, perchè anche questa cosa abbia una struttura. Gli restituiscono pure le aziende, che nel frattempo sono state macinate peggio del grano che macinavano.

C’è il tempo per una zampata finale, purtroppo solo tentata. Nel 2010 ricompra il Foggia (non più da mafioso, e a capo di una cordata perché i soldi non ci sono), e richiama Zeman, che è sulla panchina del parco e corre, anche in serie C. E soprattutto chiama Peppino perché manca una settimana al ritiro e non ci sono giocatori enemmeno i soldi per comprarli. C’è l’entusiasmo della gente, ma è flebile, ormai lo si sa. Peppino (incredibilmente accantonato anche lui negli anni) allestisce in una settimana una rosa fondata sui prestiti di ragazzini che i grandi club gli lasciano per un anno perché sanno che Zeman glieli migliorerà (Sau dal Cagliari, Romagnoli dal Milan, Lorenzo Insigne dal Napoli, Kone dal Brescia…), e chiama qualche giocatore che è in spiaggia senza contratto. Sesto posto in un girone molto difficile, ma l’impresa, senza soldi, era troppo azzardata. Resta l’ennesima covata di giocatori lanciati, un calcio divertente e un film sulla stagione, girato sempre da Sansonna. Un ricorso storico con Zeman che vola dal migliore offerente (il Pescara dei De Cecco) e Don Pasquale che grida ancora al tradimento, come venti anni prima.

Gli ultimi dieci anni sono di interviste, con molti aneddoti raccontati e molti ancora da raccontare, con la perdita progressiva della costituzione opulenta e con moltissimi rammarichi per quello che avrebbe potuto essere. L’imprenditore tiratissimo, che pagava il premio partita anche in caso di sconfitta se la squadra si impegnava, è mancato da pochi giorni all’ospedale di Lucera, a soli 71 anni, troppo pochi per l’aspettativa di vita media del giorno d’oggi, ma veramente troppi se proporzionati a quello che ha subito. Spalle larghe, si dice di solito, e forse è stato proprio così.

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