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Elezioni di medio termine

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Mediatizzazione della politica, uso distorto delle reti social e fluttuazioni esasperate del consenso elettorale hanno accentuato l’attrito fra tempi istituzionali e tempi sociali. Occorre introdurre correttivi normativi per favorire la partecipazione e per contrastare derive qualunquiste e disaffezione popolare.

Da anni il combinato disposto di riformismo costituzionale e modifiche di leggi elettorali alimenta, senza dissiparla, in una classe dirigente incapace l’ansia di contemperare la stabilità della funzione governativa e le esigenze di garantire la rappresentatività delle articolazioni sociali nelle istituzioni democratiche.

Due leggi elettorali, “Italicum” e “Rosatellum”, e due progetti di riforma della Carta costituzionale (di cui uno in itinere), nel 2016 e nel 2020, testimoniano la fluidità di temi fondamentali che, al contrario, dovrebbero essere caratterizzati se non da staticità almeno da stabilità funzionale e strutturale, quindi persistenza temporale. Governabilità e rappresentatività, dunque, quali poli concorrenti di difficile coniugazione.

Ponendo l’accento sulle criticità, cioè prendendo atto del fallimento degli stereotipi superficialmente attribuiti ai sistemi elettorali succedutisi in Italia dal 1946 ad oggi, un osservatore potrebbe – a ragione – rilevare che il proporzionale, malgrado la breve durata media dei gabinetti della cosiddetta “Prima Repubblica”, garantì per quasi mezzo secolo una stabilità non di governo o di legislatura, ma di sistema.

Andreotti, Moro e Fanfani, ma anche La Malfa, Saragat e Nenni e poi Craxi, De Mita e Forlani assieme ad Almirante e Berlinguer furono espressione di una continuità politica interna ed internazionale neanche minimamente scalfita dal rapido avvicendarsi di esecutivi “di transizione” o “balneari”.

Parimenti potrebbe notare che il tanto invocato maggioritario – che nella radiosa stagione 1992-1993 godette abusivamente di un’investitura moralizzatrice sull’onda eversiva di “Mani pulite” e del riformismo referendario – si è dimostrato tutt’altro che adatto a stabilizzare governi poggiati su basi parlamentari anche numericamente ampie, ma intrinsecamente minacciate dalla logica del “first past the post”, propria del collegio unico uninominale, dunque da oscillazioni anche minime di preferenze in grado di rovesciarne il risultato.

È opportuno, quindi, precisare che ciò che conferisce stabilità ad un sistema politico non è tanto la legge elettorale adottata (la formula ibrida dell’attuale “Rosatellum” è riuscita mirabilmente a sommare e non ad eliminare le due criticità) quanto la persistenza del consenso goduto dalle forze di maggioranza. Il Centrismo ed il Centrosinistra governarono l’Italia per oltre quarant’anni.

L’esito elettorale scaturito dalle urne nel marzo 2018 ha fotografato una composizione politico-ideologica della società italiana in rapido, persino tumultuoso cambiamento, con fluttuazioni di consenso ottenuto da consolidate e nuove formazioni politiche inimmaginabili nella citata “Prima Repubblica”. Il punto oggetto della presente riflessione è proprio questo.

Gli sconvolgimenti elettorali registrati nell’ultimo decennio – dopo il “golpe” fallito Fini-Napolitano (2010) e quello riuscito Monti-Napolitano (2011) – non sono altro che la conseguenza delle eccezionali dinamiche sociali favorite dall’abbraccio non sempre fortunato tra comunicazione e tecnologia, del quale l’uso compulsivo dei social non è che l’estrema sintesi.

Il balzo al 25% ottenuto dal M5S alle Politiche del 2013, il 40% di Renzi alle Europee del 2014, il 32% dello stesso M5S ed il crollo del Pd al 18% alle Politiche del 2018, l’incredibile 34% della Lega ed il dimezzamento del M5S al 17% alle Europee del 2019 non rappresentano che i più clamorosi esempi del mix letale di mediatizzazione della politica e digitalizzazione della relativa informazione (o disinformazione). Insomma una politica priva di fondamenta solide, ridotta allo stato liquido, caratterizzata da quella medesima volatilità che circa vent’anni fa – dopo i massimi di inizio millennio – anticipò nei mercati borsistici lo scoppio della bolla speculativa, riducendo in fumo cospicue fette di investimenti e risparmi.

Per evitare il passaggio della politica al successivo stato gassoso riteniamo prioritario non tanto l’ennesimo intervento di tecnica elettorale (chi scrive è un fautore del proporzionalismo senza sbarramenti), quanto l’adozione di una modalità temporale di elezione finora trascurata dai tanti esegeti del copia-incolla dai modelli di altri stati. Ci riferiamo – ecco la proposta – all’introduzione di elezioni di medio termine (mid-term), come quelle in vigore nel sistema presidenziale degli Stati Uniti dove con la stessa periodicità quadriennale, ma con differimento biennale rispetto alle Presidenziali, vengono rinnovati parzialmente entrambi i rami del Congresso.

Anche nella nostra forma di governo parlamentare potrebbe essere adottata una modalità simile. A metà legislatura, cioè dopo trenta mesi dal suo avvio, dovrebbero essere indette le elezioni di medio termine per il rinnovo – ad esempio – di metà seggi della Camera dei deputati e di un terzo di quelli del Senato.

L’indubbio beneficio di tale riforma consisterebbe nel superare l’attuale crescente scollamento tra la composizione delle assemblee elettive (immutabile per cinque anni, tranne singoli fenomeni di trasformismo, scissioni di apparati di potere o rari scioglimenti anticipati) e le accelerazioni delle dinamiche accentuate dai network sociali, come detto, in continua crescita. Senza mutilare le Camere, senza alterare la durata della legislatura e mantenendo, anzi rafforzando l’istituto fiduciario proprio del sistema parlamentare sarebbe possibile conciliare tempi sociali e tempi politici per evitare le relative frizioni e per ridurre al minimo anacronistici vantaggi (o svantaggi) competitivi tra le forze politiche.

I richiamati eclatanti risultati elettorali e le cronache degli ultimi anni hanno infatti dimostrato che forze politiche sovra rappresentate nelle istituzioni rispetto al reale consenso popolare (ripetiamolo: volatile e liquido) costituiscono un fattore non di stabilità sistemica, ma di deteriore immobilismo (si pensi al fenomeno del “poltronismo” e al rifiuto delle elezioni percepite come pericolo) che giustifica la disaffezione sociale per la polis e la disorientante sovrapposizione concettuale tra impegno politico e privilegio di casta. Sensazioni che paradossalmente sconfinano nel terreno, questo sì duraturo, delle mentalità.

È questa – ravvisiamo – la contraddizione culturale del Movimento 5 Stelle il quale, nel disperato tentativo di recuperare punti sul terreno effimero e fluttuante del consenso, non esita a sfruttare abilmente l’annoso argomento dei costi della politica (afferente all’ambito “mentale”) per realizzare addirittura una scellerata amputazione della democrazia. Così sovrapponendo due distinti piani di rilevanza politica che non dovrebbero essere confusi.

Di contro, quelle sensibilità che crescono nell’opinione pubblica, ma non trovano adeguata (od alcuna) proiezione istituzionale se non dopo l’esaurirsi quinquennale della legislatura, alimentano frustrazione e senso di impotenza nella consapevolezza di non poter modificare nel breve periodo lo status quo con un atto volitivo, generando anche in questo caso disaffezione ed indifferenza.

Gli attori politici, in sostanza, dovrebbero prendere atto dei variati tempi di formazione e modifica del consenso popolare ed adattare, senza stravolgerli, i meccanismi del relativo recepimento istituzionale. La previsione delle elezioni di medio termine offre la possibilità di proiettare nelle aule parlamentari, con un tempismo più adeguato, le mutevoli istanze sociali e di rispondere con la partecipazione all’ondata qualunquista dell’antipolitica.

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