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I venerdì di Greta tra egemonia culturale e paradossi

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La retorica ambientalista dei “Fridays for future” lobotomizza le giovani generazioni e si erge a surrogato di una religione ridotta alle dispute politiche

Nei commenti ad immagini e filmati delle manifestazioni italiane del “venerdì di Greta” del 27 settembre è stata enfatizzata, oltre alla partecipazione, l’assenza di bandiere e simboli partitici, sottolineandone trasversalità e disinteresse. Niente di più fuorviante. A contraddistinguere gli eventi “green” è stata la ben nota egemonia culturale del pensiero unico e della correttezza politica che non ammettono dissenso, ma solo partecipazione entusiasta.

In questo quadro, la ridicola giustificazione ministeriale delle assenze degli studenti non è stato un autonomo atto di indirizzo politico, bensì un’adesione subalterna – mascherata da decisionismo – ad un evento storico (o meglio di moda) rispetto al quale convenientemente non frapporsi, conformandosi allo spirito del tempo.

Di vessilli dei movimenti politici, in effetti, non c’era bisogno: sono stati gli studenti stessi ad assolvere inconsapevolmente alla funzione di simbolo, ma con effetto differito.

Non tarderà sicuramente quella stessa politica interprete del pensiero unico a mettere il cappello su queste profittevoli giornate e sui suoi numerosi partecipanti, soprattutto minorenni, per poterne staccare ricche cedole in termini di consenso elettorale. In occasione dei prossimi appuntamenti alle urne verranno così smascherati la vera posta in gioco ed il significato, ora incerto, della parola futuro affiancata ad un giorno della settimana.

Il proprietario di quel cappello è storicamente insuperabile nell’occupare il terreno della sintesi e nell’ergersi – con consumata abilità politica – a paladino della ragione e del buon senso. Chiunque osi dissentire dal citato spirito del tempo si troverebbe così relegato non all’opposizione della tesi vincente, ma agli antipodi della sintesi, dunque al di fuori del pensabile e del bene.

La formula utilizzata dal collaudato apparato mediatico al servizio della simpatica attivista svedese – lo “sciopero per il clima” – è l’altro aspetto sul quale desideriamo soffermarci. Presupposto di un qualunque sciopero è la sua natura rivendicativa: si sciopera, cioè, rivendicando diritti, garanzie e tutele sottratti o da conquistare nei confronti di chi intende negarli. L’ambito laburista è quello che meglio di altri permette di tracciare profili, ruoli, azioni ed esiti di un conflitto che da un secolo e mezzo contrappone dialetticamente due posizioni con interessi divergenti.

La tradizionale classificazione dello sciopero ne riconduce la tipologia sostanzialmente a tre fattispecie: lo sciopero economico a fini contrattuali, diretto ad ottenere un miglioramento delle condizioni di lavoro nell’ambito di un determinato settore produttivo.

Lo sciopero economico-politico, per avanzare rivendicazioni nei confronti dei pubblici poteri riguardanti il complesso degli interessi dei lavoratori che trovano disciplina nelle norme racchiuse sotto il titolo III della I parte della Costituzione, che si intitola appunto ai rapporti economici.

Infine lo sciopero politico – riguardante gli interessi comuni a tutti i cittadini (politica estera, ambiente, salute, ecc.) definiti generali – considerato il mezzo idoneo a favorire il perseguimento dei fini di cui al comma 2 dell’art. 3 della Costituzione.

Sostituendo gli studenti ai lavoratori è probabile, quindi, che gli scioperi contro i cambiamenti climatici indetti nei “Fridays for future” possano essere ricondotti alla terza tipologia.

Quel che invece sembra fare difetto rispetto ad uno sciopero tradizionale è la presenza di un interlocutore o, per meglio dire, del soggetto destinatario delle rimostranze e delle rivendicazioni (nella fattispecie citata, il datore di lavoro). E ciò per due paradossali motivi.

Ad incitare gli studenti a manifestare, anzi a scioperare e a perdere una giornata di studio sono stati professori e presidi su indicazione, come sopra accennato, del ministro della Pubblica Istruzione che ha impartito la sua benedizione burocratica. Si è assistito, in sostanza, ad uno sciopero imposto dall’alto, ad uno sciopero di Stato. Una farsa dove i metaforici picchetti davanti alle scuole sono stati organizzati non dagli studenti, ma da una zelante articolazione amministrativa scolastica preoccupata della riuscita della protesta. Più che di sciopero, si dovrebbe parlare di serrata.

La seconda osservazione attiene al ruolo e al comportamento dei giovani studenti, molti dei quali alla prima esperienza collettiva.

Non è lecito dubitare della buona fede della maggioranza di essi, ma è altrettanto lecito pensare che nessuno di loro saprà rinunciare alle abitudini social e al consumismo tecnologico nel quale sono nati e nel quale sono stati disinvoltamente allevati. Un cortocircuito messo in evidenza dagli stessi slogan contro i potenti della Terra che stanno rubando loro il futuro. Potenti globali tra i quali gli ingenui ragazzi evidentemente non annoverano gli Imperi Celesti, i giganti del web e del food che foraggiano allegramente con il loro (in)consapevole consumismo.

Né è lecito attendersi che possano beneficiare di lezioni e correzioni da parte dei loro genitori, quelli cioè che li aspettano nel Suv con motore acceso e finestrini chiusi davanti alla scuola per offrire loro un microclima caldo d’inverno e fresco d’estate, poiché bisogna difendersi dalla natura matrigna.

Quegli stessi genitori che, ubriachi di tecnologia scoperta in età adulta, si schiantano in autostrada per un selfie o un tweet, o sovvenzionano entusiasti l’e-commerce, provocando le devastazioni sociali ad esso legate per risparmiare qualche euro nella loro microeconomia.

La deriva messianica di Greta – ormai ridotta a brand – con tanto di vaticini al Palazzo di Vetro altro non è se non una plausibile conseguenza dell’abbandono del magistero petrino da parte dell’inquilino di Santa Marta più a suo agio, per spessore culturale, con questioni da retrobottega della politica che con dissertazioni teologiche. Non ci si stupisca dunque se l’ambientalismo del fine settimana sia esposto a rischi di fanatismo e tenda, almeno nel perimetro culturale dell’Occidente industrializzato, ad occupare lo spazio della coscienza lasciato libero dalla banalizzazione della religione.

A proposito di Occidente: perché Greta non va a fare i suoi sermoni in Cina – paese inquinatore e quindi tra i maggiori responsabili delle alterazioni climatiche – dove lo stato è religione e dove il dumping sociale e ambientale arriva a distruggere i nostri livelli di benessere e di civiltà? Siamo certi che scenderebbero in piazza milioni di ragazzi ed i compiacenti ministri dell’istruzione sarebbero al loro fianco. Di fronte ad un plotone di esecuzione. Chissà, allora, se la “decisione” del ministro grillino di Viale Trastevere non sia da inquadrare nell’ambito più ampio delle intese relative all’iniziativa “Belt and Road”, caldeggiata dal M5S, stipulata dal precedente governo lo scorso mese di marzo.

Non è forse una singolare coincidenza che il prossimo 1° ottobre, una settimana dopo la vetrina offerta a Greta, il Palazzo di Vetro dell’Onu, dove la Cina è membro permanente del Consiglio di Sicurezza, apra inusitatamente le porte anche a Davide Casaleggio e alla sua piattaforma Rousseau nell’ambito di un evento organizzato dalla Farnesina guidata, ora, dal capo politico dei Cinque Stelle? Proprio colui che firmò, in qualità di vicepremier, il memorandum d’intesa tra Italia e Cina sulla Via della Seta.

 

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