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Il bazooka di Draghi e la virtuosità finanziaria tedesca

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Il bazooka di Draghi non altera la rigidità della struttura finanziaria della UE. Le politiche espansive anticicliche per la ripresa sono riservate ai paesi dominanti, con surplus di bilancio, mentre per i paesi in difficoltà si prescrivono riforme e nuova austerità.

 

A novembre la BCE darà il via ad una nuova fase del Quantitative Easing. Le previsioni di una recessione incombente sull’economia europea, avvalorate da un calo evidente della crescita per il 2019 (in Italia prossima allo zero), hanno spinto Draghi, giunto al termine del suo mandato alla presidenza della BCE, a porre in atto una nuova manovra espansiva della liquidità, onde scongiurare nuovi rischi di deflazione. Tale manovra, consisterà nell’acquisto di titoli e quindi nell’erogazione alle banche europee di liquidità a costo zero per 20 miliardi al mese.

Trattasi di una nuova manovra di finanza straordinaria, che fa seguito a quella già varata nel 2015, al fine di riportare l’inflazione in Europa al tasso programmato del 2%. Ma tale obiettivo non è stato raggiunto, poiché i tassi di inflazione europei non hanno superato in media l’1,5%. L’immissione di liquidità in una fase di stagnazione economica, è di per sé stessa una misura opportuna, ma, come dimostrato nel recente passato, non si è rivelata nei fatti sufficiente per determinare una rilevante ripresa della crescita in Europa.

I dati relativi alla crescita in Eurolandia nel 2019 sono assai deludenti (1,1%), e le previsioni per i prossimi anni non sono davvero confortanti (1,2% nel 2020 e 1,4% nel 2021). E, di riflesso, anche il tasso di inflazione rilevato in giugno (1,1%), è inferiore alle previsioni (1,3%), già abbastanza pessimiste.

Il bazooka di Draghi, determinerà una nuova drastica riduzione dei tassi di interesse, che entreranno anche in territorio negativo ma, dato che già prima del varo del nuovo QE i tassi erano ai minimi livelli, è assai prevedibile che ulteriori ribassi, con tassi anche negativi, sortiranno effetti molto limitati ai fini della ripresa economica. Il nuovo QE sarà esteso anche all’acquisto delle obbligazioni delle imprese, a tasso negativo, ma tale misura non muta le previsioni circa la scarsa efficacia del rinnovato QE. I risultati fallimentari già riscontratisi in Giappone in passato, sembrano assai significativi.

Il nuovo bazooka di Draghi verrà messo in atto in parte mediante l’esenzione dal pagamento da parte delle banche dal tasso negativo dello – 0,50% sui depositi in eccesso presso la BCE fino a sei volte l’ammontare della riserva obbligatoria, e in parte attraverso l’erogazione di finanziamenti a lungo termine T-LTRO al tasso negativo dello – 0,50%. In tal modo la BCE vuole spingere le banche a finanziare l’economia europea.

Gli effetti distorsivi su redditi e risparmi

La manovra di Draghi è stata accolta con favore da parte dei paesi con alto debito pubblico come l’Italia, che vedono ridursi drasticamente la spesa per interessi e quindi, ampliarsi i margini di manovra per la spesa in deficit.

Tuttavia, questo prolungato ricorso a manovre di espansione della liquidità, può provocare distorsioni sui risparmi e sugli investimenti dei cittadini. La scarsa o nulla remunerazione dei titoli di stato, determina infatti un abnorme afflusso dei capitali verso il mercato azionario, i cui indici registrano da anni una inarrestabile ascesa e questa accentuazione della propensione al rischio da parte degli investitori potrebbe, alla lunga, dar luogo a nuove bolle finanziarie, con conseguenti crisi a livello mondiale.

Si rileva inoltre l’incremento dei prezzi nel settore immobiliare, causato dall’aumento della domanda da parte dei grandi investitori, con relativo disincentivo all’investimento immobiliare dei piccoli risparmiatori. Una situazione di manifesto squilibrio relativamente alla erogazione dei mutui, ne è la dimostrazione evidente.

Nonostante la vorticosa discesa dei tassi di interesse, la domanda di mutui immobiliari ha registrato da inizio anno una marcata flessione. I tassi fissati dalle banche centrali sono ai minimi storici, nell’Eurozona sono addirittura sotto zero. Ma gli italiani sono restii a contrarre mutui a lungo termine a causa dell’incertezza del futuro, data la precarietà occupazionale e l’accentuarsi dell’instabilità economica e politica italiana.

Ma soprattutto tale carenza di domanda è dovuta alla contrazione del potere d’acquisto dei salari verificatasi in Italia da dieci anni a questa parte. Occorre infatti rilevare che nel solo intervallo tra il 2018 e il 2019, si registra una diminuzione delle retribuzioni dello 0,3%. Le politiche deflattive improntate all’austerità hanno sortito un effetto devastante sui redditi e sulla domanda: la contrazione delle retribuzioni ha inciso profondamente sulla sostenibilità delle rate dei mutui dei bilanci familiari.

La furia tedesca contro Draghila

La manovra di Draghi ha suscitato l’aperta ostilità della Germania, dell’Olanda, dell’Austria e perfino della Francia, cioè degli stati finanziariamente “virtuosi” della UE. Per il governatore della Bundesbank, il “falco” Weidmann, “Draghi ha superato il limite”, in quanto il taglio dei tassi di 10 punti e la ripresa del QE, produrrebbe in Germania tassi di interesse negativi, con relativa erosione dei risparmi dei cittadini tedeschi. In merito, il quotidiano tedesco “Bild” ha affermato che “Draghila” (così è stato ribattezzato Draghi), succhia e svuota i nostri conti, durante il suo mandato abbiamo perso miliardi”. Ma, pur con la crisi recessiva dell’economia tedesca ormai evidente, Weidmann afferma che la situazione “non è così grave”.

Tuttavia, Weidemann omette di considerare l’incremento dei profitti per le banche che comporterà la manovra espansiva di Draghi: il 50% dei finanziamenti affluirà verso le banche tedesche e francesi, 12% a quelle italiane, il 9% a quelle spagnole. Sarà pertanto il sistema bancario tedesco, già in crisi prolungata dal 2008, a beneficiare maggiormente di tale afflusso di liquidità. Deutsche Bank, la maggiore banca tedesca, già in default, grazie al riavvio del QE risparmierà 200 milioni all’anno.

La Germania della virtuosità finanziaria e del dominio sull’Europa

Lo stesso Draghi, ha più volte rilevato l’insufficienza delle misure di finanza straordinaria, qualora queste non vengano supportate da politiche fiscali espansive. Ha infatti affermato, riferendosi principalmente alla Germania e all’Olanda: “Chi ha spazio di bilancio lo usi, la politica monetaria da sola non è sufficiente”.

Draghi ha però anche sostenuto, riguardo ai paesi svantaggiati della UE, che questi ultimi invece debbono fare le riforme. Da tali affermazioni, emerge chiaramente l’immutabilità persistente della struttura finanziaria della UE. Le politiche espansive anticicliche per la ripresa sono riservate ai paesi dominanti, con surplus di bilancio, mentre per i paesi in difficoltà si prescrivono riforme e ristretti margini di spesa in osservanza dei parametri finanziari europei.

In altri termini, l’austerità è riservata ai paesi svantaggiati, la cui ripresa si rivela in tal modo improbabile e quindi il divario tra dominanti e dominati in Europa non potrà che accentuarsi.

Occorre altresì rilevare che altri fattori hanno contribuito alla stagnazione dei redditi e alla crisi della crescita in Europa. Fattori che scaturiscono dalla globalizzazione economica, come la selvaggia concorrenza internazionale dei paesi emergenti e dalle trasformazioni della economia produttiva dovute alla innovazione tecnologica.

E’ comunque prevedibile che la Germania e i suoi partners europei, non implementeranno politiche fiscali espansive nel prossimo futuro. Non certo per la patologica fobia tedesca dell’inflazione derivante dalla memoria storica della esperienza di Weimar, e nemmeno per motivi ideologico – morali legati alla virtuosità finanziaria e al mito del surplus di bilancio.

Una politica espansiva della spesa, mirata ad incrementare la domanda interna, costituirebbe una spinta propulsiva alla ripresa anche e soprattutto per i paesi svantaggiati della UE. Infatti, i paesi deboli, potrebbero incrementare il proprio export verso la Germania, alimentando così la domanda interna tedesca, e anzi, potrebbero assumere un ruolo concorrenziale nei confronti della Germania, in virtù dei minori costi di produzione e della compressione salariale da anni loro imposta dalle riforme europee improntate all’austerità.

La Germania quindi non è disposta a finanziare una ripresa del sud dell’Europa, né a generare concorrenza indesiderata al suo interno. Ma soprattutto, la ripresa e la concorrenza dei paesi più deboli economicamente potrebbe alterare in Europa i rapporti di forza attualmente esistenti tra i dominatori dell’asse franco – tedesco e gli altri paesi dominati.

L’Europa è un ordinamento finanziario chiuso ed irriformabile, che si sostiene mediante l’immobilismo e la stagnazione, condizioni necessarie alla preservazione del dominio franco – tedesco.

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