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Individuare il nemico principale

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L’Unione europea non ha costituito per i popoli un fattore di progresso ed innovazione, ma si è rivelata un fallimentare meccanismo di ingegneria finanziaria chiuso in se stesso, le cui carenze strutturali, già esistenti, si sono rese drammaticamente evidenti con la crisi pandemica.

La sedazione collettiva delle coscienze

La pandemia del COVID, generando una crisi sanitaria a livello globale, produrrà effetti economici e politici di lunga durata. Questa pandemia ha sortito addirittura effetti salvifici per le istituzioni e le classi dirigenti dell’Occidente. La crisi cioè, mediante lo stato di emergenza, ha conferito una nuova legittimazione politica a classi dirigenti già impopolari, in quanto responsabili della preesistente crisi sistemica del modello politico ed economico neoliberista occidentale affermatosi con la globalizzazione.

Infinite volte sono stati somministrati alle masse interminabili sermoni mediatici sulla indispensabilità, essenzialità, irreversibilità della UE per affrontare e superare questa crisi che coinvolge tutto il continente europeo. Proprio quella UE in cui, con l’avvento della crisi pandemica, si sono riproposte quelle conflittualità interne, quelle inefficienze, quelle carenze di potere decisionale che accentueranno gli effetti della crisi nel prossimo futuro. In realtà la pandemia si è manifestata in una fase di crisi economica e politica già in atto; il COVID ne aggraverà però gli effetti e gli sviluppi.

Ma è proprio grazie al COVID che le elites dominanti, in virtù dello stato di emergenza, possono preservare il proprio assetto istituzionale oligarchico. Il lockdown ha reso le masse succubi di un potere mediatico – tecnocratico il cui dominio egemonico si è tramutato in un carisma provvidenziale e salvifico: i popoli invocano la propria salvezza dai loro tiranni.

Lo slogan “niente sarà come prima”, si rende oggi necessario per legittimare e produrre consenso su trasformazioni di carattere economico e sociale atte a perpetuare e rafforzare gli equilibri di potere elitari esistenti.

L’emergenza sanitaria ha tramutato l’isteria collettiva in protagonismo mediatico. L’attuale fase di calo dei contagi, sta determinando l’affievolirsi della tensione emotiva del lockdown a cui sta subentrando un sentimento di collettivo torpore narcotizzante delle masse. La virtualità del potere mediatico sta producendo come effetto, una sedazione collettiva delle coscienze, che predispone le masse alla passività di un fatalismo generalizzato dinanzi alla crisi economica incombente: si sta realizzando un nuovo assetto istituzionale che comporterà la stabilizzazione dell’emergenza, che da eccezione diverrà quotidianità.

La svolta restauratrice della Merkel

L’europeismo sembra aver inaugurato una nuova stagione, in relazione al mutamento della linea politica tedesca nella UE. La Merkel infatti, che ha istituito il dominio politico ed economico della Germania in Europa sulla base della politica di rigore finanziario, vuole imporre una svolta alla politica europea, in favore di un assetto politico sovranazionale della UE. Con l’avvento della crisi, la Germania, con il consenso della maggioranza dei paesi membri, mediante il varo del Recovery Fund, vuole dotare la UE di una fiscalità propria e implementare un programma di riforme strutturali in Europa. Pertanto il semestre di presidenza della Merkel al Consiglio d’Europa potrebbe rappresentare una fase decisiva per il futuro della UE. In realtà, la volontà della Merkel è quella di porre in atto una politica di ristrutturazione del predominio della Germania nella UE, dato che l’attuale crisi potrebbe determinarne la dissoluzione. Dietro questa svolta innovatrice si cela una strategia restauratrice dell’Europa a trazione tedesca.

Infatti, il piano per la ripresa dell’Europa predisposto dalla Commissione europea, denominato “Next Generation Eu” al fine di mobilitare risorse ed investimenti, sarà inserito nel bilancio finanziario europeo 2021-2027. Il primato della Germania non potrebbe infatti sussistere in futuro, qualora non venisse favorita la ripresa dei paesi europei subalterni, le cui economie sono integrate nella filiera produttiva tedesca, oltre a costituire rilevanti mercati di destinazione dell’export tedesco.

Tra le priorità della Merkel, rileva la permanenza nell’area atlantica della UE. Pertanto la politica estera della Merkel avrà come obiettivo il recupero ed il rafforzamento dei legami atlantici tra la UE e gli USA. La Germania vuole riaffermare la difesa comune europea nell’ambito della alleanza atlantica, salvaguardare il proprio export verso gli USA dalle minacce dei dazi di Trump, rafforzare, con il sostegno statunitense, la difesa della UE dalla penetrazione economica aggressiva della Cina, con il reiterato progetto di creare nel tempo un’area di libero scambio tra la UE e gli USA.

La strategia filo atlantica della Merkel si scontra tuttavia con la politica di disimpegno dalla Nato di Trump, che tra l’altro, ha annunciato di voler ritirare circa 9.000 militari americani tuttora stanziati in Germania. Aggiungasi inoltre, che anche nel caso di subentro alla Casa Bianca di Biden, come annunciato da quest’ultimo, la politica estera americana non subirà grandi mutamenti nelle sue linee fondamentali. Per gli USA l’Europa è ormai un’area geopolitica irrilevante e, per di più, la UE per gli USA rappresenta un temibile concorrente economico, il cui export dovrebbe subire un drastico ridimensionamento. L’assenza di una politica integrata per la difesa della UE e la mancanza di una visione strategica nell’ambito internazionale, hanno condannato l’Europa alla marginalità geopolitica e alla subalternità in una alleanza atlantica che oggi è anche in via di dissolvimento.

Nella strategia della Merkel rientrano anche la creazione di una “sovranità sanitaria” e di una “sovranità digitale” europea. Con l’avvento della pandemia si sono rese drammaticamente evidenti le carenze dei sistemi sanitari europei (specie di quello italiano), oltre a registrarsi una dipendenza europea per strumentazioni e medicinali che vengono importati spesso da paesi extraeuropei. Occorre però rilevare, che tali carenze della sanità pubblica negli stati europei, non sono altro che l’effetto della devastante politica di smembramento del welfare derivante dalla austerity imposta dalla UE. Questa Europa, quale causa originaria dei propri mali, per riformarsi, potrebbe solo procedere ad una rifondazione delle proprie istituzioni.

Anche per quanto concerne l’esigenza di istituire una sovranità digitale europea, emerge chiaramente (e non da oggi), la totale dipendenza europea dalla tecnologia americana. Sin dalla sua fondazione, la UE non ha mai messo in atto una politica integrata propulsiva di investimenti nell’innovazione, registrando nel tempo sempre più accentuati ritardi e carenze nella evoluzione tecnologica. La UE rimane pertanto esposta alla penetrazione invasiva dei giganti del web americani, che hanno acquisito in Europa posizioni monopoliste. L’Unione europea non ha costituito per i popoli un fattore di progresso ed innovazione, ma si è rivelata un fallimentare meccanismo di ingegneria finanziaria chiuso in se stesso, le cui carenze strutturali, già esistenti, si sono rese drammaticamente evidenti con la crisi pandemica.

Recovery Fund: uno strumento aleatorio, tardivo e inadeguato

L’aspetto più innovativo che i media attribuiscono all’insediamento della presidenza della Merkel è costituito dalla svolta sovranazionale che dovrebbe assumere la politica della UE per il superamento della attuale crisi. L’Europa dunque dovrebbe istituire una propria fiscalità autonoma, indipendente dalle contribuzioni degli stati. Il varo del progettato Recovery Fund rappresenterebbe dunque un rilevante mutamento della politica europea della Germania, da sempre contraria agli eurobond e a qualunque forma di mutualizzazione del debito.

Occorre comunque precisare che il Recovery Fund (un fondo di complessivi 750 miliardi di finanziamenti, in parte sotto forma di prestiti e in parte come contribuiti), è allo stato attuale solo una proposta della Commissione, la cui approvazione appare assai complessa e contrastata, data l’ostilità sia dei “paesi frugali” che del gruppo di Visegrad. La sua implementazione sarebbe inoltre assai dilazionata nel tempo. Nella più ottimistica delle previsioni (approvazione del Recovery Fund nel luglio del 2020), all’Italia (cui spetterebbero 173 miliardi, previsione ad oggi del tutto aleatoria), verrebbero erogati nel 2021 solo il 9% di tali finanziamenti, nel 2022 il 14% e gli importi residui nel 2023. Tali misure anticrisi sarebbero comunque inadeguate a fronteggiare la crisi, dato il previsto calo verticale del Pil nel 2020. Ma soprattutto si evidenzia il colpevole ritardo e l’inefficienza europea nel varo delle misure anticrisi rispetto agli USA, alla Cina, al Giappone ed altri paesi. Il protrarsi della crisi nel tempo, potrebbe comportare danni strutturali al sistema economico ed emergenze sociali dalle conseguenze imprevedibili.

Il finanziamento del Recovery Fund verrebbe effettuato mediante l’istituzione di nuove tasse europee, quali la digital tax, tasse sulle transazioni finanziarie, ecc… Dinanzi alla prospettiva della digital tax, che andrebbe a colpire i giganti del web, la reazione americana non si è fatta attendere. Gli USA hanno minacciato, quale ritorsione, l’imposizione di dazi sull’export europeo per 200 miliardi di dollari. La dipendenza tecnologica dagli USA, espone la UE ad un ricatto economico e politico permanente.

L’ombra sinistra del MES incombe sull’Italia

Si sono manifestate inoltre le pressioni della Merkel sull’Italia riguardo l’utilizzo del MES. La Merkel ha affermato che il MES è “uno strumento che può essere utilizzato da tutti”, e che “non lo abbiamo attivato perché rimanga inutilizzato”. Riguardo l’erogazione dei 36 miliardi del MES per sostenere la spesa sanitaria legata alla pandemia, le condizionalità del trattato rimangono inalterate. I paesi debitori sarebbero sottoposti a sorveglianza rafforzata e, esauritasi l’emergenza pandemica, potrebbe essere imposto all’Italia il rispetto dei “fondamentali economici”, con relativo commissariamento italiano da parte della Troika o di eventuali governi tecnici eurodiretti.

Afferma a tal riguardo, in una recente intervista all’Huffington Post l’economista Emiliano Brancaccio: “Si tratta di un meccanismo superato dagli eventi: non serve più nemmeno ad attivare gli acquisti di titoli della Bce, che oggi seguono altre vie. Ma soprattutto viene evitato per una questione di fondo. Il Mes è un accordo extra-Trattati che assume per statuto il solo “punto di vista del creditore”. La sua logica fuoriesce completamente dal metodo comunitario, in cui bene o male le istituzioni sono tenute a rappresentare tutti, creditori o debitori che siano”. E ancora prosegue: “Quel meccanismo è infatti la summa di tutti i guasti di un assetto europeo pericolosamente sbilanciato a favore dei creditori. Sostenere il Mes significa avallare questo sbilanciamento istituzionale, e crea le premesse per quel mostruoso avvitamento economico che i keynesiani chiamano “deflazione da debiti” e che può mettere nuovamente in pericolo la sopravvivenza dell’Unione. Mi rendo conto che le forze politiche sono accecate dai tatticismi di breve periodo, ma dal punto di vista della logica economica resta un fatto innegabile: mettere in soffitta il Mes sarebbe nell’interesse vitale del progetto europeo”.

Le pressioni europee riguardo l’accettazione del MES da parte del governo italiano sono di natura politica. Si vuole imporre la subalternità politica dell’Italia alla UE mediante la minaccia del rispetto dei “fondamentali economici”, onde prevenire in Italia l’eventuale insediamento di governi sgraditi alla UE. Occorre inoltre aggiungere che l’ipotesi del ripristino del Patto di Stabilità (oggi tuttora in vigore ma sospeso), è tutt’altro che remota. Costituisce comunque un formidabile strumento di pressione verso gli stati più deboli, che andrebbero incontro ad un rapido default.

Del resto, anche l’approvazione del Recovery Fund potrebbe essere subordinata alla previsione di rigorose condizionalità, magari imposte dai “paesi frugali”, quale contropartita per ottenere il loro assenso. Il Recovery Fund potrebbe anche rivelarsi un nuovo MES sotto mentite spoglie, una ipotesi assai plausibile.

Individuare il nemico principale

La prospettiva di una riforma sistemica della UE è del tutto irrealistica. Né tanto meno, subirà mutamenti il modello neoliberista, il cui sviluppo, con la crisi, registrerà una rilevante accelerazione. Tale previsione è stata del resto recentemente confermata dalla presidente della BCE Christine Lagarde: “Il coronavirus cambierà profondamente la struttura della nostra economia, ci sarà un’accelerazione verso la digitalizzazione, i settori dei servizi e della manifattura saranno organizzati in modo diverso con quest’ultimo che vedrà un aumento della robotizzazione. Lo smart working ha cambiato il nostro modo di lavorare, per cui ci saranno cambiamenti nel modo in cui viviamo, produciamo e vendiamo”. Hai poi ulteriormente aggiunto che il coronavirus “porterà anche ad un aumento delle diseguaglianze”.

La UE sussiste in quanto area geopolitica interna all’Occidente. La atavica ostilità americana nei confronti di qualunque progetto di unione europea è arcinota. La posizione americana è tuttavia mutata successivamente al crollo dell’URSS. Gli USA accettarono la creazione di una UE come organismo non sovrano e nell’ambito della Nato, in funzione antirussa e militarmente alleata in posizione subalterna in tutte le guerre espansionistiche americane, dall’Iraq all’Afghanistan, alle rivoluzioni colorate, alle primavere arabe.

L’Europa inoltre ha pedissequamente riprodotto il modello socio – economico neoliberista americano globalmente dominante. Anzi, in Europa tale modello economico di stampo monetarista è stato estremizzato, con l’imposizione dei parametri finanziari di bilancio, il fiscal compact, il bail in. Il centralismo eurocratico – finanziario si è imposto alla sovranità degli stati, riproducendo gli stessi squilibri sociali esistenti nelle società anglosassoni. Ma anche i suoi fattori di crisi sono globalmente identici: diseguaglianze sociali accentuate, assenza di mobilità sociale, devastazione dello stato sociale, bassa crescita, disoccupazione diffusa, precarietà del lavoro, calo della natalità. L’Europa è stata del tutto assimilata al mondo anglosassone. La UE impone vincoli politici ed economici agli stati membri, ma è essa stessa soggetta al vincolo coloniale della superpotenza americana.

Ci si pone dunque la seguente domanda: potrebbe sopravvivere la UE ad uno smembramento dell’Occidente? Certamente l’Europa andrebbe incontro ad un rapido processo di dissoluzione. L’Europa è un organismo tecnocratico – finanziario che nel contesto di questa crisi evidenzia, oltre alle sue carenze strutturali, anche la sua superfluità. La UE non può offrire soluzioni, perché è essa stessa un elemento determinante di questa crisi. Come afferma Alain de Benoist, “Tuttavia, l’Europa è tutt’altra cosa dall’Unione Europea. Non dobbiamo confondere queste due entità. L’Unione Europea non è al servizio dell’Europa, ma alla mercé di quell’ideologia dominante che è il liberalismo. In questo modo la UE è ormai un fardello. Trenta o quarant’anni fa “l’Europa” appariva come la soluzione a tutti i problemi. Oggigiorno, non è nient’altro che un problema che si è venuto ad aggiungere agli altri”.

L’americanismo economico, così come la cultura dell’individualismo anglosassone sopravvivrebbero in Europa anche alla decomposizione della UE e ad un eventuale scioglimento della Nato. Occorrerebbe sradicare l’americanismo dall’anima dei popoli europei.

In assenza di sovranità nazionale è inconcepibile qualsiasi progetto unitario europeo. Lo stesso sovranismo si è rivelato un grande equivoco: non si può rivendicare la sovranità dello stato contro l’Europa, accettando il sistema neoliberista, sostenendo l’antieuropeismo degli USA (cioè l’American frist di Trump), ed identificarsi quindi con l’Occidente americano.

Una Europa sovrana ed indipendente può sussistere come l’Europa delle patrie ideata da De Gaulle.

Per rivendicare la sovranità, occorre quindi preliminarmente identificare il nemico principale. Come sostiene Costanzo Preve a conclusione del suo saggio “Finalmente! L’atteso ritorno del nemico principale. Considerazioni politiche e filosofiche”: “Chi vuole opporsi a questo sistema deve quindi sapere che è impossibile continuare nell’equivoco, per cui esso è criticato sulla base di apparati categoriali e concettuali selezionati e filtrati dal nostro stesso nemico. Non è mai successo infatti (ed io mi vanto di possedere un’ampia conoscenza della storia universale comparata, dagli antichi egizi ad oggi) che una guerra venisse condotta sulle carte militari fornite direttamente dal nemico. Ammetto che la realtà supera in proposito tutte le simulazioni di tipo fantapolitico. Ma non dobbiamo stupirci, perché se non si sa neppure quale sia il nemico, come potremmo meravigliarci che lo sciocco gli faccia guerra con le stesse carte militari che il nemico gli ha fornito?

Diciamo quindi grazie a chi, magari con alcuni errori di dettaglio, almeno restaura il problema della individuazione del nemico principale”.

 

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