La figura del poeta – guerriero incarna un modo di concepire la moderna comunità nazionale come guidata da un’élite castrense e libera portatrice di valori idealistici e romantici, di un romanticismo certo non intessuto di svenevole sentimentalismo, ma di volontà sovrumanista e di ferreo decisionismo.
Pensiero e azione del poeta armato
Da quando la storiografia seria ha in decenni recenti inquadrato il fascismo come governo in nome della cultura e delle arti, unificando potere e civiltà in una maniera che non si era più vista dal Rinascimento, un grande passo avanti è stato fatto nella considerazione che le idee e l’intelligenza, pur nel turbinare del dominio mercantile e usurario, ancora possono dire la loro parola.
Per fare solo due esempi tra centinaia di casi, quando si parla di “Ventennio degli intellettuali”, come ha fatto Giovanni Belardelli in un importante libro pubblicato trent’anni fa da Laterza; oppure quando si organizza una mostra di gran risonanza intitolata al “Regime delle arti”, come ha fatto Sgarbi ancora nel 2018, si compie un’operazione storiografica di grande valore, incentrata sulla constatazione che in Italia c’è stato un periodo storico in cui la cultura, tutta la cultura – quella alta, quella popolare, quella scientifica etc. – venne messa al centro del progetto politico, pervenendo a risultati di cui ancora oggi sono ben visibili le tracce nell’architettura, nella statuaria, nella pittura, nella musica, nell’artigianato, nella tecnologia, nella letteratura. Insomma, la risultanza scientifica della ricerca storica avanzata assevera – al di sopra delle pedestri vulgate televisive ed editoriali – l’esistenza di un notevolissimo patrimonio di cultura, messo in movimento, stimolato ed anche sovvenzionato dal potere politico dell’epoca, in modi e con esiti che non si vedevano dai tempi delle committenze ecclesiastiche e nobiliari dei secoli rinascimentali e controriformatori.
Su questa medesima onda, si registra l’emergere sulla scena degli eventi di personaggi carismatici che, nella storia moderna europea, e dunque anche italiana, hanno proposto la figura simbolica e politicamente rilevante del poeta-soldato, dell’esteta armato, dell’uomo d’arme e di penna. Pensiero e azione: il binomio mazziniano non fu per nulla uno slogan intellettuale, ma la registrazione e l’auspicio per un tipo d’uomo superiore e differenziato, in grado di farsi seguire dalle masse con la forza delle idee che, uscite dalla pagina scritta, si mettono in movimento, agendo sugli spiriti sensibili con l’energia della parola infuocata e dell’esempio ascetico.
In epoca moderna, è almeno dall’Ottocento che il poeta combattente, magari martire della lotta ideale, si è posto al centro dell’immaginario popolare, assurgendo a figura-simbolo di un mondo, di una lotta, di una speranza: dal poeta e drammaturgo tedesco Theodor Körner, morto da volontario nel 1813 nel corso della guerra antinapoleonica, cui partecipò anche il più noto poeta Joseph von Eichendorff, per non parlare di Byron, fino, per fare solo qualche esempio, al poeta-martire risorgimentale Goffredo Mameli, oppure fino ad un Giosué Borsi, a un Vittorio Locchi, due eccellenti poeti caduti da volontari nella Prima guerra mondiale e oggi misconosciuti; e fino ad un Apollinaire, ad un Leon Bloy, e poi Montherlant, Thomas E. Lawrence, Walter Flex, Berto Ricci, Borsani e così via. Masu tutti questi intellettuali guerrieri sta pur sempre l’icona del poeta-soldato per antonomasia, Gabriele d’Annunzio, genio letterario e ad un tempo clamoroso eroe militare.
È questo il genere d’uomini cui Maurizio Serra dedicò 1990 un famoso libro su l’esteta armato e sul Poeta-Condottiero nell’Europa degli anni Trenta, rimarcando la loro struttura di aristocrazia sensuale e guerriera. Uno modo di concepire la moderna comunità nazionale come guidata da un’élite castrense e libera portatrice di valori idealistici e romantici, di un romanticismo certo non intessuto di svenevole sentimentalismo, ma di volontà sovrumanista e di ferreo decisionismo. Serra definì questa vasta congerie di intellettuali militanti sul campo di battaglia – che agirono lungo tutta la storia della “guerra civile europea” del 1914-45 – come la «portavoce di un’Europa dell’avvenire affrancata dalle servitù della storia». Con questi uomini il mito dell’esteta armato
confluisce nella tentazione del Poeta-Guida o Condottiero, il Vate, il Dichter als Führer di Stefan George, decadentissima e appassionata reazione alla decadenza dello spirito nell’incipiente società di massa del nostro secolo.
Appartiene a questo ristretto novero di uomini di cultura dediti alla lotta guerresca, con idealismi assai spesso prossimi al sacrificio volontario, alla mistica eroica, anche un poeta e teologo tedesco ai più sconosciuto, ma di cui la storiografia anglosassone si è interessata sin dal 2008, cioè Kurt Eggers. Si tratta senza dubbio di una straordinaria personalità, meritevole di esser conosciuta al di là delle tifoserie ideologiche e dei loro moralismi a senso unico. Poeta egli stesso, Eggers fu molte altre cose. Studioso di sanscrito, aramaico, ebraico, compì studi di teologia, biologia e archeologia biblica, diventando nel 1930, a venticinque anni, pastore e predicatore luterano. Ma, appena adolescente, era già stato nelle file dei Freikorps, che dopo il crollo tedesco del 1918, combatterono ai confini del Reich per difenderne le precarie condizioni, e in tale veste fu presente nei combattimenti del 1921 in Slesia contro i polacchi, vicino al Bund Oberland di Beppo Römer.
Negli anni venti Eggers studiò in particolare alcuni personaggi storici che gli parvero, più di altri, incarnare la figura del poeta-guerriero. In particolare Ulrich von Hutten, il condottiero e letterato cinquecentesco che anche Moeller van den Bruck aveva rilanciato come espressione tedesca della fusione tra studio e azione, tra fede dello spirito e ardimento: costui rappresentò per Eggers l’epitome dell’eroe germanico ammantato di sapere e di coraggio fisico. Il cavaliere von Hutten, laureato poeta nel 1517 dall’imperatore Massimiliano I in persona, condusse la sua lotta umanista contro la Chiesa del suo tempo e in questa veste venne apprezzato da Eggers, che del guerriero mise in luce anche e soprattutto la scelta culturale, anzi proprio ideologica, di combattere le prevaricazioni ecclesiastiche in terra tedesca. Ciò accadde per un lungo periodo, quando, da Lutero a Bismarck, le idealità nazionali si erano espresse come volontà di emanciparsi dalla tutela della Roma papalina: il los von Rom, secondo Eggers esprimeva una volontà di indipendenza che era culturale, religiosa e identitaria.
Quando si dice, poi, la congiura delle epoche: nel 1935, uscito dalla Chiesa luterana, Eggers entrò nell’ufficio culturale delle SS, si iscrisse alla NSDAP, divenne dirigente della Camera degli scrittori, finché, dopo lo scoppio della guerra del 1939, si arruolò nella divisione Wiking come comandante di carro, si guadagnò la Ritterkreuz di prima classe e morì nell’estate del 1943 sul fronte orientale. Himmler dedicò al suo nome una sezione dei corrispondenti di guerra, la Kurt Eggers Standarte. Un percorso biografico che dunque ci parla in modo esemplare dei tanti intrecci fra impegno d’alta cultura e sacrificio in guerra, e fra letteratura e politica, che si manifestarono in maniera tanto palese nel corso del Novecento.
La figura di Eggers, ripresa, come accennavamo, nel 2008 dallo studioso americano Jay W. Baird (professore emerito all’Università dell’Ohio), che ne tracciò un lungo profilo all’interno del suo libro intitolato Hitler’s War Poets, pubblicato dalla Cambridge University Press, si presta bene ad essere rappresentata per quello che fu: una vita spesa al seguito di un ideale sacrificale, in qualità di seguace del Testamento di Zarathustra quale venne indicato da Nietzsche, nel suo ruolo di educatore di svariate generazioni di giovani intellettuali-combattenti tedeschi.
Circonfuso da questa metafisica solare, Eggers torna a proporsi oggi grazie alla recente pubblicazione di due brevi testi, Roma contro il Reich, pubblicato nel 1935, e L’imperatore dei romani contro il re dei giudei, esegesi di alcuni scritti di Flavio Claudio Giuliano detto “l’apostata”, risalente al 1941. I due documenti, inediti in Italia, sono stati riuniti sotto il titolo Contro l’universalismo religioso, a cura delle Edizioni Le Vele Nere. Da queste pagine traspare il posizionamento storico-politico di Eggers che, sulla traccia del vecchio Gibbon, attribuisce al cristianesimo, e alla Chiesa cattolica romana in particolare, il ruolo di erosione delle strutture imperiali, di rovesciamento dei valori tradizionali e dell’imposizione di una visuale universalista, diremmo oggi cosmopolita e mondialista.
Nel primo dei due testi ricordati il discorso di Eggers si accentra sull’accusa al cristianesimo di avere abbattuto le strutture etiche, prima ancora delle religiose e politiche, dell’impero romano, secondo il «sofisticato sistema cristiano di disgregazione e di indebolimento interno». E aggiungeva:
Si attaccarono i templi dei culti eroici, li si prese d’assalto con rivolte popolari e, al posto dei simboli della vittoria, si pose la croce dell’umiliazione come simbolo del trionfo dei deboli sui forti. […] Finché esisterà un cristianesimo organizzato, perdurerà anche la sua lotta contro l’ordine naturale dello Stato e contro le condizioni naturali determinate dal sangue del popolo.
Per riguadagnare il diritto popolare alla libertà – nella storia tedesca assai spesso associato alla liberazione dalla tutela ecclesiastica – Eggers chiamava a raccolta alcune personalità di spicco, quali due campioni della lotta anti-papalina in epoca medievale e rinascimentale, il poeta bolzanino Walther von der Vogelweide e il già ricordato von Hutten. A cui aggiunse Otto von Bismarck, che con la sua campagna identitaria legata al Kulturkampf, segnò un apice del motivo anti-universalista nel moderno patriottismo pangermanico, ostile alle pretese cattoliche di guida spirituale delle nazioni.
Ma anche nel secondo dei due scritti di Eggers, quello relativo all’imperatore Giuliano, si legge la medesima volontà di sottolineare i termini del conflitto tra paganesimo tradizionale – che si diceva innestato su dovere, onore e lavoro – e l’avanzante nichilismo giudeocristiano, un avversario politico che Giuliano combatté in quanto «rovesciava ciò che stava in basso al fine di porlo in alto». Considerazioni che meritano, proprio oggi, di essere di nuovo soppesate, dinanzi all’invertimento dei valori in corso e al tracollo apparentemente definitivo del modello europeo di civiltà.
Il fine del lavoro intellettuale di Eggers era di riqualificare la tradizione nazionale, liberando la cultura atavica del popolo dalle incrostazioni esogene. Dopotutto, era lo stesso cammino intrapreso sin dal tempo degli scrittori romantici, nella loro volontà di far tornare la società tradizionale alla sua radice incorrotta. Era in vista ciò che Maurizio Serra indicò come l’elemento qualificante che era stato tipico delle figure dei “cantori nazionali”, coloro che – come Eggers – abbinavano la vocazione poetica e mistica all’azione pratica nella storia, così da creare un «rapporto diretto ma esoterico tra vertice e base della società», producendo il grande «sforzo di rifondare una società eroica perché propriamente umana».
Pubblicare oggi gli scritti di Kurt Eggers può avere il senso di indicare un esempio storico di tenuta delle posizioni dinanzi alla minaccia di collasso cui l’Europa è stata più volte esposta. È forse questo l’intendimento sotteso ad altre pubblicazioni recenti del medesimo autore, quali Padre di tutte le cose, scritto risalente al 1943, che riprendeva il celebre motto di Eraclito efesino su pòlemos, il benefico conflitto creatore di identità e verità. O come La rivoluzione guerriera, uscito nel 1941, con cui Eggers propugnava la rivoluzione anti-borghese a partire dall’interiorità dell’uomo, esaltando volontà e padronanza di sé. Questi due testi, usciti sempre per Le Vele Nere Edizioni, si affiancano al profilo di Eggers quale incarnazione della profezia di Nietzsche, biografia del poeta-guerriero della SS, tratteggiata nel 2019 da Marco Linguardo per l’Editrice Thule Italia. Come ricordava lo studioso e comandante di panzer caduto in combattimento, la polemica per la verità e la libertà deve essere condotta specialmente attraverso la conoscenza, riservando alla violenza l’extrema ratio. Come nell’antico paganesimo, insomma, quando vigevano la tolleranza e il rispetto dei diversi culti, cui subentrò la pratica monoteista del sopruso e della violenta imposizione del dominio unico universale.