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La Germania post – Merkel e le nuove strategie geopolitiche americane

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Intervista di Luigi Tedeschi a Giacomo Gabellini, autore del libro “Weltpolitik, la continuità economica e strategica della Germania” Edizioni goWare, 2019

1) L’esito delle elezioni politiche in Germania ha espresso una sostanziale continuità rispetto alla linea Merkel. Fisiologico è stato il calo dei cristiano – democratici, ma la probabile nuova coalizione di governo (SPD – Verdi – Liberali), fa presagire una linea centrista atta a garantire sicurezza e stabilità. C’è comunque da rilevare una frammentazione tra le forze politiche rappresentate al Bundestag. SPD e CDU-CSU in totale non raggiungono il 50% (erano complessivamente i 2/3 del parlamento). E’ la fine del bipolarismo. Subentrerà un governo di coalizione debole. Non si avvertono dunque anche in Germania, col declino dei partiti tradizionali, i sintomi di una crisi della rappresentatività politica e della governabilità di un sistema liberal – democratico peraltro già in avanzato stato di decomposizione in altri paesi?

Naturalmente. Ormai in tutto il cosiddetto Occidente si assiste a una divaricazione sempre più accentuata tra le popolazioni e le classi politiche chiamate a portare avanti a livello istituzionali lepP istanze provenienti dalla base della società. I partiti, in particolare, manifestano una sostanziale incapacità di rispondere efficacemente ai problemi e alle sfide poste da una contemporaneità complessa e in continuo mutamento perché ancorati a categorie e schemi interpretativi profondamente inadeguati. In seguito al crollo dell’Unione Sovietica, si è assistito a un rapidissimo processo di appiattimento di tutte le forze politiche su posizioni di stampo neoliberale, implicanti la drastica riduzione del ruolo e delle prerogative dello Stato da attuare mediante l’applicazione di riforme macroeconomiche ispirate al dogma dell’austerità. Il fenomeno si è rivelato particolarmente accentuato in riferimento ai movimenti ex socialisti, la cui retorica progressista combinata agli storici, consolidatissimi collegamenti con il mondo sindacale li ha resi più “efficienti” nel tagliare i bilanci sociali e nello smantellare i diritti dei lavoratori. Rispetto a ciò, un ruolo di primissimo piano è stato indubbiamente giocato proprio dall’Spd, che sotto la guida di Gerhard Schröder introdusse il cosiddetto “Piano Hartz”, un vasto programma di razionalizzazione del mercato del lavoro che identificava nell’incremento della flessibilità e nella moderazione salariale (da cui la proliferazione dei cosiddetti mini-job, lavori part-time retribuiti meno di 500 euro al mese) i presupposti necessari a riadattare alle condizioni contemporanee la strategia neomercantilista messa a punto dagli stessi socialdemocratici negli anni ’70. L’ormai nota “alleanza per l’occupazione” siglata tra il governo i sindacati attribuiva grande rilevanza alle rendite azionarie – e quindi agli “umori” dei mercati finanziari –, oltre a conformare il sistema pensionistico tedesco al modello dei grandi fondi vigente negli Stati Uniti e a ridurre i contributi sociali a carico delle imprese trasferendone una parte piuttosto consistente sulle spalle dello Stato.

2) Il voto in Germania ha avuto un andamento assai differenziato su base regionale. Specie tra le due ex Germanie. La riunificazione tedesca non si è mai compiutamente realizzata? Inoltre, occorre constatare l’accentuarsi progressivo del regionalismo, già evidenziatosi nella gestione della pandemia. Il regionalismo è l’espressione delle notevoli diseguaglianze in termini di sviluppo e benessere esistenti tra i laender tedeschi. Anche in Germania quindi si espande il virus localista – secessionista delle piccole patrie, già diffuso in Europa (Spagna e Gran Bretagna sono stati prossimi alla dissoluzione), che potrebbe condurre fatalmente alla dissoluzione sia degli stati che dell’Europa stessa?

La Germania denota un livello di di disomogeneità interna sotto molti aspetti superiore a quello che contraddistingue l’Italia. Già nel 2017, stando ai dati forniti dalla relazione sullo stato dell’unificazione relativa a quell’anno, il tasso di disoccupazione nelle aree orientali si attestava al 7,6%, a fronte del 5,3% registrato nel resto della Germania. Sempre nello stesso anno, ben 6 milioni di lavoratori tedeschi dell’est (4,2 milioni a tempo pieno e 1,8 part-time) erano stati destinatari di sussidi sociali perché i loro salari non risultavano sufficienti a coprire le spese minime. Le statistiche relative al 2016 avevano invece rivelato che nonostante gli abitanti dei Länder orientali risultassero mediamente più istruiti e residenti in aree dalle condizioni ambientali migliori, i loro punteggi erano i peggiori in assoluto per quanto concerne il lavoro e la salute. Né va inoltre dimenticato che i sei Länder di cui si componeva la Germania orientale esibiscono attualmente livelli di ricchezza da sei a dieci volte inferiori rispetto ai tre Stati federali più benestanti, vale a dire Nordreno-Westfalia, Baviera e Baden-Württemberg. A loro volta, questi ultimi dispongono di una ricchezza doppia rispetto ad Assia e Bassa Sassonia, loro due più immediati inseguitori. Il divario interno si manifesta anche per quanto concerne il cruciale settore degli investimenti in ricerca, che vede la Baviera stanziare quanto Spagna, Portogallo e Grecia messi assieme, il Baden-Württemberg quanto l’Italia, e la sola Berlino quanto l’intera Polonia. Anche in questo caso, la distanza dei Länder dell’est è abissale. Coniugandosi con gli effetti sociali generati dalla politica migratoria portata avanti dal governo guidato da Angela Merkel a partire dal 2016, il deterioramento politico, economico e sociale che interessa le aree orientali della Bundesrepublik ha creato le condizioni feconde non solo per l’incrinatura dello storico patto di collaborazione tra le due anime democristiane del Paese (quella renana riconducibile a Konrad Adenauer e quella bavarese discendente da Franz Josef Strauss), ma anche per la nascita di movimenti radicali quali Alternative für Deutschland (Afd), i Nationalsozialistischer Untergrund (Nsu, autori di attentati contro commercianti di origini arabe) e i Reichsbürger (nostalgici del Reich guglielmino). Nonché per il rinvigorimento di un sentimento smaccatamente localista che vede i Länder più ricchi come quelli meridionali registrare una crescente indisponibilità a sobbarcarsi una quota più che proporzionale dei costi necessari al mantenimento dello Stato. Per la Germania si tratta di un vero e proprio boomerang, perché nel corso dei decenni passati le élite tedesche hanno fatto sistematicamente leva sul regionalismo per affermare gli interessi economici nazionali. Basti pensare all’Interreg, l’Istituto per i Diritti delle Nazionalità e il Regionalismo fondato dallo storico Rudolf Hilf che già negli anni ’70 identificava le cosiddette “euro-regioni” (come la Euregio Egrensis tedesco-ceca) come «ponti fondati a livello storico e geopolitico su delle comunità transfrontaliere di interessi» in grado di stimolare una forma di cooperazione europea rivolta a liquidare in maniera pacifica i vecchi contenziosi territoriali, oltre che a ridurre il divario economico ed ecologico tra le varie aree geografiche. Non è un caso che, nel corso del decennio successivo, l’epicentro della cosiddetta “internazionale regionalista” si trovasse nella Baviera governata dal presidente della Csu Max Streibl, secondo cui «regioni e Länder sono le antiche pietre angolari d’Europa, si è catalani o valloni prima di essere spagnoli o belgi, e l’identità delle persone si radica, ancor più, nella loro Heimat». La visione identitaria, dai contorni alquanto sfumati, della cosiddetta “Europa delle regioni” ha fatto sì che attorno alla sua orbita finissero per gravitare personalità dal curriculum politico profondamente eterogeneo; si va dal radicale carinziano Jörg Haider al socialdemocratico tedesco Peter Glotz, fino ad arrivare al leader della Lega Nord Umberto Bossi. Questo tripudio di particolarismo dai caratteri etno-culturali risultava del tutto confacente agli interessi della Germania, perché la sua funzione disgregante nei confronti degli Stati nazionali – incastrati tra l’incudine dell’Europa comunitaria e il martello delle regioni – alimentava le pulsioni secessioniste delle aree (come l’Italia settentrionale) agganciate alla catena del valore tedesca, che per loro conformazione economica tendevano naturalmente a orientarsi verso Berlino. In tale contesto, le euro-regioni si configuravano come veri e propri veicoli della penetrazione economica tedesca nello spazio situato ad est e a sud della linea Oder-Neisse, ed hanno trovato una qualche legittimazione a livello comunitario con la creazione del Comitato per le Regioni Europee. Ora, però, il regionalismo potrebbe rivelarsi un vero e proprio “ritorno di fiamma” per la stessa Germania.

3) I temi della competizione elettorale tedesca sono stati assai deboli nei loro contenuti politici. Hanno prevalso le tematiche ambientaliste. Non vi sono tra i partiti grandi differenze di carattere ideologico. Ma soprattutto sono state quasi del tutto assenti le problematiche relative all’Europa e alla politica internazionale. L’Europa è dunque considerata dall’elettorato tedesco una semplice estensione della Germania? Il modello merkeliano è quindi da considerarsi acquisito, come indiscutibile e in trasformabile sia in Germania che in Europa?

Anche in questo caso, la Germania non si è lasciata sfuggire l’occasione per manifestare i suoi soliti limiti “caratteriali”, se così si può dire. Paese centrale del “vecchio continente” sia dal punto di vista geografico che sotto il profilo economico, la Bundesrepublik non riesce ancora oggi a forgiare adeguati strumenti di soft power che le consentano di trasformare gli oggettivi fattori di forza di cui dispone in egemonia politica, avvezza com’è a esercitare una forma di dominio che risulta ogni giorno di più indigesta a tutta l’Europa non strettamente gravitante attorno all’orbita tedesca. Gli eventi verificatisi a partire dal fatidico 1989 parlano chiaro, del resto: in seguito alla riunificazione, che sarebbe più appropriato definire incorporazione della Repubblica Democratica Tedesca da parte della Repubblica Federale Tedesca, l’apparato industriale e finanziario dell’area occidentale del Paese si è appropria degli strettissimi rapporti economici che la Ddr intratteneva con l’ex blocco comunista. Questa rinnovata Drang Nach Osten ha gettato le basi per la formazione di un poderoso blocco produttivo integrato che vede l’intera Europa centro-orientale fungere da periferia fordista per conto della macchina esportatrice tedesca. Grazie ad esso, la Germania è riuscita a portare a compimento con mezzi (prevalentemente) pacifici i vecchi disegni egemonici focalizzati sulla Mitteleuropa e sui Balcani che né l’impero guglielmino né il Reich nazionalsocialista erano riusciti a realizzare nonostante il formidabile potenziale militare a loro disposizione. Il processo è andato consolidandosi con l’uniformazione dell’Europa al dogma ordoliberale mediante l’applicazione dei “criteri di convergenza”, e la conseguente trasformazione dell’Unione Europea in una sorta di Grossraum tedesco, inteso come moltiplicatore di scala della potenza germanica. Imponendo arrogantemente la sua politica deflazionista e mercantilista al resto del “vecchio continente”, la Germania ha così accresciuto costantemente le proprie eccedenze commerciali a scapito dalla periferia, da cui la ricchezza è inesorabilmente defluita verso il centro. Il risultato è stato un forte impoverimento dei Paesi euro-mediterranei. Come si leggeva a chiare lettere in un editoriale pubblicato nel marzo 2015 su «Der Spiegel», «può suonare assurdo, dal momento che la Germania di oggi è una democrazia compiuta senza alcuna traccia di nazionalsocialismo, e visto che nessuno si sognerebbe di associare seriamente la Merkel al nazismo. Ma una riflessione più attenta sulla parola Reich potrebbe non essere del tutto fuori luogo. La parola fa riferimento al dominio, con un potere centrale che esercita un controllo su molti popoli diversi. Secondo questa definizione, è proprio sbagliato parlare di un Reich tedesco in campo economico?». La recente campagna elettorale, rigorosamente incentrata su temi “in voga” come l’ambientalismo, rappresenta una conferma plastica del fatto che la classe dirigente tedesca – al netto di qualche eccezione come Sahra Wagenknecht – non intende prendere assolutamente in considerazione la possibilità di apportare modifiche alla struttura politica, economica e istituzionale europea.

4) E’ certo che l’assenso della Merkel alla creazione di un debito comune europeo sia frutto di un pragmatismo politico scaturito dalla emergenza pandemica. Comunque, dai vari “falchi” dell’austerity è stato spesso invocato il ripristino del patto di stabilità e del fiscal compact. Aggiungasi che l’opinione pubblica tedesca è in larga maggioranza favorevole al mito del pareggio di bilancio e contraria a qualsiasi forma di mutualizzazione del debito. I socialdemocratici nei 16 anni di governo di unità nazionale hanno sempre condiviso le politiche di rigore finanziario merkeliano. E’ evidente che la Germania non vuole rinunciare alla sua posizione dominante in Europa. È dunque prevedibile nel prossimo futuro un ritorno alle politiche di austerity in Europa? Esse non avrebbero, tra l’altro, l’effetto di stroncare sul nascere la ripresa economica post – pandemica?

La Germania rimane tragicamente ancorata alle proprie storiche idiosincrasie, e se proprio vogliamo dirla tutta la svolta vigorosamente ordoliberista tedesca si realizzò proprio sotto i socialdemocratici a partire dai primi anni ’70. Per cui, è assai probabile che si assisterà a un forte incremento della pressione tedesca affinché l’intera eurozona riabbracci le politiche d’austerità imperniate sul fiscal compact. A meno che l’impatto delle difficoltà legate agli approvvigionamenti della componentistica destinata all’imprescindibile settore automobilistico tedesco non risulti più pesante del previsto, come i dati usciti di recente sembrano peraltro suggerire. Secondo alcune stime, i colli di bottiglia sulle supply chains – dovuti anche agli scioperi contro l’adozione del green-pass organizzati dagli addetti al porto di Trieste, scalo logistico fondamentale per l’industria tedesca – continueranno a privare l’industria dell’auto tedesca di quote assai rilevanti microchip, semiconduttori ed altre componenti fondamentali quantomeno fino alla metà del 2022. La ripresa economica ne risulterebbe fortemente colpita, come certificato dal drastico taglio sulle previsioni di crescita relative all’anno corrente ad opera dei cinque principali istituti finanziari del Paese. In presenza di un calo strutturale delle forniture, gli stabilimenti sono destinati a rallentare la produzione se non ad interromperla tout-court, oltre che ad allungare i tempi per il completamento del processo di transizione verso l’auto elettrica contestuale alla cosiddetta “svolta ecologista”. Stando a quanto riportato da Reuters, l’amministratore delegato di Volkswagen Herbert Dies avrebbe stimato in 30.000 posti di lavoro in meno il costo di un rallentamento di questo genere. In tale contesto, il ritorno a politiche di consolidamento fiscale potrebbe rivelarsi profondamente doloroso anche per la stessa Germania, oltre che per l’intera Europa mediterranea.

5) La Germania è una potenza economica, ma una entità irrilevante nella geopolitica globale. Essa ha sempre perseguito la politica della non – scelta, camuffandola ideologicamente da pacifismo retorico. La subalternità della Germania alla Nato non è dunque definibile come un colonialismo americano certamente imposto, ma largamente anche accettato e condiviso? Il modello di una Germania, quale “grande Svizzera d’Europa”, paese cioè democratico ed economicamente forte, ma irrilevante e marginalizzato nella geopolitica, potrà avere una continuità nel prossimo futuro? I profondi mutamenti della strategia geopolitica americana non imporranno scelte a cui né la Germania né l’Europa non potranno sottrarsi?

La linea mercantilista sposata da Berlino, intesa in tutta evidenza a rendere l’Unione Europea la principale macchina esportatrice del mondo, risulta sempre meno sostenibile alla luce della graduale ridefinizione degli equilibri internazionali avviata quantomeno a partire dal 2001. Le peculiari implicazioni di natura strategica che tende ad avere la geografia del commercio tedesco e i pesanti squilibri causati dalla macchina esportatrice teutonica sono guardati con crescente irritazione da Washington, che non a caso ha recentemente imposto ai Paesi europei di assumere una postura maggiormente assertiva nei confronti di Pechino, con particolare riferimento alla difesa delle industria strategiche e la protezione dei dati sensibili. La Germania, tuttavia, ha manifestato chiaramente la propria contrarietà ad aderire al progetto di disconnessione tecnologica (decoupling) dalla Cina, dopo aver puntato con convinzione al completamento del cruciale gasdotto Nord Stream-2, osteggiato in ogni modo dagli Usa perché destinato a rafforzare il rapporto di interrelazione tra Europa e Russia. Segno che all’interno dell’apparato dirigenziale tedesco si avverte una qualche esigenza di emancipazione dal rapporto di sudditanza con gli Stati Uniti ed anche una concreta volontà di dar passare dalle parole ai fatti, anche a costo di incorrere in pesanti rappresaglie da parte del potente e irrequieto “alleato” d’oltreoceano. Di recente, sui principali quotidiani tedeschi sono comparsi articoli in cui alcuni dei più importanti esponenti dell’establishment politico ed economico nazionale si esponevano favorevolmente in merito alla possibilità di dotare il Paese di un arsenale nucleare autonomo. Ragion per cui la Germania va annoverata come uno dei principali punti critici per la tenuta dei delicatissimi equilibri internazionali, con tutto ciò che ne deriva in termini di rischi e opportunità.

6) La riunificazione tedesca è avvenuta attraverso la incorporazione della DDR nella Repubblica Federale tedesca. Quest’ultima, divenuta poi Germania unificata, non ha mai concluso un trattato di pace con la Russia. Tale situazione giustificò, con l’avvento della Guerra fredda, la presenza delle basi Nato in Germania, tuttora presenti sul territorio tedesco. Una eventuale definizione autonoma tedesca dei rapporti con la Russia è ancor oggi impensabile: sarebbe boicottata con oggi mezzo dagli americani. Lo status internazionale della Germania è dunque quello di un paese vinto e condannato alla impotenza nella geopolitica in virtù di un trattato di pace imposto dagli USA e tuttora immodificabile? Questa condizione di paese dalla sovranità dimezzata, non è una causa determinante della irrilevanza tedesca nella geopolitica mondiale?             

Gli apparati che definiscono le traiettorie strategiche degli Stati Uniti subiscono ancora oggi l’influenza delle teorizzazioni geopolitiche elaborate da Halford Mackinder e Nicholas J. Spykman, e rimangono pertanto fortemente inclini a intravedere dietro qualsiasi forma di collaborazione tra Germania e Russia il rischio dell’emersione dell’Eurasia come superpotenza planetaria in grado di relegare gli Usa a una posizione di secondaria rilevanza. Di qui la decisione di presidiare sia militarmente che a livello di intelligence il territorio tedesco, nonché di “diseducare” le classi dirigenti di Berlino al pensiero strategico. Impossibilitate a condurre una politica estera minimamente autonoma, le élite tedesche si sono dedicate anima e corpo a coltivare il “dolce commercio” beneficiando della libertà di manovra garantita sotto questo specifico profilo dalla potenza dominante statunitense. Una libertà che gli Usa hanno continuato ad accordare a Berlino anche dopo la fine della Guerra Fredda, autorizzando la riunificazione in cambio della saldatura del Paese riunito allo schieramento atlantico. La Nato, che in origine, come dichiarò il suo primo segretario generale Lord Ismay, aveva lo scopo di te­nere “the Russians out, the Americans in and the Germans down”, fu quindi ritoccata e adattata al nuovo contesto geopolitico, ma i suoi obiettivi sono rimasti sostanzialmente i medesimi per quanto concerne la “sottomissione” della Germania.

 

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