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IL GRANDE RESET

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Il Grande Reset non è una rivoluzione. Tale progetto potrà solo accelerare processi evolutivi della società neoliberista che sono già in atto

Nel post – covid si verificherà una nuova rigenerazione dell’umanità? Oppure la nuova società si rivelerà una distopia postmoderna da lungo tempo annunciata? La seconda ipotesi parrebbe la più attendibile.

Ogni anno si riunisce a Davos (Svizzera) il Word Economic Forum, fondazione che riunisce le elites dell’economia, della finanza, della politica mondiale per discutere i problemi che il mondo deve affrontare in materia economica, politica, sanitaria, ambientale ecc… Quest’anno, a fine gennaio avrà luogo presso il WEF un forum digitale dedicato al tema del “Grande Reset”, quale progetto per la ripresa dell’economia globale nella fase post pandemica. Il Grande Reset è un progetto di mutamento radicale del sistema economico realizzabile sulla base di grandi investimenti nell’innovazione digitale e nel campo ambientale. La pandemia del covid 19 rappresenterebbe una opportunità di trasformazione del capitalismo a livello globale, dati i fattori di crisi sistemica manifestatisi già precedentemente alla pandemia stessa.

Il Grande Reset si delinea dunque come un progetto che comporterebbe l’avvento della 4a rivoluzione industriale, con radicali riforme del sistema neoliberista. Con il Grande Reset dovrebbe dischiudersi l’orizzonte di una nuova era, con una decisiva rottura rispetto al passato. Si vorrebbe quindi creare un nuovo sistema economico e politico, sulla base della constatazione del fallimento del precedente sistema neoliberista, che ha generato una insanabile frattura tra una economia finanziaria – speculativa devastatrice di risorse economiche ed ambientali e le esigenze dei popoli. Occorrerebbe quindi riprogettare il capitalismo verso una società più equa, per un progresso che comporti la sostenibilità ambientale e una redistribuzione adeguata delle risorse. Tali proposte sono contenute in un documento redatto dal direttore del WEF Klaus Schwab.

Vediamo dunque riproporsi la visione messianica di un capitalismo tramutatosi ideologicamente in una religione laico – immanentista, che assume il ruolo di demiurgo di un mondo nuovo, quale depositario del dogma del progresso infinito ed illimitato. Dalle crisi sono scaturite le trasformazioni e le evoluzioni del capitalismo nei secoli precedenti. Il nuovo capitalismo prospetta quindi con il Grande Reset il sorgere di un nuovo ordine mondiale. C’è tuttavia da osservare che il capitalismo, che non si è mai configurato come un sistema unitario, ma assai diversificato, e al suo interno conflittuale, con il progetto del Grande Reset assume invece una dimensione unitaria, elitaria e global – centralista. Le elites infatti, con il Grande Reset, hanno elaborato un progetto di pianificazione centralista dell’economia globale, dalla natura oligarchica e totalitaria, simile a quella dei regimi del defunto socialismo reale.

4a rivoluzione industriale e transumanesimo

Il Grande Reset realizzerà la 4a rivoluzione industriale che, attraverso l’implementazione del digitale in tutte le attività produttive, finanziarie, oltre che nei settori della sanità, dell’istruzione, dell’intrattenimento, della cultura, coinvolgerà la totalità dei rapporti sociali. Tale rivoluzione, si rivelerà, oltre che una rivoluzione tecnologica, un progetto di ingegneria sociale che coinvolgerà tutta la società a livello globale. Secondo Klaus Schwab infatti, “Siamo sull’orlo di una rivoluzione tecnologica che cambierà radicalmente il modo in cui viviamo, lavoriamo e ci relazioniamo gli uni con gli altri. Per scala, per portata e complessità, la trasformazione sarà diversa da qualsiasi cosa l’umanità abbia mai sperimentato prima” … “la quarta rivoluzione industriale segna un nuovo capitolo nello sviluppo umano, la cui importanza è pari a quella delle guerre mondiali”.

Lo sviluppo dell’interazione tra la tecnologia digitale e le facoltà psico – fisiche umane, che potrà essere realizzata mediante l’impiego dell’intelligenza artificiale e della robotica, darà luogo non solo a trasformazioni sistemiche nell’ambito economico e sociale, ma potrà generare mutamenti della stessa antropologia umana. L’avanzata del progresso tecnologico nel campo dell’intelligenza artificiale, comporterà, oltre che l’aumento delle capacità fisiche ed intellettive dell’uomo, anche la subordinazione delle facoltà cognitive e decisionali dell’uomo stesso ad una struttura tecnologica totalizzante che finirà col trasformare la natura umana stessa, sostituendo l’essere sociale con l’essere virtuale.

Si rileva però che questa alienazione della natura umana nella artificialità tecnologica, porterà presto ad una regressione delle facoltà psico – fisiche dell’uomo. Infatti, le capacità cognitive dell’uomo si ridurranno a reazioni prodotte da stimoli esterni. L’immaginazione e qualsiasi forma di creatività sarà annullata. L’uomo virtuale avrà una coscienza eterodiretta.
E’evidente che la 4a rivoluzione industriale si identificherà con l’avvento dell’era del transumanesimo.

Prove tecniche per un nuovo ordine globale

Ma la 4a rivoluzione industriale era già in atto. La pandemia del covid 19 ne ha solo accelerato i processi evolutivi. Con la pandemia globale infatti, si è affermato un dirigismo planetario che ha imposto la rinuncia alla vita sociale delle masse e un isolamento coatto a livello mondiale.

E’ stato realizzato un totalitarismo globale con il consenso dei popoli fondato sulla paura. La pandemia ha dato luogo ad una sorta di sperimentazione di un nuovo governo mondiale. Gli stati, per far fronte alla crisi sanitaria e a quella economica, hanno riassunto un ruolo primario nella società, ma sempre tuttavia subordinato alle direttive tecnocratiche delle Big Pharma e dei giganti del Big Tech.

Si è dimostrata inoltre del tutto falsa nei fatti la narrazione mediatica secondo cui il lockdown e l’isolamento coatto avrebbero favorito la riscoperta dei valori legati alla affettività familiare e all’interiorità spirituale. Si è verificata invece nella società una radicale dissociazione tra il mondo reale ed il mondo virtuale. Il lavoro e l’istruzione svolti secondo la modalità telematica dello smart working, hanno generato invece una invasività mediatica nella sfera privata degli individui, tale da determinare l’annullamento di ogni separazione tra la dimensione privata e quella pubblica nella vita sociale.

L’isolamento ha invece inciso profondamente sulla psicologia collettiva delle masse e le conseguenze sulla salute mentale della intera società sono a tutt’oggi di portata sconosciuta. Solo in Italia, sono aumentati i reati legati alle violenze domestiche del 119%. I timori relativi all’emergenza sanitaria, uniti a quelli della disoccupazione derivanti dalla crisi economica conseguente, hanno determinato un aumento esponenziale dei suicidi. E’ altresì riscontrabile un parallelismo tra gli effetti traumatici prodotti dalla pandemia e quelli determinati dal regime di austerity economica imposto alla Grecia e all’Italia tra il 2012 e il 2018. Dimostrazione effettiva lo sono le migliaia di morti causate dai tagli verticali alla sanità pubblica dalla politica di austerity economica imposta dalla UE e dalle carenze attuali delle strutture sanitarie, che per far fronte alla emergenza pandemica, non sono state in grado di erogare le ordinarie prestazioni ospedaliere.

L’emergenza diventa normativa ordinaria

Invocare unicamente la salvezza dalla scienza, significa generare nella società una totale dipendenza dalla tecnocrazia globale. Una difesa della vita sotto l’aspetto meramente biologico, implica infatti la rinuncia preventiva ai diritti fondamentali della persona e ai valori spirituali che conferiscono un senso alla vita che travalica l’esistenza stessa dell’uomo. La vita biologica dell’uomo è comunque oggettivabile e programmabile ed è pertanto predisposta ad una condizione di totale subordinazione al potere politico, a quello economico e soprattutto alla tecnocrazia.

Qualunque anelito alla libertà della coscienza individuale e qualsiasi spirito critico viene annichilito dalla angoscia della morte e dalla prefigurazione di orizzonti terrificanti del mondo post pandemico. Tecniche di dominio sociale ampliamente sperimentate dalla tecnocrazia già con l’emergenza terroristica.

Le oligarchie tecnocratiche si rivelano quindi depositarie della scienza e dispensatrici di salvezza in cambio di preventiva sottomissione generalizzata dei popoli.

Il Grande Reset, facendo proprie queste strategie di dominio già in atto nell’emergenza pandemica, trasformerà poi l’emergenza in normativa ordinaria per la governance della società.

L’ideologia del Grande Reset

Il Grande Reset ha tuttavia una sua evidente matrice ideologica del tutto coerente con i fondamenti culturali del neoliberismo. Il progetto della 4a rivoluzione industriale viene presentato infatti come una svolta epocale rigeneratrice dell’umanità dai mali prodotti dalla pandemia.

Ci si propone di mettere in atto una riforma sistemica del capitalismo che esorcizzi tutti i mali provocati dall’attuale neoliberismo nell’economia e nell’ambiente, con relativa prefigurazione di una società più equa e pacificata dai conflitti. Si invoca la necessarietà delle crisi. Pertanto la crisi pandemica, vista nell’ottica liberista, costituirebbe una opportunità per una radicale riforma da cui si possa generare una evoluzione progressiva del sistema. Le crisi comportano, coerentemente a quanto verificatosi storicamente nelle precedenti fasi del capitalismo, l’eliminazione dei soggetti economici e politici non più compatibili con le strutture della nuova società. Il darwinismo sociale è del resto parte integrante dello sviluppo capitalista.

Si afferma inoltre la superiorità morale delle elites, quali soggetti cui è demandata la missione salvifica dell’umanità. Il tutto, collocato nella visione astorica ed ideologica del mito del progresso illimitato di matrice illuminista, che prefigura progressive e continue evoluzioni dell’umanità di carattere scientifico, economico ed antropologico.

A tali luminose ed esaltanti prospettive, fa riscontro la totale subalternità dei popoli alle elites. In nome della salvezza dalla pandemia, la responsabilità dell’espansione dei contagi viene spesso imputata ai popoli quali trasgressori delle norme del lockdown. Pertanto, al fine di espiare tali colpe, viene richiesta ai popoli la rinuncia ai diritti e alle libertà già acquisite. Allo stesso modo, le politiche di austerity e la conseguente macelleria sociale imposta dalla UE vennero inflitte ai popoli quali forme di espiazione per le colpe derivanti dall’aver contratto un debito insolvibile e di aver vissuto quindi a spese dei paesi creditori.
L’Ideologia del grande Reset è pertanto in perfetta coerenza e continuità con il neoliberismo.

Le ricadute sociali devastanti del Grande Reset

Le ricadute sociali del Grande Reset saranno devastanti. La digitalizzazione del lavoro e dell’istruzione comporterà lo spopolamento di vaste aree urbane e la fine di tutte le attività locali. Si espanderà a macchia d’olio la gig economy (economia dei lavoretti) e la precarietà del lavoro. Si svilupperà quindi una concorrenza spietata al ribasso, per quanto concerne i salari, tra i tanti imprenditori di se stessi. Si accentueranno le diseguaglianze delle retribuzioni tra i lavoratori qualificati e non.

Si prevede che il 50% delle attività saranno digitalizzate. Il 30% della attuale forza lavoro dovrà essere riqualificata. Saranno promossi i relativi programmi di riqualificazione professionale, ma il 35% delle attività professionali esistenti sono destinate a scomparire. Nuova disoccupazione si aggiungerà a quella esistente. Si prevede infatti una riduzione della forza lavoro intorno al 28%. Pertanto, il Grande Reset prevede anche l’erogazione di un “reddito di base” per la forza lavoro che non potrà essere assorbita dalla rivoluzione digitale.

Ma tale sussidio di sussistenza determinerà la totale dipendenza al sistema di larghi strati della popolazione ridotta ai limiti della sopravvivenza. Il progresso tecnologico nelle precedenti rivoluzioni industriali ha distrutto tante professioni, creandone al contempo di nuove, ma nella 4a rivoluzione industriale non sembra possa delinearsi tale prospettiva.

In realtà il Grande Reset non è una rivoluzione. Tale progetto potrà solo accelerare processi evolutivi della società neoliberista che sono già in atto. Le abnormi nuove diseguaglianze sorte a seguito della pandemia ne sono la dimostrazione obiettiva.

Secondo i dati della Banca Mondiale, il gotha della finanza e dell’economia mondiale ha accresciuto nella fase pandemica il proprio patrimonio di 400 miliardi di dollari, mentre la popolazione mondiale nella condizione di estrema povertà (che vive con 1,60 euro al giorno), si è incrementata di 150 milioni di persone. Negli USA si registra la perdita di 10 milioni di posti di lavoro, ma la ricchezza delle elites è aumentata del 31%, per un importo pari a 1.800 miliardi, cifra equivalente al Pil italiano. Lo 0,001% della popolazione mondiale ha ricavato profitti in borsa per 3.000 miliardi di dollari.

La 4a rivoluzione industriale è quindi, alla luce delle teorie di Christopher Lasch, l’ultima “ribellione delle elites”. Potrà creare solo una società sempre più oligarchica e tecnocratica, ma non produrrà sviluppo e tanto meno nuovi equilibri politico – sociali più equi. Alla lunga, il capitalismo, che si rivoluziona periodicamente per sopravvivere alle proprie crisi, finirà per distruggere anche se stesso. Ma la 4a rivoluzione industriale, con l’avvento dell’intelligenza artificiale e della robotica, potrebbe produrre mutazioni antropologiche che potrebbero mettere in dubbio la stessa sopravvivenza dell’umanità.

Tale prospettiva viene ben descritta da Ilaria Bifarini a conclusione del suo libro “il Grande Reset”: “E’ come se ai nostri giorni il soggetto volesse ripudiare la sua parte più autentica, per conformarsi e divenire un personaggio capace di interpretare l’ordine narrativo prevalente. Una narrazione che oggi più che mai esalta il progresso della tecnologia fino ad assurgerla a surrogato delle relazioni umane e delle esperienze reali, che magnifica i prodigi dell’intelligenza artificiale fino a renderla protagonista della nuova normalità. Da una parte l’umanizzazione della macchina, dall’altra parte la robottizzazione dell’uomo, sempre più incapace e quasi renitente a conoscere il proprio sé, che nessun algoritmo potrà mai prevedere: è questo il rischio cui andiamo incontro.
Solo attraverso la consapevolezza della nostra soggettività e il contatto con il nostro io più profondo possiamo sfuggire all’ortopedizzazione omologante e alla deriva transumanista di una società che rincorre il modello robotico. E sfuggire così al grande reset delle nostre menti”.

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