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La guerra nel Golfo Persico si riaccende

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Secondo Trump. l’aggressione all’Iran si sarebbe risolta in “una piccola escursione” che si sarebbe conclusa “in un paio di settimane”. Trattasi invece di un conflitto prolungato e allargato in Medio Oriente, ove Israele ha attaccato il Libano, con bombardamenti stile Gaza. La chiusura di Hormuz ha innescato una crisi dell’economia globale che rischia di far precipitare il mondo in una “stagflazione”. Riguardo all’esplosione dei prezzi petroliferi, si rileva che i prezzi ufficiali sono i prezzi del “barile di carta”; chi vuol comprare invece un barile reale di petrolio, in genere deve pagare prezzi molto più alti. Ci attende, col protrarsi del conflitto, un crisi devastante, con crescita globale ridotta al 2%, inflazione e forti rischi di recessione.

 Inaccettabili per Trump

le proposte dell’Iran

(e l’economia globale rischia il collasso)

Per pochissime ore, la sera di domenica 10 maggio, era parso che su tutt’e due le guerre – quella israelo – statunitense contro l’Iran e quella tra Russia e Ucraina si fossero aperti spiragli di pace. L’Iran – secondo le prime notizie diffuse -aveva risposto alle richieste di Trump, articolate in 14 punti, proponendo a sua volta l’arresto delle ostilità, anche in Libano, e la riapertura dello Stretto di Hormuz e la riapertura dei negoziati per un periodo di un mese, prorogabile, su tutti gli altri punti in sospeso. E sull’altro fronte Putin aveva annunciato che “la guerra sta per finire” e si era detto disponibile a far partecipare l’Europa ai negoziati per la pace. Confermavano le speranze alcune anticipazioni del Wall Street Journal, secondo cuile parti stavano lavorando ad un memorandum d’intesa che doveva porre fine alla guerra: i negoziati avrebbero potuto riprendere già la settimana seguente (quella iniziata cioè l’11 maggio) e potevano protrarsi per un mese, prorogabile di comune accordo se intanto si fossero raggiunti significativi progressi.

L’illusione della pace è durata poche ore. Cioè fin quando è stata resa nota la risposta di Trump che ha definito “inappropriata” e “totalmente inaccettabile” la risposta iraniana. E sul suo profilo Truth ha aggiuntominacciosamente:. “Per 47 anni gli iraniani ci hanno preso in giro… ci hanno fatto aspettare…ridono del nostro Paese, ora di nuovo grande. Non rideranno più”. Purtroppo non ride nemmeno il resto del mondo, col prezzo del petrolio che immediatamente è tornato a salire, mentre i fertilizzanti per l’agricoltura ed i prodotti alimentari hanno segnato già rincari fuori misura. Sull’altro fronte, quello russo-ucraino, l’apertura di Putin ha avuto nell’Unione Europea una risposta che definire freddina è un eufemismo.

Intanto, col passar delle ore, sono emersi sulle due guerre parallele ulteriori dettagli. Per quanto riguarda in particolare il conflitto degli Usa e d’Israele contro l’Iran, appare chiaro che il nodo vero non è solo quello nucleare, su cui né gli Stati Uniti né tantomeno Israele sono disposti a compromessi. Secondo le indiscrezioni pubblicate dal solito Wall Street Journal  alcune concessioni su questo argomento Teheran le aveva fatte nella sua articolata risposta. Si era infatti dichiarata disposta a diluire parte delle sue scorte di uranio arricchito ed a trasferire il resto in un Paese terzo (non negli Stati Uniti) con la garanzia però che esse venissero restituite se i negoziati di pace fossero falliti. Si erano dichiarati pronti inoltre ad interrompere l’arricchimento, ma non per venti anni,  ed escludendo lo smantellamento degli impianti, come richiesto da Trump. Ed erano disposti inoltre ad aprire entro trenta giorni su tutto questo tema un negoziato.

Ma oltre  alla interruzione del conflitto su tutti i fronti, e quindi anche in Libano,  quali garanzie minime per ricreare la fiducia l’Iran chiedeva la rimozione delle sanzioni,  lo sblocco dei fondi congelati, il risarcimento dei danni di guerra ed il riconoscimento del diritto di sovranità iraniano sullo stretto di Hormuz.

La risposta di Trump l’abbiamo già detta. E Netanyahu, che comunque aveva già preannunciato che lui la guerra la continuava, perché “il lavoro non era finito”, ora esulta ed afferma: “il loro uranio andiamo a prendercelo”. E l’Iran ha risposto: se attaccate noi riprendiamo ad arricchire l’uranio sino al 90%. E vengono i brividi pensando a ciò che tutto questo potrebbe significare.

Cronaca di due mesi

e mezzo di guerra

Per capire meglio  cosa sta succedendo, ripassiamo la cronaca di questi  due mesi e mezzo. Era il 28 febbraio quando Stati Uniti ed Israele hanno improvvisamente scaricato un diluvio di bombe su Teheran, col  proposito  di uccidere i vertici politici e militari dell’Iran,distruggerele strutture strategiche e soprattutto quelle militarie  ridurre in ginocchio il Paese. Nessuno degli alleati della Nato era stato avvertito. Ma il presidente degli Stati Uniti minimizzava: secondo lui si trattava di “una piccola escursione” che si sarebbe conclusa “in un paio di settimane”. L’11 marzo le due settimane stavano per scadere, ma Trump  ancora rassicurava: “Sta andando alla grande. Siamo molto in anticipo sui tempi, finirà presto: non c’è più nulla da bombardare”. Passa ancora quasi un altro mese, Trump intima all’Iran un “diktat”, ed avverte che se non lo avessero accettato “lo riporteremo all’età della pietra nelle prossime due, tre settimane”.

Di settimane, al momento in cui scriviamo, ne sono passate più di altre quattro, e fra deboli tregue, roboanti “penultimatum” americani, tentativi continui di mediazione, il conflitto nel Golfo Persico rimaneva sospeso in una tregua instabile, con violazioni da una parte e dell’altra di cui ognuno dei contendenti dà la colpa all’altro. Si attendeva che l’Iran desse risposta alla nuova proposta americana di armistizio, articolata in 14 punti, condensati in una paginetta. Ma intanto il conflitto si era allargato in Medio Oriente, ove Israele ha attaccato il Libano, con bombardamenti stile Gaza, mostrando di non avere alcuna intenzionedi smettere e, come accaduto a Gaza, fa sfollare i palestinesi dai villaggi, e li rade al suolo perché non possano più tornare. L’Iran a sua volta ha bloccato lo stretto di Hormuz, da cui passa un quinto del traffico mondiale di petrolio; gli Stati Uniti hanno imposto il blocco navale all’Iran tentando, come nei vecchi assedi medioevali, di prenderlo per fame o per collasso,  minacciando sempre  una “escalation” se Teheran non accettava  le 14 condizioni. In precedenza era stato Teheran a presentare le sue condizioni per un armistizio, da Trump giudicate “insoddisfacenti”.  Ed i Guardiani della Rivoluzione a loro volta avevano beffardamente commentato che le 14 condizioni avanzate da Trump per arrivare alla pace erano “un elenco di desideri”. La guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei ha commentato, a sua volta, che in caso di tentativi di sbarco il posto degli americani è “in fondo al mare” del Golfo Persico. Nello stretto di Hormuz intanto il 4 di maggio c’era stata un accenno di battaglia navale: gli americani con parte della loro poderosa flotta militare, gli iraniani -la cui marina militare è stata distrutta – con insidiosissimi veloci barchini (una “flotta zanzara”è  stato detto) in grado di creare però seri problemi al gigante americano se il conflitto continua. La CIA inoltre ha avvertito Trump che malgrado il blocco navale, l’Iran ha scorte in grado di resistere alcuni mesi e dispone ancora del 70% dei suoi missili. E il presidente iraniano Masoud Pzeshkian ha precisato che “l’Iran non si piegherà mai al nemico”.

Due grandi disegni

e gli effetti della guerra

Questa, in sintesi la cronaca degli ultimi due mesi e mezzo.Resta da capire la situazione presente, che appare ancora aggrovigliata e fluida, anche perché il presidente americano Trump nel passato recentissimo ha detto di tutto, senza preoccuparsi minimamente se quel che diceva ieri smentiva quello che dichiarava oggi, e viceversa. Ma qualche giorno fa tuonava: “Finito con l’Iran, prenderò il controllo di Cuba”. Il che fa pensare che dietro le sue mitomanie, dietro le sue continue incongruenze mentali, la sua arroganza che si fa beffe del diritto internazionale, il suo disprezzo per gli alleati europei e la NATO, accarezzi sempre un disegno preciso: quello del cosiddetto “Grande Nord”, cioè in concreto dei Grandi Stati Uniti, la cui sostanziale sovranità includa a Nord Canadà, Groenlandia, ed il controllo dell’Artico, ed a Sud il Centro America, con particolare “focus” su Panama, il Venezuela, con le sue immense riserve di petrolio, e tutto il resto del “cortile di casa”. Domesticate il Venezuela, Cuba, la Guyana (riserve accertate per 11 miliardi di barili di petrolio), già trasformata l’Argentina peronista in un campione del liberismo estremo e della devozione a Washington grazie  al nuovo presidente Javier Milei (soprannomi: “Motosega” e “El loco”, cioè il matto), l’unico serio ostacolo residuo resterebbe il Brasile di Lula. E non a caso, dopo mesi di aspre polemiche Trump ha incontrato Lula alla Casa Bianca  per tentare un compromesso. Incontro a porte chiuse sulle questioni più spinose sul tappeto: commercio, dazi, sicurezza e minerali strategici.

Accanto al disegno del Grande Nord un altro appare in controluce: impadronirsi o comunque controllare il massimo possibile delle fonti energetiche del pianeta e dei minerali strategici, nell’era dell’elettronica e dell’intelligenza artificiale, che di quei minerali si nutre. Non perché gli Stati Uniti di fonti energetiche esterne abbiano bisogno, ma per impedire che esse cadano in mano ad altri, Cina “in primis”. Ed è sintomatico che l’Iran fosse il secondo fornitore di greggio per la Cina, dopo l’Arabia Saudita,  e che alla Cina fossero destinati quasi i due terzi (68%) dell’export di greggio venezuelano. Complessivamente quasi un quinto (17%) del greggio necessario alla Cina proveniva dai due Paesi. Questo in via ufficiale, ma nella realtà la quota era sensibilmente più alta, considerando le ”flotte ombra”, cioè i carichi trasportati con petroliere battenti bandiera di altri Paesi asiatici.

Discorso analogo per i territori dell’Estremo Nord e per il Mar Glaciale Artico. Qui in ballo ci sono aspetti militari, cioè la prevedibile rotta dei missili nemici e le conseguenti necessarie difese per gli Stati Uniti, la grande ricchezza di minerali, anche strategici,  le enormi riserve inesplorate di idrocarburiche si è certi l’Artico racchiuda, ed infine le nuove più brevi rotte commerciali  che il riscaldamento globale e lo scioglimento dei ghiacci fanno prevedere utilizzabili in un prossimo futuro. E non a caso la Cina cerca di inserirsi nel discorso sul futuro del Mar Glaciale Artico, facendo leva sulla Russia (e usandola per un “salto della cavalletta”, suscitando irritazionee inespressi sospetti a Mosca, che ritiene l’Artico di sua pertinenza esclusiva. Alla luce di tutto ciò anche la guerra contro l’Iran,nonché l’uscita degli Emirati Arabi dall’Opec, certo gradita (o suggerita?) da Washington, assumeun altro aspetto.

Intanto la “piccola escursione” in Iran che il presidente degli Stati Uniti, spinto da Netanyahu ha deciso, ha avuto tre effetti devastanti:

1°) Ha fatto impazzire il mercato mondiale del petrolio, del gas, e di tutti i prodotti da essi derivati.

2°) Ha allargato la frattura fra Stati Uniti e Paesi europei, mettendo in crisi ulteriore (preagonica?) la NATO.

3°) Con l’esplosione dei prezzi petroliferi ha innescato una crisi dell’economia globale che, se la guerra non finisce rapidamente, rischia di far precipitare il mondo in una “stagflazione”, cioè una miscela di stagnazione economica ed inflazione monetaria, peggiore di quelle degli anni ’70 del secolo scorso, mosse anch’esse dall’esplosione dei prezzi petroliferi. Ed accanto alla stagflazione, un altro pericolo si profila: quello di una crisi finanziaria più grave di quella del 2008. Attualmente infatti i mercati borsistici non hanno minimamente “prezzato”, cioè trasferito sul valore delle quotazioni societarie il rischio di una stagflazione. Al contrario: i mercati azionari continuano a macinare record, ed il risveglio potrebbe essere molto brusco: un crollo improvviso un’ondata di panico ed il crollo improvviso. Dunque: una “tempesta perfetta”: recessione economica, inflazione monetaria, crollo finanziario. Questo sarebbe il risultato complessivo della“piccola escursione” in Iran che Trump ha iniziato il 28 marzo, spinto da Netanyahu.

Trump ha agito

“su richiesta” di Netanyahu

Che a spingere Trump ad aggredire l’Iran sia stato Netanyahu lo afferma lo stesso Dipartimento di Stato americano in un memorandum ufficiale pubblicato il 24 aprile, smentendo implicitamente le molteplici e fantasiose versioni fornite dalla Casa Bianca.  A firmare il documento intitolato “EpicFury e Diritto Internazionale” è stato il consigliere legale del Dipartimento, Reed Rubinstein, ed in esso si legge che gli Stati Uniti sono impegnati nel conflitto “su richiesta e per legittima difesa collettiva del nostro alleato israeliano e nell’esercizio del diritto naturale degli USA all’autodifesa”. Dunque: secondo il memorandum l’attacco improvviso, senza alcuna precedente dichiarazione di guerra, non avrebbe violato il diritto internazionale. Delle uccisioni mirate dei vertici politici e militari dell’Iran, con la morte in alcuni casi anchedelle loro famiglie e di numerosi civili il memorandum neppure accenna. Li considera, evidentemente “effetti collaterali” secondari e trascurabili.

E’  ben noto che da anni Israele tentava di coinvolgere gli Stati Uniti in una guerra contro l’Iran. “Ci provò anche con me”, ha ricordato Barak Obama. La Casa Bianca sinora non era mai caduta nella trappola. L’Iran per la sua estensione, la sua orografia, e per la sua già dimostrata capacità di resistenza, non è militarmente occupabile, e una guerra, per essere decisiva, deve anche prevedere che i militari “mettano i piedi” sul territorio. Per gli Stati Uniti farlo in Iran vorrebbe dire, con tutta probabilità, impantanarsi in un nuovo VietNam. Trump per giunta aveva promesso ai suoi elettori che di guerre in giro per il mondo lui non ne avrebbe più fatte. Perché dunque ha mancato clamorosamente alla promessa? Inutile elencare le varie giustificazioni fornite: o sono infondate o irrealistiche. Negli Stati Uniti (e non solo negli USA) circola una voce: che Trump cioè abbia agito sotto ricatto d’Israele. E si citano i rapporti che innegabilmente in anni passati Trump ha avuto col famigerato pedofilo Jeffrey Epstein, che secondo l’opinione pressoché unanime era in realtà un agente del Mossad, il Servizio segreto israeliano. Che quell’isola fosse in sostanza un gran bordello è fuori discussione. Ma che festini ed abusi dei “vip”della politica e dell’economia globale siano stati diligentemente documentati in milioni di foto, di “chat”, di e-mail e di altri documenti conservati e minuziosamente catalogati rafforza l’opinione che la loro funzione era il ricatto, sia sul piano politico che su quello economico. E la vastità del disegno e la complessità dell’impianto di documentazione e di archiviazione fanno fortemente dubitare che l’azione di Epstein fosse l’iniziativa estemporanea di un solo uomo.

Nei milioni di nuovi documenti relativi agli “Epstein files” resi noti all’inizio di febbraio di quest’anno, poche settimane prima dell’attacco all’Iran, Donald Trump viene citato 3.200 volte, e nella stampa americana ed internazionale si è riferito di denunce, testimonianze e note della FBI, peraltro non provate o non verificabili, in cui si parla di relazioni e presunti abusi di Trump con minorenni nell’isola di Epstein. Che Trump abbia agito sotto ricatto, e non sotto semplice “pressione” di Israele ha l’aria della solita “fantasia complottista”. Ma i fatti sopra esposti non sono fantasie.

Che con la guerra in Iran Trump volesse distrarre l’attenzione dallo scandalo Epstein (come alcuni ipotizzano), che abbia agito solo sotto forte pressione di Israele o che invece a muovere la sua azione sia stato l’obbiettivo di controllare le fonti energetiche, assestando inoltre un duro colpo all’Opec, ormai la frittata è fatta, e le uova cotte non possono certo tornar fresche: le reazioni sono di quelle che la chimica chiama “”irreversibili. Cerchiamo di analizzarle dunque, una per una.

L’esplosione dei prezzi petroliferi

Cominciamo dalla crisi del mercato petrolifero. Essa inizia dalla logistica, cioè dal costo del trasporto (noli navali ed assicurazioni). Già prima dell’inizio del conflitto i noli avevano segnato forti aumenti ed erano al massimo degli ultimi sei anni. Per quanto riguarda il Golfo Persico praticamente noli ed assicurazioni non si calcolano più. Tranne rarissime eccezioni al momento le centinaia di petroliere bloccate non si azzardano a muoversi. Lo stesso presidente dell’Associazione mondiale degli armatori, l’italiano Emanuele Grimaldi, che ha una sua nave bloccata, ha dichiarato che per proteggere l’equipaggio (e, presumiamo, anche la nave…) si guarda bene dal chiedere di tentare di forzare il blocco, malgrado il fermo gli costi cinquecentomila euro al giorno,e la stessa prudenza consiglia agli altri armatori. Il prezzo del petrolio WTI (greggio americano) a fine 2025 oscillava attorno a 60 dollari a barile. Il 30 aprile scorso era arrivato a più del doppio, cioè 126 dollari, poi c’era stata una flessione quando era intervenuta la tregua; lunedì 11 aprile, tra continue oscillazioni, il prezzo ha avuto un brusco rialzo: il WTI è tornano un soffio sopra i 100 dollari, il Brent è salito a 105 dollari. Ma le oscillazioni per tutto questo periodo sono state continue, inseguendo in tempo reale le notizie che provenivano dal Golfo Persico, il che –detto per inciso- fa la gioia degli speculatori e soprattutto degli “insider trading” che hanno accesso alle segrete stanze ove vengono prese le decisioni in merito al conflitto. Negli Stati Uniti si era iniziato ad indagare su una sola operazione che ha fruttato più di un miliardo e mezzo di dollari.

Ma c’è da aggiungere che questi sono i prezzi del “barile di carta”; chi vuol comprare invece un barile reale di petrolio, in genere deve pagare prezzi molto più alti. E non è solo questione di prezzi: è questione di disponibilità.Osservava giorni or sono il presidente dell’Eni Descalzi: “In Asia ora il mercato fisico del petrolio è di 150° dollari al barile; quello cartaceo atlantico è a 110. Se c’è un carico disponibili dove credete che vada?”. Supplire poi al blocco del petrolio e del gas del Golfo con una maggior produzione da parte di altri Paesi non è né facile né immediato. Ci sono tempi tecnici da dover rispettare e non tutte le capacità inutilizzate sono immediatamente attivabili. Ci sono inoltre problemi per le diverse qualità del greggio, che si riflettono poi sulle raffinerie. Per quanto riguarda in particolare i petroli provenienti dal Golfo Persico, c’è da tener contoinoltre dei non pochi impianti di produzione di stoccaggio e di trasporto che sono stati danneggiati o distrutti, il cui numero cresce aumentando i giorni di conflittoe per tornare alla normalità dei flussi occorre, naturalmente, che si ritorni alla sicurezza della logistica, cioè occorre che il Golfo Persico sia sminato. In conclusione: le conseguenze del conflitto non spariranno immediatamente dal mercato quando la guerra sarà finita: peseranno sul mercato petrolifero ancora a lungo.

Si è acuita la tensione

tra Europa e Stati Uniti

E veniamo con ciò al secondo punto degli effetti della guerra: il netto peggioramento dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Intendiamoci: quei rapporti erano già tesi prima, ma la guerra li ha portati quasi al punto di rottura. Erano tesi prima perché nell’immaginario non solo di Trump, ma anche di larga parte dell’opinione pubblica americana i Paesi europei con la Nato hanno goduto gratis per decenni della protezione e dell’ombrello atomico americano. Abbiamo sottolineato più volte su questa Rivista come una tale visione semplicistica sia parziale (omette cioè altri aspetti) quindi distorta e falsa. Come riconosceva già più di vent’anni or sono l’economista inglese Susan Strange, il rifiuto dell’Europa di accogliere negli anni cinquanta la richiesta americana di contribuire più adeguatamente al finanziamento della NATO  ha fornito agli Stati Uniti l’alibi per escogitare sistemi fiscali (cioè monetari) per finanziare le politiche di difesa. Manipolando, in sostanza, il dollaro ed il sistema monetario internazionale. Semmai c’è da chiedersi come mai solo ora a Washington, tre quarti di secolo dopo la nascita del Patto Atlantico, si accorgano che i Paesi europei, per dirla con la fine diplomazia di Trump, sono dei pavidi “parassiti”, che hanno succhiato per tutto questo periodo risorse dagli Stati Uniti, su cui è  gravato tutto il peso della difesa. La risposta è nota. L’attacco più insidioso all’egemonia dell’Impero americano oggi non viene più dalla Russia, ma dalla Cina, ed il punto di frizione strategica globale non è più l’Atlantico, ma l’Indo-Pacifico. E’ su quel fronte che l’Impero americano deve concentrare ora le sue forze. Ma quello americano è un impero in crisi, la cui economia si è basata negli ultimi decenni più sulla finanza che sull’economia reale, industrialmente indebolito, indebitato in misura spropositata ed incontenibile, che stenta a mantenere il suo enorme e costosissimo apparato militare presente su tutti i fronti, e ancor di più stenta a continuare a far vivere i suoi cittadini al disopra delle loro possibilità e in larga parte vive a credito. Chi sono stati dunque in questi ottanta anni i “parassiti”?

La pressante ingiunzione americana agli alleati europei ad aumentare le spese militari, ma soprattutto il tono arrogante ed ingiurioso usato da Trump aveva già reso critiche le relazioni interatlantiche, ma con la guerra all’Iran esse sono divenute ancora più critiche. I Paesi europei, in osservanza dei patti sul carattere difensivo delle basi americane in Europa, hanno negato tutti (anche l’Italia e persino l’Inghilterra) l’uso di tali basi in appoggio alla guerra israelo-americana contro l’Iran. E questo ha scatenato l’ira incontenibile di Trump, con i giudizi sprezzanti espressi nei riguardi di tutti gli altri leaders europei, compresa Giorgia Meloni, accusati di non avere coraggio, e di essersi tirati indietro quando gli Stati Uniti avevano avuto bisogna di loro. Ed alle accuse sono seguiti i fatti: un aumento dei dazi al 25%  per le automobili e gli autocarri costruiti in Europa (che colpisce particolarmente la Germania e l’Italia) e l’annuncio di un parziale ritiro delle truppe americane dislocate in Germania, con la possibilità di estendere la misura anche all’Italia ed alla Spagna.Tale ipotesi è stata ribadita dopo la risposta iraniana del  10 maggio. Difficile però che le relazioni tra Italia e Stati Uniti possano rompersi davvero: per gli americani le basi italiane, specie quella di Sigonella, sono indispensabili per il controllo del Mediterraneo, che resta necessario malgrado il “focus” della loro attenzione si sposti sull’Indo-Pacifico, ed inoltre i rapporti e le interconnessioni con industrie belliche italiane, Leonardo e Fincantieri in primis, costituiscono un legame reciprocamente utile e difficile da interrompere.

Le tensioni di Trump

col Vaticano

Il “Trump furioso” aveva già terremotato i rapporti tra Stati Uniti e Vaticano definendo il Papa “un debole, pessimo in politica estera” e proprio alla vigilia della visita di Rubio in Italia ha rincarato la dose, affermando che Papa Leone XIV° avrebbe tranquillamente lasciato l’Iran costruirsi una bomba atomica “mettendo a rischio la vita di tanti cattolici”. Per quale motivo abbia deciso di attaccare ancora Leone XIV°, “bruciando” la visita del suo Segretario di Stato che veniva a Roma, presumibilmente proprio per tentare di rasserenare invece i rapporti col Vaticano, è un mistero su cui molti commentatori si sono cimentati. La prima interpretazione, la più semplicistica, è che siamo di fronte alla solita “trampata”: parole in libertà, dettate da irrefrenabili sentimenti invece che da razionali ragionamenti. La seconda, attribuita ad ambienti vaticani, è che Trump, dopo essersi adoperato per dare una mano allo Spirito Santo nell’elezione del cardinale Prevost a papa, pensava si potesse così tornare nei rapporti tra Stati Uniti e Vaticano ai tempi del papa polacco, quando sulla politica estera c’era una consonanza totale, ed è rimasto invece deluso, e questa delusione la manifesta apertamente.  Una terza interpretazione, più complessa, più  acuta, è quella del direttore di Limes Lucio Caracciolo, secondo cui Rubio stia smarcandosi un po’ da Trump, con l’occhio alle elezioni presidenzialidel 2028, cui Trump – a parte le ragioni di età, a parte il crollo dei consensi ed il temuto disastro alle elezioni di medio termine – non potrebbe partecipare in virtù  del 22°emendamento della Costituzione, approvato nel 1951, avendo già ricoperto due volte la carica di presidente. Emendamento che Trump peraltro non esclude di poter superare o aggirare. In ballo – ecco il punto- ci sono i voti dei “latinos” cattolici, che in massa alle ultime elezioni hanno votato per Trump. E Rubio, cattolico anche lui, tenderebbe in qualche modo ad accreditarsi agli occhi di quell’elettorato, sconcertato e deluso dall’antipapismo parolaio presidenziale. Infine una quarta interpretazione è quella di chi sostiene che alle ultime elezioni Trump ha utilizzato il voto cattolico, ma il potere profondo nella sua amministrazione è delle Chiese evangeliche, affiancate dalla lobbyebraica. E forse c’è un frammento di verità in ognuna delle quattro interpretazioni.

Gli effetti della guerra

sull’economia globale

Dei possibili effetti devastanti della guerra contro l’Iran per l’economia mondiale abbiamo già detto. C’è da aggiungere che lo stesso Fondo Monetario Internazionale all’inizio del conflitto aveva avanzato tre ipotesi

La prima era quella di un conflitto breve: poche settimane, come aveva detto Trump. In quel caso vi sarebbe stata volatilità sui prezzi, con una loro temporanea crescita moderata, attorno al 19%. E la crescita dell’economia mondiale sarebbe stata del 3,1%, in lievissima diminuzione rispetto al 3,2 dei due anni precedenti.

La seconda ipotesi era che la guerra durasse più settimane, con traffici intermittenti nello stretto di Hormuz. In quel caso, con una ridotta quantità di petrolio in vendita, l’Europa si sarebbe trovata in competizione, come in realtà è accaduto, con la Cina, che già assorbiva una parte considerevole del greggio iraniano, e col Giappone che dipende dal petrolio dei Paesi del Golfo. Col rischio, o meglio la certezza, di dover pagare comunque prezzi più alti e/o di restare a secco. La crescita dell’economia globale sarebbe scesa sensibilmente: non più del 2,5%.

La terza ipotesi infine era quella di un conflitto prolungato. Sarebbe stata, secondo il Fondo Monetario, una sorta di terza crisi petrolifera, dopo quelle devastanti (specie per l’Italia) del 1973 e del 1979. Ed analoghi sarebbero stati gli effetti: crescita globale ridotta al 2% e forti rischi di recessione.  Purtroppo “buona la terza”. E che Dio ci aiuti.

Stati Uniti, Europa, Russia, Cina: 80 anni di giri di valzer

E al ballo dei grandi Putin torna a invitare l’Europa

L’avance reiterata di Putin verso l’Unione Europea potrebbe essere un poderoso “assist” per un’Europa messa ai margini o addirittura espulsa dai grandi giochi della geopolitica.

 Mentre la guerra d’Iran era in corso, i vertici delle tre grandi maggiori potenze si sono incontrati, o hanno avuto  lunghi  colloqui telefonici. Al gioco dei quattro cantoni, ridotti a tre- Stati Uniti Russia e Cina- ne mancava uno: l’Europa, che ancora una volta dava prova della sua inesistenza, quale soggetto unico e quale interlocutore internazionale. Un gioco quello dei tre cantoni, sulla “grande scacchiera”, ove ognuno dei partecipanti nutre riserve mentali ed accarezza retropensieri, nel tentativo di accordarsi con uno degli altri due per dare scacco matto e vincere la partita, o comunque pernon essere vinto e portarla avanti.

Gioco che vien da lontano, e che – malgrado la digressione sia un po’ lunga -è opportuno ricordare, perché aiuta a capire il presente e perché, incredibilmente, l’Italia di allora nel fu iniziale protagonista. Fu infatti l’Eni di Enrico Mattei ad aprire uno dei primi buchi nella cortina di ferro stipulando nel 1958 e nel 1961 contratti per l’importazione di grandi quantitativi di petrolio russo a basso costo. Petrolio che oltretutto l’Italia pagava con tubi d’acciaio di grande diametro, prodotti dall’ILVA di Taranto e dal Nuovo Pignone. Contratti geniali: l’Eni approvvigionava l’Italia di petrolio a prezzi assai convenienti, ed in più quelle importazioni non gravavano minimamente sulla nostra bilancia commerciale, e contribuivano a fornire lavoro e occupazione alle nostre acciaierie. Inutile dire che quella iniziativa, che  bypassava il monopolio delle “Sette sorelle”, cioè delle grandi Compagnie petrolifere quasi tutte americane,  suscitò aspre critiche da parte dei giornali italiani feudatari degli Stati Uniti, che però non riuscirono a bloccare le cose. Il conto, com’è noto, Mattei lo pagò con la vita a Bescapè, qualche anno dopo. Nel buco aperto da Mattei si infilarono però ben presto le più grandi industrie private italiane, perché la posta era troppo ghiotta. E così la Fiat costruì su una città in riva al Volga, ridenominataper l’occasione “Togliattigrad” un grande stabilimento per la produzione di automobili;la Montecatini (poi Montedison) costruì grandi stabilimenti chimici. Con quei tubi forniti dall’Italia la Russia costruì il primo oleodotto che portava il greggio russo in Europa: prima a quella orientale comunista fino alla Germania Est, esteso poi alla Germania Ovest, quando con la Ostpolitik, a partire dagli anni ’70, anche il cancelliere Willy Brandt aprì a una larga cooperazione economica con la Russia (ed era ancora l’Unione Sovietica!). Ed  anche in questo caso la storia finisce come a Bescapé con un gran botto: a Bescapé quello dell’aereo di Mattei fatto saltare con una carica esplosiva e precipitato al suolo, In Germania, o meglio nel Mare del Nord con quello delle esplosioni sottomarine che hanno fatto saltare i grandi oleodotti North Stream 1 che trasportava il greggio dalla Russia all’Europa, ed il North stream 2, appena finito e non ancora usato.

La dichiarazione d’amore

di Putin per l’Europa

Malgrado l’Europa fosse indiscutibilmente legata agli Stati Uniti, la collaborazione economica con la Russia, ove oltretutto il comunismo era caduto, era nella logica delle cose. E dalla Russia questa progressiva integrazione economica con l’Unione Europea era la più desiderata delle scelte strategiche. Nel suo intervento da remoto al World Economic Forum di Davos nel gennaio 2021, Putin perorò quasi accoratamente questa scelta. “Siamo in realtà una civiltà unica…..Helmut Koll (cancelliere della Repubblica Federale Tedesca negli anni ‘80, e poi della Germania unificata dal 1990 al ’98 n.d.r.)diceva che se la cultura europea vuole rimanere, se l’Europa vuole continuare ad essere un centro culturale, allora l’Europa Occidentale e la Russia devono essere assieme. Noi condividiamo totalmente questo punto di vista….Questo è l’interesse della Russia e anche dell’Europa. Ne sono convinto. L’Europa è il nostro partner principale, commerciale ed economico….l’economia europea e quella russa  sono partner naturali. Abbiamo un potenziale colossale…Dobbiamo guardare al futuro….Siamo pronti per questo. Vogliamo questo. Ma l’amore è impossibile se viene dichiarato da una parte sola. Deve essere reciproco”.

Dunque quei piccoli flirt iniziati già negli anni ’60 con l’Unione Sovietica erano ormai sfociati in una domanda di matrimonio della Russia. Il che, nel gioco della scacchiera geopolitica non era possibile, perché l’Europa era già sposata  con gli Stati Uniti. E così, con la scusante della guerra d’Ucraina, i grandi oleodotti che erano stati costruiti fra Russia e Germania sono stati fatti saltare da “misteriosi” sabotatori, l ’Europa si è scoperta russofoba e masochista, mettendo in crisi le proprie industrie, e non soltanto quelle, rifiutando il petrolio a basso costo che veniva dalla Russia, a favore del gas americano che costa  il triplo, ha finanziato l’Ucraina nella guerra con la Russia, e la Russia è stata costretta così a gettarsi nelle braccia della Cina. Fine del valzer europeo con Mosca. E l’amore deluso di Putin, come spesso accade in questi casi, si è mutato in disprezzo.

Il valzer disastroso

dell’America con la Cina

Ma anche l’America a partire dalla fine degli anni settanta del secolo scorso aveva iniziato un valzer sempre più stretto con la Cina. Iniziò riconoscendo quello della Cina comunista come unico governo legittimo, poi nel 2010 le concesse l’ammissione  nel WTO, cioè l’Organizzazione del commercio mondiale, mettendo il turbo all’economia del Dragone. Nel 1979 il pil della Cina secondo la Banca Mondiale era di appena 177-178 miliardi di dollari, contro i 2.630 degli Stati Uniti, cioè neppure un decimo di quello americano;lo scorso anno il pil cinese è stato di 20.010 miliardi cioè di poco inferiore a quello americano di 24.055 miliardi,  ma notevolmente superiorein termine di potere d’acquisto. La Cina cioè è oggi la prima potenza economica del pianeta. E’ questo il risultato della globalizzazione, un progetto demenziale rivelatosi disastroso per gli Stati Uniti, che supponeva di estendere a tutto il mondo il modello economico americano, di fare della Cina la “fabbrica del mondo” ove produrre a costi  minimizzati,  conservando – in un mondo presunto postindustriale-solo i settori tecnologici più avanzati ed i servizi. Il risultato invece è stato quello di aver ridotto l’occupazione nei Paesi un tempo avanzati, di aver largamente deindustrializzato l’intero Occidente, Stati Uniti compresi, di aver impoverito le classi medie,  disarticolatoil tessuto sociale  esasperando le differenze tra pochi sempre più ricchi e molti sempre più poveri, e aver fatto della Cina il più poderoso antagonista degli Stati Uniti. Il balzo nello sviluppo che la Russia non è riuscita a fare grazie all’Europa, lo ha fatto la Cina grazie agli Stati Uniti, ed ora corre velocecon le sue gambe.

Changéz la dame

Trump, e non lui solo, se ne è reso conto, e – changéz la dame-  abbandonata l’Europa (ma solo a male parole…) sta tentando di ballare con Putin, per staccarlo dalla Cina. Cosa che a Putin in segreto non dispiacerebbe affatto, perché sa bene che l’abbraccio con la Cina rischia di soffocarlo. E nutre segni d’insofferenza per le ambizioni della Cina, che autodefinendosi “Nazione quasi artica”  ed ipotizzando già una “Via della seta sul ghiaccio” vuole inserirsi anche lei nella partita del Mar glaciale artico che la Russia considera invece zona di sua esclusiva pertinenza.  Per non parlare poi – coll’evidenza dei nuovi rapporti di forza-  dei timori sulle possibili rivendicazioni territoriali sulle terre che nella seconda metà dell’Ottocento gli zar strapparono alla Cina con “trattati ineguali”, quando essa era debolissima e devastata dalla guerra dell’oppio. Complessivamente qualcosa come un milione e mezzo di chilometri quadrati: dalla Manciuria esterna allo Xinuan in Asia centrale; dalle terre ad est del fiume Ussuri all’isola di Sakalin ed a quello che ora è il Distretto federale russo dell’estremo Oriente, ove gli zar fondarono la città di Vladivostok. E non sono timori immaginari: la Cina ha memoria e pazienza, e già nel 1969 sul confine del fiume Ussuri vi furono con l’Unione Sovietica scontri di frontiera che durarono alcuni mesi. E tre anni or sono la MapService  Standard cinese, cioè una sorta di documento ufficiale, presentava  come interamente cinese l’isola BolshoyUssuriysky,  situata alla confluenza dell’Ussuri nell’Amur,oggetto in realtà di contesa.

Ed ora cosa succede?

E’ dunque in questo scenario geopolitico, concretizzatosi dopo l’inizio della guerra russo-ucraina che si è venuta a incastrare la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran. Otto mesi fa Trump si era incontrato con Putin in Alaska, e secondo alcune ipotesi Trump avrebbe sostanzialmente accolto la proposta del leader russo, che in sostanza diceva: voi avete la vostra dottrina Monroe, che considera vostro “cortile di casa” il resto del continente americano, ma anche noi abbiamo la nostra dottrina Monroe e l’Ucraina  fa parte del nostro cortile di casa. Dunque: mano libera per gli Stati Uniti in America latina,  e disimpegno degli Stati Uniti dal sostegno all’Ucraina. Solo che Trump ha potuto realizzare poi il suo blitz in Venezuela, e Mosca non ha protestato più di tanto malgrado avesse con il Venezuela una lunga alleanza strategica e militare, mentre la Russia resta impantanata nella guerra in Ucraina, sorretta ancora da un’Europa masochista e russofoba. E si capisce allora perché il ministro degli esteri russo Lavrov qualche tempo fa abbia sommessamente accusato Trump di “non aver rispettato gli accordi”. Ma a seguito della guerra contro l’Iran – e questa volta è Trump ad essere rimasto impantanato-  i due leaders hanno avuto il 29 aprile scorso un altro lungo colloquio telefonico, durato un’ora e mezzo. A chiamare dicono sia stato Putin, che due giorni prima aveva ricevuto a San Pietroburgo il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi. Ovviamente si è parlato delle due guerre, ed a quanto si dice sia Putin che Trump avevano convenuto che è necessario concluderle con un accordo diplomatico.

Ma adesso, ecco la novità, Putin vorrebbe anche l’Europa tra i mediatori per la pace con l’Ucraina. E non è una decisione estemporanea perché già da qualche tempo il leader del Cremlino è tornato a parlare della complementarietà tra la Russia e l’Europa e nella conferenza stampa di fine anno ha ripreso pari pari parte del suo intervento a Davos del gennaio 2021, ricordando le parole del cancelliere Kohl. Putin nei giorni scorsi ha addirittura avanzato l’ipotesi che rappresentante dell’Europa nei negoziati sia l’ex cancelliere tedesco Schroeder, e questo se lo poteva risparmiare, perché Schroeder è stato suo grande amico, e dopo il cancellierato, all’inizio del 2022 è stato addirittura chiamato nel Consiglio di sorveglianza della Gazprom, la potente società russa, da cui si è dimesso, poco dopo l’inizio della guerra in Ucraina, per le forti critiche in Germania e nel Parlamento europeo. E vero anche  chesubito dopo la candidatura “pro domo sua”, Putin si è corretto dicendo che il mediatore lo dovrà scegliere comunque l’Europa.

Ma questi sono dettagli. L’essenziale è che Putin, pur dopo la delusione subita, torna a chiamare l’Europa. Le ragioni le abbiamo già accennate. E’nato a Pietroburgo, la più europea delle città russe, e non vuole morire cinese. Come Pietro il grande, vuole la Russia assieme all’Europa, perché è convinto che questo sia il suo destino storico naturale. L’intesa con la Cina, forzata dalla necessità, ha invece pericolosamente rafforzato in Russia la corrente “eurasiatica”. E l’intesa con Trump è solo tattica, e implicitamente è a danno dell’Europa.

E l’avance reiterata di Putin verso l’Unione Europea potrebbe essere anche un poderoso “assist” per un’Europa messa ai margini o addirittura espulsa dai grandi giochi della geopolitica. Ma dire che è stata accolta a Bruxelles e dintorni un po’ freddamente è un eufemismo. Qualcuno ha detto addirittura che è “una trappola del Cremlino”. “Quosvult perdere deus dementatprius”.

 

 

 

 

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