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LA COERENZA DI GIORGIA MELONI

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Il primo governo cosiddetto “sovranista” è quello che più si è appiattito sulle posizioni americane. Giorgia Meloni, infatti, non ha mai accarezzato simpatie anticapitalistiche, la questione sociale non ha mai rappresentato una priorità. Giorgia Meloni sta attuando quella che è da sempre la sua politica, filo-atlantica e liberal-conservatrice: Destra e Sinistra costituiscono le due facce della stessa medaglia, rappresentata dal Turbocapitalismo. 

 

Il governo Meloni vive alla giornata. Tira a campare come un qualsiasi monocolore democristiano durante la Prima Repubblica. Troppe le promesse non mantenute, troppe le cadute di stile dei membri del suo governo, troppe manifestazioni di evidente incompetenza da parte della compagine ministeriale. Giorgia Meloni aveva vinto le elezioni promettendo un deciso cambiamento di rotta rispetto ai governi passati, politici o tecnici che fossero ma alla luce dei fatti ben poco è si è visto rispetto agli impegni presi con gli elettori. Dal blocco navale per contenere l’immigrazione clandestina, al sostegno alla natalità ed alle famiglie, dal taglio delle accise ai rapporti con l’Ue nulla o ben poco è cambiato. Il primo governo cosiddetto “sovranista” è quello che più si è appiattito sulle posizioni americane, con giri di valzer che hanno visto la Meloni passare da cocca di Biden a pupilla di Trump salvo poi cercare di smarcarsi dalla sua tutela ma senza strappi clamorosi. Questa troppo stretta alleanza che appariva sempre più come una forma di sottomissione nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca, stava infatti diventando ogni giorno più difficile da mantenere davanti all’opinione pubblica italiana ed europea. Fino a qualche tempo fa, cercava di accreditare sé stessa come “un ponte fra il Vecchio Continente e gli Usa”, ora assume un atteggiamento più discreto pur senza mettere in discussione la fedeltà dell’Italia all’Alleanza Atlantica. Continua a fare il pesce in barile nella speranza di guadagnare tempo. Eppure era uscita dalle elezioni con una solida maggioranza ed un indiscusso prestigio che le avrebbero permesso di affrontare i problemi da una posizione di forza. La giovane età, il fatto di essere donna, il piglio decisionista, rappresentavano dei punti di forza nei confronti della pubblica opinione che vedeva in lei una leader diversa da tutti i presidenti del consiglio che l’avevano preceduta. Le premesse per far bene c’erano tutte e per questo, tra coloro che l’avevano votata, comincia a serpeggiare una certa delusione.

Tuttavia, per comprendere certe sue decisioni e comportamenti, apparentemente in contraddizione con quanto promesso in campagna elettorale, ci sembra utile analizzare il suo percorso politico. Giorgia Meloni ha sempre avuto rapporti molto stretti con Gianfranco Fini ed il suo entourage e la sua carriera è decollata grazie ad una serie di decisioni prese personalmente da lui. Da studentessa di un istituto professionale è molto attiva nel Fronte della Gioventù ed a 21 anni viene eletta consigliere provinciale di Roma. Fini ha una grande considerazione di lei e nel 2001, quando la Meloni è già membro della direzione nazionale di Alleanza Nazionale, la nomina coordinatrice del comitato nazionale di reggenza di Azione Giovani, un chiarissimo segnale di fiducia personale del capo. Successivamente, al congresso della stessa organizzazione giovanile a Viterbo, viene eletta presidente e questo avviene, anche se lei lo nega, grazie soprattutto all’appoggio determinante di Fini, senza il quale non sarebbe riuscita a sconfiggere Carlo Fidanza, sostenuto dalla corrente di Destra Sociale, molto forte in AG. Questa elezione rappresenta il trampolino di lancio verso l’ascesa ai vertici del partito. Sempre Fini, la inserisce in una posizione sicura da garantirle il successo, nelle liste alle elezioni politiche del 2006 e quando viene eletta, a soli 29 anni, la vuole vice-presidente della Camera dei Deputati, in quota Alleanza Nazionale. Due anni dopo, diventa ministro della Gioventù, nel quarto governo Berlusconi.

Malgrado la sua fulminante carriera sia in gran parte frutto del sostegno di Fini, questo non le impedisce, al momento della sua rottura con Berlusconi, di abbandonarlo al suo destino quando questi fonda il partito Futuro e Libertà, convinta evidentemente di potersene creare uno tutto suo, emancipandosi da questa ormai troppo scomoda ed ingombrante presenza. Al primo congresso di Fratelli d’Italia a Fiuggi, nel 2014, Giorgia Meloni rivendica con decisione l’eredità di Almirante – forte anche della benedizione di Donna Assunta – ma non quella di Fini. Le ragioni del ripudio del suo antico mentore vanno ricercate in primis per le scorie della campagna elettorale dell’anno precedente durante la quale FDI e Futuro e Libertà si erano scontrati duramente per accaparrarsi i voti dei vecchi elettori di AN ma anche perché in quel momento Fini rappresentava la figura di colui che aveva dissipato il patrimonio ideale di una comunità per meschine ambizioni personali e citarlo come punto di riferimento sarebbe stato del tutto controproducente.

Al di là di considerazioni contingenti, il richiamo ad Almirante, nel discorso programmatico al primo congresso di FDI, si riferisce non all’Almirante dei reduci di Salò ma al leader degli Anni Settanta, colui che aveva lanciato l’idea di Destra Nazionale, aggiungendo questa dizione allo storico simbolo e trasformato per la bisogna in MSI-DN. Giorgia Meloni, infatti, non ha mai accarezzato simpatie anticapitalistiche né tantomeno fasciste, preferendo posizioni liberal-conservatrici ed ha sempre guardato con ammirazione a figure come Margaret Thatcher. A conferma di ciò, un ex collaboratore della “Lady di Ferro”, Charles Powel, in una intervista a “La Lettura”, ha rivelato come la Meloni gli avesse chiesto consigli su come riuscire ad emulare e mettere in pratica la visione politica della ex premier inglese.

La carriera politica di Giorgia Meloni è partita dalla storica sezione del MSI di Colle Oppio a Roma, controllata dal gruppo dei Gabbiani di Fabio Rampelli, fuoriusciti dalla corrente Destra Sociale con la quale l’attuale presidente del consiglio ha sempre avuto rapporti conflittuali. La questione sociale non ha mai rappresentato una priorità e nei suoi discorsi si richiama sempre alla tradizione “conservatrice e liberale”. A conferma di ciò, uno dei primi provvedimenti presi dal nuovo governo è stato l’abolizione del reddito di cittadinanza, dipinto come una misura che ha incrementato il parassitismo dei “fannulloni” e disincentivato l’accesso di migliaia di giovani al mercato del lavoro, negandone la pretesa efficacia nel contrasto della povertà. Strizzando l’occhio, in questo modo ai settori della borghesia liberale che fino ad ora preferiva Forza Italia anche se ha dovuto pagare dazio nel meridione a discapito del M5S.

Quella della Meloni, è la cosiddetta “generazione Atreju” propensa più a raccogliere l’attenzione dei media durante le kermesse che non essere presenti con azioni quotidiane e capillari sul territorio dove ha sempre subìto la forte concorrenza del Blocco Studentesco, organizzazione giovanile di Casa Pound, che sulla difesa delle fasce più deboli della popolazione ha sempre fondato la propria azione politica. Questa generazione che compone i quadri di FDI, è sempre stata più propensa a relazionarsi con soggetti ideologicamente omologati che non confrontarsi con ambienti esterni. Dal punto di vista culturale, a parte Tolkien, citato spessissimo, i riferimenti sono filosofi conservatori: soprattutto l’inglese Roger Scruton e l’israeliano Yoram Hazony. Manca ogni tipo di accenno a scrittori come Brasillach, Drieu La Rochelle o Pound.

Per quanto riguarda la politica estera, in riferimento alla Russia, in campagna elettorale, Meloni sosteneva come essa fosse parte del nostro sistema di valori europei e difendesse l’identità cristiana combattendo contro il fondamentalismo islamico, auspicando peraltro di mantenere un dialogo costruttivo con Mosca senza però manifestare grandi entusiasmi per Putin. Al contrario, è sempre stata affascinata dal patriottismo degli americani e dal loro viscerale attaccamento alla bandiera nazionale, convinta di come il legame tra Europa e USA sia indissolubile. Lo stesso entusiasmo lo manifesta nei confronti di Israele considerato il baluardo dell’Occidente nel Medio-Oriente e proprio per questo gli si può perdonare “qualche eccesso” nella repressione dei gruppi terroristici.

Riguardo certe dure prese di posizione anti immigrazione e dichiarazioni con cui si paventava il rischio di sostituzione etnica oppure quelle concernenti la difesa della famiglia tradizionale contro le pretese della lobby Lgbt o certe impostazioni antiglobaliste, bisogna tener conto del contesto e dei tempi in cui venivano fatte. L’exploit dei movimenti populisti l’aveva costretta a cavalcare l’onda per non essere penalizzata nei confronti della Lega di Matteo Salvini ma successivamente aveva di molto annacquato le sue posizioni. L’espressione “Patria” ripetutamente citata nelle dichiarazioni programmatiche del 2° ed ultimo Congresso tenuto a Trieste del 2017, rappresentava un contentino per gli ex missini senza impaurire l’elettorato moderato. Una sorta di equilibrismo tra populisti e conservatori.

Il patrimonio ideologico e culturale di Giorgia Meloni rimane quello del MSI e la sua visione non se ne discosta a cominciare dalla struttura di FDI, decisamente monocratico. Il suo è un partito verticista fortemente centralizzato nel quale il capo ha un controllo diretto sugli organi periferici dove vige una logica gerarchizzata: il presidente detiene le redini del circolo. Il presidente nazionale, dispone delle leve di potere, godendo di ampia libertà di azione, controllando inoltre le risorse finanziarie. Ha l’autorità di convocare gli organi direttivi e infliggere sanzioni ed a lui è concesso di nominare a suo piacimento quote non indifferenti dei componenti degli organi direttivi. Organizzazione e potere del capo sono mutuati in toto tanto dal MSI quanto da AN, dove la dialettica interna era azzerata mentre le decisioni venivano prese dai vertici del partito. Giorgio Almirante ma anche Gianfranco Fini hanno fatta scuola.

Anche da punto di vista ideologico, FDI si richiama direttamente al MSI. Un partito di destra, conservatore, filo-atlantico, filo-israeliano e sostanzialmente liberista. Certi discorsi o richiami alla socializzazione erano stati portati avanti più per dare un contentino alla base, soprattutto giovanile, che non per convinzione dei vertici missini. Su questo punto, bisogna dare atto alla Meloni di non averne mai accennato a qualsivoglia “terza via” mentre la sua posizione liberal-capitalista è sempre stata chiara.

Giorgia Meloni è certamente una ragazza volitiva che ha dovuto affrontare molte difficoltà nella vita, superandole con caparbietà ed impegno militante appassionato. Ha la tendenza ad assumere in solitudine ed a volte d’istinto importanti decisioni ma ha il volto della persona comune che parla con forte accento romanesco condito da espressioni popolari, accompagnate spesso da smorfie. Prima della ascesa a Palazzo Chigi, era solita farsi vedere nei mercati rionali intrattenendosi con i negozianti e preoccupandosi dei loro problemi quotidiani e questo ha rappresentato un fattore determinante per il successo alle elezioni in contrapposizione ad una Sinistra, spocchiosa, convinta di una propria intrinseca superiorità morale ed intellettuale che provoca uno scollamento con il popolo cui vorrebbe negare il diritto di voto perché incapace di cogliere questi aspetti essenziali e della quale Elly Schlein ne rappresenta in prototipo.

Arrivata al governo grazie anche alla sua opposizione al governo Draghi, Meloni ha tuttavia scelto una linea di continuità con l’esecutivo precedente sul piano tanto della politica estera quanto di quella economica e sembrano lontanissime le sue invettive contro l’Ue, bollata come “entità indefinita in mano a burocrati che vorrebbero prescindere dalle identità nazionali o addirittura cancellarle”.

In tutte le sue dichiarazioni, Giorgia Meloni sostiene di aver mantenuto le sue promesse e dal suo punto di vista ha ragione. Al netto delle promesse esagerate che tutti i partiti fanno in campagna elettorale, sta attuando quella che è sempre la sua politica, filo-atlantica e liberal-conservatrice. La questione è però molto più complessa: Destra e Sinistra costituiscono le due facce della stessa medaglia, rappresentata dal Turbocapitalismo. Ne deriva che i margini di manovra dei due schieramenti è necessariamente molto ristretto, al di là delle promesse fatte in campagna elettorale che lasciano il tempo che trovano e finché non ce ne renderemo conto andremo incontro a cocenti delusioni.

 

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