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LA MACCHINOSA MUMMIFICAZIONE DI JOE BIDEN

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Il problema Kamala, lo stallo alla messicana e la Summer Surprise

 

Il mondo liberal statunitense è in evidente fibrillazione riguardo alla candidatura Biden. Ormai anche la stampa amica apertis verbis la qualifica come disastrosa e destinata a una cocente sconfitta. Perfino Gerry Baker, direttore del prestigioso Wall Street Journal, ha invocato come ineludibile la sostituzione del candidato Dem spingendosi in proposito a definire il pubblico come “ingannato e manipolato”, in tutti questi anni, sulle “condizioni e competenze” del senescente presidente. Una manipolazione perpetrata “in nome della democrazia” dall’apparato di partito, aggiunge esplicitamente l’esimio articolista sorvolando però sulle lampanti correità della propria categoria. L’epifania di tale “inganno”, ipse dixit, sarebbe avvenuta con l’ultimo e angosciante dibattito televisivo.

Una voce particolarmente malevola aggiungerebbe che la situazione è tanto palesemente funesta per i Dem da rendere assai impegnative, almeno nell’entità, perfino le eventuali “operazioni emergenziali (non convenzionali) di recupero voti”, le quali perciò apparirebbero comunque troppo scoperte e inverosimili ove pure fossero attuate con successo.

In sostanza, la sostituzione del candidato appare inevitabile qualora non si voglia decidere – oppure qualcuno non abbia già deciso – per il seppuku Dem.

La problematica è intricata, come tutti i viluppi del (sotto)potere politico, i relativi equilibri instabili e le pervasive faide. Analizzarla costituisce la tipica occupazione preliminare da spin doctor o PR, da psicologo politico “classico”, perciò limitato, o da stratega politic(ante). Un’attività in effetti noiosa e, in definitiva, di poca sostanza in quanto s’occupa degli epifenomeni – complicatissimi ma pur sempre epifenomeni – trascurando le correnti di fondo, le sovragestioni e quanto in alcuni circoli ristrettissimi viene comunemente definito come la Higher Will (Volontà Superiore) annettendo alla parola higher plurimi significati.

Nondimeno ci sobbarchiamo volentieri quest’onere, basandoci sulla mutevole situazione a tutt’oggi, anche per riconoscenza nei confronti di chi ci ha fornito informazioni particolari.

Il problema Kamala

Il primo ostacolo alla pur programmata sostituzione di Biden come candidato è costituito dalla sua vice Kamala Harris, la cui inconsistenza elettorale è pari solo alla sua ambizione.

Se Biden si ritirasse dalla competizione per vetustà, dovrebbe farlo anche dalla presidenza, formalmente o almeno virtualmente. Al momento gli subentrerebbe quindi Kamala nella carica e, a meno di gravissimi sgarbi istituzionali, anche nella candidatura.

Tuttavia costei è da molti considerata o percepita come piuttosto instabile caratterialmente e “non brillantissima” sul piano intellettuale; il tutto in misura uguale o perfino maggiore alla sua mancanza di scrupoli.

Notoriamente ella è detestata da una parte cospicua dell’elettorato di riferimento, soprattutto quello nero che non ha mai dimenticato i suoi comportamenti terribilmente cinici, finanche spietati, quando era Procuratrice della California, sia verso gli imputati socialmente svantaggiati della comunità etnica afroamericana sia verso gli immigrati.

Né tali gruppi hanno mai dimenticato la sua estraneità a detta comunità, provenendo ella da una famiglia piuttosto benestante ed essendo la sua pelle mediamente scura forse più per via della madre Tamil (un’etnia specifica del sud dell’India, dove il colorito è più bruno) che per il padre giamaicano ma discendente d’un emigrato irlandese (bianco); il quale remoto avo peraltro si mormora, non so quanto a ragione, sine culpa relata refero, fosse un mercante di schiavi equanimemente africani quanto europei in fuga dalle carestie irlandesi che da metà Ottocento si prolungarono fino al 1879. Pur deponendo ogni maligna (e non comprovata) illazione, quella parte cospicua del bacino elettorale Dem la considera in pratica poco più di una figurina posticcia, frettolosamente attaccata a Biden come vice nella corsa del 2020 in quanto donna e “diversamente bianca” seppur in effetti non nera.

La carriera politica della Harris è invece sempre stata spalleggiata dalla finanza di Wall Street. Numerose sono state le iniziative, anche pubbliche, di quell’ambiente in suo favore nel corso degli anni.

Alcuni ascrivono l’origine di tali conoscenze – ma non possiamo saperlo – ai forse fortuiti contatti col mondo finanziario di un coté frequentato dopo il divorzio piuttosto precoce dei genitori, quando la madre di Kamala si spostò, insieme alle due figlie pre-adolescenti, a Montréal in Canada per lavorare come ricercatrice presso il Jewish General Hospital. Qualunque sia il dipanarsi del caso, sta di fatto che la giovane Kamala trovò il modo d’essere instradata alla formazione da groomies ossia quei ragazzi oggetto d’uno specifico addestramento o cursus honorum orientato poi all’accesso alle più importanti cariche politico-amministrative, mediatiche e aziendali.

Tuttavia, se Wall Street può garantire cospicui finanziamenti per le campagne pubblicitarie, tramite PAC e SuperPAC, nulla può in caso d’inveterata avversione dell’elettorato target nei confronti d’un candidato. Quando Kamala partecipò alle primarie Dem del 2020 – poi vinte da Biden che infine la imbarcò come vice – arrivò ultima nel suo Stato, la California, con poco più dell’1% di preferenze. Fu infatti la prima candidata a ritirarsi dalla corsa all’investitura, appena dopo la subitanea e prematura débâcle domestica appena menzionata.

Né a tal fine sembra esser stato proficuo l’apporto del marito, il quotato avvocato originario di Brooklyn ma trapiantato in California, Douglas Emhoff. In sostanza Kamala appare inesorabilmente impopolare presso il tipico elettorato Dem: la sua quota bianca le mostra una certa disistima serpeggiante; quella nera, una profonda avversione. Anche i sondaggi, condotti per lo più da parte “non avversa”, segnalano un suo risultato come candidata presidenziale persino peggiore di quello attribuito al declinante Joe.

Una vice diversa

La sostituzione del già riottoso Biden risulta perciò difficile, oltre che poco onorevole (si vedano le accuse di manipolazione nell’articolo sul Wall Street Journal citato in apertura) anche per via della successione automatica in capo alla impopolare Harris.

In ambienti autorevoli si sta dunque delineando una nuova strategia, al momento oggetto di un alacre lavoro di corridoio: invece di destituire Old Joe prima o nella sede della Convention democratica, egli potrebbe venir investito come candidato ufficiale ma affiancato da una vice “forte” (perciò diversa da Kamala) cui successivamente lasciare il passo. I personaggi circolanti sono i consueti, in primis Michelle Obama il cui nome salvifico s’invoca per ogni dove. I mormorii sulla Clinton dovrebbero invece costituire solo un diversivo per via del suo storico da perdente con Trump e d’uno stato di salute, sembra, peggiore di quanto si dica nonché, infine, per una certa voglia diffusa di personalità fresche (o meglio, come tali percepite) e non invece usurate da una lunga militanza nei cubicoli del potere. Né sembrerebbero disposti a bruciarsi in questa tornata tormentata i due giovani rampanti governatori democratici, desiderando essi piuttosto prepararsi per un ruolo da protagonista in quella successiva, post-trumpiana. Il primo sarebbe Gavin Newsom, il quale comunque soffre al momento una crisi di popolarità per le cattive performance economiche del suo Stato, la California. Il secondo, Josh Shapiro, governa la Pennsylvania e gode di varie e promettenti “patenti” agli occhi dell’elettorato Dem, woke et similia: pur essendosi specializzato presso il Law Center della gesuitica Georgetown University, fu il Prosecutor protagonista della repressione giudiziaria degli abusi minorili del clero cattolico; inoltre potrebbe diventare, nel 2028, il primo presidente seguace d’una religione ancora inedita sul trono della Casa Bianca, essendo egli un Conservative Jew osservante che si attiene al kosher.

In ogni caso, una volta nominata la (o il) vice di Biden – probabilmente una donna per ragioni di gender equality – essa costituirebbe la candidata effettiva, destinata a subentrargli con maggiore o minore prontezza. Come tale sarebbe definita, seppur a mezza bocca, dalla stampa e dagli stessi esponenti del partito; ma soprattutto per tale sarebbe percepita dall’elettorato.

Si aprirebbero quindi due possibilità, da giocare a seconda del procedere delle circostanze: a) tentare di far eleggere il ticket “Joe+vice” sotto le premesse ut supra e poi spingere Biden a farsi da parte immediatamente dopo le elezioni per promuovere alla carica la sua vice; ciò verosimilmente garantendo in cambio alla Famiglia Biden l’impunità per i passati scandali nonché qualche succoso privilegio; oppure b) in caso le condizioni del senile non gli permettano più neppur di reggere un comizio o un confronto, anticipare il suo scalzamento in favore della vice a prima delle elezioni, nel periodo tra l’investitura e le votazioni.

Questa linea di lavoro assicurerebbe una candidata effettiva forte, salvando però un minimo le apparenze e la dignità di Biden e del partito. Tuttavia, ça va sans dire, permarrebbe lo scoglio dell’ostilità a tale ipotesi da parte dell’ambiziosissima Kamala, che si opporrebbe strenuamente all’esser sostituita da un’altra figura del pari proveniente dal coté politico professionale, per via diretta o indiretta.

Una forzatura contro di lei costituirebbe un segno di estrema debolezza agli occhi dell’elettorato. Potrebbe perfino esporre a ritorsioni, con trapelamenti di segreti inconfessabili, di cui mai v’è carenza nel sordidume dei giochi di palazzo.

In pratica: a meno che gli sponsor usuali di Wall Street, o ancor più la Higher Will, non “impongano amorevolmente” a Kamala di ritirarsi in buon ordine (e con una scusa plausibile, pur difficile da scovare) questo è un perfetto stallo alla messicana, come già acutamente notato da Patrizio Messina.

Summer Surprise?

Per uscire dall’impasse si sta affacciando l’ipotesi di un vero coup de théâtre.

L’idea, in effetti risolutiva, consisterebbe nel far scendere in campo qualche personaggio molto popolare proveniente magari dallo showbiz, ma da sempre attivista militante (civile e non professionale) per il partito.

Costui (o costei) incarnerebbe la novità, direi la fragranza, di una personalità fresca e percepita come estranea agli abituali giochi e riti di potere. Unirebbe tale prerogativa, assai amata dall’immaginario nuovista americano, a un’estrema popolarità conseguita per altri versi.

In fondo se il già culturista-attore e poi governatore californiano Arnold Schwarzenegger non fosse nato in Austria, quindi impossibilitato ex lege a concorrere alla presidenza – giacché non tutti hanno la fortuna di nascere alle Hawaii – di certo sarebbe stato un candidato Dem con altissime probabilità di riuscita, di certo assai maggiori rispetto al pur vincente attoruccio GOP Ronald Reagan…

Per definire il profilo perfetto di tale candidato (o candidata) avanziamo un esempio estremamente calzante, peraltro condiviso in privato anche dall’eminente macroeconomista harvardiano Pietro Ventani: proponiamo il popolarissimo (negli USA) Dwayne Johnson, wrestler e attore di origini familiari samoane, quindi correttamente non bianco caucasico e anzi “nativo” seppur di altrove, in ossequio alle liturgie woke. Sarebbe purtroppo maschio, ma non si può pretendere tutto in un sol colpo.

Inoltre, i ruoli da impavido lottatore sempre interpretati da costui gli garantirebbero d’incarnare, agli occhi dei sempliciotti e profani, l’Archetipo dell’Eroe che affronta ogni avversità con energia e coraggio incrollabile. Poco conta che in questo caso tale archetipo si esprimerebbe in una versione del tutto degradata e fallace, giacché l’Eroe del Mito vive le avversità come specchio e proiezione esterna della propria Ombra (il drago da lui ucciso è il proprio lato oscuro) ed egli le affronta e supera per auto-rettificarsi, realizzando così una auto-trasformazione corrispondente a un raffinamento coscienziale. Ciò è inessenziale per il pubblico massificato, anche quello formalmente acculturato.

La versione semplificata e degradata di un archetipo – con efficacia tanto maggiore quanto più esso è ridotto a una versione popolare e perciò commestibile a tutti – è un elemento prezioso su cui far leva per costruire delle narrazioni volte a orientare una percezione inconscia di realtà che l’ingegnere sociale sa ben pianificare, al pari dell’autentico stratega politico. Costoro infatti lavorano prima di tutto sugli archetipi collettivi caratterizzanti il gruppo umano target.

La menzionata identificazione archetipica (inconsapevole) del candidato in pectore con il supposto Eroe solleticherebbe tutto un sistema di mitologemi annidati nell’inconscio collettivo americano: oltre ad affrontare, più prosaicamente, con veemenza combattente “il pericolo Trump”, egli darebbe corpo all’uomo della frontiera, intrepido, inscalfibile, ardito e forte. Invincibilmente forte, anche ma non solo per ipertrofia muscolare, e in marcia inarrestabile verso il West o la Casa Bianca.

S’interpreterebbe così, forse, pure l’uomo messianicamente forte, come richiesto dal fantasma veterotestamentario americano: l’impavido che affronta eroicamente “il male” e ristabilisce la giustizia salvando la comunità e in sovrappiù “assoggettando al bene” spazi e territori, naturali o urbani.

Tutti quegli elementi (asseritamente) eroici sono fondativi dell’intera epopea americana, della sua fondazione ed espansione o conquista. Sono perciò parte essenziale della sua cultura di fondo, soggiacente. Essi agiscono nell’inconscio pure delle persone “raffinatamente liberal” che se ne credono immuni e che, anzi, ritengono in buona fede di disprezzarli come reazionari quando non criminali – dato che l’epopea suddetta fu, in effetti, criminale.

Tali meccanismi identificativi permettono perfino di superare i più patenti paradossi: Dwayne Johnson sarebbe d’origine un “nativo”, seppur di altre latitudini, ma finirebbe per incarnare l’eroe archetipico di un’epopea fondativa basata proprio sullo sterminio dei nativi (americani)…

È un cortocircuito tipico della costruzione di narrative sociali. Infatti, una volta assemblata una narrazione che orienti una percezione inconscia di realtà, i suoi paradossi appaiono solo a chi sappia decodificare i processi e le dinamiche soggiacenti all’immaginario collettivo; quindi son chiari soltanto a chi se ne occupi professionalmente. I pur chic, distinti e talvolta forse colti, o spesso solo spocchiosi, liberal delle coste non li scorgeranno mai; vieppiù il basket of deplorables (cesto di deplorevoli, cit. Hillary) del Midwest.

Oseranno?

Nel paragrafo precedente s’è illustrato soltanto uno dei possibili esempi di personaggi extra-politici assai popolari e mitopoieticamente adatti o adattabili alla bisogna.

Ne esistono anche altri adeguati ad assolvere efficacemente quella funzione. Ci fermiamo qui nella lista per non dar eccessivo aiuto ai consulenti politici, che dovrebbero pur guadagnarsi in proprio la ricca parcella.

Qualunque sia il nome prescelto, la potenza dirompente d’una simile novità giustificherebbe ampiamente, agli occhi di tutti, il farsi da parte del vecchio e debilitato politicante. Renderebbe anche più digeribile a Kamala l’esser scavalcata da una personalità di tutt’altro genere, ambiente e storia; quindi non lo smacco d’una concorrente preferitagli bensì l’innovazione sorprendente d’un radicale cambio tipologico.

Sarebbe un grande, memorabile twist all’americana.

Nondimeno l’attitudine a osare dell’attuale gruppo dirigente sembra assai modesta talché, a oggi, appare più probabile una Michelle Obama (o consimili alternative) magari nominata vice e poi messa in sella; il tutto sempre nell’ipotesi che Old Joe regga ancora un po’ e/o Wall Street oppure altre entità ordinino a Kamala di farsi indietro senza sbraitare.

La ventata florida ed energetica d’un personaggio alla Dwayne Johnson avrebbe la massima efficacia se la sua comparsa nell’agone intervenisse a sostituzione di Biden sin dall’investitura ufficiale, ossia prima della Convention. La nomina ab initio quale candidato principale sarebbe infatti più dirompente della sua eventuale investitura a vice, da promuovere successivamente. In quanto qualificato come vice, il personaggio perderebbe infatti una parte della sua potenza esplosiva, a meno di un abbandono di Old Joe immediatamente dopo l’investitura, quindi all’esordio della campagna presidenziale propriamente detta.

Un’ultima variante sul tema sarebbe quella del colpo di scena tardivo, almeno nelle intenzioni e salvo degradi cognitivi presidenziali fuori controllo. In tal modo si potrebbe mediare tra le bande e faide interne nonché regolare ogni mossa in base agli sviluppi in divenire, anche in relazione al procedere più o meno veloce del declino menzionato.

In pratica Biden – se reggesse fin lì – andrebbe verso l’investitura senza indicare alcun vice fino all’ultimo giorno utile. Lo nominerebbe in extremis per poi dargli, di fatto, lo scettro della campagna elettorale. E in seguito il trono.

Sarebbe una variazione sul tema della canonica October Surpise, necessariamente anticipata all’estate più o meno avanzata. Una Summer Surpise, dunque, pensata per risolvere il “problema Biden” e al contempo per far saltare il banco elettorale, soprattutto ove si coinvolgesse un personaggio assai fresco, popolare e archetipicamente ben studiato.

Se ben consigliato, Trump dovrebbe del pari astenersi dal nominare il suo vice finché la mossa del competitore non si sia palesata con chiarezza, in modo da poter rispondere con un contro-colpo di scena uguale e invertito. Nel gergo degli sceneggiatori – e degli spin doctors che ne sono parenti stretti – si parla tecnicamente di twist and counter-twist.

Da ultimo, un suggerimento semiserio ai Dem avanzato dal sardonico amico Marco Della Luna, in veste di machiavello: perché non pensare a un assassinio della ingombrante vicepresidente in carica eseguito però sotto falsa bandiera, quindi segretamente ordito dai vertici Dem stessi ma poi ascritto alla controparte? Il presidente rimarrebbe talmente sconvolto, scioccato, da cadere in deliquio e doversi ritirare con ogni ragionevole motivazione… così il lottatore Samoano si farebbe avanti per salvare il paese, vieppiù sottraendolo eroicamente al dominio del campo trumpista il quale, da semplicemente deplorable, sarebbe ormai ufficialmente degradato a criminale.

Avranno l’ardire?

O vinceranno le consuete (e noiose) guerriglie per bande, sempre che tutto non sia stato già acutamente programmato da una Higher Will?

PS: Questo articolo è stato scritto il 09 luglio 2024, prima dell’attentato a Trump. Sembra quasi che la sorte – o magari chissà chi/cosa – abbia voluto anticipare con un counter-twist preventivo l’eventuale accorrere dell’Eroe tra i Dem. Ora quel ruolo sembra occupato, ma dalla controparte.

 

 

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