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LIBIA: LA QUARTA SPONDA

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Dopo la caduta di Assad, le basi russe di Khmeimim e Tartus non sono più considerate sicure. Mosca intende trovare approdi sicuri alternativi a quelli siriani per la sia flotta del Mediterraneo e questi sembra siano stati individuati nei porti di Bengasi e Tobruk. In quest’ultimo sarebbero già iniziati i lavori per potenziare le strutture e metterlo in grado di ospitare navi da guerra. L’Eni ha, da sempre,  investito massicciamente in Libia. Questa regione, con le sue vaste riserve di gas e petrolio, rappresenta una risorsa fondamentale per l’Italia che, purtroppo, sta perdendo sempre più terreno anche per lo scarso aiuto che riceve dal nostro governo. La Russia che una volta era nostra amica ora ci considera, giustamente,  paese ostile e dalle basi che sta approntando in Libia, potrebbe colpire in ogni momento qualcuno dei circa 120 siti NATO presenti nel nostro territorio.

 

Sì dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo. A maggior ragione possiamo prevedere che la dissoluzione del regime di Bashar al-Assad in Siria sarà gravida di conseguenze per i paesi che si affacciano nel bacino del Mediterraneo ed in modo particolare per l’Italia. La Siria è costituita da un coacervo di etnie e gruppi religiosi di diversa estrazione: la maggioranza sunnita ma con la presenza di una componente Alawita – quella della famiglia Assad – oltre alle minoranze formate da cristiani e drusi. Nel nord del paese vivono i curdi che costituiscono il secondo gruppo etnico più numeroso del paese dopo gli arabi. Fino ad ora non si erano registrati conflitti di natura religiosa essendo la Repubblica siriana uno stato laico nel quale vigeva la massima libertà di culto ma con l’avvento di Mohammad Ghazi al-Jalaii e dei suoi miliziani dell’Isis, è partita la resa dei conti e sono iniziate le violenze non soltanto contro gli Alawiti ma anche contro cristiani e drusi. Nel contempo, si registrano attacchi contro i curdi sia da parte dei miliziani che dei loro protettori e finanziatori: i turchi. Erdogan vorrebbe infatti chiedere definitivamente la partita con questo popolo fiero ed orgoglioso che gli causa non pochi problemi, semplicemente annientandolo. Questa situazione provocherà certamente un esodo di decine di migliaia di persone che per sfuggire alle violenze si riverseranno in massa sulle coste africane del Mediterraneo per dirigersi verso quello che si rivela il paese più facile da raggiungere: l’Italia. Il nostro paese non soltanto viene lasciato solo dal resto dell’Europa a gestire quella che rappresenta una delle emergenze più gravi dei prossimi decenni, impedendo la ricollocazione degli immigrati nelle altre nazioni dell’Ue ma addirittura deve subire note di biasimo e condanne da varie corti internazionali per come “accoglie” questi profughi, veri o presunti che siano.

La Russia dispone, in territorio siriano, di due basi militari, quella di Khmeimim, vicino alla città portuale di e la base navale di Tartus, sulla costa mediterranea. Con la caduta di Assad, non sono più considerate sicure ed al Cremlino si teme che USA e Gran Bretagna abbiano in programma attacchi diretti oppure, facendo fare il lavoro sporco ai miliziani dell’Isis, attentati terroristici. Questi erano gli unici centri che garantivano la sosta e rifornimento della flotta russa dislocata nel Mediterraneo ma ora, venuta a mancare la sicurezza, si ipotizza di predisporre una nuova base sulle coste libiche dove, dal 2011, non esiste più uno stato unitario e diverse fazioni si contendono zone di territorio. Ricordiamo come la caduta del regime di Gheddafi sia stata provocata da un proditorio attacco dei paesi NATO, voluto principalmente da USA, Gran Bretagna e Francia. Il leader libico infatti si era fatto promotore di un progetto che prevedeva la creazione di tre organismi finanziari: il Fondo Monetario Africano, la Banca Centrale Africana e la Banca Africana di Investimenti. Questo progetto era finalizzato alla formazione di un mercato comune africano ed alla emissione di una moneta unica pan – africana che avrebbe sostituito il dollaro e la CFA, la moneta imposta dalla Francia alle ex colonie mentre le riserve auree libiche avrebbero garantito la maggior parte degli investimenti iniziali. Prima dell’attacco militare del 19 marzo 2011 si era provveduto a sequestrare 150 miliardi di dollari di investimenti libici all’estero soldi dei quali non si è mai saputo che fine abbiano fatto una volta presi in carico da varie banche, guidate dalla Goldman Sachs che ha fatto la parte del leone, quello stesso istituto, lo ricordiamo a titolo di cronaca, del quale Mario Draghi è stato vice presidente. Con questo attacco è stata distrutta una nazione con i più alti livelli di crescita economica del continente africano con il PIL +7,5% annuo e con gli indicatori di sviluppo umano molto alti: accesso universale all’istruzione primaria e secondaria ed oltre il 40% a quella universitaria. A questo attacco, purtroppo, l’Italia ha partecipato attivamente sia concedendo la disponibilità alle forze NATO di ben sette basi – Trapani, Gioia del Colle, Sigonella, Decimomannu, Aviano, Amendola, e Pantelleria – sia bombardando la Libia con Tornado ed Eurofighter. A suonare la carica ed imporre il nostro intervento fu il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Silvio Berlusconi, presidente del consiglio, era fortemente contrario perché convinto come, dal punto di vista italiano, rappresentasse una follia attaccare un paese con il quale non avevamo contenziosi, facevamo affari oltre e ci garantiva un severo controllo sulla partenza di immigrati verso le nostre coste.  Contrario anche l’allora sottosegretario alla Difesa Crosetto e tutta la Lega. Dallo Stato Maggiore della Difesa trapelava poi grande preoccupazione prevedendo la spaccatura del paese in mano alle fazioni che avrebbero provocato enormi flussi migratori verso l’Italia, senza contare i contratti in essere con L’ENI ed altre aziende italiane che sarebbero stati ovviamente stracciati. Incurante di tutto ciò Napolitano sostenuto dal PD – con Bersani, Franceschini e Finocchiaro a suonare la carica – e dall’allora ministro della Difesa La Russa, si impose e si costrinse il governo a dare il consenso all’intervento. Non possiamo dire se si sia trattato di miopia politica o tradimento degli interessi nazionali, ognuno tragga le proprie conclusioni, possiamo soltanto rilevare come Napolitano fu premiato addirittura con un secondo mandato al Quirinale, un inedito assoluto nella storia repubblicana.

Tornando ai giorni nostri, si diceva delle intenzioni di Mosca di trovare approdi sicuri alternativi a quelli siriani per la sia flotta del Mediterraneo e questi sembra siano stati individuati nei porti di Bengasi e Tobruk. Secondo il Wall Street Journal la Russia sta ritirando i sistemi avanzati di difesa aerea e le armi sofisticate dalle due basi di Tartus e Khmeimim e li sta trasferendo in Libia. Già dal 16 dicembre scorso, un aereo cargo del ministero russo per le situazioni di emergenza ha fatto tappa nella Libia orientale nella zona controllata da Khahfa Haftar sostenuto da Mosca. L’Intitute for the study of War ipotizza che la Russia si stia organizzando per una riduzione o addirittura un completo ritiro delle proprie truppe dalla Siria. I satelliti registrano un significativo movimento del traffico aereo con spostamento di importanti quantità di equipaggiamento militare sia da Khmeimim che da Tartus. Da tempo sono noti contatti tra russi e Khahfa Haftar per la concessione di diritti di attracco a lungo termine nei porti di Bengasi e Tobruk. In quest’ultimo sarebbero già iniziati i lavori per potenziare le strutture e metterlo in grado di ospitare navi da guerra. In cambio Mosca garantirebbe protezione al Ras della Cirenaica contro le milizie del governo di Tripoli. A questo, va aggiunto come il gigante russo dell’energia atomica Rosatom abbia iniziato a lavorare alla prima centrale nucleare egiziana, definendola “il più grande progetto di cooperazione russo-egiziana” dagli anni ’50”. Lo stabilimento di El-Dabaa sarà costruito sulla costa del Mar Mediterraneo, a circa 300 chilometri a nord-ovest del Cairo e dimostra come Mosca intenda  rafforzare sempre di più la sua presenza in questa area.

Da parte sua, la Turchia è da tempo presente in Libia. Il porto di al-Khums , ad un centinaio di km da Tripoli, verrà trasformato in una base navale turca con una concessione di 99 anni. In base allo stesso accordo, l’aviazione militare turca potrà utilizzare la base aerea di al-Watya, nella Tripolitania Occidentale. Con la sua presenza in Libia, la Turchia ha di fatto raggiunto il suo obbiettivo di allargare la sua influenza nel Mediterraneo al fine di garantirsi lo sfruttamento un’area nord africana e marittima di grande importanza. La Libia è infatti un paese ricco di riserve di petrolio e gas che confina con importanti rotte commerciali del Mediterraneo. La Tripolitania è diventato, di fatto, un protettorato sotto il controllo della Turchia e dei suoi alleati e ciò rischia di compromettere ulteriormente  la presenza italiana restringendo notevolmente il margine di manovra per Eni e, più in generale, per i nostri interessi  nella regione. Ankara è da tempo molto attiva, presente nel territorio libico già ai tempi del dittatore Gheddafi. La Turchia negli ultimi mesi ha fornito sostegno al governo di accordo nazionale (GNA) sia attraverso accordi di cooperazione (con un volume degli investimenti stimato in diversi miliardi di dollari USA), sia militare per opporsi all’avanzata dell’esercito nazionale libico di Khalifa Haftar, sostenuto da Mosca.

L’Eni ha, da sempre,  investito massicciamente in Libia. Questa regione, con le sue vaste riserve di gas e petrolio, rappresenta una risorsa fondamentale per l’Italia che, purtroppo, sta perdendo sempre più terreno anche per lo scarso aiuto che riceve dal nostro governo. Al di là di annunci propagandistici di un nuovo “Piano Mattei”, da parte italiana non emerge la ferma volontà di difendere i propri interessi anche con la forza. La Russia, abbandonando la Siria, ha necessità  di rafforzare la propria posizione strategica in Cirenaica. La Turchia che espande sempre più la propria influenza  in Tripolitania. E le tensioni in Libia, inoltre, sono tutt’altro che risolte. Gli scontri per il controllo della Banca Centrale libica, le manovre militari del generale Haftar e le violazioni turche dell’embargo sulle armi sono segnali evidenti di un conflitto ancora in corso. In questo contesto di caos, la sola azione diplomatica, senza essere accompagnata da una forte presenza anche militare, porta ben pochi risultati e questa carenza ci danneggia moltissimo sia a livello politico che economico-commerciale.

In conclusione, quella che una volta era la “Quarta Sponda” italiana è diventata la fonte delle nostre maggiori preoccupazioni. La Turchia, membro della NATO, che intrattiene buoni rapporti con la Russia, con la nostalgia di tornare ad essere un impero, ha dimostrato negli anni di non farsi troppi scrupoli se vuole raggiungere i propri obiettivi. Non dobbiamo dimenticare la vicenda del 10 febbraio 2018 quando la marina militare turca intimò il blocco alla piattaforma galleggiante Saipem in navigazione verso le acque di Cipro per esplorazioni di idrocarburi che Ankara rivendicava come proprie,  minacciando di usare la forza. Il governo italiano dell’epoca elevò “vibrate proteste”, ma ovviamente non ottenne nulla e la piattaforma tornò indietro. Una situazione del genere potrebbe riproporsi a poche centinaia di miglia dalle nostre coste e dobbiamo essere preparati ad affrontare crisi nelle quali è bene mostrare i muscoli.

La Russia che una volta era nostra amica ora ci considera, giustamente,  paese ostile e dalle basi che sta approntando in Libia, potrebbe colpire in ogni momento qualcuno dei circa 120 siti NATO presenti nel nostro territorio. L’Italia poi non potrebbe contare su una difesa da parte di Trump, in quanto il neo-presidente americano ha più volte ribadito come i paesi aderenti all’Alleanza Atlantica che destinano meno  del 2% del PIL alla difesa non abbiano diritto alla protezione USA.

A questi rischi ipotetici ma comunque possibili, se ne aggiunge un altro: il flusso degli immigrati. Putin ed Erdogan possono aprire o chiudere a loro piacimento i rubinetti delle partenze dalle coste libiche tenendoci costantemente sotto il ricatto e sappiamo che questi personaggi non si accontentino di briciole.

 

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