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L’Ucraina, la guerra di Gaza e le “ombre” di Platone

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La proposta di Trump di arrestare il conflitto sulle posizioni territoriali già raggiunte dalla Russia, viene rifiutata da Putin che vorrebbe occupare una zona più vasta dell’Ucraina, compreso il porto strategico di Odessa, arrivare fino alla Transnistria e costituire una fascia di sicurezza strategica per la Russia. 

A Sharm El Sheik si è celebrata una sorta di solennissima Messa cantata, “ad gloriam pacis Dei”, cioè a Donald Trump. Il Medio Oriente pacificato da Trump consiste soprattutto in una torta di una cinquantina di miliardi di dollari da spartirsi per la ricostruzione di Gaza, da trasformare in una modernissima metropoli. La la vera pace è tutta da costruire. Il “cessate il fuoco” non è stato rispettato. Più di un centinaio di palestinesi sono stati uccisi.

Per la prima volta mi trovo d’accordo con Donald Tusk, il primo ministro polacco, malato alquanto di russofobia, il quale ha detto: «Al giorno d’oggi far previsioni a tre giorni è un rischio folle». E, aggiungo io, non tanto perché l’altro Donald, cioè il presidente degli Stati Uniti un giorno dice una cosa, e il giorno dopo ne dice tranquillamente l’opposto. E’ che appena alcuni nodi paiono potersi sciogliere, c’è chi continua a volerli ancor più aggrovigliare (vedi Inghilterra, o i pazzi messianici israeliani). E accade così che, tra un susseguirsi di episodi contraddittorii, la Nato e la Russia facciano ambedue esercitazioni militari che prevedono l’uso della bomba atomica. Per ora è solo un mostrare i muscoli, d’accordo. Ma, come suggerisce un saggio proverbio, non si deve scherzare col fuoco. Tantomeno fuoco atomico.

Poiché effettivamente, come ha detto Tusk, previsioni su ciò che può accadere non se ne possono fare, nemmeno a tre giorni, non ci resta che cercar di ragionare su quello che nello scenario internazionale è già accaduto, cioè sulle cronache di queste ultime settimane. Materia non manca di certo, perché è accaduto di tutto e di più. Dopo l’incontro in Alaska, nel quale non si è mai saputo cosa davvero si sono detti, Putin e Trump si dovevano incontrare di nuovo a Budapest. La località era stata scelta da Putin: in Europa, ma senza coinvolgere minimamente l’Unione Europea, tanto per far vedere quanto lui la considera e quanto essa conta.

I preparativi erano già avviati; c’era stata una telefonata preparatoria tra il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, ed il segretario di Stato americano Marco Rubio. Ma subito dopo: contrordine. Trump annuncia infatti che quell’incontro non avrà luogo, perché lui “non ha tempo da perdere”. Tradotto in termini più diplomatici: per fermare la guerra in Ucraina la proposta di Trump era quella di arrestare il conflitto sulle posizioni territoriali già raggiunte dalla Russia, ma da quell’orecchio Putin non ci sente. Da un lato lo si capisce: dopo tre anni di guerra, centinaia di migliaia tra morti e feriti,  grossi sacrifici economici, non arrivare nemmeno a riprendersi le intere regioni russofone del Donbass e Donesk, ed accontentarsi di quello che già si è conquistato, apparirebbe all’opinione pubblica russa più che una grande vittoria una mezza sconfitta. E questo nemmeno lo “zar” se lo può permettere. Ma viene il dubbio che non si tratti solo di questo. Che cioè l’obiettivo massimale di Putin sia un altro: occupare una zona più vasta dell’Ucraina, compreso il porto strategico di Odessa, arrivare fino alla Transnistria, anch’essa russofona, in modo ridurre l’Ucraina ad una Nazione senza sbocco al mare, non più importante strategicamente e, potenzialmente, anche economicamente, e costituire una fascia di sicurezza strategica per la Russia. Ed alcuni pensano addirittura che Trump lo accetterebbe, nello spirito di una nuova Yalta, concordata in Alaska, di cui ancora una volta a fare le spese sarebbe l’Europa.

E Trump sembra perder la pazienza

Ma, arrivati a questo punto, Trump (se non è tutto una recita…) sembra aver perso la pazienza ed ha sparato nuove sanzioni, mirando al bersaglio grosso: le due maggiori società petrolifere russe, cioè Lukoil e Rosneft e le loro sussidiarie, che sono state escluse dal sistema bancario occidentale. In altre parole non possono più effettuare o ricevere pagamenti internazionali tramite il sistema SWIFT, utilizzato dalle banche di tutto il mondo. Ed in effetti la misura adottata sembra di quelle che possono far male sul serio, perché quelle due società rappresentano la metà della produzione di petrolio in Russia e da esse proviene un quarto delle entrate fiscali del governo.

Ma Putin minimizza. Le sanzioni americane, dichiara «sono un atto ostile, ma non ci danneggiano, non creeranno particolari problemi; godiamo di una forte immunità alle misure restrittive occidentali». E questo è abbastanza vero: le vendite di petrolio russo, dopo le sanzioni precedenti, sono crollate verso gli Stati Uniti e l’Europa, ma sono enormemente aumentate verso Cina ed India: +50% in Cina, e addirittura quasi il 200% in più in India, ove oggi i due terzi del petrolio importato vengono dalla Russia. Ed anche verso l’Europa e gli altri Paesi triangolazioni con società misteriose ed una flotta ombra di petroliere, che non battono bandiera russa, mantengono un flusso non indifferente di esportazioni.

Però cosa faranno ora la Cina e l’India non è ancora molto chiaro. Pare che le maggiori società petrolifere nazionali cinesi, per timore di ritorsioni, abbiamo sospeso l’import di petrolio via mare dalla Russia, ed altrettanto si apprestino a fare quelle indiane. Ma il Ministero degli esteri cinese, in una sua nota, ha ricordato che «La Cina si oppone  costantemente alle sanzioni unilaterali che non si basano sul diritto internazionale e non sono autorizzate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu». Sembra improbabile che l’incontro fra Trump e Xi Jiping, imminente al momento in cui scriviamo, possa mutare questa posizione. E non va dimenticato che la Cina ha con la Russia un patto d’amicizia e d’alleanza “d’acciaio” e che sia la Cina che l’India fanno parte dei BRICS.

Il no del Giappone e l’aumento dei prezzi

Molto significativa poi è la reazione del Giappone, il quale importa dalla Russia il 9% dei combustibili di cui necessita, costituito da gas che proviene dai contigui giacimenti delle isole Sakhalin (prima della seconda guerra mondiale una parte di quelle isole era giapponese). Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bennet, ha esortato Tokyo a interrompere quegli acquisti, ma il ministero dell’industria giapponese ha risposto che il gas di Sakhalin «Svolge un ruolo estremamente importante per la sicurezza energetica del Giappone»; una sua interruzione «causerebbe un forte aumento dei prezzi dell’energia elettrica», e inoltre la rottura dei contratti comporterebbe anche forti multe. Insomma: per ora è un no motivato.

E siamo giunti così a quella sorta di “convitato di pietra” che sempre è presente quando si tratta di interrompere gli acquisti di gas e/opetrolio russi, cioè il costo delle eventuali forniture sostitutive, ed in generale l’impatto sui prezzi internazionali delle due fonti d’energia. In una telefonata con Trump che evidentemente già gli prospettava sanzioni sull’export di petrolio, Putin l’aveva già sottolineato: «allora il prezzo del petrolio salirà». Facile profezia: in una economia di mercato se l’offerta si riduce considerevolmente rispetto alla domanda, sale il prezzo: è la più elementare e la più inesorabile delle leggi economiche. Ed infatti al semplice annuncio delle nuove sanzioni la quotazione del Brent (il petrolio leggero estratto prevalentemente nel Mare del Nord) ha fatto un balzo del 4,8%, mentre il “future” sul West Texas americano ha segnato un +5,2%.

Ma a parte la minaccia di un rincaro globale del prezzo degli idrocarburi, Putin ha presentato a fine ottobre un altro argomento ancor più convincente: il suo nuovo missile a motore atomico “Burevestnik” che, sono sue parole, «non ha eguali al mondo».  Ha di fatto “una autonomia illimitata”, ha percorso 14 mila km. in 24 ore e non è intercettabile. «Faccia finire la guerra, invece di testare missili», è stata la risposta di Trump, che in fatto di missili e di ammodernamento delle armi sembra accusare un certo ritardo. E l’Europa poi? A confronto i piani di riarmo (sulla carta…) dell’Europa fanno ridere. Un riso amaro.

La UE? Uno “zombie” autodistruttivo

La quale Europa, “perseverare diabolicum”, si è subito accodata alla mossa di Trump, emettendo il suo diciannovesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, puntando questa volta sulle esportazioni russe di gas naturale liquefatto. Anche se sembra incredibile, tra i prodotti sanzionati in questo diciannovesimo pacchetto vi sono anche i sanitari per le toilette. Il che ha permesso a Putin di liquidare con pesante sarcasmo le misure dell’Europa. «Il fatto che abbiano cancellato le nostre forniture di toilette – ha osservato- costerà loro molto. In realtà penso che sarebbero state utili nelle situazioni attuali». L’allusione è chiara: i leaders europei se la fanno sotto, e scarseggeranno anche le toilette. «La UE? Uno zombi incapace di comprendere il danno che sta facendo ai propri interessi: il divieto d’importazione di gas liquefatto dalla Russia è autodistruttivo. L’EU non ha riserve di gas e abbisogna di molta più energia per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Ciò avrà impatto sui mercati energetici, e quindi sugli interessi dell’Europa» è il commento di un’altra nota di Mosca.

I leader europei dal canto loro si sono riuniti a Bruxelles per discutere di vari temi, ribadendo l’impegno di aiuti economici all’Ucraina (ma non ci sono soldi…), auspicando un percorso dell’Ucraina che la porti in seno all’Ue (ma il premier ungherese Viktor Orban ha già espresso il suo voto contrario). L’unico tema concreto era quello dei beni russi congelati, che il premier inglese vorrebbe usare addirittura per comprare armi dagli Stati Uniti e regalarle poi all’Ucraina. Maria Zakarova, portavoce del ministro degli esteri russo, ha detto chiaro e tondo che appropriarsi di quei beni la Russia lo considera un furto, e non si può darle torto. Usare i fondi congelati della Russia per comprare armi contro la Russia più che un furto sarebbe una beffa provocatoria, volta ad inasprire irrimediabilmente i rapporti tra Russia ed Europa, a protrarre la guerra d’Ucraina, a rischiare la guerra con la Russia. Che, evidentemente, è quello che l’Inghilterra vuole. Su questo tema dell’appropriazione e dell’uso dei beni russi congelati però i leaders europei non hanno trovato ancorauna linea comune ed hanno deciso di rinviare tutto alla riunione prossima, che si dovrebbe tenere a dicembre. Per la serie: intanto si rinvia, poi si vedrà…

Tra gelo e disgelo

I guerraioli però non sono da una parte soltanto. Il vicepresidente russo Dmitry Medvedev (uno che coi suoi toni infuocati farebbe scoppiare una guerra anche tra San Marino e il Vaticano), in una nota su Telegram scrive infatti: «Cancellazione del vertice di  Budapest da parte di Trump, nuove sanzioni contro il nostro Paese da parte degli Stati Uniti. Cos’altro? Ci saranno nuove armi oltre ai famigerati Tomahawak? Se qualcuno nutriva ancora illusioni, eccolo qui. Gli Usa sono nostri avversari, e il loro loquace “pacificatore” si è del tutto imbarcato sulla via della guerra contro la Russia e le decisioni prese sono un atto di guerra contro la Russia». Lo stesso Putin d’altronde, a proposito dei Tomahawak aveva minacciato: «Se i Tomahawak venissero usati  per colpire il territorio russo, daremo una risposta schiacciante».

Siamo tornati dunque al gelo nei rapporti tra Russia e Stati Uniti? No, altro contrordine. Sia Putin che Trump hanno precisato che l’incontro di Budapest non è cancellato: è stato solo rinviato. E Kiril Dmitriev, inviato speciale di Putin, giunto negli Stati Uniti per incontrare Steve Witkoff, a sua volta inviato del presidente Trump, come se nulla fosse ha dichiarato alla CNN che «Mosca, Washington e Kiev sono ragionevolmente vicini a raggiungere una soluzione diplomatica perporre fine alla guerra in Ucraina. Vogliamo porre fine a questo conflitto il prima possibile. Vogliamo che finisca diplomaticamente. L’assenza di dialogo tra Stati Uniti e Russia è un pericolo per il mondo intero».

L’aveva detto anche Putin: «Il dialogo è sempre meglio di qualsiasi confronto, di qualsiasi disputa, e soprattutto della guerra».

La guerra di Gaza e il gioco delle ombre

A cercare di seguire le cronache politiche del Medio Oriente e della guerra in corso a Gaza, viene in mente Platone, e la sua desolante considerazione: noi umani, chiusi in una grotta, vediamo solo delle ombre che si proiettano sulla parete, non la realtà. E in questa guerra di Gaza nulla è come appare, a cominciare dall’inizio, cioè l’attacco di Hamas il 7 ottobre di due anni or sono. Non a caso la Knesset, cioè il Parlamento israeliano unicamerale il 23 ottobre scorso ha votato a favore di un’annessione della Cisgiordania, ma ha respinto la proposta di creare sui fatti del 7 ottobre una Commissione d’inchiesta. Gli “arcana imperii” tali debbono restare. Una Commissione parlamentare d’inchiesta, in un Parlamento frammentato da correnti in lotta, sia nella maggioranza che nell’opposizione, rischiava di aprire l’armadio degli scheletri. Di quell’episodio dobbiamo conoscere solo la versione ufficiale, cioè il gioco delle ombre proiettato nella caverna in cui noi, uomini comuni, siamo chiusi.

Ma qualcosa della realtà è comunque emerso. Ormai è chiaro che Hamas è stata, in larga parte, una creatura d’Israele, che ne ha favorito lo sviluppo per farne un contraltare all’Autorità Nazionale Palestinese, seminare la discordia tra i palestinesi, ed evitare che lo Stato Palestinese, da virtuale quale ora è, divenisse reale. E lo sanno anche i sassi che Israele ha chiuso sempre gli occhi sull’enorme flusso di dollari che proveniva dal Qatar per finanziare Hamas. Il quale Qatar oltre ad essere straricco di petrolio e di dollari è tra gli emirati del Golfo il migliore amico degli Stati Uniti ed ospita la più grande base militare americana del Medio Oriente.

Ma allora come si spiega l’improvviso attacco di Hamas ad Israele il 7 ottobre di due anni or sono, con gli efferati episodi di ferocia che lo hanno caratterizzato e che ha dato avvio e giustificazione alla guerra di Gaza, ed alla ancor più feroce ed efferata reazione di Israele? E come è possibile che il Mossad, considerato il migliore servizio segreto militare del mondo, si sia fatto cogliere di sorpresa dall’attacco di Hamas, cioè da una organizzazione che aveva contribuito a far crescere, e nella quale necessariamente aveva orecchi che ascoltano, occhi che guardano e lingue che parlano?

Nel gioco delle ombre che è la narrazione ufficiale, tutto questo non si spiega. Ma se prescindiamo da quel che ci fa vedere il gioco delle ombre, e proviamo a ragionare secondo logica, tutta la vicenda appare in ben altra luce. Ne ho scritto diffusamente, tracciando un quadro esaustivo, in un articolo già pubblicato da “Italicum” all’inizio del 2024 e ripreso poi integralmente da Arianna Editrice. Tale articolo è consultabile ancora sul web; superfluo quindi che mi ripeta. Resta da dire qual che c’è ora di nuovo, cioè la “pax americana” che il presidente Trump cerca di imporre ad un Netanyahu che era deciso, come sempre, a tirar dritto per la sua strada, che è quella di impedire ad ogni costo la nascita di uno Stato Palestinese, e costruire invece, un pezzo dopo l’altro, una Israele che vada dal Giordano al mare.

Il trionfo di Trump al Parlamento d’Israele

La proposta di Trump, è stata solennizzata ed enfatizzata da due eventi. Il primo il discorso del Presidente statunitense alla Knesset, poi la solenne riunione plenaria a Sharm El Sheik. Discorso trionfale quello alla Knesset: Trump ha annunciato che quello era «un giorno meraviglioso» perché, «la guerra è finita»; «è finita l’era del terrorismo», e quella che si apriva quel giorno era «l’alba storica di un Nuovo Medio Oriente». Chiama Netanyahu “Bibi”, scherza con lui come con un vecchio amico; ricorda le sue richieste di armi, armi di cui non conosceva neanche il nome e l’esistenza, e lui gliele mandava. E poi quella sconcertante, brutalmente cinica osservazione: «e tu le hai usate bene». E sembra non rendersi conto dell’enormità di ciò che dice: quelle armi hanno ucciso più di sessantamila palestinesi, di cui la maggior parte donne e bambini. Ma quelle armi, dice ancora Trump, hanno aperto la via alla pace. L’amico Bibi batte le mani compiaciuto. E già che è lì, Trump chiede anche pubblicamente al presidente israeliano Herzog la grazia per Netanyahu che, com’è noto, ha un processo in corso per corruzione. «Una questione di sigari e di champagne; ma ha chi interessa?», minimizza il presidente americano.  Il discorso del presidente americano è segnato dai continui applausi di una Knesset apparentemente entusiasta, che gli tributa infine una “standing ovation”. Unico piccolo neo in questa sorta di marcia trionfale: due deputati arabi hanno osato alzare un cartellino, “Riconoscete la Palestina” c’era scritto, e sembra anche che abbiano gridato: “genocidio!”. I commessi si sono precipitati a trascinarli fuori, e Trump ha chiuso l’incidente complimentandosi per l’efficienza del servizio d’ordine. Detto per inciso: gli arabi costituiscono oltre il 20% della popolazione d’Israele; la Knesset è composta da 120 deputati. Ma i deputati arabi sono solo 4. Dunque il 3,3% dei deputati per il 20% della popolazione. Evidentemente c’è qualcosa che non quadra nella “sola vera democrazia del Medio Oriente”.

La “messa cantata” di Sharm El Sheik

Dopo il discorso in Israele alla Knesset, il secondo episodio è stato il cosiddetto “Vertice Internazionale di Pace”, tenutosi a Sharm El Sheik, la località egiziana sul Mar Rosso, nota sinora soprattutto come luogo di vacanze. A solennizzare la firma dell’accordo fra Israele ed Hamas a Sharm El Sheik Trump aveva convocato mezzo mondo: c’erano infatti i leader di ben 22 Paesi. C’erano i Capi dei Paesi Arabi che, che dovrebbero essere garanti di quanto concordato con Hamas, e cioè Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein; c’erano alcuni Paesi musulmani, a cominciare dalla Turchia, che nelle vicende del Medio Oriente vuole essere protagonista, ma anche il Pakistan (che all’Arabia Saudita ha dato protezione atomica), l’Indonesia, l’Azerbaigian, e poi l’Armenia cristiana, che con l’Azerbaigian ha vecchie dispute di confine (che Trump forse pensa di poter risolvere…), Cipro (divisa da cinquant’anni tra Grecia e Turchia) che avanza rivendicazioni sui giacimenti di gas marini contesi tra Israele e Gaza. Insomma: sembra quasi che Trump, invitandoli alla cerimonia, avesse voluto indicare ai ciprioti delle due etnie e ad Armenia ed Azerbaigian come esempio ed esortazione l’accordo di pace che era riuscito a concludere tra Israele ed i palestinesi di Gaza.

Naturalmente a Sharm El Sheik c’erano anche i rappresentanti dell’Occidente allargato: il Giappone, l’India, il Canada, e per l’Europa la Germania, l’Inghilterra, la Francia, l’Italia, la Spagna, l’Ungheria, la Grecia. Presiedevano Trump ed il padrone di casa, Al Sisi.

Ma più che una discussione, quella di Sharm El Sheik era una celebrazione, una sorta di solennissima Messa cantata, “ad gloriam pacis Dei”, cioè Donald Trump. Nel clima trionfalistico, con la prospettiva cui guardano non solo i Paesi arabi di un Medio Oriente finalmente pacificato, e soprattutto con una torta di una cinquantina di miliardi di dollari da spartirsi per la ricostruzione di Gaza, da trasformare in una modernissima metropoli, sembravano dettagli secondari che l’accordo di pace, cioè i famosi venti punti, presentati da Trump, più che un accordo fosse un diktat («se Hamas non firma, sarà distrutto», aveva minacciato) e che l’accordo completo era solo su alcuni punti: essenzialmente la liberazione degli ostaggi e lo scambio dei prigionieri. Lo scambio infatti era interesse primario dei due firmatari dell’accordo: Netanyahu perché quella era per lui una spina nel fianco, e riportare a casa gli ostaggi, sia quelli vivi che quelli morti, sarebbe stato un successo politico, da metter all’incasso nelle  elezioni della primavera prossima che si prevedono assai difficili per il suo governo; Hamas a sua volta liberava quasi duemila prigionieri: 250 ergastolani detenuti nelle carceri israeliani e 1700 prigionieri fatti a Gaza in questi due anni di guerra. Ed è così che gli scambi hanno avuto luogo.

Ma la vera pace è tutta da costruire

Ma già in questa prima fase è emerso un segnale che lasciava capire che quella iniziata con lo scambio degli ostaggi e dei prigionieri più che l’avvio ad una pace definitiva era una fragile tregua. Tra gli ergastolani di cui Hamas chiedeva il rilascio, c’era Marwan Barghouti, il più popolare tra i leader palestinesi detenuti, già vice di Yasser Arafat in Al Fatah, in carcere da ben 23 anni. Secondo la generale opinione Barghouti è l’unico che sarebbe in grado di raccogliere i più ampi consensi tra le varie fazioni palestinesi e diventare il Capo del futuro Stato di Palestina. Ebbene: nella lista degli ergastolani da liberare, firmata dall’inviato americano Steve Witkoff e dai mediatori arabi il nome di Barghouti c’era, ma all’ultimo momento esso è stato cancellato dall’Ufficio di Netanyahu. Secondo l’emittente israeliana Channel 4 quel nome è una linea rossa per Itamar Ben Gvir, ministro per la Sicurezza Nazionale nel governo di Netanyahu, e capo del partito di estrema destra Utzma, il quale da sempre esclude l’idea dei due Stati in Palestina, e vuole un unico Stato: quello di Israele che  dovrebbe annettersi la Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza. E’ evidente che ciò esclude qualunque pace duratura. Ma a quanto pare Netanyahu ha dovuto piegarsi al suo ministro, non potendo, in questa fase, accettare l’ipotesi di una crisi di governo.

Ma anche su alcuni degli altri venti punti dettati da Trump restavano al momento della firma e restano ancora non pochi particolari controversi, primo fra tutti il disarmo completo di Hamas, e la sua completa sparizione da Gaza come soggetto politico. Ed anche il governo provvisorio apolitico formato da tecnocrati sia palestinesi che stranieri, e soprattutto la supervisione su di esso da parte di un “Board of peace” che avrebbe gestito tutti i finanziamenti per la ricostruzione, Board “presieduto da Trump e costituitoda altri membri e Capi di Stato imprecisati. L’unico nome già fatto era quello dell’ex primo ministro Tony Blair”, che ha trovato subito forte opposizione. E non solo perché è corsa voce che lui, assieme al genero ebreo di Trump, Jared Kushner erano soprattutto interessati agli affari immobiliari connessi alla ricostruzione di Gaza. L’ex primo ministro inglese, agli occhi degli arabi, è colui che assieme al presidente americano George Bush jr. nel 2003 decise l’invasione dell’Iraq, sostenendo che il presidente iracheno Saddam Hussein stava costruendo “armi di distruzione di massa. In quella guerra d’invasione, sotto un diluvio di missili e di bombardamenti aerei, morirono circa un milione d’iracheni tra militari e civili.  Insomma: un massacro. Tra gli americani e gli inglesi i morti non arrivarono a cinquemila. Alla guerra seguirono in Iraq anni terribili di lotte civili, che furono il brodo di coltura dello Stato Islamico, di spoliazioni, di crimini ed atrocità. Quella invasione, secondo la Lega Araba, “aveva aperto le porte dell’inferno”. Le armi di distruzione di massa non furono mai trovate, perché non c’erano. L’opinione pubblica di tutto il mondo arabo ricorda Tony Blair per questi episodi, e sono in molti tra gli arabi a considerarlo alla stregua di un criminale di guerra. Lo stesso successore di Blair, Gordon Brown, ritenne dover istituire una Commissione d’indagine , la Commissione Chilcot, dal nome del suo presidente, Sir John Chilcot, per verificare se, nella guerra d’Iraq, fossero stati commessi crimini di guerra. La Commissione attribuì all’ex primo ministro non crimini, ma pesantissime responsabilità.

In conclusione: pur dopo l’accordo sottoscritto, la pace a Gaza sembra legata ad un filo. Il “cessate il fuoco” non è pienamente rispettato. Più di un centinaio di palestinesi sono stati uccisi. Emergono inoltre divisioni ed esecuzioni in seno ad Hamas. E note di intelligence – non si è chiarito di quale Paese – avrebbero segnalato che Israele ha cercato di far attribuire la gestione di aiuti ad una fazione palestinese contraria ad Hamas, in modo che essa conquistasse consenso tra la popolazione. Insomma: l’eterno sistema del “divide et impera”. Quel che accadrà nell’immediato futuro in Medio Oriente e dintorni Dio solo lo sa. Ma il commento più realistico sembra essere quello amaro del Cardinal Pizzaballa, che vive a Gerusalemme, essendone il Patriarca latino e quella realtà la conosce bene, perché la vive sulla propria pelle: la pace vera, ha detto, la farà la prossima generazione.

L’attacco della Knesset e la dura risposta di Trump

Intanto l’attacco più esplicito e insidioso al piano di pace di Trump è venuto il 22 ottobre dalla Knesset. Quella stessa Knesset che nove giorni prima aveva accolto Trump in modo trionfale, che aveva applaudito più volte entusiasta il suo discorso, ed alla fine gli aveva tributato una “standing ovation”,  votava in via preliminare un disegno di legge per una sostanziale annessione ad Israele della Cisgiordania: una decisione che seppelliva l’ipotesi della nascita di uno Stato Palestinese, che non avrebbe avuto più terra, ed avrebbe inoltre dissolto la possibilità di una pace duratura tra arabi ed ebrei.

Bisogna riconoscere a questo punto che la reazione di Trump è stata chiara e dura. «Israele non farà nulla in Cisgiordania», ha dichiarato «Non accadrà – ha proseguito – perché ho dato la mia parola ai Paesi arabi. E se accadesse Israele perderebbe tutto il sostegno degli Stati Uniti». E qui due cose vanno notate. La prima: Trump si richiama ad una “parola d’onore” che non può e non vuole rimangiarsi. La seconda: Trump minaccia di negare ogni sostegno ad Israele. Non era mai accaduto che un presidente degli Stati Uniti arrivasse a tanto.

L’Ufficio di Netanyahu ha cercato di ridimensionare l’episodio affermando in una nota che quella votazione era stata «Una deliberata provocazione politica dell’opposizione per seminare discordia durante la visita del vicepresidente americano Vance». Il quale Vance, chiaramente infuriato, alla partenza da Tel Aviv è stato ancora più duro di Trump, ed ha detto che «Se si è trattato di una manovra politica, è stata molto stupida, e personalmente lo considero un insulto», E anche quel “se” pesa, oltre alla parola “insulto”.

La marcia in dietro di Netanyahu non poteva essere solo verbale. Ha dovuto congelare perciò l’iter del disegno di legge sull’annessione della Cisgiordania, che dopo la votazione preliminare prevede due altre votazioni.

Ma mentre il vicepresidente degli Stati Uniti lasciava Tel Aviv, la cronaca registrava un attacco dell’aviazione israeliana a Nuseirat, contro un presunto “membro della Jihad” e l’attacco  di gruppi di coloni ebrei ad un villaggio palestinese in Cisgiordania.

In questo scenario una cosa è certa: se Trump riuscirà davvero a districare questa matassa, ed a portare la pace in Medio Oriente, sarebbe un miracolo, e l’anno prossimo il Nobel per la pace se lo sarebbe guadagnato tutto.

 

 

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