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Immobilismo europeista e populismo privo di rappresentanza politica

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Questo governo è in carica in quanto garante di una politica conforme alle direttive delle oligarchie neoliberiste della UE. E’ in atto la restaurazione della Lega in chiave liberista, conservatrice, europeista ed il popolo del dissenso sovranista – populista resta privo di rappresentanza politica.

 

I quotidiani sussulti del governo Conte 2 dominano l’attenzione mediatica di questi giorni. La pretesa stabilità politica che pareva essere stata garantita dalla nascita del governo giallorosso nel settembre 2019 sembra rivelarsi illusoria. Questo governo, dilaniato dalle contraddizioni interne e dalle velleità renziane, tese ad accrescere l’influenza politica di IV in occasione delle nomine governative imminenti, si dimostra impotente a fronteggiare le emergenze economiche, sociali ed internazionali che incombono sul nostro paese. Ma, al di là dei ripetuti e fantomatici annunci di rottura da parte di Renzi a causa della legge sulla prescrizione voluta dal M5S (legge i cui effetti potranno prodursi nell’arco temporale di almeno 5/6 anni), la caduta del governo in carica sembra assai improbabile.

PD – M5S: il governo della stabilità europea

Questo governo ha fondato la sua ragion d’essere nell’escludere la prospettiva di elezioni anticipate, che avrebbero esiti devastanti per le forze governative, specialmente per il M5S. Pertanto, questo governo, pur evidenziando la propria la propria manifesta incapacità e debolezza, è stato costituito ed è condannato a durare, se non fino alla fine della legislatura, almeno fino al 2022, anno in cui scadrà il mandato presidenziale. Si vuole cioè preservare una maggioranza che possa garantire l’elezione di un presidente gradito alle elites della UE, atlantista e di orientamento politico conforme alla sinistra fucsia guidata dal PD. Ma sulle prossime elezioni presidenziali incombe l’ombra di Draghi, su indicazione stessa della Lega, a garanzia della subalternità dell’Italia all’Europa franco – tedesca. Anzi, le elezioni presidenziali del 2022 potrebbero trasformarsi in un plebiscito per Draghi, che, nei fatti, più che un presidente, potrebbe rivelarsi un governatore della UE incaricato della governance del protettorato europeo sull’Italia. Quindi, nella congenita debolezza del governo giallorosso è da riscontrare la sua forza, nella sua perenne instabilità, la sua immobile stabilità.

Non si deve però pensare che il governo giallorosso non abbia una sua strategia politica, funzionale alla sua vocazione europeista, che, pur tra mille contrasti, verrà imposta al paese. Questo governo è in carica in quanto garante di una politica conforme alle direttive delle elites della UE. L’Europa si è dimostrata infatti oltremodo compiacente in sede di nomine ai vertici della UE, verso il PD (partito minoritario, che nelle elezioni del 4 marzo ha raggiunto i suoi minimi storici con la percentuale del 17%), che ha ottenuto il monopolio della rappresentanza dell’Italia in Europa. I mercati hanno accolto favorevolmente la rinnovata stabilizzazione politica dell’Italia, esorcizzando l’incubo del ricatto finanziario perpetrato nei confronti del precedente governo sovranista, rappresentato dalle fluttuazioni dello spread, che recentemente è sceso a livelli di poco oltre i 130 punti base. La UE si è dimostrata inoltre assai benevola verso il governo giallorosso riguardo alla flessibilità nella legge di bilancio. La strategia della UE era ed è evidente: occorre reprimere le istanze sovraniste italiane, ripristinando una governance dell’Italia succube alla oligarchia europea. Pertanto questo governo ha un mandato ben preciso: destrutturare tutte quelle misure del governo gialloverde che si configurassero come illiberali e non conformi alle politiche europee in tema di rigidità finanziaria, welfare, immigrazione e alla fedeltà alla Nato in politica estera.

Seppur partito minoritario nella coalizione giallorossa, ll PD, in virtù delle ripetute sconfitte riportate dal M5S nelle elezioni regionali, ha accentuato, con la complicità di IV e della piazza con il movimento artificiale delle Sardine, le proprie pressioni per attuare un preciso disegno politico: riformare / abrogare le misure di carattere sociale illiberali messe in atto dal governo gialloverde, quali il reddito di cittadinanza, quota 100, il decreto dignità, i provvedimenti anti immigrazione rappresentati dai decreti sicurezza. Questi ultimi oggi si rivelano assai sgraditi a Francia e Germania, che non vorrebbero farsi carico della prevedibile ondata migratoria che potrebbe scaturire dalla guerra in Libia. Infatti i ricollocamenti di migranti affluiti in Italia, sono previsti solo su base volontaria!

La restaurazione della Lega in chiave anti – sovranista

La improvvida mossa di Salvini che determinò la caduta del governo gialloverde, si è rivelata nel tempo un fattore di stabilizzazione della politica italiana che ha giovato a tutti. Il PD, pur in minoranza, è tornato al governo con l’innaturale alleanza con il M5S, già suo irriducibile avversario e ha ottenuto il monopolio della rappresentanza italiana nella UE, quale garante dell’europeismo dell’Italia. La Lega ha evitato nuovi scontri frontali con l’Europa sulla legge di bilancio, non si è assunta alcuna responsabilità riguardo al consenso italiano al varo del MES, a cui si era formalmente opposta, nonostante il ministro Tria avesse già dato il proprio assenso. La Lega, tornata all’opposizione, ha visto incrementare i propri consensi nei sondaggi e, data la vorticosa crescita del suo alleato FDI, invoca la caduta del governo Conte 2 e le elezioni anticipate da cui, sempre secondo i sondaggi, dovrebbe emergere una larga maggioranza di centrodestra.

Il repentino cambio di maggioranza del 2019 con la formazione del governo giallorosso, ha però determinato un rilevante riposizionamento della linea politica della Lega. Infatti, la Lega ha apertamente rinnegato il sovranismo antieuropeista, così come ha silenziato le posizioni anti euro di Borghi e Bagnai. Nella Lega ha prevalso la linea occidentalista – trumpiana e filoeuropeista di Giorgetti e lo stesso Salvini ha proposto un nuovo governo presieduto da Mario Draghi. Lo stesso partito della Meloni, non rappresenta altro che una riedizione aggiornata, negli uomini e nei contenuti politici di Alleanza Nazionale. Abbiamo assistito alla restaurazione di un centrodestra conservatore, filoatlantista e filosionista. La nuova coalizione di centrodestra, liberista in economia, europeista ed atlantista in politica estera, altro non è che la riproposizione del vecchio PDL di berlusconiana memoria.

Quali le cause di una trasformazione tanto profonda di una Lega che ha rinunciato al populismo – sovranismo antieuropeo? La coalizione governativa PD – M5S – IV, sussiste al fine di impedire qualsiasi prospettiva di elezioni anticipate. Una opposizione che con cadenza quotidiana reclama senza successo le elezioni potrebbe negli anni uscirne logorata. L’elettorato benpensante della piccola e media borghesia che in larga maggioranza oggi sostiene il centrodestra, non è affatto sovranista e antieuropeista, non condivide le istanze sociali di un populismo antagonista. Il nord est, principale serbatoio dell’elettorato leghista, reclama l’autonomia regionale, onde poter sostenere fiscalmente l’export e rafforzare i rapporti commerciali con la Germania.

Il ceto medio reclama stabilità ed è avverso a contrapposizioni frontali e politiche avventuriste nei confronti dell’Europa. Vuole principalmente essere rassicurato dall’incubo delle impennate dello spread. Qualora il centrodestra non fosse in grado di garantire questa (illusoria) stabilità funzionale al proprio particolarismo nell’immediato futuro, l’elettorato benpensante potrebbe alla lunga trasmigrare nel PD o in IV, i partiti della stabilità europeista per eccellenza. A dimostrazione della fondatezza di tale assunto, possiamo menzionare il 40% conseguito alle elezioni europee del 2014 dal PD di Renzi, già rottamatore della vecchia sinistra. Così come il 20% riportato dal partito di Monti nella Milano bene alle elezioni politiche del 2013.

A tal fine è stata messa in atto questa restaurazione della Lega in chiave liberista, conservatrice, europeista. Una eventuale condanna di Salvini per il caso Gregoretti, potrebbe provocare effetti oggi impensabili. Da una parte la Lega potrebbe giovarsi elettoralmente di una eventuale sentenza di condanna di Salvini, presentando Salvini quale vittima di una giustizia che avrebbe condannato un ministro degli interni nelle sue funzioni di tutela dell’interesse nazionale. Dall’altra parte, data la possibile inabilità politica di Salvini, sancita dalla legge Severino, la Lega potrebbe cogliere l’occasione di liberarsi di un leader populista, istrionico, sgradito all’Europa e far emergere una nuova classe dirigente moderata, liberista ed europeista guidata da Giorgetti e forse anche da un redivivo Maroni. Trattasi di ipotesi fantapolitiche? Forse, ma sono tuttavia orizzonti possibili.

Il ritorno dell’immobilismo destra / sinistra

Dopo la parentesi sovranista gialloverde, la politica italiana è stata ristrutturata in senso conservatore, con la restaurazione della dicotomia destra / sinistra, ormai obsoleta e rivelatasi come una contrapposizione del tutto artefatta: è solo l’immagine mediatica di una governance politica degli stati dominata dalla oligarchia della UE. La falsa contrapposizione destra / sinistra è l’espressione di una politica dell’alternanza, non dell’alternativa. Destra e sinistra sono immagini virtuali diversificate del sostanziale immobilismo di fondo a cui oggi sembra condannata la politica italiana ed europea.

Immobilismo illusorio e precario per l’Italia e per l’Europa, date le profonde trasformazioni in corso nella geopolitica mondiale. Allo stesso modo si rivela illusoria la pretesa di stabilità dei ceti medi italiani, che si rivela una precaria istanza che potremmo definire come una sorta di antipolitica della sopravvivenza, nel contesto di processi evolutivi del neocapitalismo verso una società sempre più elitaria ed oligarchica, che comporta la progressiva scomparsa del ceto medio.

Il dissenso populista è privo di rappresentanza politica

Dopo l’abbandono della politica sovranista – populista da parte di Lega e M5S, tutta quella parte del popolo italiano che aveva determinato il terremoto elettorale del 4 marzo, resta priva di rappresentanza politica. Un popolo formato da giovani precari senza né occupazione né futuro, da masse di lavoratori disoccupati o sottoccupati ma comunque marginalizzati nel mondo del lavoro, da larghi strati del ceto medio proletarizzato, che reclama una svolta politica sistemica, in una società frammentata e devastata da un modello economico – sociale neoliberista imposto dalla UE.

L’antieuropeismo populista scaturisce da una crisi che coinvolge tutto il sistema politico ed economico europeo.

La crisi economica in cui versa l’Italia a causa della crescita zero, è in la larga parte dovuta alla crisi della manifattura tedesca, dato che l’economia italiana è strettamente collegata alla filiera produttiva della Germania. E’ evidente quindi lo stato di subalternità economica dell’Italia nei confronti della Germania.

La crisi economica che investe l’Italia così come l’Europa, è dovuta inoltre alla politica dei dazi all’importazione messa in atto da Trump. Ma, occorre tuttavia tener presente che tale crisi è anche conseguenza delle sciagurate scelte geopolitiche filoamericane di una UE subalterna agli USA e alla Nato, che hanno coinvolto l’Europa nell’imposizione delle sanzioni economiche da parte degli USA prima alla Russia di Putin e quindi all’Iran, due paesi fondamentali per l’economia europea. Si aggiunga inoltre che dinanzi alle prospettive di crisi, aggravate oggi dall’epidemia del coronavirus in Cina, sia gli USA che la Cina hanno messo in atto politiche economiche massimamente espansive, mentre l’Europa persevera in una ottusa politica di rigidità finanziaria imposta dalla Germania che può produrre solo ulteriore recessione e deflazione.

L’immobilismo imposto alla politica italiana deve essere collocato nel quadro più ampio di un dell’immobilismo politico che domina una Europa, in cui si evidenzia sempre più la crisi istituzionale del sistema liberal democratico. Il declino delle forze politiche tradizionali è ormai evidente in tutta l’Europa. Frammentazione partitica e ingovernabilità sono fenomeni derivanti dal dilagare dell’ondata populista e da una sempre più profonda crisi sociale ed istituzionale che vede contrapporsi i popoli rispetto a classi dirigenti ormai prive di credibilità e rappresentatività.

La crisi della Germania e del modello tedesco imposto all’Europa coinvolgerà necessariamente tutti gli stati europei e potrà rappresentare l’incipit di un processo di trasformazione i cui orizzonti sono oggi ignoti, dato che l’area del dissenso popolare è oggi ancora priva di adeguata rappresentanza politica.

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