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Ma è vero che l’Europa s’è desta? (e dell’elmo di Scipio vuol cingersi la testa?)

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Dopo la “rottura” con l’America di Trump

Forse il vecchio Mao aveva ragione: grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente. Che al momento la confusione sia grande, non c’è alcun dubbio. Ma, paradossalmente, la situazione, potrebbe essere eccellente se si avesse il coraggio di profittarne. E il discorso vale, indifferentemente, sia per l’Italia che per l’Europa.

Quando, più di cinquant’anni or sono, sulla linea già tracciata da De Gaulle (ma anche ipotizzata da vari intellettuali di destra) non pochi di noi sognavamo un’Europa unita e sovrana, che si liberasse dall’umiliante condizione di “protettorato” degli Stati Uniti, quattro erano le condizioni che ci apparivano indispensabili per raggiungere quell’obbiettivo.

Quattro condizioni per una vera sovranità

La prima era una capacità autonoma di difesa, senza la quale non può esistere sovranità politica. Ed essa oggi presuppone una capacità di dissuasione nucleare.

La seconda era recuperare una vera sovranità monetaria, perché «l’esorbitante privilegio del dollaro» (per usare le stesse parole del ministro delle finanze francese Valery Giscard d’Estaing), strappato dagli Stati Uniti alla conferenza di Bretton Woods, sul finire della seconda guerra mondiale, non solo aveva fatto della moneta americana il sole del sistema monetario internazionale, attorno al quale tutte le altre monete ruotavano come satelliti, ma concedeva al dollaro un vero e proprio diritto di signoraggio sul resto del mondo. Il dollaro era la moneta degli scambi internazionali; il dollaro veniva tesaurizzato nelle riserve di tutte le Banche Centrali, perché era “as good as gold”, buono quanto l’oro, con cui era convertibile al prezzo fisso di 35 dollari per oncia. Anzi, era migliore dell’oro, perché poteva fruttare qualcosa, investendolo il Buoni del Tesoro americano. Per sottrarsi a questo vassallaggio non vedevamo allora altro strumento che una moneta comune europea.

La terza condizione era che l’Europa, a differenza del capitalismo anglosassone, accentuasse il suo modello economico di “economia sociale di mercato” a carattere misto pubblico-privato, con un welfare sempre più consolidato, e soprattutto introducendo nelle grandi imprese forme di partecipazione dei lavoratori alla gestione ed agli utili, similmente a quanto già avveniva in Germania ed a quanto tentarono di fare, inutilmente, De Gaulle in Francia e l’allora Comunità Economica Europea per una ipotizzata società per azioni di diritto comunitario.

La quarta condizione infine – la più dirimente e decisiva, da porsi però come obbiettivo di lungo termine, da raggiungere gradualmente – era che in Europa si riuscisse a superare la logica di Yalta e che, con l’evoluzione dell’Unione Sovietica ed il superamento del comunismo totalitario, si potesse creare uno spazio comune europeo non solo “dall’Atlantico agli Urali”, come suggeriva De Gaulle, ma dall’Atlantico al Pacifico. Una Europa dei Popoli, un’Europa delle Patrie, che non avesse la pretesa di annullare la sovranità delle sue Nazioni, ma ne fosse un completamento ed un coordinamento, confidando che col tempo maturassero poi le condizioni per una vera e propria Confederazione.

Un confronto con la situazione attuale

Le cose sono andate in un modo ben diverso, come sappiamo. Ma una cosa appare ora evidente: si stanno ripresentando oggi con forza quei quattro temi che già si ponevano come essenziali e prioritari sessanta anni or sono, e cioè il recupero della sovranità politica, che presuppone un’autonoma capacità di difesa; il recupero della sovranità monetaria che esige il superamento del sistema monetario di Bretton Woods e la fine dell’ «esorbitane privilegio del dollaro»; l’evoluzione del sistema capitalistico verso un “capitalismo della partecipazione”; il problema dei rapporti dell’Europa con la Russia, fraudolentemente distorto con l’avanzamento minaccioso della Nato sino alle sue frontiere, e praticamente distrutto poi, dopo la reazione russa concretizzatasi con l’invasione dell’Ucraina.

Benché l’Unione Sovietica sia scomparsa, benché tutti i regimi comunisti dell’Europa Orientale siano caduti, benché il Patto di Varsavia, che era il contraltare sovietico del Patto Atlantico e della Nato sia stato sciolto, dopo un breve periodo di crescente collaborazione economica tra Europa (e Germania in particolare) e Russia, la “operazione speciale” di Putin  contro l’Ucraina ha motivato la brusca interruzione di quella iniziale integrazione di uno spazio economico e culturale europeo dall’Atlantico al Pacifico che sessanta anni or sono costituiva uno dei nostri sogni giovanili. E sembra quasi ora di essere tornati indietro, ai tempi della “guerra fredda” e della “cortina di ferro”. La Russia è dipinta di nuovo come un mortale nemico che minaccia l’invasione di tutta l’Europa, e bisogna perciò che l’Europa si riarmi velocemente.

La  regressione del sistema capitalista

Quanto alla terza condizione che ci sembrava necessaria per una Nuova Europa, che fornisse a tutto il mondo un modello di società libera e giusta, cioè la realizzazione, accanto alla democrazia politica, di una democrazia economica, sostanziata da una economia sociale di mercato pubblico-privata e da un “capitalismo della partecipazione”, oggi siamo a distanza siderale da quell’obbiettivo. Invece di progredire verso la partecipazione dei lavoratori nelle grandi imprese, si è regrediti prima verso forme di paleocapitalismo darwinista, con una ampia delocalizzazione della produzione industriale nei Paesi a basso costo del lavoro, sorretta dal mito della globalizzazione, nuovo Vangelo predicatoci dagli Stati Uniti. Poi un capitalismo finanziario speculativo e da biscazzieri – modello anch’esso giunto e imposto dall’America – ha prevalso su tutto.

Lo scenario sociale ora è desolante: da un lato esistono fasce sempre più ampie di proletariato che, pur avendo un lavoro, si avvicinano alla soglia di povertà, mentre la classe media tende a proletarizzarsi; dall’altro un numero ristretto di ricchi diventa sempre più smisuratamente ricco. L’economia mondiale è dominata ormai da un numero ristrettissimo di fondi d’investimento americani mostruosamente grandi. I famosi “Big Three”, cioè Black Rock, Vanguard Group e State Street Global Advisors: da soli gestiscono complessivamente asset pari a circa trentamila miliardi di dollari, con partecipazioni significative in tutte le maggiori società del mondo. E sono affiancati dalle grandi Banche d’investimento (JP Morgan, Goldman Sachs, Morgan Stanley, ecc.), le prime dieci al mondo tutte americane, che dominano a loro volta il mercato mondiale delle operazioni finanziarie (fusioni ed acquisizioni, consulenze varie, collocamento titoli, ecc.). Il tutto configura un sistema finanziario sempre più rischioso, che sinora ha evitato il crollo solo con una serie di espedienti (un susseguirsi di bolle speculative, l’emissione di moneta in quantità illimitate ed a tassi irrisori, e così via).

Il dollaro: sovrano assoluto 

con la fake-new delle riserve petrolifere

La seconda condizione, cioè il superamento del sistema monetario internazionale di Bretton Woods, in realtà era maturata già oltre mezzo secolo fa, nel ferragosto del 1971, quando il presidente americano Nixon dichiarò la fine della convertibilità del dollaro in oro, convertibilità che nel sistema di Bretton Woods era il presupposto necessario della sua funzione di moneta internazionale. Gli Stati Uniti già allora avevano stampato troppi dollari carta, e non c’era nelle loro riserve oro sufficiente per la conversione. In un primo tempo il dollaro svalutò, sia pur di poco, nei confronti di tutte le maggiori monete: persino nei confronti della nostra lira. Poi si andò avanti con una “cinica pantomima” (così la definì l’economista inglese Susan Strange) cioè con una serie di riunioni, di convegni, di dibattiti in cui i maggiori economisti di qua e di là dell’Atlantico discutevano su come avrebbe dovuto strutturarsi un nuovo sistema monetario internazionale. Infine due crisi petrolifere basate su una grande menzogna (la fine entro una trentina d’anni delle risorse petrolifere del pianeta) nell’arco di appena sette anni – nel 1973 e nel 1979 – fecero più che decuplicare il prezzo del petrolio che balzò da meno di tre dollari a 40 dollari a barile. Le crisi petrolifere artefatte (una “brillante invenzione” di Henry Kissinger, in quegli anni segretario di Stato degli Stati Uniti e consigliere per la sicurezza nazionale) e un patto segreto tra Stati Uniti ed Arabia Saudita (per cui il petrolio è quotato e pagato in dollari) hanno salvato la moneta americana, la cui domanda crebbe vertiginosamente da parte di tutti i Paesi, per poter pagare il petrolio importato. Ma altrettanto vertiginosamente è cresciuto lo squilibrio di fondo, in questi decenni in cui il dollaro, del “sovrano costituzionale” con l’obbligo di convertibilità in oro, è divenuto sovrano assoluto, cosicché gli Stati Uniti possono stamparne a volontà, indebitandosi (formalmente…) col resto del mondo. E per misurare quanto ampio sia diventato questo squilibrio bastano due dati: Il debito pubblico americano (senza contare il debito di società e famiglie…) ammonta oggi alla mostruosa cifra di 38.500 miliardi di dollari (124% del Pil), e continua a crescere di 10 miliardi di dollari al giorno. Fino al 1971, in base al sistema monetario di Bretton Woods, bastavano 35 dollari per avere in cambio un’oncia d’oro. Oggi, per comprare un’oncia d’oro, di dollari ne occorrono 5.200.

Quelle quattro condizioni nella situazione odierna

Dopo questa ampia digressione, opportuna per chiarire quale è l’oceano in cui oggi stiamo navigando, proviamo a verificare quelle quattro condizioni nella situazione odierna, in cui si fa un gran parlare di un riarmo dell’Europa. E qui il discorso è complesso e la situazione confusa e per molti aspetti contraddittoria.

C’è da ricordare anzitutto che a chiedere imperiosamente agli alleati europei nella Nato un aumento delle spese militari sono stati gli Stati Uniti, secondo i quali tali spese dal 2% del Pil (obbiettivo precedente non da tutti raggiunto) dovrebbero salire entro il 2035 al 3,5%, anzi al 5%, considerando anche un ulteriore 1,5% per rafforzare le infrastrutture di carattere strategico. E questa richiesta è stata accompagnata da considerazioni false ed offensive tipo: «ci avere sfruttato per decenni, siete dei parassiti, ora dovete assumervi le vostre responsabilità e pagare anche voi per la difesa». Lo stesso presidente Trump, nel suo discorso al Congresso americano sullo stato dell’Unione 25 febbraio scorso ha ribadito: «Prima del mio arrivo per decenni siamo stati derubati”

Una visione doppiamente distorta quella di Trump. In primo luogo perché quelle spese le abbiamo ampiamente pagate col signoraggio quasi secolare del dollaro ed inoltre con due crisi petrolifere, devastanti sia per i Paesi poveri privi di giacimenti di petrolio che per l’economia europea, ed in particolare per quella italiana che dipende quasi interamente da petrolio importato. Col machiavello truffaldino architettato da Kissinger per ridar forza al dollaro non più convertibile in oro, la nostra “bolletta petrolifera” in sei anni è più che decuplicata. Ma dopo quella manipolazione truffaldina del mercato, basata sulla “fake new” della fine imminente delle riserve petrolifere mondiali, da quella bolletta energetica artatamente decuplicata è cominciato il calvario del nostro disavanzo con l’estero e la irrefrenabile ascesa del nostro debito pubblico: nel 1972, prima di quel terremoto, esso era pari al 43,1% del nostro Pil; un decennio dopo la seconda crisi petrolifera, il nostro debito pubblico sfiorava il 100%. All’aumento del debito si era sommato il fortissimo aumento dei tassi d’interesse (e quindi del costo dell’indebitamento) a seguito di un’altra manovra originata negli Stati Uniti: un drastico, inusuale incremento dei tassi deciso dal presidente della Federal Reserve Paul Volcker, che per frenare l’inflazione in due riprese li spinse fino a picchi di quasi il 20%.

Un riarmo che rafforza il “protettorato” americano

Ma c’è un altro aspetto paradossale di questo incremento delle spese militari di cui i Paesi europei, tra cui l’Italia, debbono farsi carico: più che liberarci dal protettorato militare americano, in questo contesto servirebbero a rafforzarlo. Da sempre, cioè fin da quando si è tentato di far nascere la CED (Comunità Europea di Difesa) nel maggio 1952, era ben chiarito all’art. 5 del trattato che “la Ced coopera strettamente con la Nato”. In parole povere: ne doveva essere il braccio operativo europeo. Sono passati 74 anni, ma nulla sembra cambiato. L’Unione Europea ha varato lo scorso anno un suo gigantesco piano di riarmo da 800 miliardi di euro, da spalmare nell’arco di un quinquennio, ma la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, si è affrettata a precisare che «Un’Europa forte significa una Alleanza Atlantica più forte». E il ministro degli Esteri Antonio Tajani si è affrettato anche lui a dichiarare lo scorso 31 gennaio che «Va rafforzata la difesa europea, ma nell’ottica della Nato, con gli Stati Uniti». Stati Uniti che nella Nato, ovviamente, hanno il ruolo egemone.

E c’è poi un ulteriore problema, da molti dimenticato, ma che pare cominci a riemergere: gli Stati europei della Nato – tranne l’Inghilterra che con gli Usa ha sempre “rapporti speciali” e la Francia, grazie all’ostinazione tenace di De Gaulle – non hanno e non possono avere un proprio armamento nucleare. Nel 1968 infatti, forzati dagli Stati Uniti, hanno sottoscritto il cosiddetto “Trattato di non proliferazione nucleare”, impegnandosi a tempo indeterminato a non dotarsi di armi atomiche. Un trattato chiaramente leonino, ipocritamente giustificato con l’obbiettivo di evitare che l’armamento nucleare si diffondesse a macchia d’olio, cadendo in mano anche a Paesi irresponsabili, coi pericoli conseguenti. Un Trattato che, per quanto riguarda l’Italia, è platealmente anticostituzionale, perché impone limitazioni alla nostra sovranità che non sono “in condizioni di parità con gli altri Stati” come prescrive l’art. 11 della nostra Costituzione. E non sarebbe male se qualche parlamentare o segretario di partito che non ha responsabilità di governo, e quindi vincolanti obblighi politici nei confronti degli Stati Uniti rendesse un grande servigio alla Nazione ponendo il quesito alla Corte Costituzionale, la quale non potrebbe che confermare l’incostituzionalità di quel Trattato. Ciò non vuol dire che l’Italia debba poi necessariamente dotarsi di armi atomiche, ma semplicemente che dopo la pronuncia della Corte Costituzionale saremmo immediatamente sciolti dal vincolo di non averne. Ed è ridicolo pensare, come sembrano fare certi “pacifisti” più o meno ingenui, che avere armi atomiche sia una spinta verso la guerra. Al contrario: la deterrenza che l’arma atomica induce è un forte freno alla guerra, come dimostra il mezzo secolo di pace obbligata tra Stati Uniti ed Unione Sovietica. Ma è anche questione di sovranità effettiva e di status politico. Perché chi non ha armamento nucleare finisce per aggregarsi o finire nell’orbita di uno Stato che il potere di dissuasione di un armamento nucleare lo ha e, volere o volare, diviene un “protettorato” la cui politica estera deve necessariamente adeguarsi a quella dello Stato protettore.

Un “tabù” rimosso che comincia a riemergere

Non a caso in questo scenario internazionale confuso e sempre più minaccioso che si va profilando, la questione dell’armamento nucleare delle medie potenze, sinora “tabù” rimosso, comincia a riemergere. In Germania ad esempio Roderich Kiesewetter, parlamentare tedesco della CDU, cioè del partito al governo, rompendo una sorta di tabù ha già proposto di sviluppare un armamento nucleare europeo, per non dipendere più dalla protezione americana. E si ricomincia a parlare di un esercito con armi atomiche anche in Giappone, dove l’emergere dello strapotere militare cinese desta crescenti preoccupazioni. Significativamente: sono le due maggiori potenze sconfitte nella seconda guerra mondiale.

Abbiamo accennato alla frattura delineatasi nelle relazioni transatlantiche, o comunque alle incomprensioni e recriminazioni che sono emerse. Ma questa situazione esige un’analisi più approfondita. Ripetutamente applaudito, nel suo intervento a Davos il premier canadese Mark Carney ha affermato che «nell’ordine internazionale è avvenuta una frattura» e che «non si tratta di una transizione verso un nuovo ordine: è una rottura ed è già avvenuta. Il globalismo si è mutato in una vulnerabilità, che a sua volta è usata dai più forti contro i più deboli. Occorre dunque che i Paesi elaborino una strategia autonoma sui temi divenuti critici dell’energia, delle materie prime e delle risorse strategiche, della tecnologia e della sicurezza. Non per erigere fortezze chiuse, ma per far emergere potenze medie e tra esse coalizioni flessibili, cooperazione selettiva».

Mak Carney, com’è noto, viene dalla Goldman Sachs, ed è stato banchiere centrale sia del Canada che dell’Inghilterra. Referenze non proprio rassicuranti. Detesta Trump, che ha definito “un bullo”. E questo è coerente con l’opinione di quella élite politica e finanziaria europea che continua a riconoscersi nelle posizioni dei democratici americani. Ed anche questo è tutt’altro che rassicurante. Cerchiamo dunque di interpretare le sue parole, decrittandole anche in considerazione di questi presupposti.

Alle radici della “frattura” tra Stati Uniti ed Europa

E’ vero che c’è stata una “frattura” tra le due sponde dell’Atlantico, ed essa ha un nome: Donald Trump. Prima della sua elezione a presidente degli Stati Uniti era comune e condiviso di qua e di là dell’Atlantico quel “pasticciaccio brutto” che impasta la ideologia democratica (e quella delle oligarchie finanziarie che ne sostanziano il “deep State”) cioè globalizzazione economica, immigrazione tollerata o addirittura promossa, politica del “gender”, e più in generale ideologia woke, il tutto impacchettato e ben infiocchettato coi “valori” della democrazia, delle “regole” e del “diritto internazionale”. Ed un “nemico” dichiarato: la Russia di Putin, che queste degenerazioni e queste mistificazioni tenta di arginare, con l’appoggio della Chiesa Ortodossa. Altro obbiettivo preciso degli Stati Uniti, chiunque sia al governo: impedire che si crei una saldatura economica tra Russia ed Europa Occidentale (Germania in particolare) saldatura giudicata un pericolo mortale per l’egemonia americana e per la creazione di un mondo globalizzato e standardizzato, come è nei disegni delle oligarchie economico-finanziarie.

A far emergere una “frattura” tra Stati Uniti ed Europa è stato il fatto che mentre negli Stati Uniti prevalevano con vigore ostentato sino al “bullismo” nuovi principii politici – stop all’immigrazione incontrollata, difesa anzitutto dell’interesse degli americani, dietro-front sulla globalizzazione economica, lotta alle politiche di genere, alle ostentazioni woke, e riaffermazione dei principi religiosi tradizionali – i politici europei al governo, e soprattutto gli inglesi, appaiono legati ancora al vecchio ordine dei democratici americani. La cartina di tornasole è la guerra d’Ucraina. Per gli europei la Russia di Putin continua ad essere il nemico numero uno. Trump, divenuto presidente, voleva risolvere il conflitto, e immaginava di poter mettersi d’accordo rapidamente con “l’amico Putin”. Ma le regole della geopolitica, le scelte egemoniche, le pulsioni emotive che condizionano anche la politica, e soprattutto le necessità della sicurezza creano grovigli che non si possono sciogliere col semplicismo.

Ma appare evidente che non è solo sulla globalizzazione economica e sulle varie politiche connesse che si è creata la “frattura” negli Stati Uniti tra democratici e repubblicani, e conseguentemente tra Stati Uniti ed Europa. Per i democratici il nemico era la Russia. Trump ha preso atto che gli equilibri geopolitici sono mutati, e che il vero pericolo per l’egemonia americana è la Cina. Il gioco sulla “grande scacchiera” – ecco il fatto nuovo – è diventato più mosso e più ricco di possibilità, perché ognuno dei grandi giocatori – Stati Uniti, Cina e Russia per il momento – cerca di prevalere con due opzioni. La Russia di Putin guardava ad un accordo con l’Europa, ma ha dovuto scegliere la Cina. Una alleanza pericolosa, per cui può essere molto tentata da un qualche accordo con l’America, in modo da avere “due forni” da scegliere per il suo pane. In Europa sotto sotto riemergono tentazioni di autonomia dagli Stati Uniti, anche perché un eventuale accordo tra Stati Uniti e Russia avverrebbe sulla sua testa ed a sue spese.

Una segreta nuova Yalta tra Putin e Trump?

Fantapolitica? Non tanto, e non da ora. Dopo il “blitz” degli Stati Uniti in Venezuela è riemersa una storia che risale al primo mandato di Trump. Fiona Hill, consigliere di Trump nel suo primo mandato alla Casa Bianca, e responsabile per gli Affari russi ed europei nel Consiglio di Sicurezza Nazionale, in una sua audizione al Congresso degli Stati Uniti nel 2019 rivelò che alcuni funzionari russi avevano proposto un accordo di scambio tra i reciproci interessi in Ucraina ed in Venezuela. Di recente poi la Hill ha confermato che la Russia, sebbene non abbia mai fatto una proposta ufficiale (che ovviamente sarebbe rimasta segreta…), tramite l’allora ambasciatore negli USA Anatoly Antonov aveva fatto capire che si sarebbe potuto raggiungere un’intesa: il Cremlino non avrebbe più sostenuto il presidente venezuelano Maduro se gli Stati Uniti non si fossero più intromessi negli affari della Russia in Europa. In sostanza la proposta era questa: voi avete la dottrina Monroe e volete che noi non ci intromettiamo nel vostro cortile di casa, ma anche noi abbiamo la nostra dottrina Monroe, ed in Ucraina voi siete nel nostro cortile di casa.

Le avances della Russia parvero allora non suscitare alcun interesse alla Casa Bianca. La “operazione speciale” russa in Ucraina era ancora di là da venire. Ed anche la decisione di Trump di prendersi nel suo cortile di casa il controllo (e le riserve petrolifere prime al mondo…) del Venezuela, e magari anche quelle della Groenlandia, ed incorporare il Canada negli Stati Uniti. Ma la storia delle “avances” russe e delle proposte su quello scambio è tornata alla luce, come accennato, dopo il “blitz” americano in Venezuela. Ne ha parlato l’emittente canadese CTV, ed anche il New York Times. Ed in effetti appare singolare che il Cremlino, pure stretto alleato del Venezuela, a parte la condanna verbale d’obbligo, altro non abbia fatto. Ed è anche curioso che per giustificare tale intervento militare Trump si sia appellato alla dottrina Monroe e che a detta di vari politici e commentatori europei, i punti da lui fissati per la pace in Ucraina “sembravano fatti sotto dettatura di Putin”. Ed infine che il ministro russo degli Esteri Sergej Lavrov accusi Trump di “non aver rispettato i patti”. Ma quali patti? Cosa hanno concordato Trump e Putin nel famoso incontro in Alaska? Un dubbio sorge spontaneo: che abbiano concordato una sorta di nuova Yalta, a spese dell’Europa, con l’Ucraina, e magari gli Stati baltici e la Finlandia come “cortile di casa” russo, e quasi tutto il resto d’Europa area dell’egemonia americana.

L’Europa dunque, o meglio la sua assenza come soggetto politico, è il cuore del problema, e un elemento centrale delle tensioni per un nuovo assetto degli equilibri globali. Perché il peso di una Europa forte, spostandosi, segnerebbe una differenza. Ma attualmente l’Europa è inesistente. Il suo progetto di riarmo dunque a bocce ferme poggia sul vuoto. O meglio, si risolverebbe, come già detto, in un rafforzamento del suo legame agli Stati Uniti, col ruolo di forze armate ausiliarie e subalterne sancito nella Nato.

Ma le bocce non sono più ferme

Ma le bocce non sono più ferme. E’ vero, la volontà unitaria dei Paesi europei è oggi una chimera; il finanziamento di quegli ottocento miliardi di euro per il “Rearm” è fermo nel porto delle nebbie. «E’ il momento di creare una opzione di indebitamento congiunto», ha dichiarato Macron; «Non posso accettare il finanziamento di progetti dell’Unione Europea  attraverso eurobond. Non lo voglio, ma anche se volessi, non lo potrei. La Corte Costituzionale Federale ha fissato limiti molto chiari», ha ribattuto il cancelliere Merz. Macron ha anche evocato «la necessità di integrare la deterrenza nucleare in un appoggio globale alla difesa ed alla sicurezza». Come dire: l’ombrello nucleare lo fornisco io che ho la bomba atomica. Ma Merz glissa sul tema nucleare e per ora si limita ad annunciare: “Renderemo la «Bundeswehr l’esercito convenzionale più potente d’Europa, nel più breve tempo possibile, capace di resistere, se necessario». E lui i mezzi per farlo li ha.

Ma c’è da considerare che anche per quanto riguarda il futuro governo dei Paesi europei le bocce non sono ferme. Il mandato di Macron scade l’anno prossimo, e secondo tutte le previsioni dovrà sloggiare dall’Eliseo. Alle elezioni politiche anticipate da Macron al giugno 2024 il Front National della destra ha stravinto il primo turno, e nel secondo si è impedito che conquistasse la maggioranza assoluta in Parlamento solo conglobando tutti i voti degli altri partiti su candidati unici prescelti. In Germania Merz ha sul collo il fiato della destra di Alleanz fur Deutschland, e per arginarla potrebbe esser spinto ad accentuare scelte di sapore nazionale. In Inghilterra il governo Starmer rischia di crollare da un momento all’altro, sotto il peso delle rivelazioni che emergono dai documenti dello scandalo Epstein. In Ungheria Orban continua a mettersi di traverso rispetto alle decisioni antirusse dell’Unione Europea. In Romania le forze nazionalpopolari anti Bruxelles avevano vinto le elezioni, pretestuosamente poi annullate. Insomma: tra pochissimi anni il quadro politico in Europa potrebbe essere molto diverso. E a me pare che intanto una occhiata  più pragmatica e meno ideologica a questo famoso piano di riarmo europeo varrebbe la pena di darla. Con un implicito retropensiero: che se miracolosamente il riarmo europeo potesse avviarsi concretamente, tra qualche anno potrebbe far comodo ad una Europa politicamente mutata.

Il Libro Bianco sulla difesa europea

Il “Libro Bianco” sulla Difesa Europea, proposto dalla Commissione dell’Unione Europea nel marzo dello scorso anno con il piano operativo “Rearm Europe” per “superare le lacune nelle capacità militari, industriali ed infrastrutturali e raggiungere entro il 2030 capacità autonoma di deterrenza e prontezza operativa, in piena sintonia con la Natocontempla la deroga temporanea al Patto di stabilità e crescita (cioè ai limiti posti ai disavanzi pubblici) nei prossimi quattro anni per 650 miliardi di euro ed un Fondo Europeo SAFE dotato di 150 miliardi di euro che dovrà fornire a tasso agevolato prestiti per progetti congiunti tra Paesi dell’UE su tecnologie emergenti “dual use”, cioè sia per usi militari che civili. E’ prevista inoltre la riorganizzazione del bilancio europeo verso progetti militari ed industriali, con un “buy european” fino al 40% degli appalti militari (e Trump ha già minacciato ritorsioni se questa clausola verrà attuata). Il piano ha evidenziato inoltre sette ambiti prioritari d’intervento: 1° Difesa aerea e missilistica integrata (radar di ultima generazione, intercettori ipersonici con guida di Intelligenza Artificiale ecc.). 2° Sistemi avanzati di artiglieria (standardizzazione europea di obici automatizzati, munizionamento guidato, proiettili intelligenti). 3° Droni avanzati e tecnologie anti droni. 4° Mobilità militare avanzata (adeguamento reti europee stradali, ferroviarie, aeroportuali e portuali su standard comuni per la logistica militare. 5° Cyber sicurezza e guerra elettronica (reti di comunicazioni criptate quantisticamente, Centri cyber per operazioni difensive ed offensive, tecnologie di disturbo elettronico). 6°Infrastrutture strategiche digitali per proteggere reti di comunicazioni 5Ge 6G.  resistenti a interferenze estere. 7° Capacità avanzate di intelligence (Sorveglianza e ricognizione satellitare con sensori avanzati, droni ad altissima quota, ecc.

Un elenco, come si vede, quanto mai ambizioso. Che potrebbe rivelarsi però una sorta di “libro dei sogni”. Intanto la preferenza per le industrie europee negli appalti militari (il “buy european”) dovrebbe essere negoziata in modo da rispettare le regole del WTO, a parte le ritorsioni già minacciate da Trump. Inoltre, significativamente, nel Piano europeo manca qualsiasi allusione al settore dell’armamento nucleare. Comunque, “ad abundantiam” il segretario di Stato degli Usa Rubio ha già ribadito che l’Europa deve garantire solo la difesa convenzionale perché all’ombrello nucleare ci pensano gli Stati Uniti. Putin poi – e anche questo è indicativo…- visto l’aria che comincia a spifferare in Germania, ha messo anche lui le mani avanti precisando che se un Paese della Nato si dotasse di armamento nucleare, ciò sarebbe considerato dal Cremlino come una minaccia.

Tutto ciò premesso, è anche vero che se il Rearm Europe miracolosamente si concretizzasse, l’Italia potrebbe assumere oggettivamente una posizione di rilievo nei settori navali con la Fincantieri e nel campo dell’avionica avanzata, dei droni e della cyber sicurezza con Leonardo. Il che non guasterebbe, qualunque sia il futuro.

Ma c’è anche una seconda strada

Ma c’è anche una seconda strada che già si è concretizzata. Mark Carney a Davos, come abbiamo già visto, ha avanzato l’idea che le “potenze medie” per rispondere ai diktat dei più forti elaborino una strategia autonoma con coalizioni flessibili  ed a cooperazione selettiva sui temi divenuti critici. Credo non sfugga a nessuno che questo approccio, come quello di Elion Musk  o del vicepresidente degli Stati Uniti, Vance, che non hanno mai nascosto il loro favore per i partiti europei nazionalpopolari,  punti anche a disgregare l’Unione Europea. Ma anche in questo caso vale quanto detto per il Piano di riarmo europeo: in uno scenario politico mutato, quelle coalizioni europee flessibili, quelle cooperazioni selettive, possono avere un grande valore ed assumere un altro significato. E l’Italia, ecco il vero fatto nuovo, prima ancora che Carney le teorizzasse, ne ha imbastita e già firmata una con la Germania.

Lasciamo perdere le banali interpretazioni giornalistiche che parlano di un asse Berlino – Roma che avrebbe preso il posto del precedente asse Berlino Parigi, o di una strategia “Merzoni”, assemblando i cognomi dei due leader. E sorvoliamo anche sulle rituali considerazioni preliminari sulla centralità del legame transatlantico, sull’impegno al rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale, ai principi di integrità territoriale e sovranità e della lotta al razzismo ed all’antisemitismo. C’è anche peraltro l’impegno alla lotta contro le migrazioni irregolari, che potrebbe assumere aspetti concreti. Guardiamo invece ai contenuti dell’accordo, che sono indubbiamente vasti, ed all’area geografica cui la cooperazione italo – tedesca è interessata ed in cui dovrà operare, che è anch’essa vasta e include tutte le aree d’importanza strategica per l’Italia. Essa comprende infatti il Medio Oriente, compreso il Golfo e la Penisola Arabica, il Nord Africa con particolare attenzione alla Libia, il Mediterraneo Orientale, il Corno d’Africa, i Balcani Occidentali, la Cina e l’Indo-Pacifico. Balza subito all’occhio che con questo Trattato l’Italia coinvolge la Germania in una cooperazione strategica su un’area che per noi è vitale e che sinora la Germania considerava alquanto marginale per i suoi interessi. Quanto poi agli obbiettivi immediati della cooperazione strategica, essi includono l’accelerazione delle riforme che incidono sulla politica industriale e sulla competitività delle industrie europee, la riduzione della burocrazia ed il rafforzamento della capacità decisionale dell’Unione Europea, nuovi accordi con l’India, sostegno al piano americano per porre fine al conflitto a Gaza, ma lavorando per la creazione dei due Stati in Palestina, solidarietà alla Danimarca nella vertenza con gli Stati Uniti sulla Groenlandia, e necessità che l’Europa si impegni maggiormente per la sicurezza nell’Artico. Una lista di propositi che pare bilanciare un rafforzamento dell’Europa con la necessità di non rompere con l’America di Trump, in un gioco d’equilibrio alquanto arduo.

Ma nel concreto il vertice intergovernativo tra Italia e Germania tenutosi a Roma, si è sostanziato in un accordo su difesa e sicurezza, con sette intese settoriali. Indubbiamente un fatto nuovo che implica risvolti negli equilibri interni dell’Unione Europea, include coordinamento in valutazioni geopolitiche e contempla una stretta collaborazione in tutto il campo della difesa. La nostra Leonardo e la tedesca Rheinmetall hanno già una joint venture per la costruzione di carri armati e veicoli militari. La collaborazione dovrebbe svilupparsi con progetti congiunti nella difesa missilistica, navale e subacquea e nell’aviazione. Ed in quest’ultimo settore sembra profilarsi un altro fatto concreto. Com’è noto la Germania ha un precedente accordo con la Francia e la Spagna per la costruzione di un caccia di sesta generazione che dovrebbe sostituire i Rafale francesi e gli Eurofighter tedeschi e spagnoli. L’Italia invece aderisce ad un progetto alternativo, il GCAP (Global Combat Air Programme) cui partecipano con quote paritetiche l’Italiana Leonardo, la Bae System inglese e la Japan Aircraft Industrial giapponese. L’accordo francotedesco è però è praticamente fermo, per le richieste della francese Dassault, che rivendica la leadership esclusiva; richiesta che Berlino considera inaccettabile sia dal punto di vista industriale che politico. Per mesi i due governi hanno cercato di arrivare ad un accordo, ma inutilmente, e da una parte e dall’altra si è prospetta l’ipotesi di fare il nuovo caccia ognuno per conto suo. Ma molto riservatamente la Germania ha preso in considerazione un’altra ipotesi: quella di aderire al progetto congiunto fra Italia, Inghilterra e Giappone. E all’incontro intergovernativo romano la Meloni ha assicurato il suo appoggio.

Alcuni anni fa, quando implose l’Unione Sovietica, Francis Fukuiama, un politologo statunitense, commentò: “La storia è finita”. La battuta divenne famosa, ma era una accademica gran sciocchezza. La storia è fatta dagli uomini, ed ogni giorno che passa la storia cambia e si rinnova, come oggi appare evidente. E il compito di un vero politico è promuovere i cambiamenti vantaggiosi per la sua Nazione, e  profittare delle occasioni che i mutamenti offrono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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