L’obiettivo americano era ed è quello di destabilizzare l’area mediorientale e di creare con la guerra una nuova architettura del Medio Oriente con una egemonia israeliana a garanzia del dominio statunitense sulle risorse energetiche sulle aree strategiche della regione. Il popolo iraniano si è compattato perché animato dal timore di una destabilizzazione politica che potesse generare un caos interno incontrollabile, come accaduto in Siria, Libia e Iraq. Le cause della sconfitta di Israele e USA possono essere individuate nel loro delirio di onnipotenza, nella loro innata aspirazione a ricreare il mondo a loro immagine e somiglianza. Il deficit di credibilità politica degli USA si riflette sul declino della loro credibilità finanziaria e sul progressivo venir meno del primato del dollaro.
Nei conflitti della Guerra Grande occorre schierarsi. Come mediterranei, italiani ed europei, abbiamo le nostre radici nella cultura classica e nel cristianesimo, che sono parte integrante del pluriverso multiculturale del Medio Oriente. L’Occidente ha sradicato dalla nostra anima il Medio Oriente: ha annullato il nostro esserci nella storia.
Israele e USA: un fallimentare delirio di onnipotenza
Il mainstream ha imposto una narrazione virtuale del conflitto degli USA e Israele contro l’Iran da cui tutti escono vincitori: questa guerra si è conclusa senza sconfitti. Viene pertanto oscurata la realtà di una tregua non risolutiva del conflitto, ma che inaugura una nuova fase di ulteriore instabilità nell’area mediorientale, che prefigura potenziali nuove guerre.
Netanyahu, dopo aver ingaggiato 5 conflitti senza averne concluso nessuno, ha aperto un nuovo fronte con l’Iran, al fine di conseguire una vittoria con il necessario coinvolgimento degli USA. In realtà, Trump è intervenuto non per distruggere un fantomatico arsenale nucleare iraniano, ma per scongiurare una probabile sconfitta di Netanyahu e quindi, con la tregua, porre fine al conflitto.
Con l’aggressione all’Iran si è riproposta la strategia delle guerre preventive iniziata da Bush junior e dall’establishment Neocon, già messa in atto nelle guerre in Iraq, Libia, Afghanistan. L’obiettivo di tale strategia era ed è quello di destabilizzare l’area mediorientale e di creare con la guerra una nuova architettura del Medio Oriente con una egemonia israeliana a garanzia del dominio statunitense sulle risorse energetiche sulle aree strategiche della regione. Si imponeva quindi un regime change in Iran, peraltro assai improbabile da realizzare senza un intervento diretto di truppe sul territorio. Si è inoltre dimostrata infondata l’ipotesi di una destabilizzazione interna dell’Iran messa in atto con l’innesco di una “rivoluzione colorata” degli oppositori iraniani contro un regime, che la aggressione occidentale ha anzi contribuito a rafforzare.
L’obiettivo della strategia americana invero, non era tanto quello di provocare un regime change rivelatosi improbabile, quanto piuttosto di far deflagrare una serie di conflitti interni nell’area, che conducessero alla frammentazione dell’Iran, onde eliminare un pericoloso competitor dell’Occidente. In sostanza, gli USA, mediante il braccio armato israeliano, non vogliono imporre un nuovo ordine in Medio Oriente, ma semmai generare uno stato di caos e conflittualità permanenti. Ma tale strategia presuppone la capacità dell’egemone di controllare e dominare il caos. E gli USA hanno dimostrato già in passato di non esserne in grado. Anzi, dal caos sono sempre scaturiti nuovi nemici dell’Occidente e le ripetute sconfitte, con relative ingloriose ritirate americane, ne sono la prova evidente.
Dalla guerra dei 12 giorni, l’Iran ne esce rafforzato sia all’interno che nelle sue alleanze con Russia e Cina, al punto che è largamente prevedibile che nel prossimo futuro sarà dotato dell’arma nucleare, la cui deterrenza scongiurerà nuove aggressioni. Il popolo iraniano si è compattato non tanto a sostegno del regime, quanto perché animato dal timore di una destabilizzazione politica che potesse generare un caos interno incontrollabile, come accaduto in Siria, Libia e Iraq. Tale prospettiva è ben delineata in un articolo di Albero Negri dal titolo “La tigre della guerra è uscita dalla gabbia”, pubblicato su “Il Manifesto” del 15/06/2025: “Un cambio di regime con un sollevamento della popolazione, come vorrebbe il premier ebraico con il suo appello alla popolazione iraniana, però non è probabile: gli iraniani temono il regime ma forse temono ancora di più di fare la fine dell’Iraq e precipitare nel caos e nell’anarchia”.
L’Iran, plurisanzionato e criminalizzato dall’Occidente in tema di diritti umani, ha regole democratiche, un presidente eletto e nel suo parlamento sono rappresentati tutti i popoli e le religioni presenti nel suo territorio, ma non è uno stato liberale. L’Iran inoltre aderisce al trattato di non proliferazione nucleare. Israele, possiede da 90 a 200 ordigni nucleari mai sottoposti al controllo di organismi internazionali e, con le uccisioni di numerosi leader politici e militari di un paese sovrano e membro dell’ONU quale è l’Iran, effettuate mediante bombardamenti di palazzi residenziali, si è reso responsabile di atti di terrorismo, peraltro dichiarati e rivendicati, senza essere mai sanzionato dall’Occidente, alla pari del genocidio di Gaza tuttora in atto.
Si è giunti alla tregua per l’esaurimento della potenza aggressiva di Israele e degli USA. Fallita la guerra lampo, una guerra di logoramento si è rivelata per loro insostenibile. Sono state sottovalutate le capacità di resistenza dell’Iran, che è in grado di produrre 300 missili al giorno ed i suoi impianti nucleari non sarebbero stati gravemente danneggiati. Israele si è dimostrato vulnerabile nei confronti delle ritorsioni iraniane, il suo sistema di difesa antimissile Iron Dome è ormai saturato, le scorte missilistiche sono sul punto di esaurirsi. Israele è dipendente dalle forniture di armamenti degli USA, i cui arsenali sono assai sguarniti e la loro ricostituzione si presenta problematica, a causa degli elevati costi di fabbricazione e di una tempistica produttiva assai dilatata nel tempo. La produzione di armamenti in Occidente si è rivelata nella Guerra Grande non competitiva rispetto alla Russia e alla Cina, che non potranno non essere coinvolte in questo conflitto mediorientale. Un crollo dell’Iran, inibirebbe alla Russia l’accesso all’Oceano Indiano e comporterebbe la destabilizzazione da parte dell’Occidente della sua area di influenza centroasiatica. Alla Cina verrebbe preclusa la Via della Seta, quale essenziale via commerciale di collegamento con il Mediterraneo.
Da questa guerra sono inoltre emerse le profonde fratture interne alle istituzioni americane. L’attacco israeliano all’Iran è stato avallato e sostenuto da forze interne agli USA, indipendenti da Trump, che ne è rimasto marginalizzato. Lo schieramento Neocon, trasversale ai dem e ai repubblicani, annovera nei suoi ranghi la lobby ebraica, il potere finanziario delle Big Three, che detengono larga parte del risparmio mondiale, l’industria degli armamenti, una quota rilevante dei Giganti del web, esponenti autorevoli degli apparati burocratici e militari. I Neocon esercitano il potere reale negli USA da circa 30/40 anni. L’ideologia dei Neocon si identifica con l’espansionismo messianico americano, perseguito in passato da Clinton, Bush, Obama e Biden, al fine di imporre una egemonia mondiale degli USA, che però si rivela ormai impossibile.
Trump, che non ha il controllo della politica estera americana, si è riposizionato dinanzi al fatto compiuto della guerra e, dopo essersi vantato della millantata distruzione del nucleare iraniano, ha tuttavia imposto una tregua temporanea, coinvolgendo Putin in eventuali trattative future.
L’esito della guerra dei 12 giorni può essere valutato alla luce dell’affermazione di Henry Kissinger secondo cui “Il guerrigliero vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince”. Da tale paradigma interpretativo emerge in tutta evidenza la sconfitta di Israele e degli USA. Il fallimento del piano che prevedeva un regime change iraniano imposto dall’esterno, non potrà che determinare profonde conflittualità interne nelle istituzioni dei paesi aggressori. Del resto, l’alternativa al regime degli Ayatollah sono i pasdaran, così come l’alternativa a Putin in Russia sono i falchi del nazionalismo. In entrambi i casi, si imporrebbero regimi ancor più estremisti e nemici dell’Occidente.
Le cause della sconfitta di Israele e USA possono essere individuate nel loro delirio di onnipotenza, nella loro innata aspirazione, a base teologica, ad una potenza assoluta atta a ricreare il mondo a loro immagine e somiglianza. Gli obiettivi delle guerre egemoniche dell’Occidente in Medio Oriente si sono rivelati irraggiungibili. Tali fallimenti eroderanno progressivamente i miti suprematisti fondativi di Israele e degli USA, quali “La Grande Israele” e “Il destino manifesto”. Si prefigurano nuove crisi e conflittualità interne in entrambe le potenze: i falliti progetti di regime change esterno sia in Russia che in Iran, infatti, potrebbero dar luogo (a seguito delle sconfitte strategiche dell’Occidente in Ucraina e Medio Oriente), ad un regime change interno che coinvolgerebbe l’intero Occidente.
Questa sconfitta può provocare effetti destabilizzanti sia in Israele che negli USA. Potrebbero esasperarsi i conflitti interni negli USA già in atto tra gli stati ed il governo centrale. Da questa sconfitta potrebbe scaturire inoltre una grande ondata di protesta del popolo americano avverso a nuove guerre contro le elite dominanti. In Israele, questa sconfitta potrebbe preludere alla defenestrazione di Netanyahu, nel contesto della permanente conflittualità interna che non potrà che esasperarsi, tra la componente estremista religiosa al potere e quella dell’opposizione laica assai diffusa nella società israeliana. E’ prevedibile che la sconfitta di Israele genererà nuovi conflitti nell’area, data l’impossibilità di coinvolgere lo stato ebraico in nuovi assetti geopolitici stabili.
Fine del primato geopolitico e finanziario americano?
La crisi economico – finanziaria degli USA, unitamente al declino del primato del dollaro, sono da annoverarsi tra le cause determinanti della guerra dei 12 giorni. La crisi strutturale americana è evidenziata dalla crescita inarrestabile del debito pubblico che a maggio del 2025 ha superato la soglia dei 36.000 miliardi, (il rapporto debito/Pil è pari al 130% e gli oneri per interessi sul debito sono aumentati in un anno da 753 miliardi a 1.235, superando la spesa militare), e da un deficit commerciale che a marzo 2025 ha raggiunto la cifra record di 140 miliardi.
Il primato del dollaro quale valuta di riserva consentiva alla FED di emettere liquidità ad libitum, per finanziare ad oltranza il debito federale, la spesa pubblica, gli armamenti, i consumi, e per fronteggiare le ricorrenti crisi del settore bancario. La FED non può più effettuare manovre di quantitative easing, in quanto tali emissioni di liquidità provocherebbero ondate inflazionistiche e ulteriori svalutazioni del dollaro. Trump invoca il ribasso dei tassi per incentivare investimenti nell’economia reale, ma la FED si è ripetutamente opposta. Aggiungasi inoltre che gli elevati tassi sui titoli decennali del Tesoro che ammontano ad oltre il 4% (il doppio dei tassi tedeschi), non hanno determinato il rafforzamento del dollaro, che anzi si è svalutato. Il dollaro ha perduto la sua attrattiva di investimento nei marcati mondiali, perché sono venute meno le garanzie di stabilità del debito americano.
Si rileva inoltre che la situazione patrimoniale netta americana è negativa per l’ammontare di 26.000 miliardi. Il sistema finanziario americano dipende dunque dagli investimenti di capitali esteri (specie nel settore tecnologico), il cui venir meno determinerebbe il collasso finanziario degli USA.
Il primato del dollaro quale valuta di riserva presuppone la sussistenza del suo status di valuta di scambio internazionale. Pertanto, il controllo delle aree di produzione delle materie prime energetiche è essenziale per gli USA, per salvaguardare il ruolo del dollaro quale valuta di scambio nelle transazioni commerciali nei settori del gas e del petrolio. Le cause geopolitiche della guerra si saldano con quelle di natura finanziaria. Al declino del primato geopolitico americano fa riscontro quello della sua egemonia finanziaria, essenziale alla sopravvivenza stessa degli USA.
Il ricorso alla guerra è scaturito dalla necessità di contrastare il processo di dedollarizzazione in atto nei mercati mondiali a seguito dell’emergere del gruppo dei BRICS. In virtù del ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Arabia Saudita e Iran, con la mediazione cinese, le esportazioni del petrolio saudita in Cina vengono pagate in yuan, e i profitti del greggio vengono reinvestiti nella Cina stessa, replicando il meccanismo dei petrodollari, che però affluiscono nei mercati cinesi, anziché a Wall Street.
A seguito delle sanzioni irrogate alla Russia e il divieto di accedere al sistema SWIFT per le transazioni commerciali russe, si sono sviluppati con successo sistemi alternativi. Il 16 aprile 2025 il volume delle transazioni effettuate mediante il sistema cinese CIPS, ha superato quello dello SWIFT. L’espansione della potenza cinese nell’economia mondiale si sta realizzando a discapito dell’area dollaro che ha subito rilevanti ridimensionamenti.
La guerra dunque non si è rivelata uno strumento efficace per riaffermare il ruolo primario del dollaro e del debito americano quali beni rifugio nelle fasi di crisi. La paventata chiusura dello stretto di Hormuz è stata impedita dall’intervento della Cina a sostegno dell’Iran. Una escalation bellica avrebbe provocato una crisi dell’economia mondiale che non avrebbe giovato a nessuno. Non si è innescata nemmeno la prevista ondata speculativa al rialzo sui prezzi petroliferi.
La Cina è ormai in grado di incidere profondamente sull’andamento dell’economia mondiale e di contrastare efficacemente l’egemonia americana. Il deficit di credibilità politica degli USA si riflette sul declino della loro credibilità finanziaria e sul progressivo venir meno del primato del dollaro.
Un Occidente senza patria e senz’anima
La Guerra Grande può essere considerata come uno scontro delle civiltà? L’Occidente a leadership americana non concepisce altre civiltà al di fuori della propria. Il suo espansionismo fu legittimato dall’ideologia anglosassone ottocentesca della “Civilization”, che discriminava drasticamente le culture del mondo tra “civilizzate” e “barbare”. La Civilization costituì la giustificazione ideologica del colonialismo europeo, che ebbe come erede legittimo l’impero americano. L’Occidente, considerandosi una civiltà superiore, ha sempre giudicato il mondo sulla base dei propri paradigmi culturali suprematisti. Le guerre in Medio Oriente possono dunque definirsi guerre coloniali, dato che Israele può considerarsi l’ultima colonia dell’impero americano nell’area.
Gli USA e tutto l’Occidente, hanno creato un modello culturale, politico ed economico unitario suscettibile di esportazione nel mondo, in vista dell’istituzione di una governance globale con epicentro negli USA.
Ma quello occidentale, può definirsi un modello politico unitario ed omogeneo? La realtà smentisce le velleità universalistiche occidentali. La società occidentale è in crisi perché dilaniata dalle conflittualità interne tra lobby politiche, militari e finanziarie che presiedono alla governance effettiva della società e si impongono alle istituzioni nelle scelte politiche fondamentali. Il sistema neoliberista ha una struttura piramidale, è dominato da oligarchie autoreferenti che hanno materialmente destituito le istituzioni democratiche. Le stesse contrapposizioni tra le forze politiche riflettono i conflitti interni tra le lobby del sistema finanziario.
Questo processo degenerativo del modello occidentale è ben delineato da Andrea Zhok in un articolo recente dal titolo “L’anello di Gige e l’orizzonte della violenza illimitata”: “L’Occidente, a causa del lungo processo di presa del potere reale da parte delle oligarchie finanziarie, ha raggiunto un livello di non ritorno dal punto di vista della degenerazione della sua classe politica. Il problema in tutto ciò è solo uno: siccome chi esercita il potere è dietro le quinte e non può venire chiamato a prendere alcuna responsabilità, di fatto oggi siamo nella condizione di più straordinaria deresponsabilizzazione delle classi dirigenti della storia dell’Occidente: chi comanda non risponde in nessun modo di ciò che fa, né formalmente, né istituzionalmente, né moralmente. E l’esercizio del potere al riparo dagli sguardi altrui conduce inevitabilmente all’abiezione, come rammentava Platone nel racconto dell’Anello di Gige”.
La crisi dell’Occidente si identifica con il fallimento della globalizzazione e quindi con il declino della superpotenza americana, che deve far ricorso a guerre infinite, necessarie alla sua stessa sopravvivenza. Guerre senza strategia che comportano l’erosione progressiva dell’Occidente stesso, fino alla sua dissoluzione. Il venir meno dell’egemonia globale americana è quindi la causa originaria della Guerra Grande.
Si riscontra tuttavia nella società occidentale l’emergere di un dissenso di massa nei confronti delle strategie guerrafondaie dell’Occidente. Trattasi però di un dissenso interno al sistema e quindi politicamente ininfluente. Si contestano le guerre e il riarmo europeo facendo appello al neutralismo e al pacifismo. L’equidistanza neutralista tra i competitor (Russia – Ucraina e Israele – Palestinesi), e il pacifismo belante, si configurano come istanze moraliste finalizzate ad occultare la fondamentale malafede di determinate forze politiche, il cui intento è quello di omologarsi ai diktat del futuro vincitore e pertanto, non intendono contrapporsi ad esso nella fase bellica.
Nel conflitto tra Israele e Iran il dissenso avrebbe dovuto schierarsi in difesa dell’Iran, quale paese aggredito, in aperta violazione del diritto internazionale, e soprattutto in nome della lotta di liberazione e della indipendenza dei popoli contro l’imperialismo americano. Si è invece manifestato contro il riarmo, nel totale misconoscimento del principio della autodeterminazione dei popoli sancito dall’ONU. Ci si rifiuta di sostenere l’Iran, in quanto paese retto da un regime teocratico – oscurantista, oppressivo, pluricondannato dall’Occidente per violazione dei diritti umani (tra cui vengono ricompresi l’ideologia woke, il gender, l’LGBT).
E’ evidente dunque che questo dissenso, nel contestare la guerra, assume posizioni politiche conformi ai paradigmi dell’ideologia liberal occidentale. Anzi, contesta le leadership occidentali nella misura in cui esse, con le guerre, si discostano dai principi del pacifismo, delle libertà individuali, i diritti umani e dalla stessa cultura woke dominate nei campus delle università americane. Questo dissenso è funzionale al sistema dominante, in quanto assume il ruolo di coscienza critica dell’Occidente, quale legittimo interprete dell’ortodossia ideologica cosmopolita e globalista di matrice occidentale. Il dissenso ufficiale invero condanna Netanyahu e gli “eccessi di difesa” sionisti, non il suprematismo teocratico di Israele e il genocidio in atto a Gaza. Sono pertanto evidenti le cause dell’impotenza e dell’irrilevanza del dissenso in Occidente.
Nei conflitti della Guerra Grande occorre dunque schierarsi. Secondo Lenin infatti, “Chi non sta da una parte o dall’altra della barricata, è la barricata”. Non ci si schiera in base ad interessi politici, economici, strategici. Anzi, non ci si schiera scegliendo tra opzioni alternative, ma si abbraccia quella causa conforme al nostro essere.
I valori che definiscono la nostra identità di mediterranei, italiani ed europei, hanno le loro radici nella cultura classica e nel cristianesimo, che sono parte integrante del pluriverso multiculturale del Medio Oriente.
Ci si identifica dunque con la Palestina, quale patria spirituale che include in sé popoli, etnie, culture e religioni diverse. La nostra identità si riflette nella universalità di Gerusalemme, che ha invece assunto la denominazione di capitale dello stato ebraico, imposta dalla potenza sionista occupante. Nella stessa Chiesa Cattolica è stato oscurato il culto della Gerusalemme celeste. L’Occidente ha sradicato dalla nostra anima il Medio Oriente: ha annullato il nostro esserci nella storia. Alle lotte di liberazione dei popoli contro il neocolonialismo occidentale in atto, fa riscontro un’Europa in cui le basi Nato assurrgono al rango di baluardi ideali eretti a difesa della nostra libertà: l’atlantismo servile europeo viene millantato come una scelta di civiltà.
E’ facile prevedere che questa guerra avrà effetti di lunga durata nel mondo. E’ altresì evidente che il delirio di onnipotenza israeliano – americano non potrà che condurre al suicidio dell’Occidente. La Guerra Grande si è dimostrata una via senza ritorno.