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Quale dopoguerra per l’Ucraina, la Russia e l’Europa?

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La grande avanzata russa si sta rivelando inconsistente. Regna la massima perplessità circa l’efficacia della prossima controffensiva ucraina. Non è ipotizzabile alcuna conclusione del conflitto se non attraverso un cessate il fuoco e una divisione dell’Ucraina sul modello coreano. L’Europa, a trazione anglosassone – baltica, è divenuta un’area sia strategica che finanziaria interna alla Nato.

La nuova geopolitica del dopoguerra

La guerra russo – ucraina è in una fase di stallo. La cruenta battaglia intorno a Bakhmut ha assunto un significato più simbolico che strategico, poiché la contesa di tale città non potrà certo determinare l’esito del conflitto. E’ questa una guerra di posizione senza fine, senza alcuna speranza di vittoria per entrambe le parti. Non vi sono prospettive di pace per il prossimo futuro.

La grande avanzata russa annunciata con enfasi in concomitanza dell’arrivo del “generale inverno”, si sta rivelando inconsistente. Sebbene i bombardamenti russi abbiano avuto effetti distruttivi sulle infrastrutture essenziali dell’Ucraina, l’avanzata russa ristagna. E’ assai difficile che le armate russe riescano a riprendere Kherson ed è del tutto improbabile che possano arrivare a Kharkiv. Gli stessi effetti della nuova controffensiva ucraina programmata per la primavera/estate di quest’anno, si prospettano assai incerti, data l’esiguità delle forniture di armamenti messi a disposizione dall’Occidente rispetto ai desiderata di Zelensky ed il dilatarsi dei tempi occorrenti per l’approntamento dei tanks e per l’addestramento delle truppe ucraine. Regna la massima perplessità degli esperti circa l’efficacia della prossima controffensiva ucraina e su quanto essa potrà essere determinante riguardo all’esito del conflitto.

Il piano di pace cinese, che in realtà si è rivelato una mera enunciazione di principi è stato rifiutato, come prevedibile, dagli USA, ma occorre anche rilevare che se da un lato Biden non ha mai parlato di pace, sostenendo la guerra della Nato contro la Russia ad oltranza, dall’altro, non si sa fino a che punto gli USA siano disposti a sostenere l’Ucraina nel conflitto. L’appoggio determinante fornito dagli USA all’Ucraina ha comportato la devoluzione di risorse finanziarie e di armamenti già destinati al contenimento della Cina nell’Indo – Pacifico, che costituisce il principale fronte strategico della attuale geopolitica americana. E’ certo che l’obiettivo di fondo degli USA in questa guerra, consistente nel controllo dell’Europa, sia stato raggiunto. Nel contempo gli USA non intendono ingaggiare un conflitto aperto con la Russia, col rischio di una guerra nucleare.

Se l’esito del conflitto è ad oggi incerto, le prospettive del dopoguerra nell’area eurasiatica sono ancor più imprevedibili. Una vittoria totale da parte di ciascuno dei contendenti è ritenuta impossibile e non appare nemmeno desiderabile per entrambi. Qualora la Russia conquistasse Kiev, o Zelensky si riappropriasse del Donbass e della Crimea, nell’immediato dopoguerra esploderebbe una guerra civile senza fine, poiché una tale condizione di subalternità al nemico di ieri si rivelerebbe inaccettabile sia per la popolazione russa che per quella ucraina. Entrambe le parti potrebbero giovarsi rispettivamente del sostegno incondizionato sia della Nato che della Russia.

E’ tuttavia certo che anche il ripristino della situazione antecedente al 24 febbraio 2022 e, ancor più dei confini stabiliti nel 1991, è ormai impossibile. Ma soprattutto non è ipotizzabile alcuna conclusione del conflitto se non attraverso un cessate il fuoco e una divisione dell’Ucraina sul modello coreano.

Una pace però non prevedibile se non in tempi lunghi. Ma sarà sufficiente a Putin, per conservare la sua leadership, spacciare la conquista dei 6 oblast russofoni per una vittoria in una guerra ritenuta esistenziale per la potenza russa? Allo stesso modo, il consenso plebiscitario finora riscosso da Zelensky rimarrà inalterato in una Ucraina distrutta e amputata di parte del suo territorio rispetto al 2014? Il sacrificio di migliaia di morti sia civili che militari, la distruzione di tante città ed infrastrutture essenziali, la dissipazione di ingentissime risorse finanziarie nella guerra, si riveleranno senz’altro sproporzionate rispetto ai risultati conseguiti al termine del conflitto. Dal punto di vista politico quindi, incombono ombre oscure sul dopoguerra sia della Russia che dell’Ucraina.

Nella geopolitica dell’area nulla sarà come prima. E’ ormai impensabile che l’Ucraina possa assumere nel dopoguerra uno status di neutralità. Potrebbe essere addirittura irrilevante la sua adesione o meno alla Nato. Come afferma Lucio Caracciolo nell’editoriale del numero 1/2023 di “Limes”, intitolato “Come un ladro nella notte”: “La disputa sull’ingresso dell’Ucraina nella Nato è superata perché la Nato è entrata in
Ucraina. Per restarci. Se così non fosse, la sospensione delle ostilità sarebbe impossibile
o di brevissima durata, giacché i russi subito ripunterebbero su Kiev, spina rimasta in gola a Putin”. L’Ucraina è dunque destinata a ricoprire il ruolo di avamposto armato della Nato in funzione antirussa.

L’autocrazia di Zelensky

Pur non potendo formulare ipotesi credibili circa l’assetto politico che assumerà l’Ucraina del dopoguerra, possiamo però analizzare alcune tendenze di fondo che potrebbero rivelarsi determinanti nel prossimo futuro del paese. Poche sono attualmente le informazioni attendibili circa le vicende della politica interna dell’Ucraina.

Il mainstream occidentale diffonde quotidianamente una immagine di Zelensky come combattente eroico a capo di una crociata intrapresa dalla Nato per la difesa dei valori occidentali della libertà, della democrazia, dei diritti umani contro l’autocrazia totalitaria, imperialista, oscurantista della Russia di Putin. Occorre tuttavia rilevare che Zelensky, sulla base delle leggi di emergenza ha messo fuori legge 12 partiti, eliminando ogni possibile opposizione politica, oltre ad assumere il totale controllo della informazione, con una televisione ridotta ad un solo canale statale. Anche in ambito religioso, è stata messa al bando la Chiesa ortodossa russa, con l’espulsione di sacerdoti e vescovi, oltre al sequestro e relativo esproprio dei beni ecclesiastici e la fondazione di una Chiesa autocefala ucraina compiacente al regime di Zelensky. Sussistono, accanto al partito di Zelensky, ormai solo partiti di estrema destra di ispirazione ultranazionalista se non neonazista, di scarsa consistenza elettorale.

Negli ultimi mesi Zelelnsky ha effettuato ripetute purghe tra i membri del parlamento e delle amministrazioni locali con l’accusa di corruzione e/o tradimento che tuttavia non hanno coinvolto membri del suo partito. I processi non sono stati celebrati e la corruzione è un fenomeno endemico in Ucraina sin dalla sua fondazione. Pertanto il significato politico di tali epurazioni resta sconosciuto.

L’Ucraina è un paese che già condivideva con la Moldova il triste primato della povertà in Europa ed è afflitto dal fenomeno della emigrazione di massa, della corruzione dilagante, della denatalità e del dominio incontrastato degli oligarchi. Inoltre l’Ucraina era già stata espropriata di larga parte delle sue risorse sia nel settore agricolo che in quello industriale dalle multinazionali dell’Occidente. Essa sarà infine strangolata nel dopoguerra dal debito di guerra contratto con gli alleati atlantici. Nel contesto di un paese devastato dalla guerra, Zelensky, pur sostenuto dalla UE e dalla Nato e quindi da un Occidente che ha già programmato a suo vantaggio un mega – business per la ricostruzione, sarà in grado di perpetuare la sua autocrazia totalitaria? Oppure dovrà affrontare il dissenso popolare delle masse, che, provate da una guerra devastante, combattuta per procura americana da Zelensky, si troveranno a vivere in un paese colonizzato economicamente dalla rapacità del capitalismo occidentale e divenuto protettorato armato della Nato? Qualora inoltre il nazionalismo ucraino prendesse atto della propria strumentalizzazione in un conflitto condotto in nome e per conto degli USA, il cui unico scopo era la sua espansione in Eurasia, Zelensky sarebbe ancora acclamato dal popolo come eroe nazionale? Non mi sembra questa una ipotesi del tutto infondata, poiché potrebbe essere proprio il popolo ucraino, in nome della sovranità e dell’indipendenza nazionale a sconfessare il bluff di Zelensky. Non mi sembra infine possibile che il nazionalismo filo – atlantico di Zelensky potrà recidere i secolari legami etnici, storici e culturali con la Russia che sono parte integrante della identità ucraina, a prescindere da Putin.

La svolta geopolitica asiatica della Russia

Il futuro della stessa Russia di Putin appare incerto. Il consenso patriottico di cui oggi gode Putin nella fase bellica, potrebbe venir meno nel dopoguerra. L’ “operazione militare speciale” di Putin in Ucraina si è rivelata un azzardo. La Russia, seppur provocata alla guerra dall’espansionismo ad est della Nato, ha messo in atto una offensiva che si è rivelata fallimentare sia sul piano politico che su quello militare.

La ripresa dei 6 oblast e della Crimea (già occupata dalla Russia dal 2014), non potrà essere spacciata da Putin al popolo russo come una vittoria e quindi potrebbe manifestarsi una crisi di consenso nei confronti del regime putiniano. Dopo la fine dell’era occidentalista di Eltsin e la riconquista da parte della Russia, oltre che della sua sovranità nazionale, anche del ruolo di potenza geopolitica nel mondo già assunto dall’URSS, l’era di Putin, dopo un ventennio, potrebbe volgere al tramonto nella fase del dopoguerra. La Russia si è rivelata nel conflitto ucraino una potenza dimezzata, grande esportatrice di materie prime, ma inefficiente e limitata negli armamenti ed economicamente debole. Da questa guerra è chiaramente emerso che la Russia attuale non è in grado di competere con le potenze di USA e Cina nell’ambito della geopolitica mondiale.

La guerra in Ucraina è stata definita da Putin “esistenziale” per la Russia: in realtà è esistenziale per il regime di Putin, ma non per la Russia, che sopravvivrà a Putin ed il suo ruolo di potenza nel mondo rimarrà inalterato. Esistono alternative a Putin? Allo stato attuale è impossibile fare previsioni, ma sono possibili rilevanti trasformazioni interne nelle istituzioni russe. Sono tuttavia da escludere alternative liberal democratiche e filoccidentaliste. Si temono in Occidente derive ultranazionaliste, ma tale prospettiva è priva di fondamento, dato che il sentimento di coesione nazionale dei russi rimarrà inalterato. E’ invece preoccupante il preponderante ruolo assunto nella guerra, in contrasto con i vertici militari, dalle milizie mercenarie quali la Wagner, oltre al proliferare in Russia di vari eserciti privati. Tali armate potrebbero assumere anche un ruolo politico e condizionare il corso degli eventi politici nella fase del dopoguerra.

L’isolamento internazionale della Russia a causa delle sanzioni economiche si è rivelato uno slogan della propaganda occidentale smentito dai fatti. Il ruolo geopolitico della Russia risulterà alla fine della guerra profondamente trasformato. Dopo la recisione dei rapporti con l’Europa, si rende necessaria per la Russia una svolta che la proietti in Oriente, data l’alleanza tattica che già intrattiene con la Cina e l’integrazione economica da anni in atto con l’adesione della Russia allo SCO in Asia. Oggi tuttavia la potenza russa appare indebolita dalla guerra. La Russia deve salvaguardare le propria influenza nei paesi satelliti dell’Asia centrale dalla penetrazione cinese.

La Russia potrebbe trarre profitto dalla fine dell’unipolarismo americano ed estendere la propria influenza in tutti quei paesi dissociatisi da un Occidente ormai in declino ed aspiranti aderenti al gruppo dei BRICS. Pertanto, si rendono indispensabili rilevanti riforme politiche prima che economiche affinché la Russia sia in grado di affrontare le sfide derivanti dal suo nuovo orientamento geopolitico asiatico. Occorre infatti rafforzare i poteri dello stato, potenziare il ruolo dello stato nell’economia, ponendo fine allo strapotere degli oligarchi, implementare grandi programmi di investimenti nel campo energetico e nelle comunicazioni, che compensino la perdita dei marcati europei.

La Russia inoltre, dovrà necessariamente incrementare la cooperazione con la Cina, che potrebbe tuttavia fagocitarla economicamente. Occorre però rilevare che senza l’alleanza obbligata con la Russia la stessa Cina sarebbe perduta. La Cina è una grande potenza economica che tuttavia non dispone di alleati in Asia e il suo modello socio – politico non è esportabile. La Cina non potrà mantenere i livelli di crescita del passato, è assediata dalla strategia di contenimento degli USA e, in caso di destabilizzazione della Russia, subirebbe l’accerchiamento dell’Occidente. Anche per la Cina una alleanza tattica con la Russia è indispensabile, per le forniture energetiche, per l’export, per il ripristino delle vie commerciali verso l’Occidente oggi interrotte con la guerra ucraina.

La nuova fisionomia atlantica dell’Europa

La guerra russo – ucraina ha sconvolto anche la geopolitica europea. L’Europa, che è divenuta periferia dell’Occidente atlantico, dovrà accettare l’adesione dell’Ucraina alla UE. L’autocrazia di Zelensky non sembra comunque compatibile da punto di vista istituzionale con i principi della liberaldemocrazia della UE.

Ma la stessa UE ha mutato la sua conformazione istituzionale con lo spostamento del proprio baricentro dall’asse franco – tedesco alla Polonia e i paesi baltici. L’Ucraina nella UE potrebbe essere integrata nell’area dell’est europeo dominata economicamente dalla Germania. Ma in questa nuova Europa, a trazione anglosassone – baltica, la UE, che non è mai stata un soggetto geopolitico autonomo, è divenuta un’area sia strategica che finanziaria interna alla Nato. Questa nuova fisionomia assunta dalla UE è ben descritta da Fulvio Scaglione nell’articolo “L’Ucraina di domani può spaccare l’Europa”, pubblicato sul numero 1/2023 di “Limes”: “In quel caso, anche l’Europa correrà il rischio di vedere radicalmente alterati i propri tratti distintivi. Un’Ucraina fortemente nazionalista andrebbe probabilmente a saldarsi con paesi come i baltici, la Polonia, la Repubblica Ceca, gli Stati dell’Europa del Nord, forse anche l’Ungheria, spostando in senso conservatore, sovranista e iperatlantista gli equilibri politici dell’Unione Europea che già scontano il declino della Germania, la parziale emarginazione della Francia, la latente ma perenne crisi dell’Italia. Non a caso ai tempi di Boris Johnson premier il Regno Unito provò a proporre una sorta di Ue anti-Ue che del comune impegno antirusso faceva la propria incubatrice”.

L’Europa, soggetta al primato militare – strategico della Polonia in funzione russofobica, sarà però dominata da punto di vista geopolitico dall’Anglosfera britannico – scandinava. Sarà cioè eterodiretta da una Gran Bretagna che, sebbene uscita dalla UE con la Brexit, assumerà comunque la governance della UE, quale paese guida della Nato, garante del dominio indiretto USA sull’Europa.

Il destino dell’Europa sembra già delineato senza attendere il dopoguerra. E la UE morirà di consunzione atlantica. Ma è comunque del tutto plausibile prevedere nuove crisi e spaccature interne all’Europa nel prossimo futuro. E soprattutto è evidente che il declino del primato americano nel mondo coinvolgerà necessariamente anche la sussistenza della UE e della Nato.

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