In questo momento storico bisognerebbe spingere verso l’abolizione di vecchi steccati ideologici e puntare all’unità del popolo sfruttato contro l’elite. Altrimenti, nei prossimi anni non assisteremo più a una lotta di classe, bensì a una “macelleria di classe”.
I fatti di questi giorni sono noti a tutti, alla fine della manifestazione “No Green Pass” a Roma, i manifestanti hanno assaltato, pare a seguito di accordi con le forze dell’ordine che hanno lasciato fare, la sede nazionale della CGIL. Aldilà delle opinioni personali sul Green Pass, che riguardante un’esigua minoranza di lavoratori, non mi pare dovrebbe essere un problema nell’agenda di un Paese con sempre più profonde disuguaglianze sociali, con un numero di morti sul lavoro da guerra e con un’inflazione che sta corrodendo i maggiori introiti dovuti a un’inaspettata, almeno in queste dimensioni, ripresa post-Covid, tale gesto merita alcune riflessioni.
E’ bene sgomberare subito il campo da alcuni equivoci. Non siamo di fronte ad alcun “pericolo fascista”, in quanto tutte le forze della cosiddetta “estrema destra” insieme raccolgono voti da “prefisso telefonico” e su tutto il territorio nazionale non vanno oltre a qualche migliaio di militanti che quasi ovunque non riescono neppure ad aprire delle sedi. Come si suol dire, fare dell’antifascismo in palese assenza di fascismo è tanto idiota quanto fare dell’anticomunismo in palese assenza di comunismo, e su entrambi i fronti abbiamo sentito ancora discorsi del secolo scorso. Dovrebbe essere ormai chiaro che fare antifascismo oggi senza fare anticapitalismo (e ciò in larga misura vale anche per il cosiddetto anticomunismo) è totalmente privo di senso. La squalificante etichetta di “fascista”, dovrebbe invece essere attribuita a questa classe politica di euroservi, al servizio delle oligarchie tecnocratiche dominanti. La tecnica con la quale il sistema, in particolare la sinistra, ha strumentalizzato l’attacco al sindacato per trarne vantaggio alle amministrative, è ormai ben nota. Utilizzando un’accurata analisi di Costanzo Preve, abbiamo visto come i tre nuovi “ceti medievali” – gli oratores, il clero dei mass-media; i bellatores, la classe agiata e i politicanti di professione; e i laboratores, in questo caso i sindacati confederali – si sono mossi in massa per creare un allarme fascismo che, come abbiamo evidenziato poche righe fa, è del tutto inventato. Ma è tornato utile per criminalizzare, squalificandolo a priori, il centro-destra. Va però detto che anche chi ha pensato e organizzato l’attacco alla sede della CGIL ha peccato di incapacità politica, dimostrando pochezza di analisi e quanto meno un’ingenuità quasi ridicola. Prima di tutto, perché in questo momento storico bisognerebbe spingere verso l’abolizione di vecchi steccati ideologici e puntare all’unità del popolo sfruttato contro l’elite che si arricchisce sempre di più; mentre è del tutto evidente che un attacco al sindacato, a prescindere dall’opinione che se ne può avere, crea solamente spaccature e divisioni fuori tempo massimo tra i lavoratori. Come poi tale azione avrebbe dovuto avere effetti tali da sollevare il popolo contro il potere appare quanto meno misterioso. Infatti, l’unica reazione ottenuta è stata l’arresto dei leaders di Forza Nuova e il probabile scioglimento di tale formazione.
Chiuso il capitolo sull’analisi dell’attacco alla sede della CGIL e delle sue strumentalizzazioni, resta il fatto reale da analizzare: il perché di questo attacco – anche se solo qualche decina di persone che ha effettivamente messo in atto l’attacco – a un sindacato e alla CGIL in particolare. Erano decenni che non si vedeva. Tale vicenda deve far riflettere sul ruolo di un sindacato che vuole essere di massa come appunto è la CGIL. Non c’è dubbio che il sindacato paghi errori strategici degli anni scorsi (dalla difesa aprioristica di chi un lavoro già ce l’ha spesso a discapito di chi lo cerca, all’aver abbandonato la lotta sindacale per un eccesso di burocratizzazione) soprattutto, nel volersi accodare a una parte politica (sostanzialmente il PD) senza rendersi conto che essa si è legata mani e piedi al grande capitale finanziario e quindi non ha alcun interesse a rappresentare il mondo del lavoro. Basti pensare che i governi che hanno goduto e godono dell’appoggio del PD o sono stati e sono guidati da tecnici provenienti dal mondo delle banche (Monti e Draghi) hanno sistematicamente attaccato i diritti dei lavoratori (basti citare il Jobs Act e abolizione dell’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori da parte del governo Renzi). Ma il problema più grave che deve affrontare oggi il sindacato è il processo di disintermediazione voluto dalla forma-capitale per isolare gli individui, e in questo caso i lavoratori, in modo che essi vivano in un mondo virtuale fatto di merci da acquistare online e completamente estraniati dalla propria comunità e di conseguenza incapaci anche solo di pensare di poter far valere i propri diritti. Il sindacato vive proprio invece di un senso di comunità, o di classe se si vuole, al fine di poter organizzare i lavoratori in un corpo intermedio tra i padroni e lo Stato (questi ultimi due tendono a diventare sempre più la stessa cosa). Il singolo lavoratore, sempre più indifeso e alienato, subisce più di tutti gli altri, ad esempio dei partiti politici che vivendo di sussidi statali, rimangono nel loro isolato mondo dorato nella totale indifferenza di aver completamente perso la rappresentatività addirittura dei propri elettori. L’isolamento sociale viene spinto ai massimi nel mondo del lavoro frammentandolo come mai prima d’ora: ben 992 contratti nazionali (secondo il CNEL); assunzioni sempre più tramite finti tirocini; precariato costante; appalti e subappalti quasi completamente deregolamentati; esternalizzazioni; delocalizzazioni; e l’elenco potrebbe andare avanti all’infinito. Il tutto accompagnato da una perdita di potere economico unico in Europa: siamo l’unico Paese in area UE dove i salari sono calati negli ultimi 20 anni.
A fronte di questa situazione drammatica, in cui come dice Fusaro, la lotta di classe esiste ancora ma è combattuta solo dai padroni, strutture elefantiache e ormai super – burocratizzate come la CGIL (e gli altri sindacati sono anche peggio), si trovano in grande difficoltà nell’elaborare strategie adeguate, addirittura nel “trovare” i lavoratori da rappresentare e tutelare. Le misure e le battaglie sarebbero molte: riduzione del numero di contratti nazionali, per uniformare i diritti dei lavoratori, talvolta diversi all’interno della stessa azienda; legge sulla rappresentatività, contro i contratti pirata firmati da sindacati creati ad hoc per compiacere i padroni; lotta alla delocalizzazione; lotta alla socializzazione delle perdite a fronte della privatizzazione degli utili; rendere universali gli ammortizzatori sociali; reintrodurre, estendendolo a tutti i lavoratori, l’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori; approvazione di un nuovo Statuto dei Lavoratori, visto che l’attuale ha più di 50 anni; una giusta riforma pensionistica; ecc. Ma in un contesto come quello odierno in cui manca completamente una rappresentanza politica che tuteli il mondo del lavoro, l’unica strada percorribile è trovare il modo e i presidi sul territorio per unire i lavoratori, a prescindere dal lavoro che svolgono e dal contratto che lo regolamenta, e riportare il sindacato nelle fabbriche, nelle strade e nelle piazze. Perché se in un mondo immaginario e ideale dei sindacati si potrebbe fare anche a meno, mi pare del tutto evidente che all’interno del capitalismo, e in particolar modo di questa forma di capitalismo, dei sindacati non si possa assolutamente fare a meno. Se non si percorre questa strada tutti insieme, criticando certo, ma senza controproducenti isterie collettive, nei prossimi anni non assisteremo più a una lotta di classe, bensì a una “macelleria di classe” con i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più abbandonati alla miseria e alla disperazione.