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Sergej Lavrov a rete 4

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L’intervista in esclusiva mondiale del ministro degli Esteri russo fa emergere le tentazioni autoritarie nel nostro paese: pensiero unico, repressione del dissenso e censura alla stampa. Ormai è emergenza democratica. Ma guai a parlare di regime

Non sappiamo con precisione quanti telespettatori la sera di domenica 1° maggio abbiano seguito l’intervista al ministro degli Esteri della Federazione russa, Sergej Lavrov, trasmessa da “Zona Bianca” su Rete 4. Un indubbio scoop giornalistico, una esclusiva mondiale, considerando che si è trattato della prima intervista rilasciata ad una testata straniera dal numero due del Cremlino dallo scorso 24 febbraio. Di sicuro, invece, conosciamo l’uniformità dei giudizi – tranne singole sparute eccezioni – seguiti alla citata trasmissione.

Non interessa in questa sede soffermarci sul passaggio più controverso di Lavrov riguardante – argomentando le ragioni della de-nazificazione dell’Ucraina – le presunte origini ebraiche di Hitler, tema prontamente utilizzato dalla generalità dei media per criminalizzare e, peggio, banalizzare con un abile gioco di sussunzione e facili sillogismi il complesso punto di vista della Russia. La logica della reductio ad Hitlerum è notoriamente vantaggiosa e a buon mercato.

La serrata critica del circuito politico-mediatico e di gran parte dell’opinione pubblica non si è limitata a colpire le dichiarazioni del ministro russo, ma – ecco il punto – ha coinvolto il conduttore del programma reo di aver assunto un atteggiamento accondiscendente nei confronti di Lavrov, in altre parole di aver offerto un ingiustificato e complice megafono alla propaganda di Mosca. Una circostanza che i custodi dell’unica vulgata consentita – quella occidentale e filo atlantica – non può certo tollerare. Non è allora un caso se il medesimo fronte politico-parlamentare che ha ratificato l’invio di armamenti all’Ucraina abbia attaccato lo scoop di Rete 4.

Ciò che avrebbe dovuto sconvolgere giornalisti e politici, élite di una nazione liberale, democratica ed antifascista, sono le inquietanti dichiarazioni – peraltro diplomaticamente controproducenti – del presidente del Consiglio italiano il quale, sulla trasmissione del 1° maggio, da un lato ha definito false ed aberranti le opinioni di Lavrov, (non quelle sul Führer con sangue ebreo, definite oscene) dall’altro ha duramente censurato l’intervista sostenendo che “da un punto di vista professionale e giornalistico non è un granché e fa venire in mente strane idee”.

Una tentazione storicamente non inedita, quella di controllare l’informazione sovvertendo il ruolo del giornalismo da cane da guardia a cane da riporto del potere. Come dimenticare, al proposito, il servilismo nell’intervista del 2019 di Fazio a Macron! Un desiderio che ha altrettanto prontamente incontrato lo zelo di alcuni membri bipartisan del Copasir ansiosi di sindacare su domande formulate dai conduttori e risposte elargite dagli ospiti nel corso delle interviste rilasciate nei talk show.

Nell’Italia del “governo dei migliori”, dunque, si andrà oltre: chiedendosi retoricamente se sia giusto ascoltare la propaganda russa nella tv italiana, avremo il comitato parlamentare che vigila sui servizi segreti intento a controllare l’informazione, un novello Minculpop o, meglio, un “Ministero della Verità” intento a sanzionare l’ipocrisia russa che chiama la guerra in Ucraina “operazione militare speciale”, ma non quella di chi si rifiuta di ammettere che la co-belligeranza imposta da Nato e Stati Uniti si chiama anch’essa guerra. A far venire in mente strane idee sono semmai le parole di Draghi. La democrazia è in pericolo in Italia. Altro che pensiero unico putiniano.

 

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