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Lucio Caracciolo, “La pace è finita”

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Recensione al libro di Lucio Caracciolo, “La pace è finita”, Feltrinelli, Milano 2023

 

A nove anni dall’inizio delle ostilità civili in Ucraina e ad un anno dall’inizio dell’operazione militare si impone una riflessione obiettiva e lontana da passioni di schieramento sull’attuale fase della Storia contemporanea che stiamo attraversando: che Europa verrà fuori? Che Europa vogliamo?

“ Il 24 febbraio 2022 è definitivamente finita la fine della storia” (p. 7)… Sostantivo, avverbio e verbo in martellante figura etimologica assonante non sembrano lasciare dubbi al lettore: “ la fine della storia era il marchio dell’America trionfante. La fine della fine della storia nega il paradigma americano, perché lo priva di senso”. (p. 19).

Il controcanto di L. Caracciolo a Francis Fukuyama non potrebbe apparentemente essere più smarcato e dissonante, tranne che ricorrere al titolo del famoso saggio di Fukuyama “ The End of  History” per il primo capitolo, doveroso tributo per un’utopia durata circa trent’anni e ora arrivata, pare, alla smentita dei fatti. D’altronde la fine della Storia fa il paio con le diverse affermazioni sull’eccezionalismo americano, fiorite sulle labbra di diversi uomini politici: “La nostra analisi parte dalla narrazione ideologica che sottende la fine della storia. Vertiginosa astrazione. Fondata sulla fede che la storia dell’umanità abbia una direzione. Sulla certezza che siano le idee a fare la storia e non viceversa” (p. 10). Come tutte le astrazioni, ideologicamente settaria ed avulsa dal divenire storico incessante, che non ammette soste né pause, gemello dell’attività umana. Tuttavia l’autore prudentemente precisa : “la fine della fine della storia mette in questione l’egemonia americana, non il suo rango di prima potenza mondiale” (p. 12). Certo è duro, dopo lungo apprendistato nei templi della cultura anglosassone, ammettere anche un arretramento del genere, che implica una discussione serena sui limiti e i problemi di un modello di sviluppo certamente accattivante, abile nell’uso del “soft power” ed insinuante a livello planetario, ma forse con alcuni errori di valutazione e di ingenuità da non sottovalutare. Ma poi c’è da valutare il “bluff europeista”  (p. 12), presentato con amara disillusione “Siamo fuori gioco. Oggetto di giochi altrui” (p. 13).

Sono affermazioni importanti, che nascono da un’attenta meditazione dei mutamenti in atto, relativi ai rapporti di forza di una Storia che si fa nuovamente “evenementielle”, imprevedibile e, dolorosamente, umana. Umane sono le ideologie in declino, che vengono richiamate con opportuno riferimento a G. Friedman: in primo luogo l’ideologia dei “neocon”, “affascinante movimento intellettuale…tecnicamente rivoluzionario” (p. 22). Caracciolo, quindi, presenta un’intrigante esegesi del titolo del saggio di Fukuyama, da distinguere in “lectio facilior” e lectio difficilior”: “fine della storia come fine del suo scopo” (p. 26), cioè anche fine della missione di un impero non voluto né desiderato, forse alieno al dna della superpotenza oceanica.  Raffinati rimandi a Kojève e ad Huntington consentono un proficuo ampliamento di conoscenze ed allargamento di prospettive conducono il lettore ad un ulteriore, delicato passaggio: “L’Europa come antistoria”(p. 31).

“L’idea di Europa ha perso. Ha perso perché nega la Storia”  (p. 31). L’Europa teorizzata dal conte Coudenhove-Kalergi, tra l’altro di chiare origini cretesi (il bisnonno era Jannis Kalergis, rampollo di nobile famiglia trasferitasi in Russia e marito della nobile Maria von Nesselrode), è però  “immortale, perché perfettamente irrealistica” e precede il disegno postbellico, designandosi “Pan-Europa”, prodromo degli “Stati Uniti d’Europa” che, però, faticano a vedere la luce. Chiari ed essenziali sono i richiami al “Manifesto di Ventotene” e all’Europa carolingia, più franco tedesca che europea e poco adatta a suscitare entusiasmi e condivisioni ideali. Si approda, pertanto, a una conclusione paradossale: “Antieuropa, impero europeo dell’America” (p. 51), frutto e risultato “del suicidio delle potenze europee tra il 1914 e il 1945 e dell’Unione Sovietica nel 1991” (p. 52). Quindi gli Stati Uniti d’Europa non possono nascere perché in intima contraddizione con la temperie storica e con l’espansione americana in Europa, ma paradossalmente l’europeismo contribuisce all’Antieuropa. La storia del vecchio continente viene ripercorsa con acume e profondità, facendo intuire al lettore nessi nascosti ma fondamentali e nuove, inedite interpretazioni di importanti dimensioni geopolitiche, come “l’Antigermania , segreto di Antieuropa” (p. 67) o il neologismo “Leuropa” che surroga, nell’espressiva vaghezza, l’impossibilità di assegnare la Sagrada Familia comunitaria a categoria omologata. Oggetto geopolitico non identificato (Ogni)” (p. 67). Utile e necessaria l’indagine sul ruolo della Germania nel progetto europeo, che sembra risentire del colpo proditorio al gasdotto del settembre 2022, oscuro e apocalittico episodio, di cui lo stesso governo tedesco sembra non curarsi troppo , nonostante le recenti, sconvolgenti notizie divulgate da Seymour Hersh.  Ricordiamo le riserve sull’unificazione tedesca espresse da G. Andreotti, come anche la germanofobia inglese e francese, nonché le rassicurazioni americane sull’eventuale allargamento della Nato ad Oriente, che, visto il prosieguo, non sembravano essere fondate né sincere, ma che impongono una riflessione serena sull’utilità di queste alleanze militare al fine di un mondo pacifico e volto alla ricerca di una possibile, costruttiva convivenza. A tal riguardo opportune e per nulla utopistiche sono le ripetute esortazioni di Papa Francesco ad uno sviluppo diverso, nel solco di Isaia e del “principe della pace”.  La corsa al riarmo a scapito delle garanzie sociali, previdenziali, sanitarie non lascia presagire nulla di buono per il futuro, né la tomba della diplomazia impotente dinanzi alla violenza. Il triste esempio della Grecia sta a ricordarci quanta grettezza, miopia, ingenerosità ed interesse usuraio abbiano umiliato e messo in ginocchio economicamente e socialmente un Paese membro UE e Nato, mentre assistiamo oggi impotenti allo spreco di ingenti e non rendicontate risorse in armi senza un riscontro, ormai dopo un anno, all’arroganza delle sanzioni, strumento spuntato del tramonto unipolare, che sembrano danneggiare più chi le propone che i sanzionati stessi. Meraviglia implacabile del tempo paradossale che viviamo! “Definiamo Antimpero questa fase dell’impero americano. Gli Stati Uniti violano la regola di ogni impero: il limite. Limes, nell’archetipo romano…però soprattutto culturale: senso della misura” (p. 99). Sapientemente, a nostro avviso, è suggerito un ardito accostamento alla tragedia greca e al pensiero filosofico antico, in categoria rigidamente morale ed esistenziale. “Il cosiddetto impero americano nasce casuale”, un po’ come il figlio della sorte sofocleo, destinato a cecità dolorosa eppur desiderata nel momento culminante dell’autocomprensione . Evitare un conflitto nucleare è il primo obiettivo, seguito, però, da un impegno per un nuovo equilibrio di sicurezza e di regole, come recentemente, in modo razionale e convincente, articolato dalla Cina nella sua proposta sottovalutata con leggerezza da alcuni attori internazionali. La guerra è certamente follia, dall’inizio alla fine, senza dubbio: bisogna invitare le parti a valutare quanto abbiano in comune, ed è molto, ci dice la Storia, e a riscoprirsi vicini e consanguinei. Gli esperimenti partoriti tra Vienna e Berlino alla fine del XIX secolo ed improvvidamente ripresi da apprendisti stregoni spregiudicati ed avventuristi all’inizio del XXI secolo non promettono alcun progresso né pace né prosperità all’Europa e al mondo e anche gli ingenti proventi, dovuti a dubbie politiche sanzionatorie, sembrano essere volti a beneficio di pochi e a danno di molti. Ciò non dovrebbe essere permesso, in considerazione delle forti sofferenze sociali che, inesorabilmente, sfiancano ed indeboliscono il progetto europeo. “Guerra mondiale o Grande Tregua fra Washington, Mosca e Pechino” (p. 113).  Il tributo all’acume di Kissinger non può esimere dal farci ricordare alcune oscillazioni dello stesso nel corso dell’ultimo anno.  E anche giova ricordare che azzardi teorizzati da insigni diplomatici possono essere molto pericolosi e ne stiamo vivendo gli effetti. Lo stimolante saggio si conclude con una premessa in forma di conclusione, dal momento che si apre con conclusioni in forma di premessa. Le riflessioni sulla natura della guerra, tuttavia, non possono far dimenticare quanto avvenuto nel cuore d’Europa tra il 1991 e il 1999, apparentemente espunto da narrazioni palesemente strabiche. Il diritto all’autodeterminazione pacifica e democratica dovrebbe valere per tutti e non solo per i “nostri”: forse c’è qualche “doppio standard” da rivedere? Pertinenti sono le osservazioni sul ruolo dell’Italia in questo delicato contesto: “L’Italia è dentro un mondo che non capisce e preferisce non capire. Molto più sola di prima. Preda da spolpare” (p. 128). E’ arrivato il momento di capire, attraverso la nostra formidabile vocazione umanistica e commerciale, che ci ha donato Marco Polo e Cristoforo  Colombo, paradigmi di curiosità e di capacità di interpretare nuove esigenze e dimensioni dell’orbe terracqueo. Preoccupa l’indecisione della Germania in questo contesto, che può essere di grave nocumento per l’Europa e per l’Italia, ai margini di “Caoslandia” (p. 133). Ma se Caoslandia è una fantasiosa definizione del Sud del mondo, non si può non ricordare che la “geopolitica del caos” sembra quella prescelta per annebbiare i contorni di un declino ormai difficilmente reversibile e per confondere le masse planetarie.  L’avvincente narrazione si conclude con un ragionevole interrogativo: “Prima che la guerra in Ucraina dilaghi fuori controllo o che scoppi il conflitto per Taiwan, non sarebbe forse ragionevole ristudiare quelle lezioni e trarne spunto non per vera pace – orizzonte coperto da troppe nubi – ma verso una successione di tregue e intese limitate, sulla base della garanzia reciproca non scritta ma effettiva della rinuncia a sovvertire il regime avverso…E non potrebbe l’Italia, assieme a europei consentanei e altri soggetti non necessariamente statuali ma influenti, promuovere simile percorso?” (p. 136). Purtroppo l’esito delle promesse verbali sul non allargamento della Nato ad est e il fallimento degli accordi di Minsk, per come delineato dagli eventi, ma anche da alcune rivelazioni di Merkel, Porosenko ed Hollande, impongono una revisione ed un superamento di riserve mentali o di diplomazia segreta che ostacolano una comprensione tra le parti. L’Europa torni ad essere tale – non sia più “anti”- e a sollecitare tavoli di pace, ad essere veramente fucina di proposte fattibili e compatibili con la storia e la geografia, con la cultura e la comprensione degli altri. E’ certamente un compito arduo che investe in primis le energie spirituali e culturali, ma che vale la pena di affrontare, prima che scelte scellerate possano pesare sulle giovani generazioni e sul futuro del mondo.

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