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Covid e mondo del lavoro: se non ora quando?

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Con i finanziamenti del Rcovery Fund c’è il rischio che non siano perseguite adeguate politiche per il lavoro (investimenti strutturali, innovazione, formazione dei lavoratori, ecc…). E quindi le aziende mettano a posto i propri bilanci per poi delocalizzare la sede o le produzioni, secondo l’adagio capitalista nostrano: “socializzare le perdite, privatizzare i guadagni”.

Il Covid-19 sta avendo effetti devastanti sull’economia mondiale e in particolar modo su quella italiana già strutturalmente debole e che arrancava a riprendersi dalla crisi del 2011.

E’ già stato scritto altre volte quanto impreparazione, incapacità e speculazione politica del Governo italiano e della maggioranza che lo appoggia abbiano influito su tale situazione, ma, nonostante ridicole dichiarazioni di ripresa i dati della drammatica situazione economica e sociale in cui versa il Paese, e che peggiorerà in maniera esponenziale una volta che verrà tolto il blocco ai licenziamenti e inevitabilmente finiranno gli aiuti di Stato, sono indiscutibili.

Durante i mesi di lockdown imposto dal Governo (non dal virus, è bene ricordarlo) il reddito disponibile delle famiglie italiane è diminuito del 5,8% rispetto al trimestre precedente e i consumi hanno subito un crollo dell’11,5%. Sempre secondo l’ISTAT, il PIL è diminuito del 13% rispetto al trimestre precedente e del 18% nei confronti del secondo trimestre del 2019, risultato addirittura peggiore delle previsioni che parlavano di un calo del 12,8% in termini congiunturali e del 17,7% in termini tendenziali. Le misure di sostegno emanate dall’Esecutivo, sulla cui inefficacia e lentezza nell’arrivare è ormai inutile soffermarsi, hanno inciso pesantemente sulla situazione economica dello Stato, tanto che il tanto citato rapporto deficit/PIL è salito al 10,3% (0,0% nello stesso trimestre del 2019) e per la prima volta da anni, il saldo primario è negativo: del -5,9% (+4,1% nel secondo trimestre del 2019). Nonostante questo tsunami economico per cittadini e conti pubblici, la pressione fiscale è stata pari al 43,2%, in crescita di 1,8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (1).

Secondo la Ref – una delle quattro società di analisi che l’Ufficio parlamentare di bilancio utilizza come punto di riferimento per le proprie previsioni – nel suo ultimo documento sulla congiuntura si afferma che il secondo trimestre sia stato senza dubbio “il momento peggiore per la nostra economia“, con un “collasso dell’attività economica senza precedenti” e una “caduta di entità drammatica” dell’occupazione. Le entrare sono diminuite in termini tendenziali dell’11,5% e la loro incidenza sul Pil è stata del 50,6%, in rialzo di 3 punti percentuali rispetto al corrispondente periodo del 2019.

Dato che in questi giorni si blatera di rimbalzo economico positivo nel terzo trimestre, è segnalato da più parti come i danni derivati dalla scelta del lockdown sono limitati solo dai sostegni statali, che, salvo non si pensi che possa esistere un Paese di assistiti, prima o poi cesseranno. Per quanto riguarda i dati tanto sbandierati, si prendono in considerazione questi mesi di attività rispetto a quelli in cui era tutto chiuso e ovviamente essi segnano un valore di crescita. Ma se paragonati allo stesso periodo dell’anno precedente, ci si rende conto di come la situazione sia gravissima. Un indicatore a puro titolo esemplificativo: il prodotto dovrebbe aumentare del 10% rispetto al trimestre precedente, che però segnava un calo del 13%(2).

Tutto questo ha e avrà sempre più effetti devastanti sul mondo del lavoro. Nonostante il blocco dei licenziamenti, i livelli occupazionali sono drammatici: se si guarda alle unità di lavoro standard (che “normalizzano” le posizioni a tempo parziale sulla base di un orario di lavoro annuale standard e scorporano il monte ore di Cig), si vede come siano calate, sebbene in via temporanea, addirittura del 17%. “La quantificazione del numero di occupati corrispondenti alla riduzione delle ore lavorate è impressionante: ben 5 milioni, rispetto ai circa 750mila occupati in meno calcolati sulla base delle “teste”“, si legge nell’ultimo rapporto Congiuntura Ref (3). E quando i sussidi statali e gli ammortizzatori sociali termineranno, il rischio che migliaia di aziende chiudano, e quindi milioni di lavoratori rimarranno a casa, è molto più che concreto. Ma se su questo fronte, l’azione che sindacati e cittadini possono mettere in piedi è estremamente relativa in quanto i drammatici errori compiuti dal Governo sono irreversibili e dispiegheranno i loro devastanti effetti in modo ineluttabile. Per quanto riguarda chi un lavoro ce l’ha e l’avrà si può e si deve fare molto.

Una delle prime misure adottate per contenere l’espandersi del virus, oltre al lockdown, è stato il facilitare il cosiddetto smartworking – il lavoratore rimane a casa, invece di recarsi sul luogo del lavoro e svolge a determinate condizioni stabilite per legge le mansioni previste dal suo contratto. A tutti gli effetti, si è trattato, e si tratta a tutt’oggi, di “lavoro a casa” invece che di vero e proprio smartworking. Nonostante tale modalità di lavoro sia regolamentata dalla legge – la 81/2017 – si sono verificate numerose irregolarità e problematiche nell’applicazione concreta nella situazione italiana. La cosa è destinata a procrastinarsi visto che nel DPCM in uscita in questi giorni si dice che il 75% dei lavoratori (ci sarebbe da ridere se non fosse drammatico!) deve lavorare in smartworking.

Tanto per cominciare bisogna parlare di sicurezza e di prevenzioni rischi/malattie su lavoro. Mentre nelle aziende sono previste postazioni, illuminazione e misure volte a tutelare la salute del lavoratore, ovviamente tutto questo non può essere garantito nelle singole abitazioni dove vengono utilizzate spesso tavole da cucina con sedie pensate per altri utilizzi con evidenti disagi e insorgere di disturbi e malattie. E’ quindi fondamentale che si esiga da parte delle aziende che mettano a disposizione dei lavoratori non solo le strumentazioni tecniche (hardware e software) ma anche l’arredo e tutte le misure atte a fornire una posizione di lavoro adeguata.

E’ altrettanto fondamentale che venga severamente fatto attuare il principio fondamentale della non fissità dell’orario di lavoro. Questo sia per stabilire un necessario distacco temporale tra attività lavorativa ed extra-lavorativa – sono bastate poche settimane per capire l’entità dei disagi psicologici che l’assenza di questo aspetto genera – sia per permettere una corretta gestione degli impegni famigliari. Si pensi a chi deve contemporaneamente svolgere un lavoro e badare ai figli che magari sono costretti a non andare a scuola. Occorre dunque mettere in grado tutti di lavorare nell’ambiente più idoneo possibile. L’incapacità da parte della classe imprenditoriale italiana a lavorare per progetti, e su di essi valutare il lavoro dei propri dipendenti, non può ovviamente ricadere sulla classe salariata.

Anche le entrate economiche dei lavoratori hanno subito grossi cali dati da mancate entrate – si pensi agli straordinari – e dall’aumento dei costi. Niente buoni pasto, aumento di bollette di luce e di riscaldamento, consumi di dati Internet, ecc. E’ assolutamente fondamentale stabilire per legge o tramite contratti – siano essi nazionali o, dove presenti, di secondo livello – adeguamenti salariali per chi deve lavorare in smartworking.

Altro fenomeno significativo è il crollo delle ore lavorate, dovuto alla contrazione dei consumi e di conseguenza della produzione. Nel secondo trimestre 2020, l’input di lavoro utilizzato complessivamente dal sistema economico (espresso dalle ore lavorate di Contabilità Nazionale) registra una forte diminuzione rispetto sia al trimestre precedente (-13,1%) sia allo stesso periodo del 2019 con un calo del 20,0% (4). E’ del tutto evidente che il lavoro per tutti con gli orari previsti dagli attuali contratti nazionali non c’è e non ci sarà mai. Diventa quindi necessario e ormai non più rinnovabile pretendere una riduzione significativa dell’orario lavorativo, quanto meno adeguandosi alla media europea.

 Si tenga presente che secondo l’Ocse, in Italia si lavorano 3 ore settimanali in più rispetto alla media continentale e addirittura 7 ore in più rispetto alla Germania – una giornata in più di lavoro a settimana! (5). Se è vero come è vero che la produttività italiana è pessima, penultima in area UE, è altrettanto certamente vero che la responsabilità deve essere addebitata a un’arretratezza sistemica del Paese e a una incapacità della classe imprenditoriale che continua a pensare al lavoro in base al mero dato quantitativo delle ore lavorate e non a quello qualitativo dei risultati raggiunti. E’ anche evidente che a fronte di stipendi tra i più bassi d’Europa, tale calo delle ore lavorative non può minimamente incidere sulle paghe da fame che i lavoratori del Belpaese già ricevono – sull’aumento della forbice tra i ricchi e i poveri nel nostro Paese si sono già consumati ettolitri di inchiostro.

Altro punto estremamente urgente da affrontare è la gestione e soprattutto il destino dei fondi a pioggia che stanno arrivando, o per meglio dire che dovrebbero arrivare, alle aziende italiane, specialmente alle grandi industrie. Tra i grandi rischi che si corrono c’è quello rappresentato dal caso in cui a fronte dei sussidi non vi siano politiche per il lavoro (investimenti strutturali, innovazione, formazione dei lavoratori, ecc…). E quindi le aziende mettano a posto i propri bilanci per poi delocalizzare la sede o le produzioni, secondo l’adagio capitalista nostrano: “socializzare le perdite, privatizzare i guadagni”. La soluzione più efficace per controllare tali flussi di denaro è quella di assicurare l’accesso dei rappresentanti dei lavoratori negli organi dirigenziali, ad esempio il Consiglio di Amministrazione. Tale soluzione sarebbe quanto più auspicabile, dal momento che i soldi dei lavoratori, tramite il TFR, rappresentano già spesso la prima fonte di finanziamento delle aziende.

I sindacati, e la politica in generale, persero questa occasione di socializzazione delle imprese già nel 2014, quando si era proposto di inserire il TFR in busta paga. Proposta peraltro assurda e a sfavore dei dipendenti stessi. L’allora presidente di Confindustria Squinzi si disse contrario al TFR in busta paga, sostenendo che le aziende avrebbero perso liquidità, riconoscendo il trattamento di fine rapporto – soldi del lavoratore – come la prima forma di finanziamento per le medie-piccole imprese italiane (6). Se le aziende si finanziano con i soldi dei lavoratori è semplicemente banale stabilire poteri di controllo da parte dei lavoratori stessi in base all’incidenza delle proprie risorse su quelle delle aziende. Oggi un controllo “dal basso” dello sfruttamento dei fondi pubblici e della gestione delle aziende italiane è diventato di stringente necessità.

Queste sono alcune riforme, certo non sufficienti da sole, di assoluta attualità e necessità per le quali i sindacati e le forze politico-sociali devono battersi con grande forza, come primi stop a un mercato del lavoro sempre più privo di regole: se non ora, quando?

Note:

1)https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/10/02/istat-nel-secondo-trimestre-reddito-delle-famiglie-calato-del-6-e-consumi-crollati-dell11-e-rivede-al-ribasso-il-pil-giu-del-13/5951670/

2)https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/09/02/lanalisi-nel-terzo-trimestre-ampio-recupero-del-pil-grazie-a-consumi-delle-famiglie-e-turismo-per-linverno-prospettive-incerte/5918046/

3)Ibidem

4)https://www.ilmessaggero.it/economia/news/istat_lavoro_occupati_tasso_secondo_trimestre_2020-5456230.html

5)https://www.ilsole24ore.com/art/lavoro-piu-stakanovisti-europa-record-italia-e-grecia-ABOtdWnB

6)https://www.lastampa.it/economia/2014/10/05/news/tfr-in-busta-paga-confindustria-chiude-togliera-10-miliardi-alle-piccole-imprese-1.35598355

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