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Recovery Fund. Che fare?

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Che fare? Occorre un cambiamento radicale della classe dirigente a partire da quella politica, passando per quella sindacale e non dimenticandosi di quella imprenditoriale. 

Fermo restando che è ben lungi da noi, la volontà di parafrasare Vladimir Il’ič Ul’janov e il suo famoso libro, pur considerando che una lettura, seppur superficiale, sull’organizzazione e la strategia di un partito rivoluzionario, potrebbe essere utile, gli scenari che si presentano a fronte della generosa offerta rinveniente dal Recovery Fund, devono obbligatoriamente farci porre un quesito “Che fare?”, cercandone la relativa risposta.

Intanto tentiamo di capire cosa è il Recovery Fund, letteralmente “Fondo di recupero”, citando un articolo de il Sole 24Ore, che lo indica come un nuovo strumento europeo per la ripresa, approvato dal Consiglio europeo straordinario del 21 luglio. I Capi di Stato e di governo europei hanno previsto di incrementare il bilancio, su base temporanea, tramite nuovi finanziamenti raccolti sui mercati finanziari per un ammontare pari a 750 miliardi di euro (390 di contributi a fondo perduto e 360 di prestiti). Lo stesso articolo dichiara che “l’Italia conterà su 65,456 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto: il 70% delle allocazioni delle risorse, cioè 44,724 miliardi, è riferito agli impegni per progetti 2021-2022, il resto, cioè 20,732 miliardi, è riferito agli impegni relativi al 2023. Nel complesso la “quota” italiana è di circa 209 miliardi ripartiti in 81,4 miliardi in sussidi e 127,4 miliardi in prestiti. Il resto dei sussidi sarà canalizzato attraverso altri “pilastri” dell’operazione anticrisi tra cui React Eu, sviluppo rurale, Just transition fund.

Quest’ultimo “sosterrà la diversificazione economica e la riconversione dei territori interessati. Ciò significa sostenere gli investimenti produttivi nelle piccole e medie imprese, creare nuove imprese, ricerca e innovazione, riabilitazione ambientale, energia pulita, aumento e reskilling, diciamo pure riqualificazione, dei lavoratori, assistenza alla ricerca di posti di lavoro e inclusione attiva dei programmi per le persone in cerca di lavoro, nonché la trasformazione degli impianti esistenti ad alta intensità di carbonio, quando questi investimenti portano a tagli sostanziali delle emissioni e alla protezione dei posti di lavoro. Mentre il React-Eu, acronimo di Recovery Assistance for Cohesion and the Territories of Europe, ha l’obiettivo di sostenere l’occupazione, i sistemi sanitari, le piccole e medie imprese di tutti i settori, compreso turismo e cultura. Il React-Eu stanzierà risorse aggiuntive per i programmi della politica di coesione esistenti, che andranno a potenziare le dotazioni per il periodo 2014-2020 e quelle proposte per il 2021-2027. La pandemia da Covid19 ha avuto conseguenze economiche ed un impatto diverso da Paese a Paese, sia per la portata della stessa emergenza sanitaria, sia per le misure di lockdown imposte per contenere la diffusione della malattia, che hanno, a loro volta avuto pesanti ricadute su settori strategici. React-Eu ha lo scopo di affrontare le disuguaglianze che ne derivano. Si tratta di uno strumento di emergenza che durerà solo fino al 2021.

Quindi il Recovery fund, verrà comunque spalmato in sette anni a partire, nella migliore delle ipotesi, dalla seconda metà del 2021, inoltre i piani nazionali di utilizzo dei fondi verranno esaminati da Bruxelles sulla base delle raccomandazioni del 2019 e del 2020, Questo, per l’Italia, significa tra l’altro aumento della crescita e della produttività e ciò ci invita a pensare e a temere un futuro a tinte fosche e periodi di “lacrime e sangue”, anche perché, come ha messo in evidenza lo stesso commissario Paolo Gentiloni, se non si rispetta la tabella di marcia i fondi saranno interrotti.

Inoltre il Recovery fund è legato alla Programmazione 2021-2027, una procedura complessa, talmente complessa, che l’Italia sta ancora spendendo le risorse della Programmazione 2007-2013. A tutto questo poi si deve aggiungere che lo scontro tra i Paesi di Visegrad e i “frugali” rischia di allungare ulteriormente i tempi, come in effetti è già avvenuto. Infatti, il portavoce del Parlamento Europeo Jaume Duch, lo scorso 9 ottobre, ha annunciato l’interruzione dei colloqui sul bilancio UE, nonché il conseguente stop ai negoziati sul budget 2021-2027, a cui è collegato proprio il finanziamento del Recovery Fund . Nel successivo incontro di metà ottobre i negoziati sono stati rinviati a dicembre, nella speranza di trovare un accordo, auspicato nella migliore ipotesi per febbraio, con un possibile sblocco dei fondi per giugno, mentre, in Italia, da gennaio gli ammortizzatori sociali non verranno rinnovati e i licenziamenti sbloccati con il rischio di licenziamento per un milione di lavoratori.

Poi comunque dal 2027, come scrive giustamente Michele Rallo, in un suo articolo del luglio di quest’anno, dovremo procedere alla restituzione del prestito e giungere alla data con i programmi dei necessari tagli già avviati, al fine di poter recuperare le liquidità necessarie. Quindi, definire “il Recovery Fund un’occasione storica per far ripartire l’Italia” (Conte cit.) ritengo possa nel migliore dei casi annoverato come un eccesso di ottimismo o l’ennesima affermazione per imbonire l’ascoltatore. Infatti, riprendendo un concetto più che condivisibile, presente in un altro articolo di Michele Rallo, fino a che gli Stati non si riapproprieranno del diritto dovere di creare il proprio denaro, recuperando la propria Sovranità monetaria, interrompendo la pericolosa scelta di delegare tale potere a Banche Private o comunque a sistemi finanziari sovranazionali, nessuna emergenza sanitaria o ambientale o di altro genere, potrà essere affrontata con mezzi adeguati, perché le somme necessarie non sarebbero coerenti con le possibilità di indebitamento di uno Stato. Intanto gli indicatori economico sociali destano non poche preoccupazioni, a giugno si è arrivati a conteggiare 818mila posti di lavoro in meno, mentre ad agosto uno sprazzo di sereno ha riportato il tasso di occupazione, seppur di poco, sopra alla soglia del 58%, mentre il tasso di disoccupazione si è attestato sotto al 10% e la disoccupazione giovanile è risalita al di sopra del 32%. Un quadro che non può indurre quindi a facili ottimismi, tanto che lo stesso segretario generale della Ugl, Paolo Capone, ha parlato di scenario sconfortante. Lo sconforto nasce dal fatto che le imprese non assumono, mentre lo Stato, al di là delle promesse, non favorisce il ricambio generazionale anche nella pubblica amministrazione e l’ufficializzazione della volontà di non rinnovare quota 100 è un ulteriore segnale di una situazione a dir poco paradossale. Vediamo ora cosa scrive Repubblica : L’Istat rivede al ribasso il prodotto interno lordo che diminuisce del 13% rispetto al trimestre precedente e del 18% nei confronti del secondo trimestre del 2019. I dati del Pil diffusi il 31 agosto 2020 avevano registrato cali del 12,8% in termini congiunturali e del 17,7% in termini tendenziali. Secondo il rapporto dell’Istituto di statistica sul conto trimestrale, tra aprile e giugno calano il reddito, il potere d’acquisto e i consumi delle famiglie. Percentuali alla mano, il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è diminuito del 5,8% rispetto al trimestre precedente. Sul lato della finanza pubblica, il deficit netto delle Pa sulla ricchezza nazionale è stato pari al 10,3% contro una variazione nulla nello stesso periodo dell’anno scorso. Tale percentuale è sensibilmente aumentata, spiega l’Istat, per la decisa riduzione delle entrate legata alla contrazione dell’attività economica e per il consistente aumento delle uscite su cui hanno inciso le misure di sostegno introdotte per contenere gli effetti negativi dell’emergenza sanitaria ed economica. Tuttavia la pressione fiscale, sempre nel secondo periodo dell’anno è stata pari al 43,2%, in crescita di 1,8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E questo, sottolinea l’Istat, “nonostante la marcata riduzione delle entrate fiscali e contributive”. Non dobbiamo inoltre dimenticare che il calo del PIL italiano risulta essere il più marcato dell’Eurozona e dell’intera UE.

In ultimo un accenno ad un tema particolarmente caro ad alcuni politici e a numerosi “tecnici” il MES acronimo di Meccanismo Europeo di Stabilità, a cui l’Italia ha aderito nel 2012, sotto il governo del mai rimpianto Monti. Questo meccanismo vive una nuova giovinezza grazie alla pandemia e per molti diventa il toccasana per superare l’emergenza sanitaria, venendone esaltata la sua “non condizionalità”, ma è proprio vero ? In realtà anche in questo caso le condizioni ci sono e non sono assolutamente da sottovalutare. Innanzitutto si tratta comunque di un prestito, che va ovviamente restituito. Inoltre, anche in questo caso i “Paesi” che ne fruiscono, devono impegnarsi a rafforzare i loro fondamentali economico finanziari, quindi applicare e intensificare le politiche di rigorismo, per cui si parla nuovamente di “lacrime e sangue”, infine è prevista dal Trattato un’azione di vigilanza sulle finanze dei “Paesi” debitori, con le eventuali conseguenze del caso… direi che questo può già bastare per mettere fortemente in dubbio l’esistenza di un MES senza condizioni.

Quindi, concludendo, “che fare ?”, è evidente che né il Meccanismo Europeo di Stabilità, pur anche nella sua formula light propinataci espressamente in funzione della emergenza sanitaria, né il Recovery Fund rispondono alle esigenze di una “Nazione” che rischia di ricevere dalla gestione della pandemia il colpo finale ad una economia strutturalmente fragile da decenni, incapace di approfittare dei periodi di espansione del mercato globale e facilmente ripiegata su stessa nei momenti di crisi. Le possibili soluzioni? Forse un cambiamento radicale della classe dirigente a partire da quella politica, passando per quella sindacale e non dimenticandosi di quella imprenditoriale. Quindi alla domanda “Che fare?” Possiamo rispondere brevemente: “Liquidare il terzo periodo!”.

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