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Il nuovo capitalismo di stato

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Con la crisi pandemica, il rapporto tradizionale tra l’ordinamento politico e quello economico potrebbe subire un traumatico capovolgimento: non sarebbe più lo stato a socializzare l’economia, ma sarebbe quest’ultima a economicizzare lo stato. Il totalitarismo neoliberista è ormai alle porte!

Il ritorno dello stato

A volte ritornano… Si, questa volta sembra essere ritornato lo zombie dello stato. Si, proprio quell’oscurantismo statalista già tanto vituperato e condannato come un relitto dell’era ideologica novecentesca, con l’avvento del neoliberismo, quale esito finale delle sorti progressive che avrebbero condotto alla fine della storia.

La pandemia del covid avrebbe dunque determinato un mutamento dei fondamentali parametri dell’economia globale strutturata sul modello neoliberista? Il neoliberismo avrebbe cioè subito una metamorfosi sistemica tale da tramutarsi in neostatalismo? Che l’economia liberale abbia imputato alle istituzioni pubbliche i processi di ristrutturazione economica scaturiti dai danni provocati dalle sue crisi ricorrenti non sarebbe di per sé un evento nuovo. La crisi pandemica non è quindi un evento epocale che ha determinato una inversione di tendenza che possa mettere in discussione i fondamenti sistemici del neoliberismo.

La pandemia del covid ha solo fatto emergere i fattori di crisi del modello neoliberista già esistenti, oltre ad accelerare il corso dei processi di trasformazione interni al sistema già in atto. Infatti, a seguito della crisi del 2008, il neoliberismo si è rivelato un sistema economico che ha esaurito le proprie potenzialità di evolversi secondo le linee di un proprio sviluppo autonomo. Gli equilibri economici e finanziari del capitalismo globalista sussistono in virtù della politica espansiva messa in atto dalle banche centrali con l’illimitata creazione di liquidità e grazie alla permanenza a tempo indeterminato dei tassi di interesse a livelli vicino allo zero, se non in territorio negativo. Le prospettive del sistema neoliberista si sono capovolte: esso può sussistere nella misura in cui può giovarsi del sostegno degli stati.

Con la pandemia, l’elite degli economisti, già custodi del dogma neoliberista e quindi apologeti di uno stato minimo non interventista condannato alla sua dissoluzione progressiva, sembra essere stata folgorata da una conversione subitanea allo statalismo ed aver riscoperto teorie keynesiane ormai abbandonate e relegate al passato, quale relitto storico novecentesco. Inoltre, dinanzi alla crisi economica incombente, secondo la vulgata mediatica ufficiale, la crisi pandemica avrebbe determinato la inappellabile sconfitta del populismo e delle sue istanze stataliste e sovraniste. In realtà, facendo leva su questo artificiale statalismo interventista di ritorno, il capitalismo ha riconvertito nelle sue dinamiche interne le istanze dell’opposizione populista: lo stato di emergenza ha infatti comportato il richiamo retorico e strumentale alla solidarietà tra le classi sociali e all’unità dello stato nazionale.

Ma la pandemia sanitaria ha prodotto anche una pandemia sociale e pertanto, si sono resi evidenti i guasti economici e sociali prodotti da decenni dal sistema neoliberista. Lo stato di emergenza, oltre a comportare la sospensione dei diritti costituzionalmente garantiti, potrebbe determinare una svolta dirigista ed autoritaria per l’intera società occidentale. Si vuole in realtà perpetuare tramite l’emergenza la conservazione e la continuità di un sistema i cui fallimenti erano già noti nella fase ante – covid.

Lo spettro di un nuovo statalismo incombente è peraltro evocato e paventato da vari ideologi di cultura liberale come una possibile degenerazione populista del sistema, che potrebbe radicarsi nelle istituzioni liberal democratiche occidentali nella fase post – pandemia. Si vuole esorcizzare il pericolo di un fantomatico statalismo di ritorno, onde occultare la prevedibile deriva autoritaria di un ordinamento neoliberista volto a stabilizzare e giustificare ben altro autoritarismo. Quello di uno stato di emergenza che diventi sistemico.

E’ comunque singolare il fatto che i seguaci del neoliberismo, così come fu nella critica nei confronti del socialismo reale, imputino le carenze e le inefficienze generate dal sistema capitalista al vituperato statalismo: una logica capovolta.

L’equazione ideologica liberismo = democrazia

Lo stato è sinonimo di autoritarismo e pertanto, secondo l’ideologia liberale, l’intervento statale nell’economia pregiudica l’esercizio delle libertà democratiche (intese esclusivamente o quasi, come libertà economiche).

Tuttavia l’equazione liberismo = democrazia è del tutto ideologica. Infatti la democrazia presuppone il confronto tra le parti sociali ed il primato del bene comune rispetto agli interessi individuali. Lo stato liberale è invece fondato sulla prevalenza dei diritti individuali rispetto al bene comune e sul primato della società civile rispetto allo stato. In uno stato democratico, la partecipazione politica può essere attuata mediante la presenza di corpi intermedi (associazioni, sindacati ecc…), rappresentativi delle esigenze della società civile. Data l’assenza o l’irrilevanza politica dei corpi intermedi, nello stato liberale, prevalgono le forze emergenti dai rapporti di forza esistenti nella società civile.

Pertanto lo stato viene ad essere fagocitato dagli interessi delle lobbies economico – finanziarie e dai gruppi di pressione dominanti nella società civile.

Il liberismo economico genera necessariamente una società elitaria, vanificando i principi di eguaglianza e di partecipazione politica su cui si fonda l’ordinamento democratico.

Stato minimo e capitalismo assistito

Secondo l’ideologia liberale, lo statalismo è generatore di elefantiasi burocratica, di prevalenza degli interessi politici, di assistenzialismo, di gestione clientelare della pubblica amministrazione: tutti fattori che pregiudicherebbero la crescita e l’efficienza del sistema economico che scaturirebbe dagli equilibri spontanei dell’economia di mercato.

In realtà è proprio quello stato minimo della liberal – democrazia che crea un habitat favorevole alle clientele e alle prevaricazioni degli interessi particolari rispetto agli interessi generali della comunità sociale.

La pandemia sanitaria ha determinato anche la pandemia sociale, con una recessione economica che ha distrutto larga parte di un sistema produttivo costituito da piccole e medie imprese, con corrispondente espansione dei giganti del web. I colossi del big tech hanno fatto registrare nel periodo del lockdown un aumento del fatturato di oltre il 40%. Oggi la capitalizzazione complessiva in borsa dei gruppi Microsoft, Amazon e Google è superiore al pil della Germania. Inoltre, dato che tali gruppi operano in Europa in regime di fiscalità agevolata, si rileva che negli ultimi 5 anni agli stati europei sono stati sottratti ben 46 miliardi di prelievo fiscale!

L’avvento del modello neoliberista ha dunque prodotto un sistema di capitalismo assistito, favorito dalla deregulation economica e dalle politiche di liberalizzazione imposte agli stati membri dalla UE.

Dal dirigismo statale al dirigismo sovranazionale

L’eventuale ripristino del primato dello stato, comporterebbe la restaurazione di una sistema di economia mista e quindi si imporrebbe un dirigismo economico con finalità politiche che implicherebbe distribuzione di risorse per esigenze sociali a discapito degli investimenti, oltre a politiche di espansione con effetti inflazionistici inconciliabili con il rigorismo finanziario della UE.

Le carenze di investimenti nelle infrastrutture pubbliche, quale causa determinante della bassa crescita europea (specie italiana), si sono manifestate proprio in virtù della scomparsa dell’interventismo statale nelle economie dei paesi della UE. Al dirigismo statale si è sostituito quello degli organismi tecnocratico – finanziari europei, che hanno imposto parametri di bilancio che hanno determinato una permanente carenza di risorse disponibili da parte degli stati per gli investimenti e lo sviluppo economico .

Con la pandemia inoltre, si sono manifestate in tutta la loro drammaticità tutte quelle carenze e disfunzionalità nei servizi pubblici degli stati colpiti dalla pandemia, generate dal progressivo smantellamento dello stato sociale imposto dal dirigismo economico neoliberista della UE.

Attraverso politiche di liberalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici, le riforme in senso liberista della UE avrebbero voluto decostruire un modello statalista caratterizzato da inefficienze e spesa pubblica improduttiva. Si è quindi imposto un modello neoliberista con relativi criteri di gestione aziendalistici dei pubblici servizi essenziali. La logica aziendalista ha investito la sanità, l’istruzione, le comunicazioni, i trasporti e tutte le funzioni della pubblica amministrazione. Ai tagli di spesa per gli investimenti nei pubblici servizi, hanno fatto riscontro l’inefficienza e la progressiva dissoluzione dello stato sociale, con conseguenze devastanti che, specie nella sanità, sono oggi drammaticamente evidenti.

Occorre infine rilevare che con il Recovery Fund, il dirigismo tecnocratico europeo non potrà che accentuarsi. Gli aiuti, sia sotto forma di contributi a fondo perduto che di prestiti, saranno erogati infatti a fronte di rigide condizionalità imposte agli stati richiedenti. Tali condizionalità, oltre che di ordine economico, circa la destinazione dei fondi europei e la realizzazione dei progetti approvati dalla UE, saranno anche di carattere politico – istituzionale. L’erogazione dei fondi del Recovery Fund, presupporrà l’attuazione di riforme che implicheranno necessariamente ulteriori devoluzioni della sovranità economica e politica degli stati. Si aggiunga inoltre, che il rispetto di condizionalità economiche che comportino l’osservanza di regole di parametri di bilancio sono inconciliabili con politiche espansive atte a generare la ripresa. Pertanto, il dirigismo europeo si rivelerà un ostacolo istituzionale che non promuoverà, ma semmai potrà pregiudicare la ripresa del continente europeo nella fase post – covid.

Al dirigismo statuale subentrerà quindi un dirigismo sovranazionale europeo di natura oligarchico – finanziaria, la cui governance si sostituirà alle istituzioni democratiche degli stati.

Il nuovo capitalismo di stato

La devastante crisi economica scaturita dalla pandemia del covid, non darà luogo a trasformazioni sistemiche del capitalismo, con improbabili revival dell’economia keynesiana. L’attuale interventismo statale è infatti strumentale e funzionale alla preservazione dell’ordinamento socio – politico preesistente alla crisi.

La pandemia che ha generato questa crisi si è manifestata in un contesto storico e politico dominato dal capitalismo globalista.

Pertanto, questa crisi, come tutte quelle che l’hanno preceduta, rappresenterà una fase evolutiva del capitalismo. La pandemia determinerà l’accelerazione di processi evolutivi già in atto, quali l’avvento del digitale e della robotica nella produzione industriale e una trasformazione in senso elitario e tecnocratico delle istituzioni politiche. Con la pandemia, si realizzeranno cioè trasformazioni performative connaturate alle crisi del capitalismo, con relative metamorfosi in senso oligarchico dell’economia e darwinismo sociale connesso.

La globalizzazione potrebbe subire quindi una eterogenesi dei fini.

Infatti, dalla globalizzazione non scaturirà più un nuovo distopico ordine mondiale che implichi l’abbattimento delle frontiere e la destrutturazione progressiva degli stati. Semmai, attraverso l’implementazione permanente dello stato di emergenza e la conseguente dittatura terapeutica, si istituisce un super – stato, una statolatria cioè svincolata dai suoi fondamenti democratici e costituzionali. Il rapporto tradizionale tra l’ordinamento politico e quello economico potrebbe subire un traumatico capovolgimento: non sarebbe più lo stato a socializzare l’economia, ma sarebbe quest’ultima a economicizzare lo stato. Sarebbe dunque il capitalismo ad istituzionalizzarsi inglobando integralmente lo stato nelle sue logiche economiciste.

La crisi pandemica potrebbe condurre alla costituzione di un nuovo capitalismo di stato, caratterizzato dalla compresenza omogenea e funzionale tra oligarchia economico – tecnocratica e oligarchia politica tra loro complementari per la sussistenza di un unico ordinamento statolatrico e capitalista nello stesso tempo. Il totalitarismo neoliberista è ormai alle porte!

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