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Intervista di Luigi Tedeschi a Marco Della Luna, autore del libro “Farsi Luce”, Istituto Teseo 2020

1) Nella dottrina yoga si rilevano fondamentali affinità con la filosofia occidentale, con particolare riferimento al trascendentalismo kantiano e l’idealismo hegeliano. Trattasi infatti del superamento della logica dualistica impostasi con il razionalismo cartesiano e l’empirismo inglese tra soggetto e oggetto, io e non-io, spirito e materia. E’ tuttavia constatabile, che le ideologie di derivazione idealista sono state condannate storicamente al fallimento. Le ideologie otto/novecentesche sono sorte nel contesto storico della modernità. Non è stata quindi quella componente modernista e progressista (di origine illuminista), ad esse connaturata che ha determinato i parametri di confronto – scontro con il liberalismo che ne ha causato la soccombenza?

Se intendi il fallimento, rectius i fallimenti, sul piano teoretico delle dottrine idealistiche storicamente prodottesi, potrei, con una battuta, replicarti che tale fallimento è un momento idealisticamente necessario della storia dello Spirito, necessario per il completamento della sua coscienza idealistica, e interno ad essa. E in effetti Farsi Luce si occupa molto dell’incompiutezza e delle contraddizioni delle dottrine idealistiche, le quali, fino a Bradley e a Gentile, hanno pensato la storia senza problematizzare criticamente il concetto di tempo, ossia tenendo per buono il grezzo concetto di tempo del senso comune – un concetto che, analizzato logicamente, si rivela un controsenso. Con questo concetto grezzo nella pancia (anche con altri), le dottrine idealistiche erano destinate a inciampare.
Se invece intendi riferirti ai fallimenti storici dei loro modelli sociali, cioè sul piano prassico, allora ti faccio presente che Farsi Luce si focalizza proprio sul fatto che i pensatori idealisti, quando passavano a occuparsi di prassi, cessavano di essere idealisti, rientrando in una forma mentis realista e materialista, addirittura precritica, rimuovendo le acquisizioni teoretiche dell’idealismo e dello stesso criticismo kantiano. Entravano in contraddizione con se medesimi e con quanto avevano capito della realtà, delle proprietà dell’essere, delle proprietà del soggetto. Pertanto i modelli di prassi che proponevano erano essi pure destinati a fallire. E sono falliti. La coerente e armonica prosecuzione prassica – come filosofia della prassi e come prassi filosofica- del criticismo e dell’idealismo è invece offerta dallo yoga, una prassi filosofica multimillenmaria da cui sono derivate, in ambito indovedico, intuizioni e teorizzazioni di tipo idealistico, ben attestate nelle Upanishad già migliaia di anni fa. Un approccio che dice: bene, abbiamo capito che la realtà non è un mondo di cose fuori dalla mente, e di natura diversa da essa; abbiamo capito che la realtà è mentale e unitaria, e che dunque gli strumenti con cui possiamo lavorare su di essa sono essi stessi mentali: intenzione, riflessione, meditazione, visualizzazione, e altri.

2) E’ una prerogativa insopprimibile della natura umana l’inclinazione dell’uomo a trascendere se stesso, con relativa aspirazione alla propria eternizzazione. Quindi l’uomo aspira ad assumere una coscienza universale che costituisca un superamento della dimensione umana contingente. Posto che le emozioni, le passioni, le gioie e le sofferenze umane sono vacue illusioni che non possono essere costitutive dell’identità dell’io, il buddhismo contrappone ad esse l’anatma, cioè l’assenza di sé, poiché l’individuo non è un ente separato dal Tutto. In tale prospettiva, non emerge l’incompatibilità della dottrina yoga con la cultura occidentale? Infatti il fondamentale presupposto della filosofia classica prima e del cristianesimo poi, è l’io che assume una identità mediante la secessione dalla comunità da cui poi ottiene riconoscimento ed acquisisce un senso del proprio esistere. L’io unico ed irripetibile, dotato di coscienza individuale ma che è al tempo stesso un essere sociale, non è il principio e la finalità ultima e quindi il valore fondamentale ed imprescindibile della nostra identità culturale?

L’aspirazione all’eternizzazione, come pure la paura della morte, scaturisce dal suddetto concetto grezzo (e illusorio) di tempo, di tempo inteso e sentito come estensione analoga a quella dello spazio. Su questo, rinvio a Bradley, Apparenza e Realtà,prima parte, in cui viene dimostrata la sistematica contraddittorietà logica, quindi la falsità, dei concetti di tempo, di spazio, di causa ed effetto, di attributo e sostanza, e in generale di relazione, che formano il mondo empirico in cui crediamo e sentiamo di vivere, la potente metafisica implicita del senso comune come della scienza positiva antimetafisica – la maya, per dirla con un noto termine indovedico. Bradley è fondamentale per lo studioso occidentale che voglia capire il concetto di maya e l’illusorietà del mondo e dell’io.
Inoltre, l’uomo (occidentale e orientale) è in contraddizione già in questo (senza bisogno di far intervenire l’anatma): ossia che per un verso egli aspira ad eternarsi in una coscienza universale superante il contingente umano, mentre per l’altro verso vorrebbe in tale coscienza preservare le passioni, le gioie, i desideri, gli attaccamenti, le identificazioni che costituiscono il sé empirico, sebbene queste cose presuppongano la mortalità della condizione umana: limitato e separato nella sua identità, nel suo ‘contenuto’, ma illimitato nel tempo. Le religiosità popolari, in Occidente ma anche in India, promettono proprio questo come ‘paradiso’: la botte piena e la moglie ubriaca, oppure, per dirla più… sobriamente, la quadratura del cerchio, o le convergenze parallele. La figura del Cristo è emblematica di questa contraddizione, contraddizione che si traduce nella sua croce: per funzionare come redentore, per essere empatizzato dai fedeli, deve vivere e patire come vero uomo; ma se è vero dio, non può vivere come uomo le passioni e afflizioni umane, morte inclusa; onde il docetismo, che è presente anche nella teologia dell’India. Analoga contraddizione è quella di un dio infinito e sovratemporale che compare e agisce storicamente.
Il principio buddhista (e non yogico né indovedico) dell’anatma (in Sanscrito) o anatta (in Pali) non afferma l’inesistenza assoluta dell’io o del sé individuali, empirici, ma l’illusorietà della loro fissità e indipendenza ontologica dal Tutto – come meglio spiego nel libro. In questo senso è certamente in contraddizione con ogni aspirazione o ideologia che affermino quell’indipendenza, che feticizzino l’io empirico del momento, dimenticando che qualsiasi ‘cosa’ che sia limitata, finita, e in relazione all’altro da sé, tende eo ipso, dialetticamente, a rinviarsi all’altro. Anche l’io empirico o individuale, come ha ben spiegato Bradley. Ma già in epoca pre-idealistica Hume aveva colto l’insostenibilità logica dell’io inteso come sostanza. Il problema allora è come concepire ciò dopo aver compreso la falsità del concetto di tempo.
Vengo alla tua domanda conclusiva: “L’io unico ed irripetibile, dotato di coscienza individuale ma che è al tempo stesso un essere sociale, non è il principio e la finalità ultima e quindi il valore fondamentale ed imprescindibile della nostra identità culturale?” Sì, lo è; e codesta identità culturale è una delle determinazioni del Tutto.

3) Nelle dottrine e religioni orientali sono fondamentali i riti iniziatici, presenti peraltro anche nelle nostre antiche civiltà. La funzione del rito e della magia è quella di risvegliare la coscienza di sé, lo sviluppo delle capacità mentali, il superamento del mondo oggettivo. L’esplorazione dell’inconscio, il potenziamento delle facoltà psichiche, l’autosviluppo della mente, attraverso l’ascesi e le tecniche magiche, non sono pratiche che inducono ad assimilare tali dottrine alla concezione superoministica di Nietzsche? Inoltre, il potenziamento delle facoltà psicofisiche dell’uomo, non potrebbe rivelarsi una pratica del tutto compatibile e quindi anche strumentalizzabile dalla scienza postmoderna e dalle correnti di pensiero di orientamento transumanistico che mirano alla trasformazione antropologica della natura umana nel contesto dell’ideologia neoliberista oggi dominante?

L’evoluzione in senso superoministico nietzschiano e transumanistico strumentale al neoliberismo, avviene se il risveglio di quelle facoltà (che nello yoga è possibile e alla portata di chiunque si impegni) è inteso e praticato in modo strumentale ed esteriore, ossia come acquisizioni di poteri da parte di un soggetto che rimane per il resto immutato, fisso nella coscienza realistica-materialistica-naturalistica di sé e dell’essere, ossia nella coscienza che ci vede tutti in competizione per la conquista di un mondoesterno, materiale, finito. Ovviamente, il percorso evolutivo che delineo in Farsi Luce è incentrato sull’uscita da tale illusoria e contraddittoria concezione di sé e dell’essere e dall’accesso alla realtà non dualistica, non materiale, non finita. Quindi toglie la finitezza, la scarsità e il bisogno di qualsiasi conquista o affermazione di sé sugli altri o sul mondo.

4) Nella dottrina yoga è essenziale la ricerca del sé, oltre la realtà oggettiva che pone limiti precisi all’individuo e alla sua esistenza empirica. Un io che assume una dimensione incondizionata in una coscienza universale che trascenda l’individualità, una redenzione – liberazione oltre i limiti del sé determinato, fisso. Ma, mi chiedo, il trascendere sé stessi, non postula la necessità di un fondamento filosofico o teistico e di una finalità ultima che trascenda il soggetto, ma che comunque conferisce senso alla vita dell’uomo e determini i fondamentali parametri di un percorso esistenziale che si esplica e si realizza nella dimensione storico – contingente dell’uomo stesso?

Premesso che lo yoga è una prassi filosofica esperienziale prima che una dottrina intellettuale, risponderei affermativamente, con alcune precisazioni per restare fuori dalla concezione dualistica: a)non è che l’io assuma un qualcosa, è piuttosto la ‘mente’ che si accorge della sua natura primordiale, la quale è ‘luminosa’ (libera, atemporale incondizionata…); b)il percorso è interno, dialetticamente, alla sua meta; c) non vi è un conferimento di senso dall’esterno; d)la visione complessivamente teistica dell’essere è inevitabile: sarebbe contraddittorio pensare che il Tutto sia privo della coscienza, mentre sono dotati di coscienza gli esseri limitati: il tutto non può mancare di facoltà che sono proprie delle sue parti. E’ così che il pensiero indovedico concepisce il Purushottama, la Persona suprema, rispetto alla quale non vi sono ‘datità’, nel senso in cui non vi sono per lo Spirito dell’attualismo gentiliano. Ma, altrettanto inevitabilmente, non è una concezione teistica di tipo cristiano, ossia trascendentista, creazionista e antropomorfica, la quale è invece interna al realismo ingenuo e ai suoi dualismi. E non è nemmeno -spero sia superfluo dirlo- una visione ingenuo-spiritualista, che pensa una realtà fatta di spirito da una parte e di materia dall’altra, e ritiene che il primo sia il bene o la verità, con cui identificarsi, e la seconda sia il male o l’errore, da combattere e da cui liberarsi – o altre simili banalità.

5) Vorrei conoscere la tua idea circa il rapporto che necessariamente si instaura nel mondo contemporaneo tra la dottrina yoga e la postmodernità incombente nel nostro tempo. Quale alternativa la dottrina yoga rappresenta riguardo al superamento della dimensione alienata dell’uomo nell’artificialità oggettiva della “forma merce”? Può lo yoga costituire un elemento di resistenza dinanzi alla tecnologia postmodernista della manipolazione dell’essere umano? Può infine lo yoga rappresentare una alternativa esistenziale per un percorso che implichi il “farsi luce”, cioè il ritorno al sé e quindi determini una inversione dell’attuale processo di disintegrazione individualistico – atomista quale esito ultimo della società neoliberista?

Lo yoga, come già detto, consente lo sviluppo di facoltà latenti, che ci possono rendere più forti e autosufficienti in quanto alla salute, alla resistenza alle aggressioni biologiche e psicologiche, al clima; può trasfigurare la stessa morte; ma soprattutto offre la vera e unica alternativa all’inferno orwelliano in via di allestimento: uscire concretamente, esistenzialmente, dal campo dell’illusione nel quale sta avvenendo e stiamo subendo l’aggressione orwelliana (sottomissione-alienazione tecno-nichilista), cioè uscita dall’illusione della realtà come esterna, materiale, limitata – oppure dissolverla, se preferisci, prima che ci riduca nella condizione che ho descritto nel mio precedente saggio, Tecnoschiavi. Combatterla e resistere alle sue manipolazioni sul suo piano, restando nel suo campo e continuando a crederla vera, è vano o impossibile, perché ciò che si vorrebbe combattere è l’espressione necessaria e inevitabile di quella stessa realtà. Perciò è indispensabile alzarsi al di sopra di essa, far ‘aprire i cieli’ – per usare una suggestiva locuzione occidentale. Questo atto di alzarsi è un’opera sia teorica che prassica. E’ proprio in questa chiave che presento il libro: farsi luce per uscirne e riprendere il senso, il valore, dell’esistere. E, naturalmente, recuperare l’unità uscendo dal processo di disgregazione della persona e dei suoi rapporti: a ciò etimologicamente rinvia la parola ‘yoga’, che ha la radice ‘yug’ di giunzione, giogo.

6) Vorrei, in conclusione, affrontare una problematica di carattere storico – politico. Nell’Occidente, con l’illuminismo, ha avuto origine il fenomeno storico – politico denominato “modernità”, con il relativo avvento del progresso e della cultura dell’individualismo laico – liberale. Dal confronto con la modernità, la religione, le identità comunitarie e le tradizioni sono uscite assai ridimensionate, quando non sono state del tutto sradicate. Le tradizioni, le religioni e le culture dell’Oriente non hanno dovuto affrontare tale confronto se non nell’era contemporanea. L’Oriente ha subito processi di modernizzazione solo per via riflessa, a causa del colonialismo europeo. Ci si chiede dunque quale sia l’impatto con la modernità (che assume le sembianze di una occidentalizzazione del mondo), su culture che non hanno subito un processo di modernizzazione prolungato nel tempo analogamente all’Europa. Una modernità che peraltro ha ormai esaurito il suo percorso storico, a cui sta subentrando la postmodernità, che si è instaurata in paesi quali la Cina e l’India, oggi potenze emergenti in cui solo da qualche decennio ha avuto luogo l’avvento del sistema capitalista globale.

Le mutate condizioni tecnologiche della vita pratica (comunicazioni, trasporti, consumismo) sono pressoché irresistibili, se non da pochi duri e puri, e sfondano brutalmente i perimetri entro cui vivevano le culture, i valori e i rapporti tradizionali, dando luogo a tensioni e disgregazioni interne alle nazioni colpite, sicché cercare di resistere arroccandosi a una identità storica è perdente, tanto più che le masse si allineano al ‘progresso’ e non imparano dalla storia. Tale processo è avvenuto a ritmi elevatissimi e in tempi brevissimi e con forza brutale nei paesi orientali, impedendo un elaborazione intellettuale di questa nuova realtà, ma pure che questa pervadesse e snaturasse a fondo le culture e la mentalità preesistenti. Ma non credo siano oggi prevedibili gli effetti su di esse dell’incalzare del transito alla postmodernità: troppi fattori in gioco, troppe variabili, troppe incognite
E’ in corso l’esecuzione di un piano globale, di manipolazione profonda, bio-psichica, dell’uomo, e di ristrutturazione degli ordinamenti giuridici in senso aziendalistico e autoritario, tecnocratico e di instaurazione di un radicale controllo dell’informazione e del pubblico dibattito. In prospettiva, non appena ciò sarà stato realizzato (ma non è affatto detto riescano a realizzarlo), credo partiranno massicce operazioni di depopulation per risolvere i problemi ecologici con strumenti vari: siccità, carestie, pandemie, preparati farmaco-vaccinali, cibi industrialmente impoveriti. Abbiamo anche prime, serie evidenze che il 5G comprometta il funzionamento delle sinapsi. Non resta molto tempo per farsi luce.

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