Recensione critica di Luca Leonello Rimbotti del libro di Antonello Cresti
“Cultura sovranista”
Edizioni La Vela 2025
Prefazione di Marco Rizzo, Introduzione di Enrica Perucchietti,
Postfazione di Alain de Benoist
Persino l’idiota cosmopolita, che è il nerbo dell’oligarchia intellettuale mondialista oggi al potere, sarebbe in grado di riconoscere un colore scuro da uno chiaro. E quindi anche di osservare, ad esempio, una pelle nera ed una bianca, notandone le differenze cromatiche.
Non fosse per il pregiudizio che ne governa la mente, e che gli impone di negare l’evidenza nel nome dell’uniforme universale, egli dunque potrebbe confermare che, sì, è evidente, la diversità – non foss’altro cromatica – in questo mondo esiste ed è ben riconoscibile da chiunque abbia occhi per vedere.
Ciò che pende sulla testa dell’umanità di oggi è il pericolo mortale della uniformizzazione totalitaria, quel voler fare dell’uomo planetario un unico tipo standardizzato, delle idee un unico pastone buono per tutti, della variegatezza che è nell’esistere la lugubre monocromìa di una periferia sovietica anni cinquanta.
Chi oggi combatte il regime assolutista dell’uguaglianza obbligatoria, da stabilirsi al di sotto dell’oligarchia di comando che la preordina e la impone, chi nega il diktat neoliberista del pensiero unico, tenuto in piedi dal terrorismo linguistico e ideologico, chi insomma si ostina ancora a credere nella diversità, rappresenta oggi la figura del vero ed unico rivoluzionario.
Costui si intestardisce nel negare e combattere quella sorta di bolscevizzazione universale che è il liberismo liberaldemocratico, portatore di fobìe allucinatorie, dal genderismo demente all’allucinazione antifascista, dal fanatico razzismo anti-europeo alla voglia di farsi sodomizzare da ogni tipo di cultura e sottocultura, purché sia altra da quella bianca autoctona. È la vecchia, cancerogena patologia dell’odio di sé, quel Selbsthass che governa da oltre un secolo la mente malata dei nemici della natura e della vita, gli intellettuali progressisti di penultima ed ultima generazione. Essi, dai loro attici esclusivi, in cui covano ogni sorta di vizio psicotico, con la tenacia di cattivi demiurghi intendono dominare il mondo di fuori, quello degli uomini normali, al fine di devastarlo, corromperlo e condurlo a rovina. Massimo loro sogno ad occhi aperti sarà di contemplare quest’opera necromantica, una volta vittoriosamente conclusa, allorquando culture, Stati, nazioni, identità, popoli, stirpi, tradizioni, legami, famiglie, tutto finalmente sarà andato distrutto e sul mondo rotante nello spazio dominerà il coacervo antropologico senza anima e senza forma. L’umanità così distrutta e svergognata da questi alchimisti dell’annientamento, sarà allora il serto di gloria per una sorta di Città ideale rovesciata di segno, come in una messa satanica, irta di simboli di morte e degradazione.
Chi si azzarda a tagliare la strada al procedimento persecutorio del progressismo lanciato come una supernova contro le identità di popoli e gruppi umani, è per solito fatto segno a campagne d’odio livido, con promessa di morte metafisica e perché no anche fisica, non dando l’intellettuale progressista “di sinistra”– quello che guida la danza in cui tutti gli altri si sforzano di imitarne i passi – alcuno scampo a quanti la pensano diversamente. Pochi dunque sono coloro che osano sfidare il Moloch, i più si adeguano, molti si mimetizzano. Per di più, i potenziali avversari che ancora persistessero accolgono loro stessi gli ordini muti e quelli espliciti che provengono dalla setta mondialista, se ne fanno essi stessi paladini, pensando così di aver salva l’anima. Pochi escono allo scoperto, denunciano davanti al popolo i falsi profeti, strappano maschere e invocano reazioni.
La paura, e un delirio conformistico raramente nella storia così dilaganti, pretendono il loro tributo, in alto come in basso.
Poi accade di aprire un libro che, come un virgulto di vita in una discarica di materiale inorganico, testimonia la potenza di un ideale quando viene messo a contrappunto di un mondo ormai preda di una smania di suicidio irrefrenabile. Un piccolo libro di saggezza rivoltosa, di quelli che offrono frutti copiosi a chi sappia distinguerli dalla massa dell’indifferenziato. Si tratta di Cultura sovranista. Idee armate per una rinascita popolare di Antonello Cresti, da poco pubblicato da La Vela di Lucca. Qui si trova per l’appunto scritto, come epigrafe su pietra, che «la differenza è bellezza» e, da questo scolio fondante, si fa discendere a cascata tutta una serie di valori e mine ideali di vero contro-potere, attivando un prontuario della resistenza tradizionale, che è una dichiarazione d’ingiuria nei confronti del balordo mondo dei padroni egualitaristi e “cittadini del mondo”. Noi potremmo dire allo stesso modo che “la bellezza è essenzialmente differenza”, e proprio su questo concetto, di difesa ad oltranza del bello contro l’assalto del brutto, su tutti i piani, si struttura tutto il discorso di Cresti.
Si parla del diritto alla differenza, vero «antidoto al totalitarismo globalista, quello che non si presenta più con le divise militari, ma con il sorriso mellifluo del cosmopolitismo finanziario e tecnocratico».
Difatti, la lotta che oggi si impone è tra la Nazione e Cosmopoli, tra il popolo e la dittatura universale anonima: ritornare dunque alla radice, chiamare a raccolta i valori per l’ultima prova, come fa Cresti in pagine rapide e solari, è l’ultimo compito dell’intellettuale militante che si spende sulla trincea rivoluzionaria della tradizione. Esiste nel cuore antropologico dei popoli un Grund indistruttibile che, al di sotto della crosta superficiale e del mutare di opinioni e situazioni, vive invariato come una sostanza rocciosa ricoperta da strati di sabbia. Rimuovere gli ostacoli esterni e far riapparire il nocciolo duro dell’identità intima è il compito di chiunque, piccolo o grande artiere delle idee, abbia a cuore le sorti dell’umanità, che si raccoglie in popoli, nazioni, culture, etnie: ognuna con la sua dignità, la sua storia, il suo destino. Per la prima volta nella storia dell’uomo – e specialmente dell’uomo europeo – tale Grund è fatto oggetto di aggressione aperta e minacciosa, con la prospettiva di giungere ad una prossima società sprofondata nell’incultura, nella violenza fisica e psicologica: nel «terrorismo dispotico in danno di chi dissente», come ha ben detto recentemente Canfora.
A Cresti – come a noi – non interessano i bizantinismi, ma i valori. E, nel suo libro, per l’appunto di valori si parla. Aspetti di vita minacciati da vicino dal pericolo globalista, e bisognosi di essere dissepolti, valorizzati, lanciati nella mischia come armi di contrapposizione all’imperialismo universalista.
Cresti evoca sulla scena, uno ad uno, i valori che furono all’origine della nostra civiltà, che ne protessero il Wesen nei tempi fausti e negli infausti, e su tale base stila il programma, semplice e tremendo, della risposta integrale da opporre alla gravità dell’assalto.
E individua il nemico. Ad esempio:
Il nemico è un progetto globale che riduce il mondo a un mercato, che livella i miti, che incanala ogni energia vivente verso la produzione e il consumo. Questa macchina non si ferma, riduce la scuola a fucina di sudditi docili. La risposta non può essere soltanto tecnica: deve essere estetica, spirituale, strategica.
Noi sottolineiamo che la risposta, per essere efficace e commisurata, deve essere anche carnale, istintuale, come uno spasmo di vita che si opponga alla morte imminente.
Ci attende una lotta di forme, di stili, di modi d’essere, una lotta d’istinti: da una parte lo schiavista universale, che vuole massificare l’uomo e spegnerne la scintilla identitaria, dall’altra l’eroe che sorge dal popolo e col popolo vuole fare giustizia.
Il compito immane indicato da Cresti consiste essenzialmente nella volontà di svellere la pietra d’angolo dell’Impero Globale, il cosmopolitismo universale, alla cui ombra trama le sue vendette la setta usuraria, il padronato della finanza anonima. Il “nemico principale” è il caotico dis-ordine neoliberista a guida atlantista: questo è il covo di Rotwang, il malvagio oligarca di Metropolis, che oggi sta per avere partita vinta nella nostra realtà storica.
Per rianimare gli spiriti dormienti, per sollecitare i disillusi e i renitenti, bisogna fare luce piena su un programma di fuoco, in grado di infiammare la mente e il cuore di individui e popoli. In queste righe essenziali di Cresti, noi riconosciamo con chiarezza i contorni e la profondità della rivolta necessaria. Vista nella sua praticità sociale, e disegnata con realismo politico. Leggiamo un brano per intero:
Per questo la proposta politica deve essere triplice e simultanea: primo, decostruire l’ideologia cosmopolita, smascherare il linguaggio che rende naturale ciò che è invece costruito, restituire significato alle parole e riattivare l’immaginario nazionale senza cadere nella caricatura identitaria; secondo, ricostruire le infrastrutture della sovranità materiale – controllo pubblico dei settori strategici, politiche industriali che godano di autonomia monetaria e fiscale e che ricreino circuiti produttivi locali in grado di sottrarre valore alle catene globali; terzo, forgiare soggetti culturali e politici che traducano identità e memoria collettiva in leva di potere, cioè in istituzioni, associazioni, imprese, cooperative e reti territoriali dotate di capacità organizzativa e legittimità democratica.
Ricostruire i legami, riannodare i fili sociali, restaurare le appartenenze: e quindi ridare onore al lavoro, al gesto dell’artigiano, al rango della creatività espressiva, alla famiglia secondo le leggi di natura, all’istruzione ben ordinata, scavando la fossa al caos subumano da cui grondano le bestialità del woke, del genderismo, del transumanesimo, della cancel culture, del LGBTQIA, fino al «sogno tossico del metaverso», fino all’assalto all’Europa da parte di masse allogene guidate dal neoschiavismo liberal, tutte aggressioni luciferine che come «macchina del disumano» stanno trascinando l’uomo indifeso in una corsia di manicomio.
Denunciare la menzogna grande-capitalista legata al falso green, alle speculazioni sul cambiamento climatico, all’ecologismo pilotato dall’interesse, ai tentativi di medicalizzazione universale, alle pratiche di brutale sfruttamento, di utilizzo massiccio della violenza etnocida, etc., significa snocciolare tutti i luoghi in cui la delinquenza immorale del progressismo, servito a dovere dalla farsa tragica della sinistra fucsia, fa oscena mostra di sé. Cresti attinge a pensatori e intellettuali che, in varie stagioni, hanno fatto da sponda al pensiero oppositivo, e, da Mircea Eliade a Costanzo Preve, da Pasolini a Orwell, da William Morris a Latouche ed altri ancora, ci rende conto della vastità e dell’importanza del pensiero rivoluzionario-tradizionalista, che unico può essere chiamato per forgiare armi atte a disinnescare sul ciglio dell’abisso il disegno dei grandi sovvertitori e di tutti quegli «eunuchi del pensiero» che ne facilitano l’opera devastatrice. Si può dire che tutta la più alta cultura, politica, sociologica, anche letteraria, tecnica ed artistica, espressa dal passato remoto e da quello recente, fornisca armi per questa rinascita popolare che Cresti agita.
Si tratta di essere radicali: innanzi tutto combattendo senza quartiere quel tempio della menzogna che è l’Unione Europea, pensata per distruggere i popoli del Vecchio Continente e per edificare in loro luogo una poltiglia antropologica deculturata e schiava del consumismo. E subito dopo disintegrando la bipolarità paranoide della coppia “destra/sinistra”, il fradicio totem attorno al quale finisce di imputridire il residuo pensiero politico europeo.
Il sovranismo integrale tratteggiato da Cresti ha orizzonti larghi, vuole una rivoluzione che inizi dalla rivendicazione della corporeità umana, primo stigma identitario e codice culturale, una rivoluzione che «diventi prassi, metodo, azione organizzata». Un che di fortemente politico, dunque, di mobilitatorio, che già sta avviandosi lungo la strada dei fatti organizzati. E di questo ci accorgiamo anche scorrendo le dense righe di Alain de Benoist, Marco Rizzo ed Enrica Perucchietti, che presentano il testo di Cresti.
Ci viene dunque indicata una via irta di pericoli, ma, dice l’autore, dove la parola ben spesa risuona, lì si apre il clima benefico del conflitto creativo, senza il quale non vi è lotta in favore del comunitarismo e contro l’individualismo borghese, ma solo chiacchiera fra comari televisive: ogni idea forte, in questo senso, è precisamente divisiva. Da Cristo al Mahatma, la parola alta che scuote è sempre divisiva. Santamente divisiva. È la sacrosanta capacità di dividere il bene dal male e il bello dal brutto, che risuona ad esempio nei Vangeli, dove si separa noi padri dai figli e il grano dal loglio con la lama diritta della spada: “Non sono venuto a portare pace sulla terra, sono venuto a portare la spada” (Matteo, 10, 34).
Ora, in perfetto equilibrio dialettico e con maturo spirito critico, possiamo ben dire che l’uomo – e in particolare l’uomo europeo – si era già imbattuto, in passato, in piccoli libri ad alto potenziale di rivoluzionamento ideale, politico ed etico. Dal Principe all’Elogio della follia, dai Discorsi alla nazione tedesca allo Hagakure, fino al Che fare? ed oltre. Non vogliamo certo azzardare confronti spericolati, ma ci teniamo a ricordare che correre il pericolo rientra proprio nel decalogo del combattente per la buona battaglia: colui che, riconoscendo la differenza che corre tra giusto e ingiusto, alto e basso, vita e morte, eroico e vile, ricerca l’alternativa definitiva, lasciando l’alternanza occasionale al randagismo moderato.
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