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La Pace dei Titani

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Intervista a Marco Della Luna, autore del libro

La Pace dei Titani

Aurora Boreale 2025, a cura di Luigi Tedeschi

1) D. Con il trionfo di Yahu El e la scomparsa delle divinità tradizionali, si rende manifesta la definitiva degenerazione del monoteismo in materialismo globalista. Yahu El è la personificazione della volontà di potenza assoluta. Mi chiedo dunque per quale ragione egli aspiri alla divinizzazione di se stesso. Non viviamo in un’epoca di secolarizzazione o di ateismo, che implicano un riconoscimento (seppur in negativo), della trascendenza, ma nello stato di religione zero, del nichilismo assoluto. Senza Dio, non viene meno anche la ragion d’essere del diavolo?

Mi complimento per il tuo potente distillato concettuale: a lungo andare, il monoteismo è davvero degenerato in materialismo globalista. Infatti, il monoteismo teologizzato, ridotto a dottrina, a dogma, a istituzione, è costrittivo, soffocante, per l’esperienza del divino; è inadatto a soddisfarla, perché essa è fluida e molteplice per sua natura. Soffocandola, la ha spenta, ha deprivato il consorzio umano del suo sopramondo, che gli dava non solo visione, ordine e valori, ma altresì un importantissimo tiraggio finalistico verso l’alto, come il camino lo dà alla fiamma del focolare – ed eccoci con generazioni dopo generazioni di soggetti nichilisti, abulici e aprassici. Senza più purpose. Yahu El però non è un dio, benché pretenda di esserlo: è un arconte, degradato dalla materialità delle sue egocentriche e disarmoniche passioni. Un arconte che va in forzatura monopolistica, cioè in ‘magia nera’ – e in questo senso è diabolico.

2) D. Nella tua satira traspare un concezione negativa del monoteismo, quale forma di degenerazione assolutista e monolitica del senso del sacro proprio della religiosità nella cultura classica ed indeuropea. Yahu El è un dio antropomorfo che non necessita di fedeli, ma di schiavi. E’ facile scorgere in esso l’immagine trasfigurata dello Yahweh biblico. E’ l’espressione del delirio di onnipotenza dell’uomo che vuole farsi Dio, in cui si esaltano le attitudini più degenerate dell’umanità. Questo dio antropomorfo, non si configura come una metafora dello status esistenziale regressivo dal punto di vista culturale, spirituale, antropologico in cui versa la società occidentale capitalista nella sua fase terminale?

Il monoteismo è una violenza dell’uomo sul divino – sulla realtà psichica transpersonale e transumana che è il divino. Non esistono dei cattivi, sono gli uomini che li rendono tali. Diabolus est deus captivus hominis. Una volta sconfitto, El non viene annientato né condannato, bensì mandato in un luogo di rieducazione – al riformatorio. Quando preti e teologi, a scopo di farne uno strumento di potere, costringono il divino, o quella porzione di esso che riescono a controllare, a stare dentro dogmi e monoteismi, a fornire certi servizi obbligati,  comprimendo in tal guisa la sua multiforme e cangiante natura, il divino diventa cattivo e schizofrenico – un po’ come un grosso cane che venga rinchiuso in una stretta gabbia, tenuto a stecco e  continuamente provocato. In un altro libro, Terminus, ho dimostrato in via puramente logica l’impossibilità che esista un dio come quello definito dai monoteismi, cioè un dio “onni” (onnipotente, onnisciente, perfettissimo etc.) e la possibilità di dei limitati, come quelli dei politeismi. Il divino, entrando nell’azione, nella relazione, nella storia, è molteplice. L’idea trinitaria attua una concessione a questa realtà logica e psicologia, assieme alla moltiplicazione di santi e di angeli. Il bisogno psicologico di molteplicità si riafferma in questo modo. Ogni dio geloso, che pretenda di essere l’unico dio, è il dia-bolos, il divisore, il contrappositore – un Satana; e il suo clero è ‘satanista’ o ‘satanìfico’, assieme ai teologi che così lo dogmatizzano. In tale pretesa è insita la violenza. Lo El a cui sacrifica bambini Epstein è il medesimo El a cui sacrificava bambini Yefte. El Moloch. E che si veicola attraverso altre religioni, come il cristianesimo. Il buon Marcione, nel II Secolo d.C, se ne era avveduto, e voleva un cristianesimo e un Cristo distaccati dallo El veterotestamentario, voleva soltanto il dio amorevole del Nuovo Testamento. Ma è stato sconfitto e dichiarato eretico, così il sullodato El ha cavalcato il cristianesimo. Per dirla con Mauro Biglino, che commenta l’emergere, dalle intercettazioni di Epstein e compari, di una cerchia ristretta di esseri superiori, eletti, razzisti, sacrificatori, che si consultano sulle sorti dei goyim: “Noi intanto possiamo guardare che cosa descrive davvero il testo biblico quando parla di potere e possiamo affermare che l’Antico Testamento descrive chiaramente l’esistenza di una casta separata dagli altri, con diritti diversi, i cui componenti mostravano una particolare attenzione verso le giovanissime, trattate già allora come proprietà privata. La casta è fotografata nel testo in modo brutale: “prenderà i vostri figli… prenderà le vostre figlie… prenderà i vostri campi… e voi sarete suoi servi” (1 Samuele 8:11–18). E sulle giovanissime i passaggi sono ancora più espliciti: dopo un massacro, l’ordine è di uccidere alcuni e di “tenere per voi” le bambine che “non hanno conosciuto uomo” (Numeri 31:17–18). Come affermo da tempo, non si parla qui di spiritualità ma di una struttura di potere che impone le sue leggi crudeli anche se apparentemente “scelta dal popolo”. Queste sono alcune delle “somiglianze realistiche” che, di certo, fanno paura: quando un gruppo si percepisce come separato, “a parte”, quindi “sacro”, tende a comportarsi senza scrupoli, come se avesse più diritti degli altri, che diventano materiale fruibile per diritto.” Il monoteismo abramitico ha figliato questa gente e questa prassi, come sua logica espansione in terris. Un antico repertorio di dinamiche umane, spietate, che ritornano a galla. E sì, certamente, come tu suggerisci, i nostri tempi di disfacimento, destabilizzazione e decivilizzazione sono il pabulum ideale per queste dinamiche e queste strategie di potere.

3) D. Possiamo definire questa satira come un inno al politeismo? In essa si esprime l’aspirazione al ritorno alla originaria condizione della diversità delle culture, alla riviviscenza delle radici identitarie delle molteplici civiltà. Non si auspica l’avvento del pluriverso politeista in contrapposizione all’universalismo monoteista veterotestamentario che ha fagocitato anche l’escatologia cristiana?

In questa satira tu vedi all’opera, innanzitutto, la satira stessa, il dio Risus, che rasserena, rilassa e consente di recuperare ed esprimere il rimosso, lasciando cogliere nuove prospettive e connessioni. Serve a dare una chance di riattivarsi al sovramondo – una cosa che non si può fare direttamente, a comando. Si può soltanto dissolvere, con l’ausilio di Risus, la barriera con cui esso è stato separato da noi. La mia satira aspira, tra le altre cose, alla cessazione dello sforzo, della forzatura, connaturati alla pretesa monoteistica, che è pretesa di comprimere in un’unica forma personale, se non addirittura antropomorfa l’esperienza spirituale degli uomini, la quale è invece, per sua natura, multiforme e cangiante. Dialettica, come il pensiero evolutivo. La spiritualità indiana, per contro, comprende cose come la ishta devata, o deità desiderata: nelle diverse circostanze, tu invochi la forma del divino più rispondente alla contingente bisogna e disposizione spirituale. Il monoteismo è, come tale, anche una pretesa mono-sessistica, con la negazione o svalutazione o scotomizzazione della femminilità nei piani divini. E quando Monoteo fa quest’operazione, di abolire la Dea, finisce che egli rimane l’unico maschio, e gregge dei fedeli spaventati diventa la sua femmina – the worried sheep… inon so se mi spiego. E, incidenter tantum, Ascerà era non solo la paredra, ma anche la madre di El… (immanenza dell’Edipo). La chiesa cattolica ha in parte rimediato, trasformando Maria in una figura intermedia tra l’umano e il divino: co-redentrice, non morta ma assunta in cielo. Però era troppo poco e troppo tardi: Yahu El era già dilagato e aveva compiuto la sua opera distruttiva.

4) D. L’abbattimento di Yahu El avviene ad opera di Athena, liberata dalla prigionia in cui era stata ridotta dalla brutale aggressività del falso e malvagio dio dalla terrena onnipotenza. Athena è la guida dei destini dell’uomo, in quanto impersona la virtù della conoscenza e dell’elevazione dell’uomo nella consapevolezza del suo essere. Ma dove sta Athena? Dove possiamo avvertire ancora la sua presenza, in questo mondo desacralizzato che non ne avverte più nemmeno l’esigenza? E’ ormai scomparsa? O forse è solo occultata, ma ancora presente, in attesa di una sua nuova, futuribile epifania?

Athena non agisce sola. Attraverso di lei opera il potente dio Risus, l’ironia. Athena ha successo usando insieme il proprio ingegno, il disperato risentimento di Ascerà, l’albagia e l’oltracotanza di Yahu El, e altresì il potere della kryptonite. Noi sappiamo che Krypton è il pianeta degli El: il nome kryptoniano di Superman è Kal El, quello di suo padre è Jor El… Athena libera gli uomini dal timore e dalla morsa del destino in quanto apre in loro spazi di libertà per comprendere e agire. Dopo la vittoria, ella saluta Apollonio di Tiana – uomo elevatosi al divino attraverso l’ascesi – come suo pari e gli dà la mano come suo alleato in un piano comune per il bene universale. Oggi la sua presenza non può essere avvertita nel mondo, ma in se stessi, ogni volta che ci si apre uno di quegli spazi di libertà. Ogni volta che disveliamo una sfaccettatura della nostra realtà.

5) D. La satira si conclude con il ritorno dell’Olimpo, che simboleggia la rinascita di una società riconciliata, fondata sulla solidarietà, la pace e l’equilibrio delle molteplici facoltà della natura umana. Non si perviene dunque alla riviviscenza dell’utopia, considerata come un modello di perfezione in cui si riflettono tutte le aspirazioni più nobili dell’uomo? L’utopia non rappresenta dunque una componente essenziale della natura umana, dalla cui assenza non può che scaturire che quella dissoluzione nichilistica che oggi incombe sui destini della civiltà occidentale?    

La satira si conclude con un esito definibile di reintegrazione, in termini junghiani: con la formazione di una coalizione riconciliativa olimpico-titanica, che non è utopica perché, attraverso una bilaterale metànoia, è accettata con le imperfezioni, le cicatrici, il passato in cui ambo le parti hanno sbagliato, hanno hybrizzato. Tra dei titani e olimpici c’è il riconoscimento degli errori commessi e della impossibilità di eliminare le loro conseguenze (Cronos ammette di non poter pretendere una posizione regale rispetto agli olimpici, dato che in passato li divorò); e c’è, da parte di Zeus, il far posto ai titani che ritornano dal buio del Tartaro, dalle profondità dell’inconscio, apportando la loro luce, che è – si sa – la Notte. Matura, quindi, un equilibrio di compromesso e condivisione. Al contempo (dialogo tra Pallade e Apollonio), viene riaperto il canale anabatico (storicamente chiuso da Teodosio, che voleva per la Chiesa il monopolio dello spirito), ossia il canale dell’ascesa dell’uomo attraverso il percorso iniziatico e ascetico verso i piani superni – quell’ascesa che El aveva bloccata. Io dico che il continuo e inconcludente, anzi spesso controproducente, ritorno alle visioni e alle intraprese utopistiche derivi dalla chiusura e dall’oblio di questa via ascensionale-verticale, la quale è vero metodo di illuminazione e liberazione ampiamente e pubblicamente praticato nell’antichità europea (ricordiamo l’Orfismo, Eleusi, i Pitagorici…) e a tutt’oggi in India e altri paesi. Chiusura e oblio che fanno sì che gli uomini perseverino nel ricercare il rimedio ai mali del mondo sul piano medesimo (materiale) di questi mali, sul piano che genera questi mali, senza scoprire gli altri piani. Così hanno fatto, producendo disastri e immolando innumerevoli vite umane, le varie formulazioni storicamente incarnate del marxismo, delle altre ideologie olistiche, nonché oggi del tecnologismo, con la sua ricerca e quasi promessa dell’immortalità materiale tecnologicamente realizzata.

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