Il declino europeo è iniziato con il secondo conflitto mondiale che ha avuto il tipico svolgimento di una guerra civile. Per tutta la durata della “Guerra Fredda”, i paesi europei hanno vissuto un periodo sostanzialmente tranquillo, con i due blocchi a fronteggiarsi senza alcuna velleità di battersi.
La crisi ucraina ha fatto esplodere tutte le contraddizioni di un’alleanza asimmetrica. Con l’ingresso di Trump alla Casa Bianca la situazione è cambiata radicalmente. Sembra delinearsi una nuova Yalta che divida il mondo in zone di influenza: USA, Cina e Russia. Senza l’enorme contributo economico fornito dagli Stati Uniti, i paesi europei dovrebbero inoltre aumentare in modo esponenziale le spese per la difesa e ciò sarebbe possibile soltanto tagliando drasticamente fondi a sanità, stato sociale, previdenza, scuola, investimenti. Ma siamo sicuri che le popolazioni europee siano disposte ad accettare tali sacrifici? Europa unita non soltanto al momento non esiste ma non esisterà per molto tempo ancora.
Facciamocene una ragione: l’Europa, come soggetto politico, non esiste! Fino ai primi decenni del ‘900, il Vecchio Continente ha rappresentato il centro politico, economico e culturale dell’orbe terracqueo, oggi è ridotto a mera espressione geografica, minuscola propaggine occidentale dello sterminato continente asiatico. Il declino è iniziato con il secondo conflitto mondiale che ha avuto il tipico svolgimento di una guerra civile – guerra civile europea – alla fine della quale sono rimaste solo macerie, tanto materiali quanto morali. Per quanto riguarda le prime, sia vinti che vincitori, sono ricorsi al sostegno, certamente non disinteressato, degli Stati Uniti, riuscendo nel tempo a portare a termine l’opera di ricostruzione e ricostituzione del tessuto economico ma per le seconde ben poco si è potuto e voluto fare. I popoli europei hanno provato sulla propria pelle gli orrori di un conflitto che ha assunto ben presto i connotati di una guerra di religione – il Bene contro il Male – con tutte le atrocità e le nefandezze che questa comporta, facendo nascere nelle coscienze il ripudio di ogni tipo di guerra. Quelle che si sono succedute nell’immediato dopoguerra sono generazioni dallo spirito sostanzialmente imbelle che hanno accettato con sollievo il ruolo assunto dagli americani, di paladini dell’Europa avverso il nuovo pericolo costutuito dall’Unione Sovietica.
Quanto fosse realmente fondato il pericolo di un’invasione da est non è dato di sapere con certezza, va comunque ricordato come l’Armata Rossa abbia potuto tener testa alla Wehrmacht, certamente grazie alla inesauribile riserva di uomini da gettare nella mischia ma soprattutto per la gigantesca quantità di aiuti in termini di armi, mezzi, materiali e perfino generi alimentari ricevuti dagli USA. Alla fine della guerra l’U.R.S.S. era stremata, con il proprio territorio devastato ed è sopravvissuta alla pace grazie agli aiuti che Washington ha continuato ad inviare anche dopo il maggio 1945. Bisogna poi sottolineare come, con gli accordi di Yalta, Stalin avesse ottenuto molto di più rispetto al patto Molotov – Ribbentrop: metà Europa a fronte di un pezzo di Polonia che era stato poi il motivo scatenante della guerra. Non voleva e, soprattutto, non poteva avere alcuna velleità di combattere ancora, ma agli USA faceva comodo far credere il contrario all’opinione pubblica occidentale, proprio per tenere legate a se quelle nazioni che, secondo quegli stessi accordi, dovevano ricadere sotto la sua sfera d’influenza. La propaganda americana ha scatenato la sua gigantesca potenza di fuoco contro l’ex alleato, con la stessa virulenza con cui aveva attaccato fino a poco tempo prima la Germania, con l’intento di accreditare gli Stati Uniti come l’unico baluardo in grado di difendere “il mondo libero” trovando peraltro terreno fertile presso popolazioni che non avevano alcuna intenzione di tornare a combattere, qualsiasi fosse il motivo, financo per la propria libertà.
Per contenere le presunte mire espansionistiche di Mosca, si è costituita l’Alleanza Atlantica, il 4 aprile 1949, appena quattro anni dopo la fine della guerra, nella quale gli Stati Uniti si sono assunti la parte del leone, sia dal punto di vista dell’impegno militare che delle leve di comando, lasciando alle altre nazioni un del tutto ruolo marginale. Sembra peraltro giusto ricordare come il Patto di Varsavia sia stato costituito soltanto nel 1955 e solo in risposta dell’ingresso della Germania Federale nella NATO. Per tutta la durata della “Guerra Fredda”, i paesi europei hanno vissuto un periodo sostanzialmente tranquillo, con i due blocchi a fronteggiarsi senza alcuna velleità di battersi. Con l’implosione dell’Unione Sovietica, sembrava naturale pensare come non ci fosse più la necessità di tenere in piedi un’alleanza militare senza più un nemico da combattere. Al contrario, da quel momento la NATO ha addirittura allargato il suo raggio d’azione: Iraq, Afghanistan, Serbia, i cosiddetti “Stati canaglia”. Ovunque ci fosse da difendere gli interessi americani, la NATO è intervenuta, con o senza il mandato dell’Onu. I governi dei paesi europei hanno partecipato in ordine sparso con maggiore o minore entusiasmo, senza però manifestare un aperto dissenso, per non urtare la suscettibilità dell’inquilino di turno della Casa Bianca. Destra o Sinistra che fosse, gli ordini di Washington non si discutono. Ricordiamo che il proditorio ordine di attacco alla Serbia, da parte dell’Italia, è stato emanato da un governo presieduto dall’ex comunista Massimo D’Alema.
In queste cosiddette “operazioni umanitarie” o “peacekeeping” gli europei hanno partecipato inviando contingenti alla stregua degli auxilia dell’impero romano che le reclutavano tra le popolazioni sottomesse, facendo spesso il lavoro sporco: truppe di terra, operanti in territorio ostile e correndo i rischi più alti. Le famiglie dei numerosi caduti tra le truppe ausiliarie dell’impero Usa, non hanno neanche avuto la soddisfazione di poter sentire la perdita dei loro congiunti come un sacrificio per il bene della Patria. Questi conflitti nulla avevano a che vedere con gli interessi nazionali, trattandosi in definitiva di semplici incidenti sul lavoro, cioè quello di mercenario o di “contractor” al servizio degli USA.
La crisi ucraina ha fatto esplodere tutte le contraddizioni di un’alleanza asimmetrica. Le pesanti sanzioni economiche nei confronti di Mosca, sono state imposte dall’Amministrazione Biden agli europei malgrado fossero essi stessi a subirne i danni maggiori. L’interruzione delle forniture energetiche dalle Russia, sostituite con quelle molto più costose provenienti dagli Stati Uniti ha rappresentato un vero e proprio suicidio. Senza contare come la chiusura del mercato russo abbia penalizzato una infinità di aziende del Vecchio Continente, che sono state private di sbocchi commerciali importanti, per molte delle quali addirittura fondamentali per la propria sopravvivenza. Queste sanzioni autolesionistiche sono state applicate malgrado tre nazioni di peso come Francia, Germania ed Italia fossero contrarie, ma alla fine si sono dovute adeguare ai desiderata di Washington. A questo, va aggiunto l’aiuto che gli europei hanno dovuto fornire all’Ucraina ed al suo presidente che, sentendosi sostenuto incondizionatamente, ha chiesto sempre di più ed ha rifiutato qualsiasi trattativa con Putin, essendo convinto della vittoria finale. L’assistenza dei paesi dell’Ue è consistita in aiuti economici e di armamenti la fornitura dei quali ha sguarnito ed indebolito le forze armate dei vari paesi continentali. Con l’ingresso di Trump alla Casa Bianca la situazione è cambiata radicalmente. Gli americani hanno mollato il loro alleato ucraino, come è successo in passato con il Vietnam, l’Afghanistan – molto probabilmente succederà anche con Taiwan – per accordarsi con Putin. Con questa mossa, il neoeletto presidente americano, punta a staccare Mosca da Pechino, ma questo obiettivo pare difficilmente raggiungibile. I legami tra questi due paesi sono diventati molto stretti e la Russia comunque non ha interesse a recidere questi rapporti. In prospettiva, per Trump, appare più percorribile la strada di una nuova Yalta che divida il mondo in zone di influenza: USA, Cina e Russia. I vantaggi per Washington sarebbero: taglio alle spese militari, riduzione delle responsabilità globali ed infine, stabilizzare i rapporti con Pechino e Mosca.
Le dichiarazioni di Trump relative agli accordi con Putin per chiudere la questione ucraina e quelle riguardo ai dazi commerciali che colpirebbero le aziende europee, hanno scatenato un putiferio. Politici, economisti, giornalisti hanno cominciato a starnazzare, cianciando di ritorsioni, di difesa comune europea, di unità politica senza portare alcunché di concreto, neanche un abbozzo di progetto. Certamente le potenzialità, dal punto di vista economico, non mancherebbero. Secondo un recente studio riportato dall’editorialista del “Financial Times”, Gideon Rachman, le economie unite di Ue e Regno Unito, valgono 12 volte quella della Russia; l’Europa è la più grande esportatrice al mondo di beni e servizi, ha una potenza commerciale maggiore perfino degli Stati Uniti, possiede una forte base industriale ed è all’avanguardia nella ricerca scientifica.
Discorso diverso e più articolato riguarda la Difesa. Sommando gli eserciti europei, sarebbero circa 1 milione e 300 mila militari su cui contare, più degli Stati Uniti. La Francia ha l’esercito più numeroso, circa 203 mila effettivi, la Germania 181 mila, l’Italia 160 mila mentre il Regno Unito 144 mila unità. Presi singolarmente, questi vengono però definiti “eserciti bonsai”, se paragonati ad esempio all’Ucraina che in questo momento ha 800 mila uomini alle armi e la Russia molti di più. Sostenere poi che le forze armate dei paesi europei siano ben equipaggiate sarebbe un errore. Gli egoismi nazionali ostacolano, da sempre, l’integrazione degli armamenti che comportano nanismo delle industrie e delle forniture a discapito degli investimenti e della ricerca. I diversi eserciti europei, utilizzano ben 17 tipi diversi di carri armati a differenza degli Stati Uniti che ne hanno uno solo. Gli europei 27 tipologie diverse di artiglieria, gli USA soltanto due. Per quanto riguarda gli armamenti, siamo di fronte ad una vera e propria babele, come è emerso dagli aiuti all’Ucraina. I tedeschi utilizzano i missili TAURUS, Francia ed Italia sono dotate di batterie contraerea SAMP/t mentre il Regno Unito STORM SHADOW, tutti comunque in piccole quantità. Dal canto loro, gli USA sfornano numeri giganteschi di SINGER, PATRIOT e JEVELIN che stanno facendo la differenza sui campi di battaglia. Gli Stati Uniti destinando 905 miliardi di dollari per la Difesa, una cifra – mostre, mentre la Russia, che ha riconvertito la propria economia verso la guerra, circa 461,6 miliardi. Molto ma molto lontani i paese europei: la Gran Bretagna 73,5 miliardi, la Germania 63,7, Francia 60 mentre l’Italia 32,5. Cifre ben distanti dal 2% del PIL. Gli europei cercano di risparmiare, tenendo in vita armamenti molto vecchi: l’Italia, ad esempio, sulla carta dispone ancora di 150 vecchi carri tipo Ariete, anche se gli addetti ai lavori valutano come siano molti di meno quelli realmente utilizzati, mentre l’Aeronautica ha nel proprio organico due Squadroni che ancora utilizzano i vecchissimi ed obsoleti Tornado.
Quando questi nani politici che governano l’Europa invocano una “difesa comune”, fanno pura demagogia. Come abbiamo visto, siamo di fronte ad una frammentazione enorme riguardo agli armamenti e alle industrie che li producono e superare gli egoismi nazionali non è facile ma, soprattutto, ammesso che ci fosse questa volontà, ci vorrebbero anni se non addirittura decenni per armonizzare il tutto. Un altro aspetto da non sottovalutare è rappresentato dalle strutture militari che coordinano i vari eserciti in occasione delle frequenti esercitazioni comuni che, al momento, sono quelle della NATO. Si dovrebbe allestire una nuova rete di comandi che coordini il nuovo esercito europeo, diversa da quella dell’Alleanza Atlantica. Venendo a mancare l’enorme contributo economico fornito dagli Stati Uniti, i paesi europei dovrebbero inoltre aumentare in modo esponenziale le spese per la difesa e ciò sarebbe possibile soltanto tagliando drasticamente fondi a sanità, stato sociale, previdenza, scuola, investimenti. Ma siamo sicuri che le popolazioni europee siano disposte ad accettare tali sacrifici? Perché il nocciolo della questione è proprio questo! Come abbiamo detto, le generazioni nate nel dopoguerra sono state educate al pacifismo, all’antimilitarismo, al disprezzo della Patria in virtù dell’equazione Patriottismo = Fascismo. Si irride all’Idea di Nazione e si dovrebbe avere fede nell’Europa? Con le bandiere nazionali sostituite da quelle arcobaleno, come possiamo pensare che i giovani europei siano disposti ad andare a morire in Ucraina, come ha proposto qualche Napoleone in sedicesimo? Per cambiare sarebbe necessaria una rivoluzione culturale che partisse dalle scuole, università, editoria, che rivalutasse valori spirituali che oggi sono andati perduti a scapito di aspetti materiali.
Ultimo ma non meno importante riguarda il fattore umano. Un’idea, un progetto politico può essere il più accattivante e coinvolgente possibile, ma se non è portato avanti da personaggi con un certo carisma, non ha alcuna possibilità di essere realizzato. Nel panorama politico mondiale spiccano figure che possono piacere o non piacere, alcune, se non tutte, sono addirittura detestabili quali Donald Trump, Vladimir Putin, Recep Erdogan, Benjamin Netanyahu ma, indiscutibilmente, sono dotate di una personalità della quale i nani politici che governano l’Europa sono assolutamente privi.
Se la nascita di un soggetto politico che coinvolga le nazioni del Vecchio Continente dipende da questa gente, possiamo affermare con certezza che l’Europa unita non soltanto al momento non esiste ma non esisterà per molto tempo ancora.