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NELLE URNE SFIDUCIA PREVENTIVA

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Una ricerca YouTrend sgonfia l’europeismo di Calenda e premia l’opposizione di Paragone

L’agire politico delle formazioni impegnate in ogni agone elettorale è non tanto condizionato dal differenziale tra le percentuali accreditate da sondaggi più o meno compiacenti ed il futuro risultato effettivamente conseguito nelle urne, quanto contraddistinto dalla forbice di coerenza tra quanto promesso nella defatigante campagna di raccolta di credibilità e di consenso e quanto fattivamente realizzabile una volta conquistata la rappresentanza parlamentare ed, eventualmente, anche quota parte delle responsabilità di governo.

Specularmente, il comportamento dell’elettorato attivo – che di quelle promesse, prima, e di quelle politiche, poi, è il destinatario o il target – oscilla tra l’atteggiamento fideistico di chi crede (o vuole credere) nella rispondenza tra promesse e realizzazioni delle forze politiche cui affidare il proprio voto e la diffidenza, sorta di laica consapevolezza che tra momento del consenso ed azione politica ed amministrativa vi sia – vi debba essere – un fisiologico scostamento di forma e contenuto. Inutile negare, tuttavia, che in entrambi i poli – della credulità e della diffidenza – i comportamenti della generalità degli elettori siano comunque informati ad una benevola apertura di credito nei confronti di quei soggetti politici per i quali continuano a guardare (e votare) per abitudine, simpatia, tradizione familiare, credo ideologico, persino adottando il criterio antipolitico del voto utile.

In sostanza, sia nel caso in cui ci si attenda che il partito – o la coalizione – realizzi ciò che ha sostenuto in campagna elettorale con i famosi punti programmatici scritti col fuoco sulle tavole della legge, sia che se ne discosti subito dopo la chiusura dei seggi, cambiando obiettivi, priorità, alleati, concezione del mondo, poco importa. In un contesto di disintermediazione politica e di crisi di rappresentatività, il singolo elettore non considera più il suo voto una variabile dipendente, un premio da concedere al termine di una selezione di meriti e virtù, ma poco più di un passaggio burocratico da espletare senza partecipazione emotiva. O quasi.

La campagna elettorale, informalmente iniziata subito dopo lo scioglimento anticipato delle Camere in vista del voto politico del 25 settembre 2022 e che da allora gira a vuoto attorno ad una fuorviante ed indecorosa contesa tra centrodestra, centrosinistra, terzo polo e M5S, rientra perfettamente in questo schema. Questi play maker, infatti, omettono di esplicitare che il compito primario che il popolo attende dai suoi rappresentanti (del parlamento e nel governo), ossia l’esercizio della funzione di indirizzo politico, è completamente svuotato di contenuto stante la presenza di stringenti vincoli esterni – dalla Nato all’Ue, dal Pnrr agli Usa – che negano in radice il potere decisionale – la sovranità – che costituzionalmente spetta solo al popolo.

Una ricerca YouTrend pubblicata dai quotidiani del 10 agosto evidenzia in filigrana una macroscopica anomalia che l’esito delle votazioni dovrebbe incaricarsi di confermare: Azione, la formazione neoliberista, draghiana ed atlantista di Calenda, che da settimane ha egemonizzato ogni spazio comunicativo, è accreditata di un 2%, mentre Italexit, il movimento di Paragone, boicottato e silenziato dai media di regime, è stimato al 3,2%, al di sopra della liberticida soglia di sbarramento.

Alla luce di quanto sopra esposto, riteniamo opportuno dare fiducia nelle urne a chi difende la funzione della politica ed uno statuto di opposizione, e così sfiduciare preventivamente – senza attendere il tradimento post voto e poi pentirsene – chi, da destra a sinistra, pretende dal corpo elettorale entusiastica adesione servile e l’incasso formale di una comoda rendita di posizione.

 

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