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La psiche del popolo come giacimento. Gustave Le Bon e gli altri

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Le Bon è stato uno dei maggiori indagatori delle cause psicologiche che agiscono dietro ai comportamenti. Le Bon mette l’irrazionale al centro della scena, non lo demonizza, ma lo valorizza, lo dipinge come un’arma, pericolosa, da mettere in mano solo a chi la conosce e la sappia maneggiare. Il conoscitore delle moltitudini sarà allora il nuovo stregone sociale.

Indagare l’intimo e il riposto, verificando le potenze innate dell’animo comunitario come un codice scritto una volta per sempre: questo è un antico metodo di conoscenza. La volontà di penetrare oltre la struttura, tra le pieghe dell’arcano che detiene l’identità, è una tendenza scientifica che appartiene a quel movimento di restaurazione del pensiero intuitivo e mitico che l’asfissiante razionalismo di fine Ottocento, il positivismo, aveva spento, credendolo per sempre eliminato. Il neo-illuminismo di quell’epoca scientista, in cui vennero alla luce marxismo, darwinismo e altri “ismi” presto tramontati, venne ricacciato indietro, fra le costruzioni intellettualizzate di una mentalità materialista e infeconda, attenta ai fatti, ma ignara delle cause. E si pensò allora che soprattutto l’inapparente fosse meritevole di consapevolezza, essendo partecipe della vera natura, che è nascosta e agisce dall’interno.

Fra i moderni, Gustave Le Bon è stato uno dei maggiori indagatori delle cause psicologiche che agiscono dietro ai comportamenti. La sua fu una precoce lezione che ebbe le sue ricadute sulla politica e sulla sociologia del tempo e su quelle postume, attivando domande e risposte anche in personaggi come Carl Gustav Jung, ma anche il buon Freud, o i sociologi di Francoforte: capire la psicologia collettiva, la matrice dell’estinzione dell’Io nel Noi mobilitante, non fu cosa da poco, i nessi tra mitezza del singolo e ferocia della moltitudine, in particolare, furono all’origine di tanti studi moderni sui riflessi condizionanti che agiscono tra le masse in movimento. E che decidono sulla personalità collettiva, dando segni certi a modelli nazionali fondati sulla cultura comune. C’è la crosta superficiale, quella visibile e stereotipata, e poi c’è il Grund duro, che non muta al mutare degli eventi esteriori: «studiando le credenze e le opinioni di un popolo, troviamo sempre un fondo molto stabile sul quale si innestano opinioni mobili quanto la sabbia che ricopre la roccia»[1].

Questo “fondo stabile” è l’identità. Possiamo ben dire che la moderna sociologia novecentesca, e quindi la stessa politica di quel secolo, si sono strutturate sulle risposte che la nuova scienza – la psicologia collettiva – andava formulando nel contesto della dilagante modernità. Era il problema dell’avvento delle masse, questo nuovo attore politico trascinato sulla scena dalla modernizzazione, dalla massificazione industriale, dalla grande città divenuta lo sfondo scenico dell’aggressivo capitalismo di nuova generazione. A cavallo fra XIX e XX secolo si decidono i giochi: il grande partito socialista/laburista, insieme al grande sindacato di mobilitazione, danno il carattere e la struttura dei tempi, ed è su questo terreno che, molto spesso, come accade nelle rivoluzioni, il popolo diventa folla. In particolare, è la moltitudine criminale che riempie gli immaginari, sociali, ideologici, persino i primi esperimenti cinematografici, l’assembramento violento di massa assurgendo a massimo incubo sociale, con un potere ben maggiore che non i vecchi insurrezionalismi di strada, alla Masaniello oppure alla sanculotta.

Lo scienziato borghese di fine-Ottocento, tutto rinsaldato nei suoi buoni propositi di individuo morale, trovava sempre il capro espiatorio su cui rovesciare gli incubi inconsci dell’epoca: dal ghigno del delinquente ereditario, che diventa un trattato di antropologia criminale di Lombroso, fino alla sanguinaria epidemia psichica che sospinge la moltitudine a inseguire l’istinto omicida, trasformando così l’individuo collettivo nella folla delinquente, la materializzazione del terrore borghese come venne trattata da uno Scipio Sighele. Forse non è che il mondo nel momento in cui tutto cambia. Il fondo diventa allora il sottofondo, la cultura discende a subcultura, la limacciosità underground dell’animo umano viene a galla protetta dall’impunità che è garantita dal numero, è l’ora della canaglia, che nel caos fecondo emerge per un attimo. Tutte le insurrezioni e le rivoluzioni, comprese le meglio riuscite, hanno avuto questa genesi. La libertà stessa, inscritta sulle bandiere dei popoli in rivolta, non deve forse proprio alla canaglia massificata il suo visibile successo, la sua più classica rappresentazione? Il terzo stato, e il quarto stato, senza la canaglia che ha lavorato per loro, sarebbero solo dei participi passati. Ma anche la borghesia, e pure la grande borghesia, ha lungamente coccolato i suoi adorati delinquenti: senza di loro, chi avrebbe mai restaurato l’ordine tanto amato, quel rassicurante procedere della tranquilla ingiustizia e del normale sopruso? Non solo le rivoluzioni sono fondate sul lavoro prezioso del santo teppismo, persino le restaurazioni, le grandi restaurazioni, le repubbliche nate sui massacri e i bassi risentimenti della plebe mobilitata, hanno tutte dovuto implorare, sedurre, assecondare il criminale di massa, la feccia. Abbiamo esempi a piacere.

La borghesia, come un tempo la nobiltà e l’alto clero, ha lungamente indagato tra le maglie del popolo, cercando leggi e norme da applicare ai suoi comportamenti. Finché lo scienziato borghese rivelò al potere la nuova legge dei tempi nuovi: che non è più la frusta, oppure la semplice intimidazione fisica, esperita attraverso il diretto utilizzo della forza, a creare l’ordine e a far rigare diritti plebe e subalterni; la società moderna si è dotata di uno strumento più efficace. Sul terreno del controllo sociale, e quindi dell’ubbidienza, i migliori risultati si ottengono utilizzando il condizionamento psicologico. La psiche, più ancora del corpo, apprende il messaggio: la frusta fisica acquetava e immobilizzava, la frusta psicologica invece mobilita e sospinge.  La società moderna è faccenda di masse, occorrono pertanto strumenti che padroneggino in maniera panoramica, non locale, ma universale. La massa amorfa non serve più, la modernità necessità di masse mobili e fluide, incanalabili come acque riottose entro i capaci argini predisposti dalla tirannia dello psico-potere. Meglio, molto meglio delle vecchie dittature del secolo scorso, che si accontentavano della semplicità coreografica delle moltitudini inquadrate, alla maniera di gigantesche feste paesane innocue ed entusiaste, la società liberaldemocratica batte le vie della dominazione psichica totalitaria, quella da cui non c’è esilio che tenga, che una volta abbrancata la massa, non la lascia più in pace, non la molla un attimo e la penetra fino allo sfinimento.

La massa è l’espressione della trasformazione. Tutto quello che tocca si massifica. E anche tutto quello che pensa, e a cui viene sospinta a pensare, diventa massa. La maggiore delle trasformazioni è la sua perennità, l’inesausto flusso del cambiamento sempre uguale a se stesso, come l’acqua di Eraclito, che scorre incessante, ma il fiume rimanendo sempre il medesimo, così la massa, ciò che una volta era popolo, si chiamava popolo, oggi incessantemente viene rimodellata e scomposta, dalla pubblicità commerciale alla comunicazione viene fatta oggetto del messaggio ininterrotto, non importa neppure quale, l’importante è che sia ininterrotto. I grandi, pionieristici perlustratori dell’anima collettiva lo avevano inteso precocemente: la “gente” – categoria sociologica incerta – è esposta al contagio dell’imitazione, il contagio morale: l’impressione, la seduzione che un fatto, una parola imprimono sul singolo dilagano sugli omologhi, e nulla più è individuale, il messaggio diventa possesso della specie – Le Bon e gli altri scienziati positivi parlavano volentieri, e genericamente, della “razza” – e ingenera il comportamento, irrazionale, estremo, fino allo squartamento intelligente della personalità nel numero che agisce. La base fisica – poiché tutto, anche la psiche, anche l’anima, ha una base fisica, anzi fisiologica – del contagio morale sarà allora lo stimolo esterno, che subito si tramuta in impulso interno. Se il vecchio positivista Giuseppe Sergi diceva che appunto «la psiche considerata nei suoi organi nulla ha di spontaneo, nulla di autonomo; entra in attività per stimoli ricevuti», Sighele ne traeva le conseguenze scientifiche: «Chiamo ricettività l’attitudine di ricevere le impressioni che vengono dal di fuori; chiamo riflessione l’attitudine di manifestare l’attività eccitata secondo le impressioni ricevute. Tutte e due le condizioni possono includersi in una legge fondamentale, ricettività riflessiva della psiche»[2].

Questi studiosi positivisti, progressisti, che tra l’altro furono i fondatori del moderno razzismo, avevano una grande fiducia nell’immancabilità della scienza, nutrendo al tempo stesso il più grande disprezzo per qualunque cosa debordasse dal loro ordine borghese: l’opposto di questa mentalità d’ordine, schizofrenica e supponente, lo troviamo ad esempio nel famoso elogio che fece Ernst Jünger del delinquente, il Verbrecher, da preferirsi in ogni caso a qualunque tipo di borghese[3]. Le Bon, in fondo, non diversamente dagli altri, considerava in generale la folla a priori come un accozzo di asociali, spostati, marmaglia criminale[4]. Eppure, si differenziò da molti per la sua non tanto diffusa sensibilità storica, giudicando la moltitudine, e in special mondo quella urbana, più che un fatto sociale, una risorsa politica, un soggetto con cui fare i conti non sul solo lato della repressione – come i positivisti della generazione precedente – ma su quello della comprensione. Per questo Le Bon è l’antagonista dei suoi omologhi scienziati sociali, poiché mette l’irrazionale al centro della scena, non lo demonizza criminalizzandolo, ma lo valorizza, lo dipinge come un’arma, pericolosa, molto pericolosa, da mettere in mano solo a chi la conosce e la sappia maneggiare, ma anche, come tutte le armi, affascinante. Il conoscitore delle moltitudini sarà allora il nuovo stregone sociale. 

Le Bon è colui che individua nei valori emozionali il nesso tra fede e realtà, asserendo che l’elemento logico-razionale scala in sottofondo come guida all’azione di popoli e individui, nel momento in cui è l’irrazionale che sospinge verso le scelte, anche quelle estreme. Tipica era la sua lettura dei comportamenti collettivi come esiti di pulsionalità che molto dovevano all’inconscio: «le masse obbediscono ad una logica inconsapevole dei sentimenti, la quale si sottrae totalmente alla logica razionale. Esse acclamano volentieri Bruto perché ha ucciso Cesare, ma propongono subito di fare di Bruto un nuovo Cesare»[5].

I popoli possiedono dunque questo basamento, che, a quanto pare, è un’esclusiva. Uno schema di riflessi che connota una comunità. Le Bon introduce pesantemente la discriminante etnica, per cui ogni nazione è un codice, alterando il quale si distrugge un’identità senza poterla sostituire se non con scarti. Negli anni trionfali del nazionalismo imperialista europeo, le Bon poteva ben tracciare la legge generale: «L’istinto che spinge oggi tutti i governi sulla medesima strada è ancora piuttosto inconscio, ma poggia su basi psicologiche sicure. L’influsso preponderante degli stranieri è un infallibile dissolvente dell’esistenza degli Stati. Esso toglie ad un popolo ciò che esso ha di più prezioso: la sua anima»[6]. L’avanzare della società complessa, sempre più nemica dell’individuo e sempre più organizzatrice dell’uomo-massa, portava Le Bon a considerare che potesse essere la differenza a crescere tra i popoli, anziché l’omologazione. Egli vedeva nel progresso un’equazione fra gli strati intermedi delle società mondiali, ma un differenziarsi progressivo tra le classi superiori dei vari Stati:

Con i progressi della civiltà, non solo le razze, ma anche gli individui di ogni razza, almeno quelli delle razze superiori, tendono a differenziarsi progressivamente. Contrariamente alle nostre teorie egualitarie, il risultato della civiltà moderna non è di rendere gli uomini sempre più eguali intellettualmente, ma sempre più differenti.[7]

Quest’assunto, che parrebbe contraddire le molte teorie circa l’effetto omologante della modernità globalizzata, secondo anche le indicazioni di un Ortega y Gasset relative alla “tirannia dell’uomo medio” cui avrebbe condotto la ribellione delle masse, forse nasconde una verità più interna, legata alla constatazione che la società digitale sta procedendo a gran velocità verso la cristallizzazione di oligarchie anonime transnazionali, da una parte, e sterminate masse di materiale antropologico inerte, dall’altra. La suddivisione non sarà quindi più a livello razziale, o statale, come l’intese Le Bon, ma a livello di caste trasversali, dato che il sistema utilitarista che governa il globo, disinteressato all’uomo, è sulla via di creare una nuova Metropolis meccanizzata, eretta su miliardi di androidi deculturati. Dopotutto, già da molti decenni il fenomeno è leggibile. Canetti, per dirne uno, l’aveva individuato, nel dire come «ogni paese si mostra oggi più incline a proteggere la sua produzione che i suoi uomini»[8].Oggi, volendo, possiamo correggere questa osservazione, nel senso che neppure più la produzione è in cima agli interessi del potere, ma piuttosto la speculazione finanziaria, che va molto oltre il vecchio circuito marxiano lavoro-produzione-merce, ancora legato al fattore umano, creando la dittatura dell’inorganico su base spaziale. Le Bon non poté prevedere quest’ultimo passaggio, tutto interno alla fase mondialista del progresso post-moderno. Ma ne intese il primo, decisamente anti-democratico e piramidale: che senza la domesticazione della massa non si governa.

 

Luca Leonello Rimbotti

 

 

 

[1] Gustave Le Bon, Psicologia delle folle [1895], Longanesi, Milano 1980, p. 178.

[2]Scipio Sighele, La folla delinquente [1891], Marsilio, Venezia 1985, p. 66.

[3]Cfr. Ernst Jünger, L’operaio. Dominio e forma [1932], Longanesi, Milano1981, pp. 25-26: «In quell’occasione la gioventù tedesca ha guardato in faccia il borghese e lo ha veduto nella sua estrema e più scoperta sembianza; riconoscendosi nelle proprie migliori incarnazioni, quelle del soldato e dell’operaio, essa era già pronta a una ribellione capace di rendere manifesto come dalle nostre parti sia meglio essere un delinquente [Verbrecher], che un borghese».

[4] Cfr. George Rudé, La folla nella storia [1981], Editori Riuniti, Roma 1984, p. 216: «La tipica folla sediziosa o rivoluzionaria, suggeriscono scrittori come Taine e Gustave Le Bon, è composta di criminali, marmaglia, vagabondi […]. Le Bon sostiene in proposito una tesi persino ambivalente: afferma infatti, da un lato, che la folla riduce i suoi elementi sani e razionali a un livello comune di animalità, e dall’altro, che essa tende ad attrarre criminali, degenerati e persone di istinti distruttivi».

[5] Le Bon, Psicologia politica [1910], Il Borghese, Milano 1973, p. 70.

[6]Ibid. p. 84.

[7] Le Bon, Psicologia dei popoli [1894], M&B Publishing, Milano 1996, p. 48.

[8] Elias Canetti, Massa e potere [1960], Bompiani, Milano 1988, p. 567.

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