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IPOCRISIA A CINQUE STELLE

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La demagogia pentastellata ha ottenuto il taglio della rappresentanza parlamentare grazie al menefreghismo estivo e alla retorica anticasta. Un articolo della legge di Bilancio 2021 evidenzia che quello del risparmio era solo un pretesto. I veri obiettivi erano la negazione del diritto al dissenso istituzionale per le minoranze politico-territoriali e l’avvento della democrazia digitale

La retorica anticasta, lo stato di emergenza, la marginalizzazione del parlamento, il superamento della sua funzione emendativa e di sindacato ispettivo, la decretazione d’urgenza, il ricorso al voto di fiducia per le leggi di conversione, il ricorso strumentale alle task force e ai tavoli tecnici, persino gli inutili “Stati generali” di giugno con il pretesto della lotta alla pandemia sono elementi confluiti nel voto referendario del 20-21 settembre e nel suo esito che ha amputato la rappresentanza di territori e forze politiche minoritarie.

Dal giorno dopo, di quel referendum non si è più parlato; è stato completamente rimosso dal dibattito politico e dalla memoria.

Come si è persa traccia della modifica dei regolamenti parlamentari e della legge elettorale. Già, perché il partito cosiddetto democratico aveva subordinato l’assenso alla riforma costituzionale al varo di una legge elettorale che compensasse (come?) le gravi storture causate dall’irreversibile taglio dei 345 seggi che, secondo i sostenitori del Sì, avrebbe dovuto rendere maggiormente funzionanti, efficienti e produttive le aule parlamentari.

Che la vera motivazione della riforma costituzionale non fosse, non potesse essere un risparmio stimato in circa 50-55 milioni di euro annui (un caffè al giorno) è un dato che neppure gli ipocriti pentastellati hanno potuto sostenere fino all’apertura dei seggi, quando ogni giorno in più di corretta informazione somministrata alla popolazione assottigliava il vantaggio dell’ignoranza favorevole alla riforma. La conferma, sebbene superflua, è giunta dopo due mesi in occasione del varo della legge di Bilancio 2021 approvata dal Consiglio dei Ministri lo scorso 16 novembre. La manovra ammonta a 38 miliardi di euro, 20 dei quali da finanziare con un altro scostamento di bilancio, dunque in deficit.

In uno dei suoi articoli – ecco il dato da sottolineare – il governo ha stanziato un considerevole importo al quale i parlamentari potranno accedere per loro necessità, più prosaicamente per promuovere o velocizzare provvedimenti a favore delle proprie “clientele” territoriali. Una delle versioni fatte circolare ufficiosamente la scorsa settimana indicava quale titolo dell’articolo (allora il numero 195) “Fondo per le esigenze del Parlamento”.

Le legittime perplessità mosse dal quotidiano “Il Tempo” hanno indotto il governo a modificarne prontamente soltanto il titolo (non il contenuto) nel più anonimo “Fondo per le esigenze indifferibili”, alimentato con ben 800 milioni nel 2021 e, strutturalmente, con 400 milioni a partire dal 2022. Questo – per la cronaca – il criptico testo dell’articolo: “Il Fondo di cui all’articolo 1, comma 200, della legge 23 dicembre 2014, n.190, è incrementato di 800 milioni di euro per l’anno 2021 e 400 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2022”.

L’amputazione per via referendaria della democrazia rappresentativa giustificata con un risparmio di poco più di 50 milioni di euro annui, lo stanziamento di 800 milioni (400 a regime per gli anni futuri) per allocare potenziali mance elettorali, unitamente al disprezzo di questo governo per la sovranità popolare – un fil rouge che si dipana per tutto il pandemico 2020 e che raggiunge il suo apice con il citato referendum costituzionale – impongono due domande politiche.

Come voteranno quell’articolo le forze di maggioranza (e anche quelle di opposizione) che il 20-21 settembre hanno votato Sì? E inoltre: può il governo (e poi il Parlamento) andare contro la volontà espressa dal popolo in un referendum di rango costituzionale, la cui asserita ratio era quella del risparmio di denaro pubblico, finanziando una posta di bilancio circa dieci volte maggiore che intende coprire costi di precipua natura parlamentare? Non vorremmo che quell’articolo inserito nella legge di Bilancio 2021 sul “Fondo per le esigenze indifferibili” sia ciò che si intende per compensazione delle storture dell’esito referendario.

Appurato che il taglio del numero dei parlamentari – spacciato dalle mendaci motivazioni grilline, ma condivise da quanti hanno votato Sì al referendum, quale occasione di tagliare le unghie alla politica e colpire le rendite della casta – è stato solo un provvedimento di contenuto economico immediato, un’arma di distrazione di massa, e che il vero obiettivo fosse invece politico e di lungo periodo (abbattimento progressivo della democrazia rappresentativa, spregio del governo parlamentare, eliminazione del dissenso politico nelle istituzioni e imposizione della dittatura tecnologica), è lecito rilevare un’inquietante analogia.

Istituti finanziari e grandi imprese da decenni ricorrono alla esternalizzazione di attività tramite appalti e alla cessione di rami d’azienda allo scopo dichiarato di abbattere il costo del lavoro, migliorare la produttività e rendere più competitivi i beni prodotti e i servizi resi alla clientela.

In realtà, ciò si traduce in un aumento dei costi sia perché le fuoriuscite di personale spesso sono seguite dall’assunzione di consulenti esterni che avvengono di norma con attribuzione di livelli gerarchici e retributivi sensibilmente superiori rispetto a quelli posseduti – a parità di mansioni, ma con pluridecennale esperienza – dal personale interno, sia perché beni e servizi prodotti in distinte realtà aziendali sono ri-acquistati a prezzi maggiorati da Iva e margini di profitto di queste ultime.

In sostanza il “gioco” consiste non tanto nel conseguire gli effimeri risparmi auspicati in termini economici sul costo del lavoro, quanto nel dissanguare numericamente il tradizionale lavoro dipendente, nel contenerne lo spessore sindacale, così da avere mano libera nel ricorrere a soluzioni flessibili (al ribasso) nella remunerazione del lavoro o nel mantenimento dei diritti e rigide (al rialzo) nello stacco dei dividendi. Il vero vantaggio, cioè, non è quello che viene ufficializzato nelle dichiarazioni alla comunità finanziaria, bensì quello latente, oggetto di reticenza e riserva mentale.

Il parallelismo tra datori di lavoro e M5S, la similitudine tra cessioni di rami aziendali e taglio dei parlamentari, la comune ed ipocrita retorica di un risparmio strumentale a ben altro occulto obiettivo e, in ultimo, la pianificazione di costi futuri più alti sono nessi sui quali riflettere ed esprimere giudizi non tanto etici quanto politici. Consci, tuttavia, che i mercati finanziari, nel primo caso, e le contese politico-elettorali, nel secondo, premiano rapacità ed ipocrisia di chi tradisce lavoratori e popolo.

 

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