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La critica al trasformismo favorisce le convergenze?

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Nell’imminenza del voto regionale in Calabria ed Emilia Romagna la politica italiana oscilla tra il formalismo delle scadenze costituzionali e rari esempi di capacità analitica. In attesa di qualche salutare scossone esogeno.

Quelle appena trascorse sono state settimane di cruciali scadenze politico-costituzionali: dapprima il termine del 12 gennaio per depositare in Cassazione le 71 firme di senatori raccolte (ma per nulla scontate, visti i ripensamenti dell’ultim’ora) per sottoporre a referendum confermativo la scellerata e ridicola riforma costituzionale targata 5 Stelle per ridurre il numero dei parlamentari; successivamente, il 16 gennaio, la pronuncia della Consulta sulla richiesta di referendum promosso dalla Lega per abrogare la quota proporzionale dalla vigente legge elettorale – il “Rosatellum” – rendendola totalmente maggioritaria.

Sul primo appuntamento, già prima delle festività natalizie era stato raggiunto in Senato il quorum di un quinto dei membri, previsto dall’articolo 138 della Carta, per sottoporre al giudizio popolare una modifica costituzionale di chiara matrice demagogica e qualunquista che di fatto sottrae consistenti fette di democrazia ai cittadini, ma votata con entusiasmo servile da centinaia di parlamentari terrorizzati di apparire quello che dovrebbero essere: una classe politica degna e orgogliosa di questo nome.

Solo pochi giorni prima della scadenza del termine, tuttavia, quattro senatori di Forza Italia (vicini a Mara Carfagna) e due del Partito democratico, con motivazioni differenziate, hanno ritirato le firme già apposte sottraendo ai cittadini, titolari della sovranità, la possibilità di esprimersi proprio su un tema di precipuo interesse democratico: l’esercizio della rappresentanza politico-parlamentare. Una scaltra operazione di tattica politica (ignobile agli occhi dei più, anche i nostri), tuttavia sventata grazie al soccorso di alcuni senatori leghisti (questo l’obiettivo della ex modella con velleità di statista), di qualche altro forzista e di un “libero-e-uguale” che hanno ripristinato l’asticella, come accennato, a quota 71.

Se encomiabile è stato l’impegno profuso da quei senatori di molti gruppi parlamentari che, anche contravvenendo agli ordini di scuderia, hanno sentito il dovere morale di non sottrarre al popolo la titolarità di una decisione di fondamentale rilievo politico-istituzionale, afferendo quest’ultima direttamente all’appartenenza della sovranità, non altrettanto lo è stata la ratio della tardiva e riparatoria decisione leghista. Non una sensibilità di ispirazione autenticamente democratica, non una cosciente difesa delle ragioni di minoranze territoriali o politiche minacciate dalla mannaia pentastellata, ma soltanto l’obiettivo strumentale di anticipare la data delle elezioni e sfrattare (pur legittimamente) il governo, confidando nella constatazione che senza la prospettiva del referendum confermativo la legislatura terminerebbe alla scadenza naturale nel 2023, stante l’interesse di centinaia di deputati e senatori, privi della certezza di essere rieletti con 345 seggi disponibili in meno, di voler mantenere il posto il più a lungo possibile. E quello dell’attuale maggioranza di “controllare” l’elezione del presidente della Repubblica nel 2022.

Circa la seconda questione, il sistema elettorale proposto dalla Lega, ad essa estremamente favorevole stante la sua spiccata capacità di attrarre consensi e l’alta probabilità di vittoria in un sistema “first-past-the-post”, ha immediatamente ricevuto l’ostracismo dell’attuale maggioranza per ovvie ragioni di (mancata) convenienza. La Corte Costituzionale, con decisione presa a maggioranza “solida e ampia”, ha comunque bocciato il quesito referendario in quanto giudicato eccessivamente manipolativo nella parte che riguarda la delega al Governo.

Eliminare la quota proporzionale dal “Rosatellum” avrebbe avuto infatti come principale ricaduta giuridico-amministrativa il ridisegno completo dei collegi elettorali in tutto il territorio nazionale. Ma utilizzare la delega scritta per la revisione dei collegi elettorali legata alla riforma costituzionale del taglio dei parlamentari per la revisione dei collegi da realizzare in caso di eventuale vittoria del Sì a questo referendum ha determinato l’inammissibilità del quesito.

Archiviate le due citate scadenze istituzionali, confessiamo di non essere particolarmente in apprensione per l’esito delle imminenti Regionali emiliano-romagnole e calabresi di fine gennaio; al di là di una curiosità giornalistica, superficialmente stimolata dalla pochezza che avvolge gli attori individuali e collettivi del doppio appuntamento elettorale, non crediamo che il relativo esito possa in sé innalzare il livello ideologico, culturale, dunque qualitativo del confronto politico o scuotere, se non strumentalmente, l’assetto istituzionale. Né di esserlo per gli sviluppi giudiziari della vicenda della nave Gregoretti.

Dopo essere intervenuti negli ultimi mesi su questioni riguardanti consultazioni politiche, riforme costituzionali e leggi elettorali e dopo aver segnalato su queste stesse colonne un libro di notevole analisi psico-sociale, “La società signorile di massa”, nel quale Luca Ricolfi, con richiami storico-economici, ed avvalendosi di un approccio statistico-comparativo, ha tratteggiato profili e prospettive di una società italiana inconsapevole del suo imminente destino, dopo tutto ciò – dicevamo – un ottimo articolo è riuscito invece a interessarci e sorprenderci, incrociando gli argomenti accennati e l’autore citato.

Lo scorso 18 gennaio sul “Messaggero” è apparso un editoriale proprio del prof. Ricolfi dal titolo “Trasformismo, serve un argine nella legge che verrà”. In esso viene denunciato il tentativo di una parte politica di cambiare unilateralmente le regole del gioco, “e in particolare [la] regola più importante, la legge elettorale”. Il sociologo constata che questo esecutivo “è nato per impedire che gli avversari politici possano influire sulla scelta del presidente della Repubblica”. Non solo: poiché se si andasse a votare con il vigente sistema elettorale – il “Rosatellum” – alta è la probabilità che il popolo possa scegliere un governo diverso da quello attuale e far così giungere i “cattivi” al potere, ecco – secondo Ricolfi – che si vuole tornare al proporzionale, seppure con soglia di sbarramento.

Dunque, per sintetizzare: leghisti e destra per il maggioritario; M5S, dem e renziani per il proporzionale? Ciò che sul tema ha sempre contraddistinto la nostra posizione è che ad essere storicamente giustificato, in Italia, sia solo il sistema elettorale proporzionale, l’unico in grado di rappresentare nelle aule parlamentari le molteplici posizioni dialettiche che continuano a caratterizzare la composizione dell’articolato tessuto sociale nazionale, nonché le sedimentazioni geografico-istituzionali e culturali che hanno reso ricco, ma complesso il processo unitario.

Non possiamo, cioè, modificare il giudizio sulla base delle mutevoli convenienze di consenso elettorale o delle rilevazioni demoscopiche delle varie forze politiche. In Italia – lo ribadiamo per l’ennesima volta – non ci sono mai stati democratici e repubblicani, conservatori e laburisti, gollisti e socialisti. Non è mai stata in vigore cioè, politicamente parlando, una singola logica binaria in grado di esaurire l’intero spettro socio-politico.

Volerla introdurre – come ha proposto la Lega – con un referendum dimostra non solo scarsa dimestichezza con la storia, ma anche limitata capacità di far tesoro delle lezioni della cronaca politica non ancora storicizzata. La riforma del 1993 – analoga per metodologia di introduzione (referendum) e contenuto (sistema maggioritario) – non ha evidentemente insegnato nulla. Una critica, la nostra, non rivolta alla Lega in quanto tale, ma indirizzata a chi interpreta il riformismo elettorale una variabile dipendente del sondaggismo e del tornaconto di breve periodo.

Ciò che non condividiamo del ragionamento del prof. Ricolfi è, poi, la stretta relazione tra trasformismo e proporzionale, quasi che quest’ultimo sia intrinsecamente funzionale al primo e ad una vocazione italica (da Depretis in poi) al cambio di casacca. Se non andiamo errati è proprio dagli anni ’90 del Novecento, semmai, che i rovesciamenti di alleanze, le conclusioni anticipate dei governi ed un gigantesco fenomeno di esercizio disinvolto dell’articolo 67 della Costituzione hanno rappresentato l’imbarazzante cifra del maggioritario e della sua usurpata fama di garante della governabilità.

Ma lo stesso trasformismo potrebbe invece costituire un interessante terreno di condivisione: come non riscontrare, difatti, una consonanza tra le preoccupazioni di Luca Ricolfi circa la crisi di credibilità che investe il nesso tra partiti e base elettorale e la nostra proposta di introdurre il vincolo di mandato? Se Ricolfi paventa i rovesciamenti dei risultati elettorali facilitati da un sistema proporzionale che evidentemente non gradisce siamo persuasi che la previsione di un mandato imperativo, che ponga fine a giochi di palazzo e all’arruolamento di crescenti schiere di “responsabili”, possa tranquillizzarlo. A proposito di vera responsabilità verso il popolo.

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