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La crisi dell’illusione

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Considerazioni, spunti e riflessioni a margine del conflitto russo-ucraino

Introduzione

Le righe che seguono, intendono analizzare gli eventi in corso sotto un’altra angolazione e precisamente, nell’ottica dei riflessi interni italiani.

Ovviamente, chi scrive ha una propria idea sul conflitto, si è fatto delle convinzioni, ma in questa sede non verranno esternate, nel rispetto di chi, in buona fede, crede, combatte e sul campo muore, da una parte e dall’altra.

Lasciamo ad altri il compito di schierarsi.

Considerazioni, spunti e riflessioni

Le Nazioni esistono, i Popoli esistono, le Patrie esistono, i Territori esistono, i Confini esistono, le Bandiere esistono. Esistono, poi, i giuramenti, esiste la Difesa sacra dei Confini e della Patria e, udite, udite, anche le Razze esistono.

Esiste l’Onore ed il Disonore, esistono le Differenze. In tutto, nelle Persone, nelle Nazioni, nei Popoli.

Esistono gli Interessi che muovono le Azioni. E questi Interessi possono essere nobili così come interessati. Possono essere spinti da ragioni economiche ma, il più delle volte, sono sovra ordinati da ragioni storiche, geopolitiche, etniche e religiose.

Esistono, e sono sempre esistiti, i Conflitti e le Guerre.

Già, perché dalla fine del secondo conflitto mondiale del secolo scorso in poi, sconfitto il c.d. “male assoluto”, ci hanno raccontato di una Pace che sarebbe durata in eterno, ci hanno parlato di un mondo buono, comprensivo e compassionevole… e, invece, no le guerre sono continuate, con ciclica cadenza e con cinica ferocia, basate sulle logiche perverse di Yalta.

Gli hanno, semmai, cambiato denominazione, chiamandole una volta interventi di peace-keeping, un’altra di peace-building, un’altra ancora di peace-enforcement (basantesi sul capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite ed il cui mandato è esteso all’uso della forza), spacciandole tutte per interventi umanitari e pacificatori.

Nel contempo sono state avviate ben congeniate campagne mediatiche volte ad anestetizzare e condizionare le coscienze, facendo credere che la vita si condensasse in una sorta di continua tribuna politica, in tavoli più o meno tranquilli di negoziato, in un mondo buono, occidentalizzato e petaloso.

Ma non è così! La vita di Popoli e persone è, invece, scontro, lotta, sopraffazione, a volte guerra vera e propria.

E’ pura fantasia il fatto che si possa vivere in un’eterna oasi di pace. Che pace poi non è, come già detto e, soprattutto, visto.

Spesso o quasi sempre, la felicità ed il benessere di individui e Nazioni, si basa sull’infelicità ed il malessere altrui. Perché così è la vita, così è la storia, da sempre! Homo homini lupus!

E pur non volendo generalizzare ed apparire qualunquisti, occorre anche sottolineare che non esistono – specie in questa era di vuoto delle ideologie – i buoni ed i cattivi. Esistono, invece, territori ed interessi che debbono essere o difesi o conquistati.

Ah, una cosa c’è che non esiste: ed è il fatto che non vi sarà mai nessuno che al momento opportuno, verrà a salvarci (che non sia interessato) e che se davvero in una delle qualsiasi occasioni intendiamo cavarcela, ebbene, dobbiamo farlo con le sole nostre forze, con la nostra sola volontà.

Contro L’immigrazione. La difesa e la conservazione della propria Terra.

Il valore dei Confini, delle proprie Origini e della propria Comunità

Ciò che sta avvenendo dovrebbe farci riflettere e, soprattutto, dovrebbe indurci ad un deciso passo indietro riguardo al crescente fenomeno dell’immigrazione, auspicata, spinta e fomentata sia dalle élites progressiste perfido-buoniste e finto-umanitariste che dai “signori” dell’economia liberista e globalista.

Riguardo a tale fenomeno, ormai molti anni fa – si era, allora, appena agli albori e tutto era ancora in divenire – mi imbattei in un noto talk show televisivo nel quale, il conduttore, intervistava, in una sorta di processo/gogna mediatica, dei ragazzi militanti della destra radicale tedesca (definiamola così per intenderci) che posero – tra ironia e ilarità del pubblico presente – interessanti interrogativi riguardo alla concessione della cittadinanza e alla presunta integrazione.

Sembravano apparentemente banali, ma mi indussero ad una riflessione. Caddero, ovviamente, nel dimenticatoio e non furono mai più ripresi – a destra come a sinistra – nel corso di questi lunghi anni. Segno tangibile del pressapochismo di un’era, e di un approccio miope e condizionato al fenomeno che non si pose allora e continua a non porsi oggi, interrogativi, e men che meno, cercare risposte adeguate.

Gli interrogativi erano e rimangono due, ve li ripropongo, in omaggio a quei ragazzi sbeffeggiati e derisi ed in quanto, ritengo, di estrema attualità.

Il primo di questi interrogativi riguardava (e riguarda), il rapporto tra nuovi cittadini (immigrati regolarizzati) e la Nazione/Patria di accoglienza/”adozione”, nel caso di un ipotetico conflitto militare insorto tra il Paese di origine e quello di destinazione (per es. l’Italia).

Attualizziamolo all’oggi, a quale dei due Stati, il nuovo soggetto-cittadino, dovrebbe obbedienza, dovrebbe fedeltà? A quello natio, terre dei padri, con il quale si mantengono, inevitabilmente, rapporti e parentele, o a quello di accoglienza, in cui ci si è insediati e che ha concesso la cittadinanza anche in ragione di un giuramento legittimante? Da quale parte dovrebbe combattere?

Come si può desumere, l’interrogativo non è affatto banale, appare attuale anche con riferimento alla crisi russo-ucraina, contiene risvolti di vario genere, anche di natura giuridica (diritto penale e internazionale) e concerne una vasta platea di destinatari: i diretti beneficiari della concessione della cittadinanza, i loro figli, le loro famiglie.

A ciò, si deve aggiungere il “trattamento” da riservare ai presumibili nemici interni – sempre nell’ottica del riferito ipotetico conflitto – stanziati nel nostro Paese che potrebbero costituire una testa di ponte con la loro Nazione di origine, e rappresentare una vera e propria armata di invasione in casa nostra, oltre che svolgere compiti di intelligence.

Il secondo interrogativo, attiene ad una fattispecie diversa, anche se in qualche modo assimilabile alla prima, e riguarda il caso di un eventuale conflitto militare che vedesse coinvolta sempre l’Italia, questa volta non con il Paese di origine del “nuovo cittadino”, ma con uno Stato terzo.

La domanda da porsi sarebbe quella se il “nuovo soggetto italiano” (ovviamente abile alle armi), i suoi figli, i c.d. “nuovi italiani”, sarebbero disposti a lottare, combattere e magari a morire, per la nostra Nazione o se, piuttosto, adducendo scuse ed esimenti di vario genere e natura, non preferirebbero espatriare in luoghi più tranquilli e sicuri.

L’interrogativo, ovviamente resta aperto ma tornando all’attualità del conflitto russo-ucraino, non possiamo non pensare a quelle immagini di inizio ostilità, riguardanti cittadini ucraini, non propriamente slavi (e a dire il vero, alcuni, anche piuttosto colorati) che si affrettavano a lasciare il Paese perché quella, evidentemente, non è la loro guerra e quella – aggiunge chi scrive – non è la loro Terra.

Il tutto ci riporta a quel trinomio sempre esistito e mai – almeno per il momento, e fortunatamente – cancellabile, costituito da Suolo, Sangue, Origini e Tradizione.

La guerra dunque, orribile di per se stessa, ma che ha anche l’enorme potere di rigenerare sotto l’aspetto fisico e metafisico, cose, Popoli, Nazioni.

La guerra, che pur non volendola certo esaltare (ma nemmeno demonizzare), possiede l’indubbio potere di riportare i contendenti, coloro che l’hanno vissuta, all’essenzialità (intesa come vera essenza) della vita, ad un senso maggiore di autenticità, alla fuoriuscita di virtù sottese, alla capacità di sfrondare tutte quelle inutilità ed orpelli accumulatisi nel corso di decenni di c.d. pace, di ozi, di vizi e stravizzi, ivi comprese le avventate nuove disposizioni e progetti di legge, riguardanti la concessione della cittadinanza (è qui esplicito, il riferimento alle proposte riguardanti lo ius soli che ciclicamente compaiono in Italia).

Poi torneremo sulla guerra in atto, e su quanto, la drammatica attualità che vediamo dovrebbe indurci ad ulteriori riflessioni, non senza aver prima fatto ancora un rimando, alle immagini di cui sopra che ci spingono (rectius, dovrebbero spingerci) a domandarci chi siano i profughi.

In esse, vediamo quasi esclusivamente donne e bambini, a volte in lacrime, che con pochi, miseri, bagagli, scappano da una guerra davvero esistente, da un pericolo concreto e reale. Quello che quasi sempre dicono ai cronisti, pronti a raccogliere le loro dichiarazioni, è la loro volontà di far ritorno a casa non appena possibile.

Gli altri, gli uomini ed i vecchi sono rimasti in Patria, nella loro terra: i primi per difenderla, i secondi per l’attaccamento viscerale e primordiale ad essa.

Quell’attaccamento e quel sacro senso di appartenenza alle proprie radici che politici (e non solo) stolti, ottusi ed in mala fede, vorrebbero, in altri contesti, abbattere e cancellare.

Vedendo tali immagini dovrebbe essere, altresì, talmente evidente la differenza con i “vostri migranti” – il più delle volte ragazzoni, essendo trascurabile la percentuale di donne e bambini – che sbarcano in Italia da territori dove la guerra è inesistente, ben nutriti, vestiti all’occidentale, ed immediatamente pronti a bighellonare, con lo status di rifugiati, nelle nostre città, andando fra l’altro, ad ingrassare i conti e le casse di avide cooperative che su di essi speculano e si arricchiscono.

Ora, dovrebbe essere chiara, ai più, la differenza tra profughi veri e profughi fasulli, l’esempio lo abbiamo sotto il naso, è di attualità e ce lo offre la guerra.

Occorre, peraltro, dire fuori dai denti, che se anche i “presunti profughi” scappassero da una vera guerra, da una guerra esistente, come la vulgata costantemente ci racconta, qualora fossero, come per lo più sono, uomini abili alle armi e che abbandonano donne, bambini, anziani, oltre che la loro terra, per fuggire in centri di accoglienza di altri Paesi, ebbene tali persone non meriterebbero alcuna stima, alcuna considerazione, né tantomeno compassione, semmai un sentito disprezzo.

E visto che ci siamo, togliamoci anche un altro sassolino dalle scarpe! La guerra, infatti, ci ha anche permesso, magra consolazione, di vedere noti e meno noti esponenti della politica, opinionisti, giornalisti vari e radical-chic in genere, notoriamente tutti schierati su posizioni no-borders e che letteralmente sputavano sui confini, tornare a parlare sinceramente o no, qui poco importa, di Patria, di Nazioni, di bandiere, rispolverando termini a loro inusuali, quali l’orgoglio, il coraggio, lo spirito di sacrificio, il senso del dovere e quello di appartenenza, ed appunto il sacro valore dei confini.

Mentecatti e cialtroni, ai quali va tutto il mio personale disprezzo.

Considerazioni finali

Detto ciò, possiamo ora tornare alla guerra russo-ucraina, con alcune considerazioni finali, di carattere generale, che si intendono sottoporre all’attenzione del lettore e che hanno un orientamento rivolto, in particolar modo, all’Italia.

  1. La guerra in atto, non ci appartiene, in quanto trattasi di un conflitto tra Popoli di etnia slava.
  2. La guerra viene utilizzata a livello politico interno, per continuare a distogliere, dopo la crisi pandemica durata due anni, l’attenzione degli italiani, dai reali problemi del Paese, anestetizzando le persone e mantenendole in uno stato composto di un mix tra paura, depressione, divisione.

Come consuetudine, infatti, provetti baristi, piuttosto che accorti bancari, alacri ragionieri e impiegati catastali, si improvvisano storici, strateghi, esperti militari, cultori di geopolitica e sui social e non solo, impazzano le polemiche, le diatribe, le teorie, i complotti e, appunto, le divisioni che danno vita alle fazioni filo-russe e a quelle pro-ucraina.

Ovviamente, detti esperti, sono in buona compagnia di tutta una serie di analisti, giornalisti, commentatori e tuttologi vari che imperversano nelle trasmissioni televisive e nei talk-show, personaggi e virologi della domenica, prontamente riconvertiti e che attraverso “fulminei corsi di aggiornamento” sono ora transitati dalla pandemia alla strategia, dalla scienza alla geopolitica. D’altronde, passare dalla medicina e dalla scienza, alla guerra, oggigiorno, è un attimo….!!”.

  1. L’Italia deve ritornare ad essere Nazione. Qualcuno azzarda “potenza”, ma voliamo bassi, e accontentiamoci di riappropriarci di spazi e di agibilità politica internazionali, che siano davvero autonomi, davvero indipendenti, e volti alla salvaguardia dei preminenti interessi nazionali.

Il conflitto in corso, ad avviso dello scrivente, avrebbe dovuto indurre i nostri governanti, ove non fossero sempre proni all’obbedienza verso Nato e UE, ad assumere, sin da subito, una posizione di neutralità e di equidistanza dalle parti.

Una posizione sicuramente più credibile, più fruttuosa per la salvaguardia degli interessi italiani (economici e non) e che avrebbe potuto, addirittura, rivelarsi più proficua ai fini di un possibile negoziato di pace, inserendo il nostro Paese tra gli autorevoli e rispettati, possibili mediatori, rilanciandolo nello scenario mondiale.

E invece, al di là di quello che affermano i “signori del sistema”, siamo in un clima pre-bellico (sì, perché, è bene qui sottolineare per chi non lo sapesse, che il fornire armi durante un conflitto, ad uno dei belligeranti, equivale ad un atto di guerra), schierati, ripeto, in una guerra che non ci appartiene – anche da un punto di vista giuridico internazionale, in quanto l’Ucraina non è parte né della Nato, né dell’Unione Europea – e di cui il popolo italiano nella sua stragrande maggioranza, i ceti meno abbienti, pagheranno il prezzo (in termini di approvvigionamenti energetici, di risorse, di scambi commerciali, ecc.), a causa delle assurde sanzioni imposte alla Federazione russa che i nostri lungimiranti governanti, hanno prontamente ratificato e fatte proprie.

  1. Il prezzo da pagare. Chi pagherà il prezzo della guerra?

Oltre a quello già menzionato, vi è poi un altro prezzo, che una volta passata la momentanea sbornia emozionale umanitaria – per certi versi ammirevole – dovuta all’evento, ci troveremo a pagare.

Sarà il prezzo dei costi (diretti e indiretti) legati all’accoglienza dei profughi, del loro sostentamento, del loro mantenimento, senza contare poi, che gli ucraini immigrati, toglieranno, inevitabilmente, posti di lavoro ai nostri giovani, ai disoccupati italiani, creando le condizioni per una potenziale bomba sociale sempre pronta ad esplodere, alimentando il disagio socio-economico già esistente, creando possibili problemi di ordine pubblico, di micro-criminalità e di diffusione di ulteriori, possibili fenomeni mafiosi.

La singolare vicenda del teatro di Mariupol negli effetti italiani. Come non menzionare, infine, polemicamente, l’assurda proposta governativa di ricostruzione del teatro di Mariupol che, se non fosse legata a caratteri di drammaticità, risulterebbe addirittura tra il comico ed il grottesco.

Un governo, anzi più governi, che dall’agosto del 2016, si sono succeduti, sono stati incapaci di procedere alla ricostruzione delle zone colpite dal sisma del centro Italia, e che ora vorrebbe intervenire in terra straniera….. Ma che pensassero alla ricostruzione di Amatrice e a rispettare, con serietà, senso civico e, soprattutto, con segni tangibili, la memoria di chi lì e altrove, vi ha perso la vita e l’esistenza.

Visto, poi, l’attualità del conflitto, pensassero anche a ripristinare, in Italia, un adeguato servizio militare obbligatorio che oltre che essere utile al nostro Paese, tanto bene farebbe alla formazione ed al carattere delle nuove generazioni di ragazze e ragazzi, distogliendoli, positivamente, da gessetti colorati, peluches e unghie smaltate.

Una considerazione finale la si vuole ancora esprimere in ordine al conflitto corso.

Ad avviso dello scrivente, ciò che sta avvenendo, dovrebbe indurre, in un mondo normale, governanti accorti, che non fossero, invece, liquidatori del Paese, meri esecutori di logiche altrui, a riflettere e ripensare riguardo, ad esempio, alla partecipazione (a quale titolo, in che modo) italiana ad organismi internazionali quali N.A.T.O., Unione Europea, e O.N.U. (che nell’attuale crisi bellica, come di consueto, brilla per assenza e incapacità).

Dovrebbe indurre, sempre i buoni governanti di cui sopra, a considerare gli interessi nazionali, come preminenti. Dovrebbe spingerli, dal lato politico, a ricercare nuove strategie, nuove alleanze e a rinsaldare e impermeabilizzare, i confini nazionali.

Sotto il profilo economico, a rivedere gli assetti del modello liberista vigente ed il suo sistema di vita; a rielaborare, anche sotto il profilo energetico, strategie alternative e innovative (perché no, riconsiderare anche il nucleare) che possano emancipare l’Italia dalla dipendenza internazionale (il tornare “potenza” di cui si è fatto cenno più sopra).

La guerra, con la crisi del pacifismo in atto ed il crollo delle illusioni di cui in premessa, per chi fosse davvero in grado di recepirne la portata, “leggere” fino in fondo gli avvenimenti ed agire attivamente di conseguenza, potrebbe (il condizionale è d’obbligo) offrire il destro per dare una prima spallata alla globalizzazione fin qui imperante, al mondialismo condizionante almeno degli ultimi trent’anni.

Equivarrebbe, a far vincere – per restare in ambito militare – una prima, importante battaglia contro tali invisibili, subdoli e perniciosi elementi, questi sì davvero nemici del genere umano, ma per tutto ciò occorrerebbero uomini veri, politici onesti e dediti alla Patria, e non degli “obbedienti “camerieri dei banchieri”.

 

 

 

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