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L’invalicabile muro del 35% dei partiti sovranisti

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Lo scopo è isolare il nemico, il nazionalismo, dargli il contentino delle vittorie elettorali da tenere debitamente sotto il muro del 35%, con tutti i mezzi possibili, anche quelli illeciti come l’impedimento dell’elezioni e l’abuso istituzionale dei governi di legislatura o tecnici.

 

Parliamo di triage, ma non di quella ospedaliera.

Immaginiamo di trovarci ad affrontare un’emergenza politica nella nostra “cara” Europa.

Stiamo parlando dell’Europa Unita di popoli mai chiamati alle urne per sceglierla; un’ unione forzata di genti, calata dall’alto; milioni di umani che non parlano la stessa lingua e che per alcune radici storiche, sembrano affini.

Ma non è vero che si considerano tali, ad eccezione delle accolite universitarie imbevute di viaggi e soggiorni Erasmus, anche perché, dopo secoli di spietati e maschi conflitti, in mezzo a questo ultrasettantenne simulacro di pace post bellica, ancora si detestano cordialmente; e per cordialmente s’intende una serqua di imposizioni giuridiche emanate dagli Stati del centro contro le periferie, dardi avvelenati scagliati da una sofisticata, soffocante arma tecno-burocratico-finanziaria.

Vi chiederete che cosa significhi un’emergenza politica in seno alle cosiddette democrazie mature, nel cuore repubblicano quasi infartuato all’interno dei geografici confini di terra e di mare, isole e penisole comprese, che definiamo Europa… Russia esclusa.
Significa questo: quando i popoli di siffatte repubbliche, in risposta al loro grave malessere socio-economico e identitario, fregandosene delle sirene del politicamente corretto, bramano di eleggere leader appartenenti a partiti che s’ispirano alla sovranità popolare, scattano le medesime regole di salvaguardia applicate alle distorsioni del mercato.

Come scattano?

E qui che ci ispiriamo alla triage da pronto soccorso.

Conoscete i colori: bianco, verde, giallo e rosso, decisi al momento della registrazione, all’ingresso ospedaliero del paziente da visitare.

Bene.

Osserviamo la storia.

Risalendo indietro di 230 anni, ci troviamo nel 1789, data che, alla maggioranza dei politici assisi sugli scranni parlamentari italiani, per lo più scippati evitando libere e democratiche elezioni, non dice nulla.

Non basta ricordare, approssimativamente, che il 14 luglio 1789 ci fu la presa della Bastiglia a Parigi, perché non è quella la data che sancisce l’incipit del male di cui paliamo.

Fu la strage al Campo di Marte a siglare il vero inizio della Rivoluzione Francese, il 17 luglio 1791.

Da quel momento si avvierà un processo nefasto, un cancro che divorerà la rivoluzione stessa e per poco non farà crollare l’intera impalcatura nazionale.

L’unico medico che lo diagnosticò, fu un politico di intelligenza e lungimiranza, il conte di Mirabeau, che si fece promotore e mediatore tra la monarchia in procinto di cedere il suo potere al Terzo Stato e la neonata Assemblea Costituente.

Egli credeva che il processo avviatosi con la ridicola presa della Bastiglia – la prigione destinata ai dissidenti politici e a quattro cialtroni, praticamente vuota di carcerati, simbolo della dittatura di Luigi XVI che non ci fu, ma che fu creata ad arte dai libelli giornalistici di Desmoulins e affini, che formarono il primo nucleo di quella che diverrà nei secoli successivi l’Opinione Pubblica (prodotto culturale interamente borghese) – poteva ancora ascriversi a un moto di ribellione parigino, metropolitano, che si sarebbe potuto certo estendere al resto della Francia contadina, ma che poteva essere ancora ricondotto nell’alveo dell’equilibrio socio-politico, se il re avesse accettato una monarchia costituzionale.

Sappiamo che il suo tentativo di ricomporre i tre stati sociali, popolo, nobiltà e clero, andò a vuoto.

Gli avvocati, i giudici e gli intellettuali che incendiarono Parigi e la Francia tra il 1789 e il 1795, non poterono prevedere la nascita del Terrore e non seppero evitare l’ascesa di Marat, Hébert, Saint-Just e di Robespierre.

Ovviamente, Robespierre non fu l’unico tiranno della storia, ma il primo sorto dalle ceneri di una “dittatura monarchica” che il popolo aveva decapitato, e non in senso metaforico, e che quasi inspiegabilmente, potremmo affermare, misticamente, si ritrovò, peggiore della precedente, resuscitata sotto le mentite spoglie di una sadica fenice politica che, democraticamente, gli avrebbe dovuto assicurare libertà, uguaglianza e il rispetto di quella Carta, ancora oggi presa ad esempio, consciuta come Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo.

La Rivoluzione Francese attraversò, in meno di un quinquennio, tutte le fasi della degenerazione del potere politico, quella che Mirabeau definiva, “eccesso di democrazia”, passando dalla liberazione all’uso selettivo e poi indiscriminato della ghigliottina e dei campi di lavoro forzato.

Non vi ricorda qualcosa?

Questa è la patologia che colpì a morte il popolo di Francia, convinto di essersi scrollato di dosso il giogo delle vessazioni nobiliari, clericali e ricco borghesi (il protocapitalismo in formazione), solo per aver dato fiducia illimitata ai suoi rappresentanti liberamente eletti, uscendo definitivamente dalla logica dei privilegi.

Vi domanderete che cosa intendeva Mirabeau per eccesso di democrazia?

Diciamo che Mirabeau si espresse in maniera del tutto moderata, perché non avrebbe potuto chiamarlo totalitarismo; termine che ai suoi tempi non era ancora stato coniato, ma che sicuramente ha i suoi prodromi nella nascita del Tribunale del Popolo creato da Danton e nel Comitato di Salute Pubblica ideato dall’ala estremista dei Giacobini in netta contraddizione con i principi repubblicani e democratici.

Si istituì una dittatura per sconfiggerne e prevenirne un’altra e la si chiamò candidamente: governo del popolo per il popolo. (archetipo del populismo)

Ecco spiegato il motivo per cui alla Sorbonne, ormai da un decennio, i docenti di storia e scienze politiche prendono debitamente le distanze dal seme nazionalista che germogliò in quel lustro rivoluzionario, rimettendo al centro la questione revisionista, riportando involontariamente in auge storici non allineati che criticarono – e per tale posizione antidisciplinare furono ingiustamente ostracizzati – l’approccio politicizzato alla Rivoluzione Francese durante e dopo il 1968.

In tal senso, l’Unione Europea non fa eccezione: non usa i cannoni, ma le stringenti regole ed i flagelli dei parametri che l’asse franco-germanico regolarmente vìola, ergendosi a conservatore dell’integrità e della moralità dell’Unione stessa, imponendone l’onere del rispetto agli altri Stati membri.
Torniamo ai nostri giorni, alla triage e al muro del 35% che titola questa nostra riflessione.

I padri delle Costituzioni europee, in special modo dopo la fine dei totalitarismi di stampo nazionalsocialista, hanno inserito delle clausule di salvaguardia, degli ostacoli alla formazione di due elementi destabilizzanti la liberal-democrazia: l’uomo massa e il partito unico di massa alla guida di uno Stato.
In altre parole, non sono più ammessi nazionalismi, tanto meno una forte figura presidenziale, a patto che quest’ultima non imponga accordi tra parti che vogliano difendere l’impianto costituzionale dall’ascesa pericolosa degli anzidetti cattivi elementi.

Apro una parentesi lessicale.

Il termine sovranismo, che trae il suo etimo dal sovrano, oggi utilizzato con il medesimo intento denigratorio dai pensatori illuminati e unionisti, è l’unica voce del linguaggio politico ammissibile, tollerata, semplicemente per evitare la tanto disprezzata parola nazionalismo che per certa sinistra, rimanda inopinatamente al nazionalsocialismo tedesco hitleriano, dispregiativamente contratto in nazismo.

L’altro termine è “statalismo” che i fautori del libero scambio di merci e il capitalismo globale vorrebbero definitivamente abbattere; piaga politica che, generalmente e non correttamente, si fa risalire alla figura dell’altro mostro da tirare fuori dal cassetto ogni qual volta ce ne sia necessità propagandistica: Stalin.

La cura non può che essere la prevenzione, in quanto, la pax universalis deve essere garantita a dispetto del proliferare degli arsenali militari che, in tal senso, si configurerebbero come deterrenti anti-bellici, che arricchiscono banche e organismi transnazionali interessati più alla speculazione finanziaria che non alla distruzione del pianeta per via nucleare… per ora.

Diciamo che la Guerra Fredda, dopo la dissoluzione del polo sovietico come nemico degli USA e dei suoi alleati, si è raffreddata ulteriormente; è ora un monologo americano-atlantista che da seguito a guerre di controllo per le risorse e all’espugnazione delle ultime sacche di resistenza alla liberal-democrazia (leggi, liberismo turbocapitalista) dove effettivamente esistono ancora germi di nazionalismo: Corea del Nord, Iran, Venezuela, Filippine, etc.

La prevenzione è un gioco parlamentare che si attiva nel momento in cui la forza politica nazionalstatalista, incomincia a insediarsi, tramite elezioni democratiche, negli emicicli.

Ci sono livelli accettabili di consenso popolare che corrispondono ai colori della triage, l’importante è non superare il livello di guardia, indicato dal colore rosso, ovvero il 35% delle preferenze degli aventi diritto al voto.

Ecco spiegato questo continuo martellare di statistiche di voto: si tratta del monitoraggio della febbre della paziente, la liberal-democrazia.

L’antipiretico da far assumere ai parlamenti è tendenzialmente l’alleanza dei partiti di centro-sinistra con quelli di centro-destra, anche se i loro programmi sono diametralmente opposti, con l’utilizzo di sistemi elettorali meno aderenti alla rappresentatività e più sbilanciati verso la governabilità, o stabilità di governo con applicazione del sistema maggioritario e del premio di maggioranza.

Lo scopo è isolare il nemico, il nazionalismo, dargli il contentino delle vittorie elettorali da tenere debitamente sotto il muro del 35%, con tutti i mezzi possibili, anche quelli illeciti come l’impedimento dell’elezioni e l’abuso istituzionale dei governi di legislatura o tecnici.

Ripetiamolo, stiamo parlando di partiti sovranisti, né la DC, che superò il 40%, né il PCI o le sue metamorfosi, né Il Popolo della Libertà, lo sono stati.

In Italia, abbiamo assistito in questi giorni all’attivazione delle misure sanitarie attraverso il cordone giallo-rosso, sistema di sicurezza che si è attivato anche in Germania per contenere l’ascesa dell’ultra-destra dell’AfD e in Francia contro Marine LePen che si arrestò al 34% alle elezioni del 2017.

Un intervento igienico, come è stato definito da alcuni esponenti di sinistra, impiegato per isolare l’unico partito e uomo partito, potenzialmente pericolosi; reazione fobica alle statistiche delle intenzioni di voto che davano la Lega, negli ultimi mesi di governo giallo-verde, quasi al 40%, livello di criticità elettorale non più accettabile.

Ora, qualcuno si chiede se anche i leader di questi partiti “sovranisti” sono dentro a questo meccanismo e se sono consapevoli agenti di depotenziamento della protesta sociale che recitano l’unico ruolo ammissibile dai produttori e protettori delle costituzioni anti-nazionaliste: quello di guardiani del malcontento popolare, ma non di rivoluzionari, perché il loro peso politico non può e non deve superare la soglia elettorale del 35%. (Un’altra spiegazione delle dimissioni di Farage e di Salvini?)

Il loro alto stipendio, rispetto agli standard della gente comune, sostengono i dubbiosi, alimenta un doveroso sospetto.
Così come il loro posare come star nel circo mediatico o sui social-media, affermano, odora di narcisismo che alimenta ulteriormente quel fine decadente fatalmente perseguito dagli appartenenti alla Società dello spettacolo (Debord), inglobante ogni evento umano privato o pubblico che sia.

Molti sperano che non sia così e l’apparenza, almeno nel caso di Salvini, per adesso non trae in inganno, almeno non nel medesimo inganno nel quale sono caduti i milioni di sostenitori del Movimento5stelle.

Purtroppo, chi nel passato non ha interpretato questo ruolo di gatekeepers, come certa accademia politologica anglosassone insegna, cercando sinceramente e coraggiosamente di scardinare determinati processi deleteri per la società, ha trovato la sua fine, degna o indecorosa che sia, nel suicidio, nell’omicidio o nel martirio politico.

Staremo a vedere i prossimi sviluppi della questione italiana, tedesca e francese, come la vicenda spinosa della Brexit, anche se all’orizzonte si profilano nubi oscure che non presagiscono nulla che non sia una sudditanza rassegnata al dissolvimento delle nazioni, propedeutica al lancio in pompa magna dei prossimi Stati Uniti d’Europa.

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