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Inganni economici – Quello che i bocconiani non vi dicono

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Intervista di Luigi Tedeschi a Ilaria Bifarini autrice del libro “Inganni economici” Yourprint 2019, pagine 196

 

  • Il sistema economico neoliberista si è imposto, in quanto legittimato da fondamenti scientifici. Ma ogni teoria scientifica necessita di una verifica nelle sue concrete realizzazioni. Sembra invece che le teorie neoliberiste debbano essere applicate all’economia, prescindendo dai risultati effettivi conseguiti. Ci si chiede dunque come possano essere perseguite politiche economiche che incidono in modo rilevante sulla vita della società, ma i cui principi vengono periodicamente smentiti dalla realtà. Forse perché gli equilibri spontanei dei mercati teorizzati non traggono origine dalle analisi della realtà economica e sociale dei popoli, ma vengono imposti alla realtà come dogmi ideologici assoluti ed astratti cui la realtà deve conformarsi?

È paradossale come da una parte si affermi una sempre maggiore laicizzazione della società con una prevalenza del nichilismo relativista in ambito etico e morale, mentre dall’altra i mercati vengono assurti a divinità. Come spiego nel mio libro, attraverso un processo di matematizzazione volto a imporsi come scienza esatta, l’economia perde ogni contatto con il suo reale oggetto, ossia l’uomo e il proprio benessere. Avvalendosi di un gergo tecnicistico e volutamente astruso, essa viene percepita come infallibile e dogmatica, legittimata così nel ruolo di egemonia nei confronti della politica. I mercati, considerati come entità astratta e divina, vengono anteposti  agli individui e la misurazione di indicatori economici,  perlopiù inadeguati e superati,  viene prima delle  ricette per lo sviluppo e il progresso della collettività.

Questa è l’essenza del neoliberismo, la religione dei nostri giorni.

  • Il fondamentale principio in base al quale si impongono le politiche di austerity è costituito dalla lotta senza quartiere al “fantasma dell’inflazione” definita più volte da teorici liberisti come “la più ingiusta tassa imposta alla povertà”. Tuttavia le politiche deflazioniste messe in atto dalle oligarchie neoliberiste hanno provocato recessione, disoccupazione, accentuate diseguaglianze sociali. Nel ‘900 ebbero luogo delle crisi inflazionistiche che però furono comunque superate. Invece i rimedi proposti dall’economia neoliberista dinanzi al fenomeno della deflazione si sono dimostrati del tutto inefficaci. Perché, nonostante le politiche espansive del QE di Draghi, l’Europa non ha raggiunto l’obiettivo prefissato dell’inflazione al 2%?

Alla base della teoria dell’austerity espansiva in realtà c’è la convinzione secondo gli economisti e i tecnocrati di Bruxelles che una contrazione della spesa pubblica e/o un aumento della pressione fiscale inneschino automaticamente una diminuzione del debito pubblico. In realtà avviene esattamente il contrario: durante un periodo di crisi della domanda come quello che stiamo vivendo, politiche fiscali restrittive portano a un aggravamento della crisi stessa, con un calo del Pil e una crescita del debito. Tutto l’impianto dell’attuale modello economico neoliberista, perfettamente riprodotto dall’Unione europea, è basato su dogmi fallaci. Quello dell’inflazione da tenersi inferiore e prossima al 2%, inserito nello statuto della Banca centrale europea, ne è un esempio: vari economisti, tra cui il premio Nobel Krugman, dimostrano come tale parametro sia troppo basso e sarebbe auspicabile un tasso di inflazione più alto. Peraltro, in Paesi come il nostro si assiste al fenomeno della deflazione, legato a un’elevata disoccupazione e a una scarsa domanda interna, e a nulla valgono gli strumenti monetari messi in atto da Draghi. I soldi immessi nell’economia rimangono nel settore finanziario e non arrivano all’economia reale, quella fatta di produzione, consumo e investimenti che creano occupazione.

  • Dopo la crisi del 2008, la ripresa europea si è dimostrata assai contenuta. La crescita europea è assai inferiore a quella degli Stati Uniti. Il rigore finanziario della UE (con le sue improbabili teorie come quella delle “restrizioni espansive”), con tagli alla spesa pubblica, compressione salariale, flessibilità del lavoro, non ha generato la crescita auspicata. L’Italia è il paese che in Europa cresce meno, ma anche nei paesi in cui la crescita è stata più sostenuta, si rilevano bassi salari, tassi di disoccupazione preoccupanti e una quasi stagnazione della domanda. Perché la crescita non viene sostenuta da meccanismi di redistribuzione del reddito? Le misure espansive della liquidità possono produrre effetti positivi qualora non vengano messe in atto politiche di incentivo alla domanda interna?

L’Italia è il paese che è stato colpito più a lungo dalle fallimentari politiche di rigore, per via del suo debito pubblico che ammontava intorno al 120% già nel momento dell’ingresso nell’Eurozona. La nostra economia registra da oltre 25 anni una situazione di avanzo primario, cioè quella nella quale lo Stato chiede ai cittadini più di quello che dà in cambio. È inevitabile un impoverimento generale della popolazione e dell’economia nazionale.

Anche il resto dell’Eurozona non se la passa poi molto bene, se consideriamo che la crescita al suo interno nel periodo tra il 2007 e il 2015 è stata dello 0,6%, mentre nei  paesi europei fuori dall’euro si è attestata all’8,1%. Come dicevo, le politiche di austerity sono nemiche della crescita. C’è uno studio, condotto dallo stesso Fondo monetario internazionale (Neoliberalismo Oversold?, 2016) che prova come le misure di austerity comportino un aumento della disoccupazione e del tasso di disuguaglianza. È proprio su questi due parametri che dovremmo concentrare i nostri sforzi per tornare a crescere. Il problema dell’attuale economia non è la scarsità delle risorse, che grazie ai progressi della scienza e della tecnica è stata superata, ma la mancata redistribuzione delle stesse.

 

  • Il modello economico keynesiano si impose in Occidente nel “trentennio glorioso” 1945 – 1975. Dalla ricostruzione postbellica, scaturì una lunga fase di vorticoso sviluppo, alcuni paesi raggiunsero la piena occupazione, con politiche fiscali orientate alla redistribuzione dei redditi. Nei paesi occidentali si manifestò un benessere diffuso. Varie crisi si susseguirono, ma per periodi transitori. Alla fine degli anni ’70 il sistema keynesiano fu soppiantato dalla svolta liberista tatcheriana e reganiana. Quali furono le principali cause dell’abbandono di un modello virtuoso, che con l’intervento pubblico nell’economia riuscì a governare quegli eccessi e quegli squilibri dei mercati che avevano prodotto insanabili crisi alla fine del XIX° secolo e nel famigerato ’29? Quest’ultima crisi fu superata solo con l’avvento del keynesismo. Con la fine del modello keynesiano, non si è riproposto un sistema economico liberista già dimostratosi fallimentare? Il neoliberismo, che non ha prodotto progresso ed emancipazione, non si rivela oggi un anacronismo storico?

Proprio così. Con la crisi petrolifera e il verificarsi del fenomeno della stagflazione nel 1973 il modello keynesiano che finora aveva assicurato crescita e benessere si trova ad affrontare una crisi esiziale da cui non riesce a riprendersi. La scuola liberista, che non si era mai rassegnata alla sua scomparsa, riprende il sopravvento. Gli economisti keynesiani non avranno la prontezza e la capacità di opporsi alla sua forza, che diventa ancora più veemente. La resuscitata ideologia liberista occuperà ogni spazio lasciato vuoto, non solo quello economico ma anche sociale e culturale. Con il processo di globalizzazione e iperfinanziarizzazione in corso, la dottrina dei mercati diventa sempre più assoluta. Mentre il keynesismo veniva abbracciato prevalentemente da governi vicini alla sinistra,  il neoliberismo conquisterà tutti e paradossalmente saranno proprio I politici di sinistra a divenirne i più ferventi fautori. Attualmente, non c’è nessuno spazio per gli economisti keynesiani in una Unione europea che ha fatto dell’apertura totale al commercio estero, delle liberalizzazioni incontrollate e del continuo attacco allo Stato sociale i propri principi guida.  Uno dei maggiori punti di forza di questa scuola è stata la formidabile macchina di propaganda, forte dei media mainstream e dei centri di formazione e potere.

 

 

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