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Oltre l’Occidente

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Il declino dell’Occidente è concetto del tutto superato, meglio, anacronistico, perché l’Occidente è scomparso da tre generazioni. Il perimetro dell’Occidente americano, si è esteso da “atlantico” a “Globale”. I BRICS non sono affatto un blocco, ma spazio d’interazione per convergenze d’interessi e collettivo strumento d’affermazione. I BRICS Plus sfidano gli USA su tre aree determinati: standard globali, rivalità geopolitiche, cooperazione regionale fra soggetti del Sud Globale. Il problema, è il “dasein”, lo “stare nel mondo” dei popoli europei, svanito con la loro anima avvelenata per generazioni dall’Occidente americano.

Cos’è Occidente oggi?

Ormai da generazioni si continua a parlare della crisi dell’Occidente, del suo tramonto; di come restaurare la sua centralità, il suo ruolo nel mondo e preservarne cultura e anima. Ma il fatto è che, con lo scorrere del tempo, è il concetto stesso di Occidente a essere radicalmente mutato e prima di continuare a dibattere sudi esso necessita risposta alla domanda: cos’è Occidente? Anzi, cos’è Occidente oggi? Chi continua a parlarne dovrebbe aver chiaro che esso, Grossraum per come disegnato da Carl Schmitt e mondo valoriale inteso da Spengler, non esiste più da oltre tre generazioni.

È stato concetto potente, evocativo, colmo di Storia, oltremodo ricco di cultura e valori. Insomma: brand di enorme successo. Ma già oltre cent’anni fa era in crisi manifesta, consumato da cancri quali l’avanzare del positivismo e delle dottrine liberali, la prassi capitalista, il nazionalismo più gretto, pervaso da un supponente senso di superiorità venato di razzismo che aveva giustificato il colonialismo. Era emanazione di un mondo che già all’inizio del Novecento s’avviava alla sua fase finale, all’auto-distruzione nel corso d’un ciclo di guerre fratricide che hanno consegnato lo scettro dell’egemonia mondiale ad altri esterni a esso. Cessione del brand alla potenza talassocratica da quel momento dominante; fine dello status di primo attore nella Storia, da quel momento oggetto di Storia altrui.

Lo scippo del concetto d’Occidente da parte degli USA è stato suggello di dominio sulla provincia più importante del novello impero, mutazione essenziale quanto radicale: l’Europa è stata culla d’imperi tellurici, nati per ordinare gli spazi in funzione dei valori di cui erano portatori. Gli USA sono impero talassocratico, come prima di loro la Gran Bretagna da cui hanno rilevato il dominio dei mari. Entrambi appartenenti al Grossraum atlantico. Altra cosa, del tutto diversa, inconciliabile.

Da quel momento e ormai per oltre tre generazioni l’antico Occidente (inteso come Grande Spazio identificato da Schmitt su terre europee) è stato sottomesso, sottoposto a dilavamento culturale, condizionamento virante in sudditanza politica, pedagogia sociale, indirizzo economico: gli è stata strappata l’anima consegnandolo alla post-storia. Esso non esiste più come soggetto autonomo, meno che mai dagli USA di cui condivide la deriva. Si parla d’Occidente ma s’intende tutt’altro, ovvero il frutto della mutazione imposta e ormai compiuta. Chi oggi s’appella a esso, nei fatti si richiama a un mondo valoriale (se così può esser definito) del tutto estraneo, oggi diviso fra due anime che frantumano l’America, inconciliabilmente separate: quella liberal e quella conservatrice. Distinzione per intero ascritta al mondo liberale, che evidenzia solo due diversimomenti della medesima dinamica, facce della stessa medaglia. Tema cruciale su cui torneremo più avanti.

In breve, piaccia o no, il declino dell’Occidente è concetto del tutto superato, meglio, anacronistico, perché l’Occidente – quello vero e non l’impostura di marca americana – è scomparso da tre generazioni. Ciò che è in crisi, al tramonto, è la finzione dell’Occidente americano, ovvero l’impero talassocratico a Stelle e Strisce, e, per ciò che è e rappresenta, è anche tempo che scompaia.

Le condizioni dell’Occidente: dinamiche della sua deriva

Ribadito che oggi Occidente equivale all’impero americano, nel nostro discorso è inutile soffermarci soverchio sulle dinamiche storiche che ne hanno accompagnato il percorso, diciamo solo che il mondo uscito dalla Seconda Guerra Mondiale era bipolare, con ampie parti del globo contese, aree che, pur avendone l’aspirazione, non avevano la stazza per giocare in proprio se non marginalmente. Poi, per suicidio dell’URSS – suicidio, non vittoria americana – è balenato il momento unipolare degli USA che, in un’ubriacatura collettiva, ha fatto credere ai più che la Storia fosse finita, assai più e al di là di quanto posto nel travisato “The end of History and the Last Man”. Soprattutto, l’ha fatto credere agli Stati Uniti, profondamente convinti d’un “destino manifesto” che li poneva a capo del mondo, da quel momento eterni Numero Uno semplicemente perché i “migliori”.

Ma la Storia non era affatto finita: gli strumenti della globalizzazione hanno certamente garantito la rendita americana e finanziato l’egemonia di Washington per decenni, ma hanno conferito stazza crescente a soggetti che, ottenutala, hanno cominciato ad aspirare ad autonomia, a praticare vie proprie fuor di tutela e limitazioni altrui. Non solo.

Le sfide conseguenti hanno indotto l’Egemone all’arrocco, chiamando i clientes a raccolta prima in Europa poi nel resto del mondo. Con ciò allargando il perimetro dell’Occidente, da “atlantico” a “collettivo”, meglio: “Globale”. Identificandolo non come luogo geografico, scenario storico o antico bacino culturale ma in base a sistema economico (liberista), politico (cosiddetta liberal-democrazia) e omologazione ai dogmi del pensiero liberale e alla sua deriva, con diversi gradi di aderenza/dipendenza ai/dai voleri di Washington (massima nel continente Europa, differenziata nell’Indo-Pacifico asceso a nuovo centro del mondo). E in tal modo svuotando l’antico Occidente da ogni riferimento a peculiarità di territori e popoli che vi insistono, alle culture che per secoli vi si sono sedimentate, a lingue e tradizioni che vi sono sorte, per omologarle tutte al processo liberale, in omaggio ai tempi virato in liberal.

Ma se ciò ha allargato i confini del “nuovo” Occidente, seppur discontinui, fino al Pacifico, ha al contempo ridimensionato quelli dell’impero USA, scalandolo da preteso dominio globale – tale rappresentato nel balenio del momento unipolare – a parte del mondo nuovamente diviso fra satelliti e nemici, meglio: fra sé e altri – peraltro in esponenziale moltiplicazione – che vogliono rimanerne esterni, al di fuori da sudditanze.

Temperie cui l’Egemone in affanno reagisce con rabbia, imponendo sacrifici crescenti ai clientes, dimentico di passate fedeltà oggi ragiona più che mai con esclusivo cinismo. Ergo: cerca sopravvivenza a scapito dei sottoposti, manovra più che mai per convenienza immediata pronto a sacrificare tutto – e soprattutto tutti – pur di rimanere il Primo. Altro non sa vedersi. Ma è in doppia difficoltà perché, al momento della sfida esiziale, ha corpo in sofferenza e anima spezzata.

Perché? Per la dinamica intimamente intrinseca e inscindibile da dottrina liberale e prassi liberista: grazie alla globalizzazione, figlia del rules-basedorder con cui gli USA hanno ordinato il mondo a propria convenienza, l’economia americana ha virato su finanza, servizi e controllo dei commerci, distogliendo il focus dall’economia reale, lasciata a terzi insieme a ogni altra attività a medio o basso valore aggiunto.

Problema numero uno: l’abbandono delle attività manifatturiere ha prodotto una desertificazione industriale, distruggendo la classe media e costruendo una società polarizzata sui servizi che basa la sua apparente opulenza su uno sterminato esercito di lavoratori sfruttati in condizioni para-schiavistiche. Situazione ormai irreversibile per logiche e caratteristiche di sistema.

Problema numero due: anche se finanza, servizi tecnologici avanzati e controllo dei commerci regalano montagne di denaro (a pochi), la società americana deve pur sempre disporre dei beni giornalieri che non è più in grado di produrre, preferendo importarli, così facendo la fortuna della Cina e di altri paesi manifatturieri da cui pretende d’affrancarsi senza sapere come.

Problema numero tre: le montagne di denaro possono comunque svanire. Il sistema economico USA si basa sullo strapotere del dollaro, moneta di scambio nei commerci e bene di riserva di tutte le economie mondiali. A Washington è sinora bastato emettere bond federali per vederli acquistare, scaricando i propri deficit sul resto del pianeta. Prospettiva d’illimitato dominio? No. Per affermare un’egemonia messa in discussione gli USA han fatto esponenziale ricorso a sanzioni ma, col loro moltiplicarsi, rendendo sempre più conveniente (e sicura) l’emancipazione dal dollaro. Con ciò ottenendo il crescente ricorso degli scambi in altre valute e il proliferare di canali terzi. Per conseguenza alimentando la progressiva de-dollarizzazione dell’economia mondiale, accelerata da conclamata convenienza, che sta portando un debito americano sempre più grande a gravare su una domanda di dollari in contrazione, preavviso di futuro disastro seppur non immediato.

Ma se il corpo dell’economia USA è in sofferenza, è l’anima americana a essersi spezzata insieme all’American Dream, mito fondante e brand degli Stati Uniti che oggi è percepito come negato da una fascia sempre più ampia della popolazione. Sentimento trasversale quanto diffuso che ha trovato compiuta espressione nella canzone di Oliver Anthony, il cui video è assurto a bandiera di un disagio e divenuto caso politico per le decine e decine di milioni di visualizzazioni.

Dev’esser chiaro: chi è sprofondato nella povertà, emarginato, spogliato dei vecchi miti pacchiani “Old America” cui era legato e bombardato dalle manifestazioni liberal sempre più estreme, non rinnega affatto l’“American Dream” – di cui si sente invece il vero interprete –ma accusa l’establishment di averglielo sottratto. Dall’esclusione scatta delusione e rabbia di tanti milioni di americani: essi imputano il proprio disagio a un sistema culturale e politico assai elitistico, gelosamente conservatore di se stesso e dei suoi riti, ovvero dei suoi privilegi. Si disegnano così due Americhe nettamente separate: quella delle élites e quella degli esclusi, due società incapaci di comunicare.

Parafrasando la situazione israeliana, anche qui tribù con riti, interessi, linguaggi propri: una, la svantaggiata, non intende più sacrificarsi per un impero che non capisce, dai cui dividendi è esclusa pur pagandone lo scotto. L’altra, continua ad arroccarsi nella difesa – a qualsiasi costo – di un’egemonia ora contestata, da cui trae ricchezza e privilegi di cui gode. Frattura verticale, insanabile; annuncio di conflitto certo che s’apparecchia – anzi, già in corso – che non resta contenuto negli USA ma varca l’Atlantico, propagandosi nelle terre dell’antico Occidente oggi dimidiate a colonie.

Perché – ripetiamo – piaccia o no, la mutazione è compiuta: l’Europa ha assimilato intimamente ascisse e coordinate del sistema americano, assai più di quanto alcuni suoi segmenti sociali vogliano ammettere o comunque abbiano consapevolezza. Tendenze, più e prima che importate, generate da temperie politiche, culturali, sociali ed economiche sempre più simili.

Lo si riconosca o meno, le spaccature che emergono nei territori europei dell’impero USA sono conflitti interni al mondo liberale: anche qui conservatori che tentano di frenare la deriva liberal. Reazioni di chi vede poste in pericolo le proprie sicurezze e vuole ritrarsi da ciò che non comprende, tornando al passato che conosce e in cui identifica il proprio posto. Non rappresentano in alcun modo fermenti rivoluzionari né, tantomeno, ripulsa della cultura liberale e della logica liberista, ai cui (dis)valori di fondo (seppur d’altri tempi) queste manifestazioni di “dissenso” continuano a rimanere fermamente inscritte; sono, semmai, tipici riflessi piccolo-borghesi.

È vero: in anni recenti, appena trascorsi, c’è stato un timido tentativo di smarcamento europeo da logiche e stretta dipendenza dagli interessi USA, ma esso aveva anima economica non politica, meno che mai culturale. In assenza di capacità di scelta e autonomo orientamento, per l’Egemone è stato facile ridurre a rapida obbedienza stati privi di vera sovranità compiuta, comunque ascritti ai suoi canoni. Il conflitto, tenacemente cercato con la Russia per interposta Ucraina, è stato ed è l’episodio più eclatante del confronto/scontro fra l’Egemone insidiato vs quel resto del mondo stanco di essere “ordinato” secondo interessi altrui. Irricevibile segnale d’affrancamento per chi si percepisce sovrano per diritto divino, Numero Uno o nulla. Da ciò la chiamata alle armi dei clientes europei.

Qui non parliamo semplicemente dell’autolesionistica frattura fra Russia ed Europa (agli occhi americani leggi, soprattutto, Germania), ma del complessivo riorientamento dei rapporti del Continente con il resto del mondo in funzione dei desiderata d’oltre Atlantico. Rigida inscrizione – e autolimitazione – a un blocco, a prescindere dagli interessi nazionali, semplicemente ignorati, sistematicamente subordinati a quelli altrui. Di più: è stata posta in atto – e supinamente subita – una destrutturazione dei tradizionali equilibri dello spazio europeo che alla vecchia faglia economicista nord-sud ne ha sovrapposto una nuova – assai più incisiva e pesante – ovest-est. Con conseguente migrazione del baricentro verso Varsavia e il Baltico, cui l’Egemone ha assegnato la missione di contenimento – tentato esaurimento – di Mosca.

Dinamica per la quale la NATO – già dichiarata in “morte cerebrale” – è stata rivitalizzata e successivamente elevata a quella NATO Globale (ossimoro geopolitico rivelatore della realtà) guardiana dell’impero americano nel mondo, e la UE ne è divenuta succursale “politica”, cinghia di trasmissione dei voleri di Washington che s’apparecchia alla guerra per mantenere un’egemonia insidiata. Dunque rottura fra Occidente europeo – ottusamente e pervicacemente servo a suo discapito – e quel resto del mondo che ambisce ad autonomia. E attenzione: abbiamo detto Occidente europeo, perché gli altri stati dell’Occidente Globale, che gravitano nel Pacifico, hanno assai diverso grado di consapevolezza dei propri interessi nazionali (e autonomia).

Ultima ma rilevante riflessione sulla scomparsa del Grossraum Occidente e la sua ascrizione all’impero europeo degli USA: assai più che per volontà della classe politica – totalmente asservita, ma del tutto pleonastica – ciò è dovuto ai Deep States del Continente, forgiati per generazioni nell’obbedienza a Washington e ciò che rappresenta piuttosto che alle rispettive Capitali. Prendendo a esempio l’Italia, per averne prova provata basta guardare alle infinite vicende oscure che ne hanno segnato tragicamente il percorso dal dopoguerra. Semmai qualcuno volesse provare ad alterare minimamente lo stato di sudditanza in cui versano i paesi dell’Europa, sarebbe imperativa opera propedeutica bonificare gli apparati. Missione quanto mai improbabile, oltre che per ovvia resistenza degli stessi, massimamente per drammatica scarsità di possibili sostituti.

Dove va il mondo?

In tempi di cambiamenti radicali – e i presenti lo sono – gli stati si dividono fra predatori e prede; in lessico politicamente corretto, fra tendenti a revisionismo dell’ordine precedente o a essere “revisionati”. Terzium non datur. Inutile – peggio, suicida – continuare ad appellarsi a un rules-basedorder in crisi manifesta come l’Egemone che lo ha imposto. Confusione massima per gli establishment dell’antico Occidente: entrati da generazioni nella post-Storia, cullati nella pratica economicista, per sudditanza adusi a delegare al padrone le scelte, sono incapaci di improvvisare, di seguire vie proprie. Esercizio impossibile per chi ha perduto l’anima.

Sintetizzando al massimo: la Germania annaspa in un mondo che non capisce più, scoprendo che nelle temperie attuali l’economia non fa potenza ma la serve; la Gran Bretagna s’aggrappa agli USA nel tentativo di sopravvivere a se stessa, ma affonda con essi; la Francia ha velleità residua ma ha smarrito stazza e capacità d’azione autonoma; l’Italia, non pervenuta, prova a seguire l’antica prassi della sudditanza per abituale e rassicurante routine, ma non sa dove e come: l’Egemone è troppo impegnato per darle retta. Interloquisce, semmai, con chi si offre di ordinare spazi a convenienza USA, non con chi si limita a invocare protezione. La Nuova Europa – quella dell’Est con Varsavia in testa -pronta a sacrificare ogni cosa sogna fanatico revanscismo verso la Russia, facendosi scudiero di un impero in crisi manifesta. Washington ringrazia e approfitta come sempre.

A parte NATO e UE di cui abbiamo già detto, i forum internazionali più rilevanti sono G7, G20 e BRICS, più – ovviamente – l’ONU, in assai rapida variazione di peso e sostanza, con un nugolo di altri format in veloce ascesa causa clima da liberi tutti. Riassumendo: il G7 rappresenta il “salotto” del mondo economico occidentale, ieri potenza indiscussa oggi ampiamente scaduto, con persistenti riflessi da nobile decaduto. Il G20, già paternalistica estensione del G7 è oggi caos: somma conflittuale di visioni diverse e interessi contrastanti, è divenuto arena di “geopolitica multivettoriale” – come del resto l’intero mondo – che tradotto dal gergo dotto è sinonimo di massima confusione, wrestling fra primattori e aspiranti tali. Chi si astiene è coreografica comparsa dell’epocale confronto/scontro in atto, a cui addebitare costi e cocci della contesa (vedasi Europa).

L’ONU è relitto di passato remoto, la sua struttura, composizione, finalità ed equilibri sono stati partoriti ottant’anni fa, era jurassica in termini geopolitici. È carrozzone autoreferenziale, scollegato dalla realtà, ininfluente; nei fatti lo è sempre stato ma era sostenuto (quanto manipolato) dagli USA, massimamente nell’era unipolare. Ora Washington non ha più energie da spendere per uno strumento anacronistico e inceppato.

Restano i BRICS, dall’1 gennaio 2024 BRICS Plus: recentemente sono stati versati fiumi d’inchiostro per descriverli novello blocco che contrasta gli USA. In verità, la categoria dei “blocchi” è peculiare all’impero europeo dell’America, inscrittavi da generazioni di Guerra Fredda e, successivamente, dai vincoli imposti dall’Egemonismo washingtoniano. Nel resto del mondo non v’è nulla di simile; come già accennato, neppure nei paesi “occidentali” del Pacifico. I BRICS non sono affatto un blocco, né sfera d’influenza appaltata a singola potenza, ma spazio d’interazione per convergenze d’interessi e collettivo strumento d’affermazione. Sono tipico consorzio multipolare costituito da soggetti portatori d’istanze differenziate, talvolta anche confliggenti (vedi India e Cina), che ambiscono a coltivare in autonomia. Per questo rifuggono da pretese egemoniche altrui.

È il sogno rivisitato di quanto espresso nel 1955 alla Conferenza di Bandung dei Non Allineati, evoluti col tempo nel Gruppo dei 77+Cina (oggi arrivati a 134 malgrado mantengano l’antico nome). Allora riscosse una certa rilevanza non per peso specifico proprio ma quale soggetto conteso fra i due poli, e infatti la perse del tutto nel momento unipolare per riacquistarla progressivamente col manifestarsi del multipolarismo. Oggi riemerge attraverso i BRICS Plus, per stazza propria e quale rappresentante del Sud Globale che finalmente trova proprio ambito d’espressione al di là da sudditanze imposte.

Rigettando le pretese egemoniche, i BRICS Plus sfidano gli USA su tre aree determinati: standard globali, contestando il rules-basedorder di marca americana; rivalità geopolitiche, rifiutando allineamenti e diktat “suggeriti” da Washington (ma anche da altri); cooperazione regionale fra soggetti del Sud Globale, praticandola secondo i propri canoni per reciproca affermazione, non a condizioni e convenienze di un preteso Egemone sempre più in difficoltà.

A Johannesburg, con gli ingressi ufficializzati al 15° Summit dei BRICS del 22 – 24 agosto, è nata un’area che, troncando gli indugi precedenti, s’è fatta locomotiva del Sud Globale, meglio, del mondo che verrà. Comprende il 47% della popolazione mondiale, il 37% del PIL (in rapida ascesa a differenza dell’Occidente americano), il 43% della produzione delle risorse energetiche (molte altre tramite l’OPEC+) e una straordinaria massa di commodities. Nei fatti, il gruppo s’è dimostrato centro d’attrazione con oltre 40 paesi che hanno mostrato l’interesse di entrarvi e 23 che hanno formulato domanda formale di adesione. Con l’ingresso dei sei nuovi membri avvenuto ad agosto, il Sud Globale ha trovato un’area comune e lancia all’Occidente un messaggio che ora ha forza (e credibilità) di gridare: i vostri problemi non sono i nostri. Non solo.

I BRICS Plus chiedono la revisione del potere globale e dunque riforma dell’ONU e del Consiglio di Sicurezza (che non riflettono in alcun modo gli equilibri attuali) e delle Istituzioni finanziarie nate dopo Bretton Woods (Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale) su cui si fonda lo strapotere USA. Puro revisionismo dell’ordine attuale, anatema per l’Egemone a rischio d’essere “revisionato”che vede il proprio impero – prima padrone e modello globale – in ritirata, ridotto sulla difensiva e rifiutato da crescente parte di mondo.

Quali sono i fenomeni politici emergenti?

A parte il generale indirizzo multipolare di cui i BRICS sono espressione sempre più assertiva, a nostro avviso sono due i fenomeni (geo)politici più rilevanti e originali che in questi anni si sono imposti all’attenzione per persistenza ed efficacia: il modello cinese e la Rivoluzione Islamica. Il primo non è un sistema perfetto, anzi, presenta numerose criticità, tuttavia esse non possono nascondere i risultati sorprendenti raggiunti nel volgere di pochi decenni. Su una cosa insistiamo: le peculiari caratteristiche della società e dell’economia cinesi; premesso che ci pare errato valutare un contesto socio-culturale così complesso – e con spessore storico tanto rilevante – con metro del tutto diverso come il nostro, non riteniamo il sistema cinese capitalista.

In Cina lo stato non è al servizio dei capitalisti; è sì economia di mercato, ma sottoposta a controllo e indirizzo del potere politico che ne determina le strategie in funzione degli interessi del paese per come definiti – appunto – dalla politica. Né sfuggono a ciò le grandi imprese, tutt’altro, ritenute strumenti per conseguire gli obiettivi strategici della nazione. In altre parole, i capitalisti realizzano utili – eccome! – ma nell’ambito di un generale processo governato dalla politica.È questo che, a differenza dell’Occidente, permette a un dirigismo peculiare di concentrare l’intero sistema paese sugli interessi giudicati cruciali da una direzione che ha sinora dimostrato forza e visione chiara, costruendo un processo d’affermazione straordinario. Ciò ha consentito a Pechino di inserirsi con lucidità ed efficacia nelle dinamiche economiche e finanziarie mosse da Washington, volgendole a proprio vantaggio senza vendere anima e sovranità.

Altro aspetto da tenere in conto è che la Cina, pur abbracciando la modernizzazione, non ha abbracciato con lo stesso entusiasmo la (pseudo)cultura liberale, rimanendo in vasta parte se stessa, rifiutando sia le esasperazioni della deriva liberal, sia l’esaltazione dell’individuo misura d’ogni cosa. Con ciò non esortiamo affatto di prenderla a modello, ma evidenziamo come l’attitudine a visione e azione collettive conferisca forza al suo sistema, capace di fare massa critica sugli obiettivi ritenuti rilevanti al di là da calcoli immediati. Per dirla col Segretario di Stato americano Blinken, essa sta acquisendo la potenza economica, diplomatica, militare e tecnologica per “revisionare” l’ordine internazionale di marca americana.

È evidente che la crescente estroversione di un simile gigante provochi timori e reazioni fra i vicini, legati a lui da economia e commerci ma preoccupati dalla vicinanza. Tuttavia, è un fatto che l’intera ascesa della Cina sia avvenuta senza uno sparo. Differenza quanto meno stridente con l’ininterrotta sequenza di guerre, aggressioni d’ogni tipo, colpi di stato, al minimo pesanti ingerenze, che hanno caratterizzato storia e prassi dell’Egemone americano.

Quanto alla Rivoluzione Islamica, è dottrina che il mainstream mediatico ha fatto di tutto per screditare, rappresentandola in modo volutamente distorto con pervicace opera di framing. Il cuore del messaggio sta nell’affermazione che opporsi a sfruttamento, tirannia e oppressione non è solo lecito, ma obbligo per ogni credente, come pure lo è adoperarsi per il bene degli ultimi e sostenere che la dimensione del mondo non è e non dev’essere economica ma valoriale e spirituale. Anatema per l’Occidente, che vede in essa un nemico irriducibile da demonizzare.

L’efficacia e la capacità di diffusione della dottrina è potenziata dal fatto che essa si rivolge ai valori profondi delle popolazioni introiettati per secoli attraverso l’Islam; d’altronde, i principi di giustizia politica e sociale propri della Rivoluzione Islamica non sono frutto di semplice elaborazione politica ma, per strano che possa apparire a chi non conosce il Corano, dettati dai precetti che vi sono espressi esplicitamente. La Dottrina della Resistenza, che della Rivoluzione Islamica è espressione, li ha posti insieme in maniera organica parlando ai valori condivisi dei popoli islamici.

Doppia notazione: è un errore considerare la Rivoluzione Islamica un modello rigido; proprio perché è ai popoli che si rivolge – fermi restando principi e ispirazioni – essa si adatta ai contesti culturali, sociali, storici ed economici in cui si sviluppa. Inoltre, essa ha tempi lunghi perché non tende a sollevare le folle in una rivolta ma a far acquisire alle masse consapevolezza per puntare a una rivoluzione, ovvero a un radicale quanto strutturale mutamento degli assetti politici ed economici dei paesi, Tuttavia, oltre quarant’anni di Storia hanno dimostrato che, quando la Dottrina della Resistenza si radica, è impossibile estirparla malgrado aggressioni e repressioni d’ogni tipo.

È una storia di successo dimostrata dalla sua continua proiezione a dispetto delle guerre scatenate per fermarla: in Iran, Iraq, Libano, Yemen, Palestina essa si è affermata, giungendo a mettere radici in Bahrain, Siria, Afghanistan e ora in Nigeria. Con ciò costituendo l’Asse della Resistenza, insieme di realtà statuali e non statuali, alleanza organica per il raggiungimento di comuni fini strategici: instaurare ed espandere Società della Resistenza negli stati in cui la Rivoluzione Islamica si sviluppa. In ogni caso, la progressione dell’Asse della Resistenza e la speculare contrapposizione di chi tenta di mantenere antichi assetti di dominio sull’area costituiscono le principali dinamiche del Medio Oriente.

Entrambi i fenomeni politici esaminati sono esperienze di sperimentato successo, tuttavia gli ambiti di ulteriore sviluppo non sono globali sebbene le ricadute dei loro processi siano tali da investire direttamente o indirettamente il mondo intero. Il modello cinese risulta difficilmente esportabile al di fuori del suo contesto peculiare, a differenza della Dottrina della Resistenza che esportabile lo è e lo ha ampiamente dimostrato, ma nell’ambito di un contesto islamico per approccio e contenuti. E attenzione: essa si rivolge a tutti gli oppressi, indipendentemente da religione o etnia – come evidenziato dall’adesione a essa, che nasce in humus sciita, di sunniti, cristiani, yazidi, etc. – ma necessita la presenza di date categorie mentali e spirituali nelle popolazioni per avere orizzontale diffusione fra di esse. Quelle – appunto – costruite nei secoli dall’Islam.

È una questione di “dasein” direbbe Dugin, dello “stare nel mondo” secondo il concetto che si rifà a Heiddeger, ovvero di come i popoli vedano se stessi e interpretano ciò che è attorno a loro. Che, al di là del “pensiero unico” imposto dalla globalizzazione occidentale, è differenziato. Per questo il modello cinese e la Rivoluzione Islamica sono inapplicabili in Occidente, non perché inefficaci in sé ma perché non corrispondono al “sentire” totalmente diverso di quelle popolazioni.

Né sarebbe esportabile – parlando dell’Occidente – un “modello” russo che semplicemente non esiste e, se esistesse, sarebbe inapplicabile poiché frutto di altro Grossraum, altro Grande Spazio, come sottolineato con forza a suo tempo da Schmitt e da pensatori e politologi russi contemporanei che parlano invece di eurasismo. Altra cosa, altro “dasein”. Che non può essere inventato con riferimenti religiosi, storici, sociali, culturali a realtà del tutto diversa, per giustificare una ritrazione da un presente che si rifiuta, ma che non si sa dove e come basare. Storia insegna che un progetto di società – in questo caso alternativo alla deriva contemporanea -può essere costruito attorno a valori antichi, a-temporali, indagando il presente e proiettandoli nel futuro, non certo con una fuga nel passato appigliandosi – per supposte analogie – a realtà terze, estranee.

E allora?

Concludendo questa lunga discussione, è fatto che siamo al tramonto dell’Occidente, ma non di quello ripetutamente vagheggiato – Grossraum europeo, già da un secolo scomparso – quanto dell’Occidente americano, traboccato nelle terre d’Europa rubandone l’anima, usurpandone l’idea per darsi spessore. Oggi in decadenza auto-indotta da caratteristiche proprie e dal naturale sviluppo della Storia che vede imperi sorgere e sgretolarsi per dinamiche interne e pressioni esterne. Doppiamente rapide quando si nutre ubris di dominio globale su un mondo che si scopre sempre più vasto, segmentato, che rimodella canali e meccanismi della globalizzazione.

In questo passo l’Europa tutta – a diverso titolo – si scopre “revisionabile”, incapace di trovare vie proprie, strumento altrui o strumentalizzabile. Inabile a interpretare i tempi, in ogni caso ininfluente, che si guardi all’Est o all’Ovest del Continente nella sostanza non sposta, malgrado qualcuno nella Nuova Europa (leggi: Polonia) alimenti sogni superiori a stazza e possibilità, in questo esatto opposto dell’Italia.

Già, il Belpaese: per posizione, infrastrutture ed economia vale assai più di quanto esso stesso reputi, ma non ha contezza di interessi nazionali che per decenni non ha curato di tracciare e non è attrezzato a farlo. Se li è lasciati dettare in nome di “vincoli esterni” con cui il suo establishment ha legato l’Italia a USA e UE, perché di suo non è capace a formularli, né vuole. Con ciò privandosi della possibilità di fare politica, dunque preda perfetta in un mondo dove potenze o aspiranti tali sono uscite dalle gabbie, e chi era il domatore del circo ha occhi altrove ed energia calante.

D’altronde, d’interessi nazionali è impossibile parlare senza consapevolezza di sé, senza visione, senza un collante che tenga tutto insieme. Inattendibile quello nazionale– semmai esistito dietro retorica patriottarda – demolito dalla “morte della patria”. Improbabile quello religioso, ridotto a supposta appartenenza, nella sostanza svanito. Spezzato quello sociale con la fine delle comunità, con una realtà odierna polarizzata fra chi ha e a prescindere pretende sempre di più e chi non ha e ha prospettiva d’avere sempre meno. Smarrito quello culturale, ridotto a partizione fra il delirio supponente del politicamente corretto e il folklore – tendente al becero – di un cosiddetto nazional-popolarismo.

Il problema, non solo per l’Italia, è il “dasein”, lo “stare nel mondo” dei popoli europei, svanito con la loro anima avvelenata per generazioni dall’Occidente americano. Ciò che è rimasto sono i cascami di un pensiero unico virato in liberal, avviati a una scomposta deriva auto-distruttiva; è un preteso populismo senza popolo – da tempo scaduto a plebe – che vellica le peggiori pulsioni; è un supposto sovranismo senza sovranità che guarda oltre Atlantico, che fa suoi prassi e miti dell’American Dream. Quadro deprimente e senza sbocco che s’avvita su se stesso in una conflittualità crescente fra chi corre verso la dissoluzione immediata e chi – atterrito – prova a frenare una deriva cui, piaccia o no, appartiene. È passato.

Provare a immaginare come si apparecchierà il mondo è esercizio proibitivo, troppe le incognite, variabili e fattori in uno scenario che s’è messo tutto in movimento. Fatto è che l’Occidente americano non avrà più scettro, forzatamente scaduto a ruolo di comprimario, e l’Europa – antica signora già ridotta a serva – pagherà ancora un prezzo molto alto. Per quanto tempo impossibile dirlo, i cicli della Storia sono lunghi. Quali vie prenderanno i popoli del Grossraum già culla di civiltà e imperi? Ritorneranno agli antichi fasti? No. Il passato non torna, quando così appare è farsa, grottesca. Del resto, come saggezza insegna, è del tutto impossibile anticipare i modi in cui i valori a-temporali della Tradizione troveranno modo di inverarsi. Altri saranno dal passato, irrilevabili nel tempo attuale da chi è aduso a categorie che stanno svanendo.

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