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PAURA E RESPONSABILITÀ AFFOGATE NELLO SPRITZ

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I comportamenti incivili delle fasce più giovani della popolazione possono vanificare mesi di sacrifici e riaccendere una pericolosa emergenza sanitaria. Il difficile ruolo del governo che non può più affidarsi all’istinto umano di autoconservazione

La differenza sostanziale tra fase 1 della pandemia e fase 2 consiste, a nostro avviso, nel diverso rispettivo principio ispiratore del comportamento individuale di ciascun cittadino: la paura nel primo caso, la responsabilità nel secondo. E, specularmente, nell’altrettanto diverso grado di difficoltà del potere esecutivo nel regolare quei comportamenti: relativamente basso dall’11 marzo al 3 maggio, più complesso a partire dal giorno successivo.

Se ci è consentita un’analogia con la scienza economica, è possibile ravvisare nelle lunghe settimane del rigido isolamento un richiamo alle note posizioni di Adam Smith – teorico della “mano invisibile” del mercato – secondo il quale il comportamento egoistico di ogni individuo teso a massimizzare il proprio profitto, determinerebbe (ecco la mano invisibile) un beneficio al sistema economico considerato e più in generale a tutta la società.

Nella fase 1 della pandemia, il fattore di massimizzazione del profitto individuale è stato costituito dalla paura; questo è stato l’elemento che ha proiettato il suo favore, seppure con notevoli difficoltà, a livello sistemico. A livello politico, invece, la paura ha rappresentato il requisito necessario (e sufficiente) per esercitare un serrato controllo sociale da parte del governo. Tutto sommato, il comportamento genericamente attribuibile al complesso del popolo italiano è stato soddisfacente. Un buon voto, insomma, ma senza particolare merito.

Nella fase 2, il fattore richiesto per realizzare il cruciale passaggio smithiano dalla virtù individuale al beneficio diffuso è ravvisabile, invece, nella responsabilità. Mentre la paura è una difesa umana naturale ascrivibile all’istinto di conservazione, il senso di responsabilità è una costruzione sociale e culturale che presuppone il possesso di adeguate doti morali e di altruismo costruite attraverso lunghi e selettivi percorsi educativi e cognitivi: non tutti, dunque, ne sono dotati. Le ricadute politiche sono pertanto gravose.

Non potendone contare che su frazioni minime della popolazione, al governo è, e sarà, richiesto un salto qualitativo che però dubitiamo possa compiere per mancanza di requisiti intrinseci: le capacità di assumersi l’onere di imporre scelte impopolari, senza far leva sul naturale effetto-paura, ma affidandosi alla difficile persuasione da esercitare su menti poco aduse all’esercizio del senso di responsabilità. Un esempio?

Il fine settimana 22-24 maggio, il primo di apertura senza obbligo di autocertificazione, ha registrato nelle principali città italiane il riacutizzarsi di una criticità difficile da superare: l’abitudine in voga da anni – fiancheggiata da sottili e martellanti campagne pubblicitarie – di ritrovarsi in gruppo e bere in locali e zone urbanisticamente destinate all’aggregazione giovanile, alla vita notturna, al beverage, in una parola alla movida.

I servizi andati in onda nel corso di alcuni programmi di informazione nel citato week-end hanno evidenziato, oltre all’assoluta mancata osservanza di norme sanitarie che nessuno ha ancora abrogato, una carica di aggressività, insofferenza, intolleranza da parte dei cosiddetti “giovani” nei confronti di una telecamera o di un microfono. Il caso di squadrismo contro una giornalista registrato in diretta in un noto quartiere perbene della Capitale – San Lorenzo – dovrebbe far riflettere sulla necessità di organizzare presìdi fissi di ordine pubblico per reprimere simili comportamenti violenti, contrari peraltro al diritto costituzionale di informare ed essere informati.

La conosciuta relazione che lega danno e beffa la si può riscontrare nelle assurde norme prodotte da una burocrazia “della riapertura” cieca ed incompetente che finiranno, se non emendate, per decretare la morte di decine di migliaia di piccoli e virtuosi esercizi commerciali ed opifici costretti ad osservarle attraverso controlli da stato assolutista.

Non riuscire a riaprire e lavorare e al contempo notare che migliaia di giovani – tutelati da una retorica che li accarezza in virtù della dote elettorale (temporalmente consistente) di cui sono portatori ma incuranti delle norme sanitarie ancora in vigore – antepongono all’osservanza di quelle disposizioni un discutibile modello sociale che impone di consumare alcol in branco come in un rito iniziatico notturno, è una realtà che grida vendetta. Se a causa di comportamenti colpevoli ed irresponsabili l’infezione dovesse ripartire con i suoi numeri assoluti, percentuali e coefficienti il dramma, come già visto, investirebbe tutti, non soltanto gli idioti.

O si prende atto che governare il popolo italiano non è difficile ma inutile (il precedente storico c’è e si ricorda molto bene), oppure, per restare nel paragone economico sopra richiamato, non ci si può più rivolgere ad Adam Smith e al calcolo edonistico della “sua” mano invisibile, pena il fallimento, bensì ad un meglio attrezzato e competente dirigismo statale in grado di eliminare quella pericolosa miscela di bisogni prossimi a capricci infantili, debolezza intellettuale e giustificazionismo sociologico, mediatico e, peggio, politico per i giovani, e di imporre finalmente corretti comportamenti rispettosi della convivenza civile.

Il potere pubblico dovrebbe constatare che la natura del popolo italiano è intimamente anarchica sebbene nascosta sotto mentite spoglie ovine, impermeabile a qualsiasi iniziativa politica, la quale è percepita nel vissuto collettivo e mentalmente assimilata alle dominazioni straniere subite passivamente nell’ultimo millennio e mezzo. Un’insofferenza atavica, ma ben dissimulata, all’ordine costituito.

Invece di rincorrere il facile consenso degli irresponsabili seduti davanti a uno spritz, la politica dovrebbe meglio occuparsi con una decisa azione educativa di investire culturalmente sulla interiorizzazione delle norme giuridiche, che, in quanto modelli comportamentali, dovrebbero tendere a ridurre la devianza soprattutto da parte delle generazioni più giovani e maggiormente ad essa esposte.

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