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Recovery Fund: Frau Merkel santa subito!

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Le condizionalità del Recovery Fund non potranno che comportare riforme di indirizzo politico – economico ed anche ideologico, di carattere liberista, con relativi ulteriori smembramenti dello stato sociale, che si tradurranno fatalmente in nuove cessioni di sovranità da parte degli stati agli organismi oligarchici sovranazionali della UE.

L’Europa è risorta dalle sue ceneri. Sono state messe a tacere le Cassandre sovraniste e con esse, le loro previsioni crolliste circa la imminente dissoluzione della UE. Questo è l’evento politico che dal punto di vista mediatico ha avuto maggiore audience in questi giorni. Nella narrazione mediatica di tali eventi politici emerge peraltro la limitatezza degli orizzonti di una politica italiana isterilita su false contrapposizioni interne, tra schieramenti opposti, ma accomunati dalla medesima vacuità di contenuti politici.

Recovery Fund: uno strumento di colonialismo economico tedesco

La proposta della Commissione europea presieduta dalla Von der Leyen, riguardo alla introduzione del Recovery Fund per far fronte alla crisi economica scaturita dalla pandemia del COVID 19, ha riscosso il pieno sostegno della Germania della Merkel, già vestale incorrotta di una UE eurogermanica, votata al culto del pareggio di bilancio e delle politiche di austerity. Ci si chiede dunque quali siano state le ragioni che abbiano determinato questa improvvisa conversione della Merkel sulla via di …. Bruxelles, ad una politica espansiva, fino a ieri osteggiata dalla Germania, per il risanamento delle economie degli stati europei (specie quelli del sud), devastati dalla crisi economica succeduta a quella pandemica.

Occorre innanzi tutto rilevare che la politica economica tedesca in Europa non ha subito mutamenti di sorta, al di là dell’enfasi mediatica dilagante, che ha rinfocolato gli entusiasmi dei seguaci della fede europeista, che vorrebbero la Merkel santa subito! La crisi che ha colpito l’Europa ha inciso profondamente sul tessuto produttivo tedesco, delocalizzato nel continente europeo. Pertanto, la Germania si trova nella necessità di sostenere le economie dei paesi più deboli della UE, quali l’Italia, la Spagna e i paesi del gruppo di Visegrad, in quanto in questi ultimi è stata delocalizzata la filiera produttiva dell’industria tedesca. Il fine ultimo del Recovery Fund consiste nel favorire la ripresa dell’economia tedesca. E’ altresì arcinoto, che la potenza dell’economia tedesca deriva dai surplus commerciali realizzati mediante l’export.

L’istituzione del Recovery Fund si rende quindi necessaria al fine di sopperire alla attuale crisi di liquidità che coinvolge i paesi europei più deboli e quindi, le erogazioni di prestiti e sovvenzioni europee (senza mutualizzazione del debito), verrebbero messe in atto con la finalità di sostenere la ripresa dei consumi nei paesi destinatari delle esportazioni tedesche.

La struttura produttiva tedesca diffusa in Europa ha dunque un ruolo dominante e trainante per l’economia dell’Europa stessa. Da tale contesto, emerge chiaramente la dipendenza economico – strutturale, prima che politica, dell’Europa del Sud nei confronti della Germania. In realtà, la governance tedesca della UE ha assunto una struttura assai simile a quella degli imperi coloniali del XIX° secolo. L’impero oggi deve finanziare mediante la UE la sua filiera produttiva delocalizzata nelle sue colonie economiche, allo scopo di far crescere la propria economia e per di più, sostenere i redditi prodotti nei propri dominions, in quanto funzionali all’espansione del consumo dei prodotti dell’export germanico.

Come già affermato in precedenti articoli, le entusiastiche aspettative di una imminente dissoluzione della UE per la fuoriuscita della Germania e dei suoi paesi satelliti, coltivate dai sovranisti si sono rivelate velleitarie e in contrasto con la realtà di questa Europa che è e resta eurotedesca. Ma è altresì inverosimile che l’implementazione del Recovery Fund possa dar luogo ad una trasformazione strutturale della UE.

Recovery Fund: un fondo europeo straordinario e temporaneo

Il Recovery Fund è un fondo straordinario e temporaneo, creato per affrontare la crisi della pandemia del COVID. I trattati europei non subiranno alcuna modifica, dato che, salvo proroghe, il patto di stabilità tornerà in vigore nel 2021. Certo è che con il calo del Pil italiano stimato tra il 9% e il 13% e un debito pubblico a quasi il 160% del Pil, se tornassero in vigore le regole del patto di stabilità, l’Italia andrebbe in default e, per effetto trascinamento, altri stati europei subirebbero lo stesso destino.

La proposta della Von der Leyen, espressa in sede di Commissione europea il 28 maggio scorso, consiste nella costituzione del Recovery Fund, con emissione di obbligazioni per 750 miliardi garantite dal bilancio europeo. Il Recovery Fund erogherebbe finanziamenti agli stati per 500 miliardi sotto forma di sovvenzioni e 250 miliardi sotto forma di prestiti. All’Italia spetterebbe una quota complessiva di 172,7 miliardi (81,8 come sovvenzioni e 90,9 come prestiti). Il fondo sarà composto di obbligazioni a scadenza differenziata con un minimo di 7 anni e un massimo di 30 anni.

L’istituzione del Recovery Fund comporterà comunque un rilevante ampliamento del bilancio comunitario, che nel periodo 2021/2027 dovrà raggiungere la consistenza di 1.850 miliardi. Il bilancio europeo sarà pertanto finanziato mediante i contributi degli stati e l’imposizione di nuove imposte europee (digital tax, green tax, plastic tax ecc…). Dai documenti ufficiali della Commissione europea emerge tuttavia che ai finanziamenti erogati all’Italia a fondo perduto per circa 82 miliardi fanno riscontro circa 96 miliardi di contributi al bilancio europeo che l’Italia stessa dovrà versare alla UE. Se ne deduce quindi, che l’Italia sarebbe un contribuente netto per 14 miliardi di tali finanziamenti “a fondo perduto”!

Occorre inoltre rilevare che data la profonda crisi in cui versa l’Europa, sarà oltremodo gravoso per gli stati reperire risorse fiscali per sostenere, oltre che l’emergenza interna, anche il bilancio di una Europa le cui risorse risultano scarse e per di più decrementate a causa della Brexit.

Condizionalità e vincoli di destinazione del Recovery Fund

I finanziamenti del Recovery Fund comportano inoltre rigide condizionalità per gli stati riguardo ai programmi di riforme strutturali da attuare in tempi brevi e vincoli di vigilanza circa la destinazione effettiva dei fondi.

Per quanto concerne le condizionalità il Commissario Gentiloni ha affermato che i paesi richiedenti dovranno elaborare “piani nazionali di riforme coerenti con le priorità UE” e che “le sovvenzioni sono collegate alla corretta attuazione delle politiche”. Sorge quindi un dubbio: ma il Recovery Fund non è una riproposizione sotto mentite spoglie del MES?

L’Italia pertanto dovrà realizzare un programma di riforme strutturali riguardanti la giustizia penale e civile, l’istruzione, la materia fiscale, l’innovazione e la digitalizzazione, la burocrazia (leggi sblocca – opere), la transizione energetica ecc… Sembra assai improbabile che l’Italia, in questo limitato arco temporale, funestato peraltro dall’emergenza pandemica, possa porre in atto riforme strutturali (che peraltro coinvolgono tutte le istituzioni dello stato), che da decenni nessun governo è stato in grado di realizzare. E soprattutto non si può davvero sperare che tali riforme possano essere realizzate da una classe dirigente dimostratasi incapace perfino di presentare una qualsivoglia proposta italiana in sede europea per far fronte alla emergenza sanitaria ed economica che ha travolto tutta l’Europa. Essa si è limitata a far proprie, a volte maldestramente, le proposte spagnole e francesi.

L’Italia sconta l’europeismo acritico dei suoi governi, che si è sempre tradotto nella subalternità italiana ai paesi dominanti in Europa. Il dogma europeista ha le sue radici nella tendenza innata nella classe dirigente italiana a devolvere le proprie responsabilità (e con esse anche la sovranità del nostro paese), all’eurocrazia dominante. Afferma a tal riguardo Alessandro Mangia nel saggio “L’emergenza e le tre Grandi Cesure” nel libro di Giulio Sapelli, “Pandemia e Resurrezione, Edizioni goWare, Guerini e Associati 2020”: “Qualcuno, negli anni Ottanta, prima di Maastricht, aveva predetto che i Tedeschi sarebbero entrati in Europa da Tedeschi, i Francesi da Francesi, gli Inglesi da Inglesi, mentre gli Italiani sarebbero stati gli unici ad entrarci da Europei.
I fatti hanno dato ragione a coloro che sostenevano questa tesi. Ed è da allora che la politica italiana ha smesso di pensare e di pensarsi come tale (di autorappresentarsi), acquietandosi nella delega firmata allora alle istituzioni europee, fino a trasformarsi in attività di esecuzione locale di scelte assunte altrove, e segnatamente in quel livello europeo dove – nel discorso pubblico italiano – tutto si fa indistinto ed opaco”.

Ma occorre soprattutto riflettere sul fatto che tali programmi di riforma dovranno essere compatibili con la struttura economico – finanziaria di stampo neoliberista della UE. Pertanto le condizionalità della UE non potranno che comportare riforme di indirizzo politico – economico ed anche ideologico, di carattere liberista, con relativi ulteriori smembramenti dello stato sociale, che si tradurranno fatalmente in nuove cessioni di sovranità da parte degli stati agli organismi oligarchici sovranazionali della UE. La crisi si rivela dunque un poderoso fattore di accelerazione di un processo di dissoluzione degli stati già in atto.

I tempi biblici del Recovery Fund

Occorre comunque ribadire, onde contrastare la pervasiva droga di euforia mediatica che ha prodotto il discorso della Von der Leyen, che il Recovery Fund è, allo stato attuale, solo una proposta della Commissione che dovrà essere negoziata tra gli stati, essere approvata dal parlamento europeo e dai parlamenti dei 27 stati membri. Le trattative presentano difficoltà evidenti, data l’ostilità dichiarata dei paesi “virtuosi” del Nord, quali l’Olanda, l’Austria, la Danimarca, la Svezia, la Finlandia. E’ previsto un primo negoziato per il 19 giugno, ma se ne prevede un altro a luglio in sede di Consiglio europeo. L’attuazione del Recovery Fund si presenta quindi incerta e la sua tempistica dilatata in tempi biblici. Realisticamente si prevede che non potrà entrare in vigore prima della metà del 2021.

La presente emergenza richiede invece provvedimenti immediati a sostegno di una struttura economico – sociale in rapido disfacimento. E le misure “ponte” in vigore si rivelano assai inadeguate ed inefficaci rispetto al fabbisogno di risorse imposto dall’emergenza.

L’Italia ha esaurito tutte le risorse di bilancio disponibili. Nel periodo di transizione del 2020, il bilancio europeo può erogare fondi per appena 11,5 miliardi. Restano quindi disponibili i 15/20 miliardi del fondo SURE per la disoccupazione (i fondi per la cassa integrazione in Italia, come ampiamente previsto si esauriranno a giugno), i residui fondi della Bei e il MES per 36 miliardi. Ma il ricorso al MES presenta per l’Italia condizionalità inaccettabili.
I provvedimenti messi in atto dal governo in Italia si sono rivelati inefficaci e parziali. Dei 200 miliardi di finanziamenti garantiti dallo stato mediante il Sace, risultano effettivamente erogati appena 200 milioni (anche per effetto di una burocrazia soffocante).

Le banche adottano criteri assai restrittivi nell’erogazione del credito a PMI e cittadini. Sebbene tali prestiti siano garantiti in tutto o in parte dallo stato, alcune banche non hanno aderito alla convenzione, altre, dopo prolungate istruttorie, hanno negato l’erogazione del credito riscontrando insufficienti garanzie circa la solvibilità dei richiedenti. Occorre però osservare che tale strategia restrittiva del credito messa in atto dalle banche, comporterà alla lunga danni rilevanti che potrebbero generare profonde crisi nell’intero sistema bancario. Infatti, si nega spesso il credito nei confronti di imprese e cittadini già esposti verso le banche nella fase precedente alla crisi. Pertanto, subentrando il fermo dell’economia dovuto alla crisi pandemica, l’unica possibilità per i debitori di far fronte al debito precedentemente contratto, consiste nell’ottenere nuovo credito, per evitare il prevedibile default. Si potrebbe altrimenti generare una pandemia del debito di enormi proporzioni e le insolvenze generalizzate potrebbero produrre per le banche situazioni di dissesto patrimoniale tali da coinvolgere la stabilità del sistema bancario stesso.

Sistema bancario, che invece si è dimostrato assai compiacente in tema di finanziamenti verso la grande industria. E’ addirittura oscena la richiesta di prestiti da parte di FCA per 6,5 miliardi, che ha invocato l’esigenza di preservare l’occupazione in Italia. Quella stessa FCA che usufruisce di un regime di fiscalità agevolata, avendo trasferito la sua sede in Olanda (paese – paradiso fiscale che invoca il frugale moralismo finanziario), e che si appresta a distribuire dividendi agli azionisti per 6 miliardi, al fine di sostenere la quotazione del proprio titolo in borsa in vista della fusione con Peugeot.

Intanto esplode in Italia l’emergenza occupazionale: sebbene i licenziamenti siano stati sospesi per decreto, nell’autunno prossimo potrebbe verificarsi la perdita di un milione di posti di lavoro!

Un’Europa dalle conflittualità insanabili

Il dilatarsi nel tempo della crisi non potrà che far crescere gli squilibri tra i paesi membri della UE. I tempi differenziati di ripartenza delle economie e l’intensità differenziata della crisi sanitaria nei singoli paesi, sono elementi che contribuiranno ad accrescere le diseguaglianze tra gli stati (già peraltro assai rilevanti nella fase precedente alla crisi), e quindi generare ulteriore instabilità e conflittualità nella UE.

La crisi del COVID 19 ha accentuato le diversità, gli egoismi nazionali e quindi la conflittualità tra gli stati. L’attuale crisi ha esasperato le fratture interne già presenti da sempre all’interno dell’Europa. Alla conflittualità tra gli stati (a loro volta dilaniati da conflitti regionali interni), si aggiungono contrapposizioni interne insanabili nei singoli popoli, riscontrabili nel sorgere dei più vari e diversificati movimenti populisti/sovranisti trasversali agli stati stessi. L’avvento della crisi pandemica ha messo in luce la totale incompatibilità culturale, identitaria ed etico – morale tra i popoli del Nord e del Sud dell’Europa.

La UE non è una unione solidale tra stati, ma un organismo oligarchico – tecnocratico che non è fondato su principi etici comunitari, né tanto meno prevede meccanismi automatici di redistribuzione delle risorse tra gli stati, tipici delle unioni politiche federali.

La stessa svolta della Merkel a favore della costituzione del Recovery Fund, in virtù della quale è stata consacrata alla santità dagli euroinomani, si rivela incompatibile con la recente sentenza emessa dalla corte costituzionale tedesca in merito alla violazione imputata alla BCE dei principi di proporzionalità e degli specifici obiettivi di finanziamento effettuati mediante il QE. Ma qualora la BCE cessasse di sostenere i debiti pubblici degli stati, si verificherebbe una crisi finanziaria di proporzioni tali da determinare la dissoluzione dell’Europa.

Non sarà comunque l’istituzione del Recovery Fund a rappresentare un valore unificante per una Europa dilaniata da contrapposizioni insanabili, che non tarderanno a manifestarsi con sempre maggiore intensità.

Questa crisi ci ha dimostrato che le oligarchie della UE possono distruggere gli stati, ma non potranno mai omologare o sopprimere le identità originarie dei popoli.

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