Con Trump gli Stati Uniti hanno mutato il modello economico, modello culturale e sociale e sistema di alleanze strategiche. I predecessori “democratici” di Trump, con una politica ossessivamente antirussa, avevano spinto Putin a gettarsi nelle braccia della Cina. L’esigenza primaria di Trump è quella di distaccare la Russia dalla Cina, e se possibile instaurare con Mosca quella profonda collaborazione ed integrazione economica. La Gran Bretagna rema contro, si trascina dietro la Francia di Macron, e forse anche la Germania di Merz, e fino ad oggi anche l’Europa di Bruxelles. Trump vuole che i Paesi della NATO aumentino gli stanziamenti per la difesa. Il Rearm ha più l’aria d’essere, oltre ad una manovra di sostegno all’economia, un tentativo mascherato dell’Unione Europea di sottrarsi al protettorato militare americano e non una difesa preventiva da eventuali attacchi della Russia di Putin.
Dunque Trump verrà a Roma e incontrerà la presidente della Commissione UE Ursula Von der Leyen per affrontare la vertenza dei dazi tra Stati Uniti ed Europa, certo, ha detto, che si potrà risolvere al cento per cento. I giornali italiani di opposizione per la verità stanno tentando (scrivo il giorno dopo l’incontro alla Casa Bianca) di mettere un po’ in dubbio tutto questo, sottolineando che la data non è stata fissata e che non è certo che vi sia davvero anche la Von der Leyen. Questo è comprensibile, perché – piaccia o no – quello della Meloni a Washington è stato un viaggio di grande successo, soprattutto per il ruolo che l’Italia viene a svolgere nei rapporti che stavano diventando burrascosi tra Stati Uniti ed Europa. Molti ironizzavano su queste possibilità e sulle presunte velleità della premier italiana. Ma si direbbe che avevano torto. Lo si deduce anche dal commento di “Napoleone” Macron, che non riesce a nascondere la sua irritazione e la sua invidia. E confesso che l’una cosa e l’altra (cioè il successo diplomatico della leader italiana e la rabbia del presidente francese) mi hanno fatto un gran piacere. Per non parlare di piccole cose, come l’acrimonia invidiosa ed impotente di altre donne, come la Gruber o la Schlein, che ora debbono arrampicarsi sugli specchi per cercare di spandere ombre. E’ una reazione di pancia la mia, più che di cervello, perché le scelte politiche del governo Meloni, specie in politica estera, mi trovano spesso in disaccordo.
Ma come mai ora Trump, che aveva scagliato contro i Paesi europei dazi pesantissimi, definiva gli europei “parassiti”, aveva detto che intendeva trattare coi singoli Paesi, e non con l’Unione Europea, che notoriamente detestava e la cui autorità politica disconosceva, ora sembra essersi rimangiato tutto, ed ha sospeso per tre mesi quelle sanzioni, nega di aver mai detto la parola “parassiti” rivolta ai Paesi europei, ed invece di trattare dei dazi coi singoli Paesi (“divide et impera”…) sembra essersi deciso a trattare direttamente con la Commissione Europea?
Senza nulla togliere alle doti diplomatiche della nostra Presidente del Consiglio, alle sue capacità di convincere, ed anche alla simpatia umana che sembra riscuotere alla Casa Bianca, a far cambiare idea al Presidente Trump credo sia stato anzitutto il suo disinvolto pragmatismo. Tra Stati Uniti ed Europa si stava aprendo infatti una faglia pericolosa, contraria agli interessi strategici di Washington. Non era solo questione di dazi, o risentimenti e “diktat” sulle spese per la NATO: c’era e c’è ben altro. Anzitutto le divergenze sull’Ucraina, e quindi sulla Russia. Trump non ha nascosto, anche in occasione della visita della Meloni, la sua disistima per Zelenski e la sua irritazione per la lentezza con cui Putin manda avanti le trattative per una pace, ed intanto cerca di avanzare con le sue truppe, ed occupare tutte le regioni russofone dell’Ucraina, per sedersi poi al tavolo ed ottenere il riconoscimento del fatto compiuto. Ma la divaricazione tra Stati Uniti ed Europa (non solo con l’Unione Europea, ma anche con l’Inghilterra) aveva ed ha un carattere ancor più profondo e generale delle divergenze strategiche citate. Ed è che con Trump gli Stati Uniti hanno mutato il modello economico (dalla globalizzazione alla difesa degli interessi nazionali) modello culturale e sociale (dalla cultura woke alla riscoperta dei valori tradizionali) e sistema di alleanze strategiche (la Cina non è più la “fabbrica del mondo”, funzionale ad un’economia globalizzata, ma è un pericolosissimo avversario strategico).
Trump si è probabilmente accorto che stava per fare un errore analogo a quello rimproverato a Biden. L’ex presidente degli Stati Uniti, così come i suoi predecessori “democratici”, con una politica ossessivamente antirussa (avanzamento della Nato fino ai suoi confini, sanzioni sempre più pesanti, colpo di Stato in Ucraina per instaurare un governo filoccidentale, poderosi aiuti economici e militari a Zelenski per sostenerlo nella guerra contro la Russia ecc. ecc.) avevano spinto Putin a non avere altra scelta che quella di gettarsi nelle braccia della Cina. E così, paradossalmente, avevano fatto un enorme regalo al vero nemico strategico degli Stati Uniti, fornendogli su un piatto d’argento la disponibilità delle enormi risorse naturali russe, a cominciare da quelle energetiche che mancano alla Cina, una profondità di spazio amico che investe larga parte non solo dell’Asia ma anche dell’Europa, ed infine, malgrado le intuibili esitazioni di Putin, un’opzione per lo sfruttamento congiunto delle ricchezze della Siberia.
Dunque: l’esigenza primaria di Trump era quella di distaccare la Russia dalla Cina, e se possibile instaurare con Mosca quella profonda collaborazione ed integrazione economica che la Germania (e l’Europa…) avevano tentato di fare e che gli Stati Uniti avevano interrotto e bloccato con la guerra d’Ucraina, le sanzioni, il sabotaggio al gasdotto Nord Stream. E già si facevano balenare da parte russa idee grandiose come quella di uno sfruttamento congiunto delle ricchezze della Siberia e dell’Artico, in competizione dunque con la Cina, mentre il Presidente del Fondo d’Investimento russo ipotizzava una missione congiunta con Musk su Marte. Ma queste ipotesi di accordo e collaborazione con la Russia, e la faglia che si apriva con l’Europa, ecco il punto, rischiavano di spingere l’Unione Europea in braccio alla Cina, la quale si era già fatta avanti suggerendo a Bruxelles di fare fronte comune contro l’arroganza americana. E cominciava a trovare orecchie troppo attente, avances come quella del premier spagnolo in visita a Pechino, ed in generale l’opinione di non pochi imprenditori europei che cominciavano a valutare la possibilità di indirizzare verso la Cina quelle esportazioni cui con i dazi era sbarrata la via del mercato americano.
In parole povere: Trump che faticava per staccare dalla Cina la Russia, rischiava di perdere però l’Europa, che si volgeva essa verso la Cina, non insensibile alle sue lusinghe, e più in generale alle potenzialità dei mercati di tutta l’area del Sud Est asiatico. Ed anche quella storia del “Rearm Europe”, cioè del progetto di riarmo lanciato da Bruxelles, ed ancor più il concreto gigantesco piano di riarmo deciso, senza consultar nessuno, dal neocancelliere tedesco Merz, deve aver messo a Trump ed al suo entourage qualche pulce nell’orecchio. Ma di questo vedremo meglio in seguito.
Dunque: il bel successo della Meloni a Washington poggia sul miglior fondamento che un’intesa possa avere, cioè l’interesse reciproco. Trump aveva ed ha la necessità di ristabilire con l’Europa rapporti politici di solida alleanza; Giorgia Meloni, donna giusta al momento giusto, ha offerto l’opportunità di ristabilire intanto il contatto con la Commissione Europea (e considerato che Ursula Von der Leyen è tedesca, e proviene dalla CDU che è al governo in Germania), anche indirettamente con Berlino.
Sta per dissolversi dunque, come una bolla di sapone, la netta divergenza che sembrava destinata a dividere l’Europa dagli Stati Uniti? Un malinteso, quelle accuse di parassitismo che erano volate nella chat condivisa per errore (??) anche con un giornalista, o un puro sfogo verbale, come accade anche nelle liti tra amici, quando vola qualche parola di troppo, di cui poi ci si pente, e torna l’accordo, di cui Trump dice d’essere sicuro al cento per cento?
Staremo a vedere, ma penso che non sarà così semplice. C’è da tener presente infatti che la Gran Bretagna rema contro, si trascina dietro la Francia di Macron, e forse anche la Germania di Merz, e fino ad oggi anche l’Europa di Bruxelles. E non rema contro per un capriccio. Il fatto è che mentre ora l’America di Trump vuole dire addio alla globalizzazione, alla delocalizzazione delle imprese, alla finanziarizzazione dell’economia, cioè al modello d’economia per l’Occidente che portava avanti l’America di Biden, a quel modello invece la Gran Bretagna è tenacemente aggrappata. E la ragione è semplice: in una economia governata dalla finanza speculativa, la Gran Bretagna, con la City è una protagonista, o addirittura la capitale; in un’economia ove il peso lo ha l’economia reale, Londra pesa zero, o poco più.
Poi c’è il problema dei rapporti con la Russia. Anche sotto questo aspetto la fonte della russofobia che da qualche anno ha coinvolto anche alcuni Paesi dell’Europa è soprattutto la Gran Bretagna, che trova facile esca nelle paure dei Paesi Baltici e in certe sconcertanti ambizioni nazionalistiche della Polonia. Ma se Trump, com’è auspicabile, riesce a raggiungere un accordo con Putin, ed a metter fine alla guerra d’Ucraina, anche l’Europa, e la Germania per prima, tenderanno a riallacciare la rete dei rapporti economici con la Russia, perché – vantaggi della continuità territoriale a parte – le due economie si integrano perfettamente: la Russia ha abbondanza delle materie prime di cui l’Europa ha bisogno; l’Europa ha le tecnologie avanzate, i beni di consumo, i prodotti tecnologicamente all’avanguardia, i capitali d’investimento, di cui invece la Russia è carente. L’integrazione tra Russia ed Europa, e tra Russia e Germania in particolare, è stato visto sinora dagli Stati Uniti come un forte rischio per la propria egemonia, così come hanno insegnato Brzezinski e Kissinger. Un rischio da evitare ad ogni costo; una collaborazione da interrompere e far saltare. La guerra d’Ucraina a questo è servita, e il gasdotto Nord Stream tra Russia e Germania fatto esplodere è l’esempio concreto più evidente di quella scelta strategica. Trump sarà disposto ad abbandonare quella linea, ed a permettere che si riallaccino i legami dell’Europa, e della Germania in particolare, con la Russia, o considera quei rapporti una sorta di riserva di caccia degli Stati Uniti, magari lasciando agli altri qualche briciola?
Ed infine, ma non è certo l’ultima cosa in ordine d’importanza anzi, a ben guardare è la prima, c’è questa storia del riarmo, che evidentemente è vista in modo ben diverso a Washington, a Bruxelles ed a Berlino. Trump vuole che i Paesi della NATO aumentino gli stanziamenti per la difesa perché vuole alleggerire il peso della NATO sopportato sinora dagli Stati Uniti, e vuole soprattutto vendere più armi ai Paesi europei (magari non proprio di ultimissima tecnologia…) in modo da alleggerire anche per questa via il disavanzo commerciale. Ma non è esattamente questo che vogliono a Bruxelles, e la Von der Layen col suo “Rearm” da ottocento miliardi. La minaccia di un Putin “che ha dimostrato più volte di essere un vicino ostile” i “pericoli” che ne conseguono, la necessità di “esser pronti ad una guerra che non è imminente ma non è più impossibile”, evocati più volte dalla Von der Layen hanno tutta l’aria d’essere una scusa. Il piano di riarmo, e lo suggerisce anche Draghi nel suo Rapporto, dovrebbe servire in realtà a coordinare le industrie belliche europee in modo da alleggerire (altro che aumentare!) gli acquisti di armi dagli Stati Uniti, che ora incidono per ben due terzi nelle spese militari dei Paesi europei. Insomma: il Rearm ha più l’aria d’essere, oltre ad una manovra di sostegno all’economia, un tentativo mascherato dell’Unione Europea di sottrarsi al protettorato militare americano e non una difesa preventiva da eventuali attacchi della Russia di Putin. I primi a non crederci, d’altronde, sono gli Stati Uniti, che dovrebbero essere i primi a preoccuparsi, visto che in base all’art. 5 della NATO in quel caso dovrebbero entrare in guerra anche loro contro la Russia. Ma l’inviato speciale americano Steve Vitkoff ha detto chiaro e tondo che “l’affermazione che se i russi non vengono fermati ora marceranno attraverso l’Europa è assurda”.
E c’è anche il riarmo della Germania: novecento miliardi di euro, più di tutta l’Unione Europea, di cui 400 destinati al riarmo vero e proprio e cinquecento ai settori strategici. Quali le ragioni e gli obiettivi di questa decisione improvvisa, che ha richiesto addirittura una modifica della Costituzione tedesca? Anche in questo caso che a muovere Merz sia stato davvero il timore di una futura guerra con la Russia, è ridicolo. Una prima spiegazione l’ha suggerita il Financial Times dell’8 marzo scorso, che ha riferito di un incontro segreto tra il cancelliere “in pectore” ed il ministro delle finanze del precedente governo, ancora in carica, Jorg Kukies il quale avrebbe illustrato a Merz il futuro immediato allarmante che si profilava per le finanze e l’economia tedesca: un deficit di 130 miliardi ed una crescita economica in costante e rapida diminuzione. Merz e Kukies di queste cose se n’intendono, e si capiscono al volo: Merz è stato per anni ai vertici di Black Rock, il mostruoso Fondo d’investimento americano che è presente nell’azionariato delle maggiori società di mezzo mondo, e Kukies a sua volta è un ex Goldman Sachs, la più grande banca d’investimento americana collegata con porte girevoli ai vertici della grande politica. Ed è così che Merz ha immediatamente deciso che all’economia tedesca occorreva una massiccia iniezione ricostituente in puro stile keynesiano, ed ha imbracciato un bazooka calibro novecento miliardi di euro. Ma il poderoso soccorso monetario all’economia tedesca, cioè alle sue industrie della difesa ed alle infrastrutture, è solo uno degli aspetti di questa manovra. Viene il dubbio che Merz abbia anche deciso che la Germania, che dopo la guerra perduta era diventata un gigante economico ma un nano politico, poi dopo la riunificazione e con l’asse franco tedesco era divenuta anche gigante politico in Europa, ora è venuto il momento che torni ad essere anche gigante militare. E qualche ideuzza che anche l’Unione Europea si affranchi dal protettorato americano pare coltivarla visto che ha avanzato l’ipotesi di una sorta di NATO tra Paesi europei, ma senza gli Stati Uniti. Ipotesi che gli americani hanno già escluso: il Segretario di Stato Marco Rubio il 4 aprile ha chiarito: “Rimarremo nella NATO, ma vogliamo che sia più forte e più vitale”.
Dunque quando Trump verrà a Roma trovare un accordo “al cento per cento” non sarà una passeggiata, perché “grande è la confusione sotto il cielo”. Ma forse è vero anche, come diceva Mao citando Confucio, che allora la situazione è eccellente. Consente di spazzar via ciò che è vecchio e morto, ed aprire le porte a ciò che è nuovo e sta nascendo.