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UNA LETTURA CONTROCORRENTE DEL CASO-VANNACCI

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I timori che la nascita del movimento “Futuro Nazionale” possa favorire lo schieramento di sinistra agitano i sonni dell’elettorato moderato. Ma l’operazione a destra della Lega può rivelarsi un mezzo per conseguire l’obiettivo più ambizioso: conquistare il Quirinale nel 2029.

Tra le maggiori preoccupazioni di quanti a destra valutano la recente scissione dell’eurodeputato Roberto Vannacci dalla Lega emerge il timore che a trarne vantaggio possa essere lo schieramento di sinistra. In un impianto politico connotato, dal 1994, da un sentimento di bipolarizzazione dell’appartenenza politica – nonostante le numerose leggi elettorali succedutesi nell’ordinamento legislativo – l’uscita anche di una piccola componente di una formazione facente parte di un’alleanza partitica viene, dunque, percepita come una deminutio.

Una percezione di pericolo che, dal 1994 in poi, ha trovato la sua giustificazione nel successo ottenuto nel collegio uninominale dove un solo voto in più determina la conquista del relativo seggio in base al principio del “first past the post”. Percezione, peraltro, che in tutt’altro sistema elettorale – stavolta proporzionale – potrebbe essere confermata in presenza di un premio di maggioranza da attribuire alla coalizione vincente che abbia superato una certa soglia di suffragi (es. 40% o 45%) su base nazionale.

La pratica economico-societaria dello spin-off applicata alla realtà partitica sembrerebbe motivare, quindi, gli allarmi dell’elettorato e degli opinionisti di destra di un favore concesso al cosiddetto “campo largo” di sinistra in vista dell’appuntamento legislativo generale – salvo sorprese – del 2027. Le reazioni immediate di alcuni parlamentari – anche con responsabilità di governo – sono state, invero, mosse da parallelismi storico-politici molto azzardati e dunque fuorvianti. Tra questi, l’accostamento Fini-Vannacci giustificato da un nervo – anzi da un verbo – nell’area sempre scoperto: to badogliate. Ma solo la superficialità dell’analisi permette l’analogia.

Nel 2010 il celebre e sfrontato “che fai, mi cacci?” pronunciato in cravatta rosa, difatti, godeva dell’appoggio implicito del Quirinale e del favore della sinistra che, con la consueta doppia morale, non esitò a soprassedere al passato missino dell’allora Presidente della Camera (leggasi remissione dei peccati senza confessione) pur di abbattere Berlusconi al quale non si poteva perdonare l’affronto supremo e vincente alla gioiosa macchina da guerra nel citato 1994.

Nel 2026, invece, l’operazione di Vannacci, che non gode certo dei favori dell’attuale inquilino del Colle più alto, muove da altri presupposti e con altri…fini. Se proprio si dovesse cercare un precedente nella cronaca non ancora storicizzata della “seconda Repubblica” sarebbe forse meglio rintracciarlo nella vicenda del congresso di Fiuggi del 1995 – peraltro con il medesimo segretario nazionale – che sancì la nascita di Alleanza nazionale e la seguente fuoriuscita della componente minoritaria rautiana del Msi (Fiamma tricolore) che non aderì ad An.

Quella scissione si rivelò piuttosto contenuta in termini numerici: Ft conseguì lo 0,9% alle Politiche del 1996 (Camera) e l’1,6% alle Europee del 1999. Ma permise ad An, in termini politici, di presentarsi al cospetto degli elettori, delle Cancellerie europee e dell’establishment interno come una forza “presentabile”, depurata (il riferimento non è solo all’acqua di Fiuggi) dalle scorie di un passato impronunciabile, libera da una zavorra ideologica non spendibile, anzi penalizzante, sui tavoli negoziali. Anche e soprattutto all’interno della coalizione di centrodestra.

La consegna di fatto ai candidati di sinistra di ben 49 collegi uninominali, stante la volontà di escludere la Fiamma dal cartello moderato e la relativa conseguente presenza di Ft “in solitaria” in tutta Italia – elemento determinante che decise la vittoria di Prodi nel 1996 –, fu interpretata a destra come un lavacro dal quale emergere immacolati e dunque in possesso dei richiesti requisiti (tuttavia sempre revocabili) di democraticità rilasciati dai certificatori di sinistra.

Oggi – dicevamo – l’uscita di Futuro Nazionale dalla Lega sembra ricalcare, a distanza di circa trent’anni, quella vicenda. Più che una separazione per colpa, quella tra Vannacci e Salvini presenta prosaicamente affinità con lo schema di una simbiosi. Spieghiamoci meglio.

Salvini – proprio come il Fini targato 1995 che il “capitano” non perde occasione di disprezzare – con la fuoriuscita del generale dalla Lega avrà tutto da guadagnare in termini di consenso ora che il partito dei Governatori inclina di nuovo verso quell’alveo padano ed imprenditoriale dal quale quarant’anni fa aveva preso le mosse, ponendo fine, inoltre, a quell’ipocrita posizionamento anti-Ucraina tradotto di fatto in voti parlamentari a favore delle armi a Kiev e in sanzioni alla Russia.

Anche la Lega 2026 potrà, cioè, uscire purificata dall’operazione-Vannacci, come Alleanza nazionale nel 1995 ne emerse con l’operazione-Rauti. L’adesione di un paio di deputati al movimento vannacciano marcia proprio in direzione di una ricerca di accreditamento presso quel ceto produttivo del Nord che da un lustro guarda pericolosamente a Fratelli d’Italia. L’allarmato richiamo salviniano all’art. 67 della Costituzione (esercizio delle funzioni parlamentari senza vincolo di mandato) suona come un mero obbligo contrattuale. Quello dei due parlamentari transfughi è, in realtà, un modesto, pianificato sacrificio da gettare sulla bilancia della realpolitik.

Vannacci, dal canto suo, non potrà che beneficiare della raccolta di un consenso chiaro, coerente, senza infingimenti – anche, perché no, con l’appoggio ideologico, sociale ed analitico di Democrazia sovrana e popolare di Marco Rizzo – su temi di grande attualità, dall’immigrazione alla sicurezza, dalla politica internazionale alla politica economica.

Se la nuova legge elettorale dovesse confermare uno sbarramento al 3%, ma per l’assegnazione dei seggi prevedesse il recupero della lista meglio piazzata sotto la soglia (ricalcando il modello che nel 2013 permise ai neonati Fratelli d’Italia di approdare rocambolescamente in Parlamento con l’1,96% e 9 deputati), allora per Vannacci potrebbe aprirsi la prospettiva di mutare il suo Futuro Nazionale in un concreto impegno programmatico e parlamentare. Ma non è tutto.

Simbiosi, abbiamo detto. Ebbene, l’intera vicenda di un divorzio così plateale, con reciproche e speculari accuse di tradimento (di parola data o di valori condivisi) non può che giungere all’esito di un accordo di ben più vasta portata, dove i contraenti non sono soltanto i due “coniugi” fintamente litigiosi finiti sui giornali e nei talk show serali. Sullo sfondo vi è la vera partita che travalica l’appuntamento elettorale del prossimo anno: l’elezione del Presidente della Repubblica nel 2029.

La posta in gioco è altissima; per la prima dopo ottant’anni lo schieramento di centrodestra ha la possibilità di occupare lo scranno più alto della Repubblica. Far uscire Vannacci dalla Lega, fargli intercettare quelle centinaia di migliaia di voti alla sua destra non più disposti a confluire nel serbatoio leghista o in quello meloniano ormai annacquato, recuperare sacche di astensionismo critico: questa la missione strategica di un incursore per conquistare pacchetti di suffragi e tornare a casa accolto a braccia aperte con i meritati scranni parlamentari. Seggi utili un anno e mezzo dopo ad espugnare la casamatta quirinalizia dove collocare l’infaticabile Antonio Tajani, il quale lo speculare lavoro di Vannacci lo sta compiendo in direzione centrista. Gli elettori di destra (e di sinistra) stiano tranquilli.

 

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