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UR-ANTIFASCHISMUS, NO GRAZIE

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“La Repubblica transitoria”, libro dell’avv. Stefano Stochino, costringe le coscienze democratiche a riflettere sulla XII disposizione della Costituzione, un vulnus della Carta repubblicana che pone come preambolo ideologico l’ostilità ad un antistorico Fascismo eterno.

L’attività di editing autorizza un approccio ad un’opera dell’ingegno scritto, soprattutto saggistico, molto particolare: esso consente infatti non solo di verificare le corrispondenze, le congruità tra le parti di cui un testo si compone, o di curarne la trama narrativa. Permette anche di stimare il rigore nella ricerca delle fonti, valutare le argomentazioni addotte, la chiarezza dell’esposizione e lo stile, la fondatezza delle tesi sostenute; in ultima analisi, di apprezzare l’opera realizzata.

Di pregevole ed attento lavoro giuridico, socio-politico e divulgativo possiamo allora parlare per qualificare “La Repubblica transitoria” (Edizioni Settimo Sigillo, 2023, pp. 123) dell’avv. Stefano Stochino, libro che prende le mosse dall’analisi critica della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione – quella che vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista” – per offrire a studiosi e non addetti ai lavori insolite chiavi interpretative di uno dei capisaldi sui quali si regge l’impianto ideologico della Carta del 1948.

UNA PRIMA DOMANDA

La questione evidenziata in premessa dall’Autore consiste nel chiedersi se la XII disposizione si collochi nel solco fisiologico e naturale di una Costituzione orgogliosamente antifascista, oppure se sia lecito interrogarsi sul carattere derogatorio – dunque reazionario, aggiungiamo – della norma rispetto al complesso sistema di libertà che la stessa Costituzione (formale) garantisce. Si pensi, nell’ambito dei rapporti civili, all’art. 18 sul diritto di associarsi liberamente, all’art. 21 sul diritto di libera manifestazione del pensiero, o, nell’ambito dei rapporti politici, all’art. 49 sul diritto di associarsi liberamente in partiti rispettando il metodo democratico. E soprattutto, tra i principi fondamentali, all’art. 3 sulla pari dignità sociale e sull’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge senza distinzioni.

Eppure nell’Italia democratica continuare ad ispirarsi a princìpi e valori fascisti, benché discutibili, dichiararsi in coscienza politicamente fascisti, non rinnegare quell’idea originale, rivoluzionaria e partecipativa, da ottant’anni è oggetto di ostracismo, discriminazione, pubblico ludibrio; è fonte di stigma socio-politico prima, civile e personale poi, in evidente contraddizione con quel richiamato impianto teorico di libertà concesso in pratica a molti, ma non a tutti. Qualcosa non quadra.

UN SECONDO QUESITO

Per chiarire il precedente quesito riteniamo opportuno formularne un altro: il fascismo – inteso come movimento, regime e partito – va considerato un’esperienza circoscritta dalle sue coordinate spazio-temporali, quindi da inquadrare storicamente (l’Italia, il primo dopoguerra, Fiume, il Ventennio, il duce, l’Asse, la Rsi, ecc.); oppure va approcciato adottando la comoda categoria, (prêt-à-porter, diremmo) del fascismo eterno, dell’Ur-Faschismus, di un fascismo perennemente presente, insidiosamente latente, dietro ogni angolo, autobiografia gobettiana della nazione?

La risposta a questo secondo quesito riteniamo si proietti necessariamente sul primo. Se si aderisce alla logica dell’Ur-Faschismus, sottraendo quell’esperienza politica alla sua dimensione storica, cioè relativa, rendendola assoluta, è giocoforza inserire in perpetuum la XII disposizione transitoria nel solco tracciato dall’aratro dei Costituenti e difeso dalla spada dei tribunali. Se si condivide, invece, la storicizzazione del fenomeno fascista, privandolo di suggestioni eterne, si possono lecitamente muovere delle osservazioni al carattere derogatorio di quella norma transitoria approvata definitivamente nella seduta pomeridiana del 5 dicembre 1947.

L’ ATTUALITA’ DI DE FELICE

Renzo De Felice nella celebre “Intervista sul fascismo” del 1975 affermò: “Se il clima politico italiano si rasserenerà, anche la storiografia sul fascismo ne guadagnerà molto in scientificità. Altrimenti, credo che corriamo il rischio di tornare velocemente sempre più indietro. Torneremo alle affermazioni apodittiche, alla demonologia […]. Fino a quando non riusciremo ad affrontare questo grosso problema in termini storici, non riusciremo nemmeno a liberarci da tutta una serie di contraddizioni e di incapacità di comprendere non solo la storia italiana, ma direi la cronaca, la politica italiana di oggi. Cioè, in ultima analisi, a fare politica seriamente”.

D’altra parte – osserviamo – la valenza storica della XII disposizione è riscontrabile invero nel suo secondo comma, laddove le “limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista” sono quantificate “per non oltre un quinquennio dalla entrata in vigore della Costituzione”. Una esegesi della norma che suggerirebbe, stante il palese superamento della sua vigenza, di auspicarne finanche l’abrogazione.

Da questa preventiva scelta di campo storico-interpretativa, suffragata dunque dallo stesso dettato costituzionale e dalle riflessioni del massimo storico del Fascismo, è stato, allora, possibile intraprendere la lettura del saggio di Stefano Stochino, con il quale abbiamo condiviso la liceità della critica di una norma transitoria così inadeguata nel sostenere il libero confronto delle idee, quelle sì metastoriche, tra partiti politici attraverso i media consentiti dalla legge.

Anche se, dispiace ammetterlo, il difficile clima culturale nel quale siamo immersi da decenni – che considera l’antifascismo come religione civile ed il fascismo come Male assoluto – rende l’articolo 21 della Costituzione non sufficiente a garantire adeguati livelli di tutela erga omnes, poiché ad essere precluso ad alcuni non è l’esercizio del diritto di libera manifestazione del proprio pensiero, ma addirittura il diritto di opinione, ancor prima cioè che esso – il pensiero, quel pensiero – si manifesti. Un deliberato impedimento – citando ancora De Felice – “a fare politica seriamente”.

LE SANZIONI PRE-COSTITUZIONALI

Attenta e meticolosa è la cura dell’Autore nel ricostruire la trama degli interventi – a partire dal r.d.l. n. 704 del 2 agosto 1943, dal d.lgs.lt n. 159 del 27 luglio 1944 e dal d.lgs.lt n. 195 del 26 aprile 1945 – volti ad eradicare, epurare, sanzionare e liquidare le basi strutturali, sociali ed ideologiche del regime fascista. Il decreto n. 704 sopprime difatti il PNF, i GUF, la GIL, i fasci femminili, l’Istituto Nazionale di Cultura Fascista, l’Associazione Fascista Famiglie caduti, mutilati e feriti e l’Unione Fascista del Senato.

Il decreto n. 159, in sintesi, colpisce gli effetti dell’attività fascista. “Sul fondamento giuridico di tali disposizioni – precisa Stochino – è lecito avanzare serie perplessità tenendo conto della genericità con cui vengono indicate le fattispecie delittuose con espressioni di larghissimo campo interpretativo […]”, e dell’obiettività degli interpreti. Il decreto n. 195, all’art. 1, vieta la ricostituzione “sotto qualsiasi forma o denominazione” del Partito fascista. Eccoci giunti al punto. “Questa norma – rileva l’Autore – rappresenta evidentemente il modello formale su cui si baseranno le future riflessioni in Costituente ed oltre”.

In sostanza, con più di un anno di anticipo rispetto all’insediamento dell’Assemblea Costituente (25 giugno 1946), e quasi tre anni prima dell’entrata in vigore della Costituzione (1° gennaio 1948), il quadro normativo contenuto nella XII disposizione transitoria era già stato pianificato e definito. Si trattava, cioè, soltanto di attribuire sanzione di rango costituzionale ad una rappresentazione pregiuridica già recepita in norme positive, adottate però sull’onda emozionale di eventi politici eccezionali e tragici. Le date di quei provvedimenti, correlate alla Storia d’Italia, sono eloquenti.

IL PREAMBOLO IDEOLOGICO

La volontà di pronunciare una dichiarazione di principio educativa, pedagogica e rigorosamente antifascista, addirittura in veste di preambolo alla Carta stessa, indusse i Costituenti – fin dal 30 luglio 1946 – a concepire un testo che dopo quasi un anno e mezzo (il 5 dicembre 1947) avrebbe trovato la sua formulazione prescrittiva e compiuta nei due commi della XII disposizione transitoria e finale che conosciamo, la quale rappresenterebbe il “fondamento spirituale, storico e giuridico della Repubblica Italiana” (così avrebbe poi detto Mario Scelba in Senato), dunque un presupposto ideologico della Costituzione nata dalla Resistenza. Ma questo non fu che l’inizio.

Al carattere di principio teorico contenuto nella XII disposizione avrebbe fatto seguito, in interventi legislativi mirati che si sarebbero succeduti con cadenza ventennale, la costruzione di un iter sanzionatorio punitivo e coerente alla stessa norma transitoria. Ciò avvenne in primis con la cosiddetta legge Scelba, la n. 645 del 20 giugno 1952, di attuazione della famosa XII disposizione.

LA LEGGE SCELBA DEL 1952

L’intento del Legislatore di inizio Anni ’50 – rileva Stochino – è chiaro: “colpire il fascismo sostanzialmente, fornendone una dichiarazione ideologica essenziale”; ciò con l’individuazione di “fattispecie criminose previste dalla norma di attuazione” attraverso un’ardua tassonomia. La prima fattispecie è riscontrata “nel comportamento di chi persegue finalità antidemocratiche, di chi sostanzialmente esalta il metodo violento di lotta politica e si pone in contrasto con le libertà garantite dalla Costituzione”. È la “denigrazione della democrazia e delle sue istituzioni”.

Funzionale alla costruzione di questo disegno di controllo ideologico è anche la disinvolta attribuzione della qualifica fascista a chi faccia propaganda razzista. Le legge razziali del 1938 sono un fatto storico incontrovertibile, ma – sottolinea l’Autore – “ciò non è sufficiente a rendere il razzismo stesso peculiarità del fascismo”. Non tutti i fascisti difatti furono, sono e saranno razzisti, e soprattutto non tutti i razzisti furono, sono e saranno solo fascisti. Il binomio razzismo-fascismo è dunque storicamente da rigettare.

L’introduzione da parte della legge Scelba del reato di apologia del fascismo e della incriminazione di gesti, parole e atteggiamenti usuali al partito fascista – benché nell’accezione esaltativa e non meramente elogiativa – definisce quelle fasciste “manifestazioni sediziose di tipo particolare”, incriminabili poiché connesse al pericolo per l’ordine pubblico.

Opportuna, infine, la focalizzazione dell’Autore sulla locuzione “sotto qualsiasi forma” contenuta nel primo comma della XII disposizione transitoria. Il Costituente ha così voluto stabilire “che solo un partito fascista può essere incompatibile con la Costituzione”. Ciò in deroga al “diritto di associarsi liberamente in partiti” enunciato dall’art. 49 Cost. Un carattere derogatorio anche rispetto alla libertà di esprimere il proprio pensiero (art. 21 Cost.). Con ogni evidenza, la lesione di quest’ultimo diritto può tranquillamente prevalere sulla eccepita illegittimità costituzionale della legge Scelba, come sentenziato dalla Consulta nel 1973.

LA LEGGE REALE DEL 1975

Proprio la tutela dell’ordine pubblico, poco più di vent’anni dopo, induce il Legislatore, con la legge n. 152 del 22 maggio 1975, a modificare la legge Scelba. La legge Reale – dal nome dell’allora ministro di Grazia e Giustizia – prevede un numero minimo di aderenti, pari a cinque, affinché si possa configurare un partito fascista e l’arresto per il reato di manifestazioni fasciste che aumenta da tre mesi a tre anni, con un forte inasprimento giustificato dalla congiuntura degli anni di piombo.

Nello stesso anno, con la legge n. 654 del 13 ottobre 1975 di ratifica di una Convenzione internazionale firmata a New York il 7 marzo 1966, lo Stato italiano si impegna a vietare ed eliminare ogni forma di discriminazione razziale. Sarà poi nel 1993 – precisa Stochino – la legge Mancino a modificare la “Scelba”, vietando la “costituzione di movimenti ed organizzazioni che abbiano fra i loro scopi l’incitamento alla discriminazione e all’odio razziale”.

LA LEGGE MANCINO DEL 1993

Dopo un altro ventennio, il fil rouge della legislazione etica antifascista si arricchisce di un altro prezioso segmento: la legge n. 205 del 25 giugno 1993, meglio nota come legge Mancino. Nata con l’intento di fronteggiare xenofobia, discriminazione razziale e religiosa, la norma difetta tuttavia di tipicità e tassatività. Ma a compensare questo vulnus provvedono le modifiche alle sanzioni in tema di apologia del fascismo, termine che non poteva non essere contemplato nel testo.

Un breve passaggio del libro coglie con mirabile sintesi l’abile gioco giuridico-interpretativo-mediatico sottostante alla ratio della norma. Scrive l’Autore: “Ma il richiamo [al fascismo, ndr] è importante perché se in un decreto recante norme in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa viene rievocato il reato di apologia del fascismo, e non ad esempio l’esaltazione della dittatura di una classe sociale su un’altra (art. 272 c.p.), allora l’interpretazione ha già il suggerimento di un sentiero tracciato ed, anzi, in termini definitori la situazione si aggrava poiché oltre al razzismo si attribuiscono idee e metodi legati all’intolleranza religiosa al già deprecato fascismo”. Da qui un indiretto ma fortemente intenzionale riferimento alla legge Scelba.

Se già nel quadro tratteggiato dalla legge del 1952 la formulazione di “pericolo concreto” per l’ordine pubblico presentava carattere di vaghezza, privando l’interprete di criteri orientativi, con la legge Mancino e il passaggio alla formula di “pericolo astratto” riguardo al comportamento razzista, la relativa valutazione viene lasciata alla totale discrezionalità del giudice e alla sua personale sensibilità. Insomma, ad un quadro di servo arbitrio.

LA COMMISSIONE SEGRE DEL 2019

Si pensava che la beffarda nemesi dei Ventenni fosse terminata nel 1993. Invece, con pressoché analoga cadenza, i corifei del fascismo eterno hanno aggiunto un’altra perla alla collana. È del 30 ottobre 2019 l’approvazione della mozione n. 136, proposta dalla senatrice a vita Liliana Segre, che istituisce una commissione parlamentare per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza. Uno strumento astratto e pericoloso, la cui vaghezza espone al rischio di sorveglianza e punizione di ogni opinione eretica, con l’obiettivo latente di impedire l’essenza stessa della ricerca e della conoscenza storica: il sano revisionismo.

Ottant’anni, dunque, di Ur-antifaschismus a presidio dell’asfissiante vulgata dei partigiani liberatori, convinti di essere dal 1945 gli esegeti della democrazia rappresentativa e i soli autorizzati ad esercitare il monopolio del pensiero. Viva gratitudine, invece, all’accurato sforzo di Stefano Stochino che invita lo spirito del lettore a svolgere un’indispensabile analisi critica.

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