Home politica estera Gli occhi a mandorla della resilienza

Gli occhi a mandorla della resilienza

83
0

Il riarmo nipponico

Il Giappone ha subito nella sua storia molti fatti traumatici e tanti cambiamenti, ma è sempre riuscito a rimanere uguale a se stesso. Una nazione unica con una resilienza assoluta. Negli ultimi anni è riemerso fortemente lo spirito imperialista ed il desiderio di tornare ad essere una potenza talassocratica. Il costo totale del programma di riarmo si aggira intorno ai cinque trilioni di yen, equivalenti a 36,5 miliardi di dollari americani, spalmati su cinque anni. Il riarmo renderà il Giappone la terza potenza mondiale per spesa militare, dietro solo agli Stati Uniti e alla Cina.

E’ il teleobiettivo l’ottica con la quale l’occidentale medio vede il Giappone; un paese lontano, scorto frettolosamente nel lavoro di qualche video maker, meta turistica dei fortunati disposti a farsi dodici ore di volo. Il senso profondo di questa nazione e di questo popolo è mediamente sconosciuto alle nostre latitudini. Ignorata la potenza nipponica, inimmaginata la sua potenzialità. Eppure qualche indizio avrebbe dovuto darlo la fine della seconda guerra mondiale, quando su questo paese furono sganciate le uniche due bombe atomiche che hanno sinora sconvolto il globo. Bombe che venivano dopo la distruzione di Tokio e delle altre maggiori città, arse, con i loro edifici di legno e carta, dalle migliaia di bombe incendiarie statunitensi, un effetto tragico che insinuò il dubbio agli stessi generali al comando di poter essere accusati di crimini di guerra. Poi sappiamo bene che i vincitori sono sempre e soltanto eroi. I bombardamenti incendiari su Yokohama, Nagoya, Osaka, Kobe, Shizuoka le rasero completamente al suolo. I bombardamenti su Tokyo uccisero oltre 100.000 persone in una sola notte e durante la battaglia di Okinawa circa la metà dei civili sull’isola morì. Mai nessun paese aveva creato negli USA tanto timore. Il comportamento dei giapponesi fu poi il motivo per cui fu imposto all’Impero del Sol Levante, il completo disarmo. Un pacifismo imposto dalla Costituzione dettata dagli americani, che sin troppo presto si pentirono di aver smilitarizzato il miglior alleato nel contenimento di Russia prima e Cina dopo. Una lezione approfondita negli anni e che oggi porta alla prospettiva di un nuovo forte riarmo, in barba ai legacci di una Costituzione che non fa più i conti con la realtà geopolitica dell’area indo pacifica.

Ma gli statunitensi già cento anni prima della fine della seconda guerra mondiale avevano appreso dalle azioni dei giapponesi altri due grandi insegnamenti: il primo era che al Giappone, per limitarne la potenza, doveva essere assolutamente precluso l’accesso alle materie prime (e la vittoria contro la Russia del 1905 aveva aperto per un momento la possibilità di conquista della Siberia), il secondo che Russia e Cina, per essere adeguatamente controllate, avrebbero dovuto essere sempre tenute separate, con la politica o con le armi. Magari utilizzando proprio il comodo alleato nipponico.

Per comprendere il senso profondo che guida la popolazione di questa nazione e l’apparente stop and go con cui si è mossa negli ultimi duecento anni, dobbiamo approfondire i tratti antropologici di questo popolo unico, che ha sempre attutita ogni crisi che lo ha colpito e che ha attraversato ogni cambiamento mantenendo fortemente la propria identità.

Il Giappone ha subito nella sua storia molti fatti traumatici e tanti cambiamenti, ma è sempre riuscito a rimanere uguale a se stesso, legato alla sua pedagogia nazionale isolazionista, razzista ed imperialista. Una nazione unica con una resilienza assoluta. Questa compattezza, specialmente in epoca moderna, poggia su alcuni fondamentali capisaldi: la burocrazia, il mondo del lavoro, lo Shintoismo, la velocità nelle trasformazioni e l’altissima considerazione di sé come razza eletta.

Il Giappone per centinaia di anni aveva vissuto isolato dal resto del mondo, sino a quando, nel 1853, fu costretto a firmare trattati vessatori sotto la minaccia delle cannoniere del commodoro statunitense Matthew Perry. Nel giro di cinque anni il Giappone firmò poi trattati simili con altre potenze occidentali. Questi furono sempre considerati trattati ineguali, essendo stati imposti mediante la diplomazia delle armi e furono visti dai giapponesi come un segno tangibile che l’imperialismo occidentale stava prendendo piede in tutto il continente asiatico. Questi trattati rimarranno un punto dolente nelle relazioni del Giappone con l’Occidente fino alla fine del secolo. Questo senso di frustrazione, questa perdita di onorabilità a seguito di imposizioni straniere tipica del sentimento di questo popolo, alimentò lo spirito nazionalista. Superata una prima fase depressiva, a partire dal 1868 il Giappone, usufruendo dell’esperienza occidentale, intraprese trasformazioni politiche, economiche e culturali epocali, emergendo come Stato finalmente unificato e centralizzato; questo permise una rapida crescita economica, che durò fino al 1945. Il governo costruì ferrovie, migliorò le strade e inaugurò un programma di riforme terriere per preparare il Paese a ulteriori sviluppi. Le prime industrie moderne a comparire furono quelle tessili, soprattutto quella del cotone e della seta, che era basata su opifici nelle zone rurali. Nel giro di pochi decenni, con la riforma e la modernizzazione dei sistemi sociali, educativi, economici, militari, politici e industriali, la “rivoluzione controllata” dell’imperatore Meiji aveva trasformato un regno feudale e isolato in una potenza mondiale.

E’ con il consolidamento dello stato unitario che si forma una vera e propria burocrazia nazionale, il solido perno sul quale si regge ancora oggi il Giappone. Questa è il punto di arrivo massimo per ogni giapponese che voglia approfondire i suoi studi ed intraprendere una carriera che lo consacri nell’olimpo del potere. Ogni ciclo scolastico, sin dalle primarie, applica un esame finale che è, in piccolo, quello di Stato. A questo si accede soltanto da poche elitarie università ed è di una difficoltà estrema, tant’è che non di rado si verificano casi di autolesionismo tra chi non lo supera. Chi viene accettato verrà poi diviso in tre classi di merito che indirizzeranno verso i ministeri a seconda della loro importanza. La cosa da sottolineare è che questo esame e la successiva carriera si supera e si ottiene in gruppo, mai individualmente: quelli che sono stati promossi con te ti seguiranno per tutta la vita lavorativa, primo esempio di processo clanico che rimanda alle vecchie classi feudali. La burocrazia è così la punta di diamante della complessiva compattezza di un popolo. La politica, che può sembrare simile alla nostra per instabilità, in realtà non conta quasi niente essendo il solo ministro eletto, mentre il restante gabinetto è sotto il controllo dei professionisti della burocrazia. Niente sottosegretari o capigruppo della irrilevante politica, qui.

Lo stesso modo di affrontare la vita lo ritroviamo poi nel mondo del lavoro, dove i padroni, come discendenti dei vecchi samurai, stabiliscono un patto sociale con i propri lavoratori, che si impegneranno a dare tutto per l’azienda in cambio della stabilità del posto di lavoro. Infatti in Giappone la disoccupazione non ha mai superato il 3%, anche nei momenti di forte crisi, perché il capitale ha preferito diminuire i propri guadagni, ma mantenere intatte le proprie maestranze. E’ ovvio che così si avrà una vera e propria dipendenza di onore verso il posto di lavoro. In questa condizione si crea uno stato d’animo nel lavoratore giapponese a noi sconosciuto: sapendo che il proprio impiego rimarrà quello per tutta la vita senza possibilità di miglioramento, il giapponese sente di dover dare tutto il possibile per poter almeno onorare quella condizione. Gli uffici e le fabbriche, diventano così gruppi di lavoro compatti ed affiatati.

La terza energia che alimenta la peculiare resilienza nipponica è lo Shintoismo. Una particolare forma religiosa fatta di antologie mitologiche che sin dall’inizio tendevano a rafforzare la centralità della famiglia imperiale sostenendo e divinizzando il suo mandato governativo.

All’inizio con l’introduzione del Buddhismo e la sua rapida adozione a corte, divenne necessario spiegare l’apparente differenza tra il credo nativo giapponese e gli insegnamenti buddhisti. In effetti lo Shintoismo non ebbe un nome fino a che non divenne necessario distinguerlo dal Buddhismo, che comunque non spazzò via la precedente fede giapponese, ma al contrario contribuì al suo consolidamento, legittimando tutti gli dèi precedenti, considerati come entità sovrannaturali intrappolate nel ciclo delle rinascite. Parallelamente alla teologia, anche i due sistemi di valori andarono progressivamente a sostenersi e a scambiarsi elementi: c’era infatti una forte compatibilità tra gli insegnamenti naturalistici dello Shintoismo e quelli compassionevoli del Buddhismo. Questa compatibilità terminò però con l’introduzione dello Shintoismo di Stato in seguito alla Restaurazione Meiji, nella quale Shintoismo e Buddhismo furono ufficialmente separati ed il culto assunse il ruolo di religione ufficiale del Giappone; la sua combinazione con il Buddhismo venne resa illegale. In questo periodo, si iniziò a vedere lo Shintoismo come mezzo attraverso cui unificare il Paese per velocizzare il più possibile il processo di modernizzazione. In conseguenza di ciò lo Shintoismo venne utilizzato come strumento per promuovere l’adorazione dell’imperatore (quindi della propria nazione) e venne esportato nei territori colonizzati come l’Hokkaidō, Taiwan e la Corea. I preti iniziarono ad essere eletti ufficialmente, retribuiti ed incaricati dallo Stato di istruire i giovani attraverso una forma di teologia shintoista basata sulla storia mitologica della casata imperiale e dello Stato giapponese. Nel 1890 venne promulgata una legge che richiese agli studenti di recitare ritualmente il giuramento di offrire sé stessi coraggiosamente allo Stato, così come di proteggere la famiglia imperiale. La pratica dell’adorazione dell’Imperatore venne ulteriormente diffusa dalla distribuzione di ritratti imperiali come oggetti di venerazione esoterica. Questo utilizzo dello Shintoismo diede al patriottismo giapponese una tinta di misticismo speciale e di introversione culturale, che divenne sempre più pronunciata con il passare del tempo. Questo processo si arrestò bruscamente nell’agosto 1945, con la separazione tra Stato e Chiesa shintoista. Poco dopo la fine del conflitto l’imperatore, infatti, fu costretto pubblicamente a rinunciare al suo stato di divinità terrena e smentì la discendenza della famiglia imperiale dalla dea Amaterasu. Successivamente alla guerra la pratica generale dei rituali shintoisti non è però diminuita, lo Shintoismo ed i suoi valori continuano ad essere una componente fondamentale della vita e della mentalità giapponese. Ad oggi vengono onorati e venerati i molti guerrieri famosi della storia giapponese, compresi i macellai di Nanchino o quelli della seconda guerra mondiale. Non a caso la Corea del Nord ha ereditato questo tipo di approccio al potere, interessatamente ampliato dal suo leader, che finge di ignorare come questo non sia altro che un portato della colonizzazione giapponese.

Se a questa personalità sociale si aggiunge la perizia e la velocità di realizzazione tecnica, si può ben comprendere come l’annunciato riarmo nipponico abbia un impatto sostanziale sulle dinamiche di quell’area geografica. Sinora la libertà di navigazione e di contenimento delle potenze avversarie facenti parte del suo estero vicino è stata garantita dalla forza della marina statunitense. Però dinanzi all’accrescersi dei pericoli nell’area ed avvertendo la necessità di essere indipendenti dall’egemone statunitense, che potrebbe essere distratto da altri problemi a livello globale, si è ben pensato di modificare sostanzialmente la politica pacifista portata sin qui avanti. Negli ultimi anni è riemerso fortemente lo spirito imperialista ed il desiderio di tornare ad essere una potenza talassocratica. Per comprendere la postura militare e securitaria giapponese, infatti, non si può prescindere dall’articolo 9 della Costituzione, adottata nel 1947 e fortemente influenzata dall’occupazione militare americana del paese al termine della Seconda Guerra Mondiale. Una rinuncia alla guerra senza eccezioni, tanto che le forze armate giapponesi ancora oggi sono ufficialmente denominate Forze di Autodifesa (SDF), proprio per sottolineare ulteriormente il loro carattere esclusivamente difensivo. Anche la porzione del PIL destinata alla spesa militare, se comparata a quella delle altre potenze e agli standard NATO, si attestava fino allo scorso anno attorno ad un modico 1%. Questa impostazione sembra oggi non più adeguata al nuovo contesto internazionale. Il primo ministro Kishida ha affermato che il mondo si trova dinnanzi a “un bivio storico” e che il Giappone non può permettersi di rimanere inerte di fronte alle nuove sfide internazionali e che il contesto securitario del Giappone “non è mai stato così incerto e complesso dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”.

Anche la rinnovata aggressività della Corea del Nord preoccupa non poco i nipponici. Il costante aumento nella frequenza dei test missilistici nucleari del regime di Kim, è percepito a Tokyo come un possibile preambolo per nuove pericolose escalation militari nella penisola coreana. Guardando le novità di carattere operativo contenute all’interno della strategia di Sicurezza Nazionale attuale, salta subito all’occhio l’introduzione ufficiale della possibilità per le SDF giapponesi di una nuova “capacità di attaccare direttamente il territorio di un altro paese in caso di emergenza e in determinate circostanze”. Per dotarsi di un arsenale missilistico adeguato alle nuove esigenze difensive, Tokyo acquisterà dagli Stati Uniti tra i 400 e i 500 Tomahawks, capaci di colpire obiettivi a più di 1600 km di distanza, da integrare con i propri missili standoff Type-12. Il costo totale di tale programma di ammodernamento si aggirerà intorno ai cinque trilioni di yen, equivalenti a 36,5 miliardi di dollari americani, spalmati su cinque anni. Più in generale, il Ministero della Difesa ha deciso di aumentare la spesa militare al 2% del PIL entro il 2027, allineandosi quindi con gli standard NATO.

Un vertiginoso e alquanto rapido aumento, che, al termine del piano quinquennale, renderà il Giappone la terza potenza mondiale per spesa militare, dietro solo agli Stati Uniti e alla Cina. Per concretizzare questo progetto si è avuta, alla fine del 2022, la pubblicazione simultanea di tre rivoluzionari documenti in materia di sicurezza: la Strategia di Sicurezza Nazionale, la Strategia di Difesa Nazionale e il Programma di Sviluppo della Difesa Si è poi passati ad un’ulteriore revisione delle norme attuali, che consentirà l’export verso paesi terzi come Stati Uniti, Francia, Australia, India, Filippine, Emirati Arabi Uniti di tecnologie di difesa militare.

Con questi programmi cade forse anche l’ultimo tabù ereditato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: infatti dopo l’annuncio del riarmo tedesco di inizio marzo dello scorso anno, anche l’altro grande sconfitto dell’ultimo conflitto mondiale manda un inequivocabile segnale al mondo: tempi incerti come questi richiedono misure drastiche, impensabili anche solo pochi anni fa.

Ma nonostante le capacità e la velocità realizzativa anche in campo militare (nel 2015 in due anni furono costruite due portaelicotteri trasformabili in portaerei), rimane il grosso freno della demografia, con una età mediana molto alta ed una bassissima natalità. Se a questo aggiungiamo l’atavica convinzione che nessun non giapponese sia all’altezza di qualsiasi compito, vedremo che la creazione di un esercito con numeri adeguati non sarà un compito semplice da svolgere. Da quasi un decennio, infatti, l’esercito fatica ad attirare reclute per riempire i propri ranghi; in questa prospettiva le autorità giapponesi stanno cercando di rendere la carriera militare più accattivante, ma la competizione sull’offerta di lavoro delle aziende private è notevole, sia in termini di prospettive d’impiego, che di prestigio sociale. Il problema demografico è terribilmente impattante, tant’è che in alcuni parchi di Tokio vi sono genitori e prestanome che mostrano ai passanti ed alle passanti i curriculum dei propri figli o figlie, per provare a trovare l’anima gemella: stretti tra vita stressante e lavoro massacrante, i giovani giapponesi non trovano più, infatti, il tempo per socializzare o, magari, preferiscono stordirsi di sakè dopo dodici ore di lavoro. Anche il governo ha riconosciuto il problema come socialmente urgente ed ha addirittura creato un’apposita app che associ le coppie per similitudine d’interessi!

Oltre Oceano Washington non ha tardato a commentare le novità strategiche del loro principale alleato asiatico. Lloyd Austin, Segretario della Difesa, ha espresso il pieno supporto dell’amministrazione americana al potenziamento delle capacità difensive e di deterrenza giapponesi, mettendo in rilievo l’importanza strategica fondamentale delle forze nipponiche in caso di conflitto diretto con la Cina. Nonostante il pericolo di una corsa agli armamenti incontrollata nell’Indo-Pacifico, il rinnovato impegno militare giapponese, unito a quello australiano, è stato considerato una grande vittoria strategica statunitense.

Infatti oltre a espandere le proprie capacità militari e a rafforzare l’alleanza con gli Stati Uniti, il Giappone sta cercando di approfondire i propri rapporti strategici con gli altri paesi che fanno parte del sistema di alleanze statunitense: anzitutto l’Australia e il Regno Unito.

Anche l’Italia rientra tra i partner con cui Kishida intende espandere la cooperazione per la difesa. E questo francamente, al momento attuale, potrebbe pure fare sorridere, se non coincidesse, invece, con la politica di riarmo che pervade tutta l’Europa, prospettiva pienamente accettata anche dal nostro governo. Nei mesi scorsi, infatti, il colosso industriale giapponese Ihi, leader nel settore difesa e aerospazio, ha annunciato la decisione di aprire, entro la fine dell’anno, centri di ricerca e sviluppo in Italia e nel Regno Unito per supportare le operazioni del Global Combat Air Programme. Le aziende dei tre Paesi coinvolte nel progetto, saranno Rolls-Royce, Leonardo, Mitsubishi Heavy Industries e Mitsubishi Electric. Suzuki Satoshi, ambasciatore giapponese in Italia, ha recentemente sottolineato l’apprezzamento di Tokyo per il sempre maggiore interesse dell’Italia per l’Indo-Pacifico, anche alla luce dell’interconnessione con l’Euro-Atlantico. L’accordo sul GCAP aiuterà il Giappone a diversificare le fonti di approvvigionamento tecnologico in campo militare. Italia e Giappone hanno anche svolto esercitazioni navali congiunte nel Golfo di Aden, e le rispettive aviazioni si sono addestrate insieme presso la base di Komatsu, sull’isola di Honshu, perno geopolitico del paese del Sol Levante, mentre i piloti nipponici hanno seguito successivamente un corso di formazione a Decimomannu.

Alla luce di tutto questo fermento, la prospettiva di un nuovo conflitto mondiale sulla testa delle popolazioni, dei lavoratori, crediamo sia, se non all’ordine del giorno, certo molto probabile in un futuro non remoto. Va sottolineato che ogni guerra è preceduta, accompagnata e seguita da un’intensa, soffocante mobilitazione ideologica, come quella, appunto, a cui assistiamo oggi. E se non siamo ancora in presenza di una “economia di guerra” in senso classico, con piena destinazione delle risorse finanziarie e umane all’impegno bellico in vista di un pieno dispiegamento di uomini e mezzi per una guerra generale, tuttavia è evidente che è in atto una forte e crescente mobilitazione ideologica e di risorse. È altrettanto evidente che sia già in corso una guerra su più piani, dei quali quello militare è solo l’aspetto più visibile.

Ciò detto non possiamo che ribadire la nostra idea base, ovvero che la guerra tra gli imperi non solo non deve riguardarci, ma, soprattutto, che occorre denunciare a chiare lettere, e lo sappiamo da esperienza centenaria, che ogni maledetta guerra produce vittime soprattutto tra i civili e le classi subalterne, indifese oggi come ieri dinanzi ad una pesante coercizione intellettuale che le vorrebbe inermi (o magari consenzienti) carne da cannone. Vogliamo ribadire, insomma, il nostro perentorio no alle guerre imposte dai potentati e subite dalle popolazioni, conflitti innescati per il potere ed il denaro, utili soltanto a frenare la drammatica crisi globale. Gli imperi non si fermeranno certamente dinanzi ad imbelli manifestazioni pacifiste, se lo faranno sarà soltanto per l’intervento attivo e prorompente dei popoli, gli aggregati umani che sempre ed unicamente determinano i movimenti reali della politica.

 

 

 

 

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.