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COSA C’È SOTTO IL DDL ZAN

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L’iniziativa legislativa in esame al Senato è la punta di un iceberg culturale, politico ed economico di enormi proporzioni. A rischio alcuni diritti fondamentali e gli equilibri sociali.

Nonostante la guerra in Senato a colpi di regolamento, l’approssimarsi della probabile approvazione del ddl Zan ha indotto molti mezzi di informazione ad ospitare articoli e dibattiti sul discusso (e discutibile) provvedimento, con la conseguente radicalizzazione delle relative posizioni contrarie e favorevoli. Ne costituiscono validi esempi intere pagine di quotidiani – soprattutto di opinione – con interventi ed interviste “a specchio”.

È opportuno precisare, tuttavia, che lo stesso disegno di legge del deputato Pd si inquadra socio-storicamente in un quadro culturale di medio-lungo periodo, che data almeno da oltre mezzo secolo.

Non rappresenta, cioè, un unicum, bensì assurge a punta visibile di un insidioso iceberg. È negli anni ’60 del Novecento, o forse prima, che affondano le radici di mode e movimenti (femminismo, meticciato, ecologismo, anticolonialismo, antimperialismo, antinazionalismo, veganesimo, relativismo, pauperismo) vòlti a sovvertire sistemi ed autorità consolidati da secoli o millenni di tradizioni antropologiche e socio-culturali. È in questo solco che la proposta legislativa si colloca.

Comune a tutti quegli elementi di potenziale disordine è stata l’occupazione militante, gramsciana di ogni opportunità di spazio istituzionale. Una volta attecchiti nelle tv, nelle aule di giustizia, nel cinema, nella pubblicità, nel sistema scolastico, nelle Università, nelle redazioni, nelle case editrici o in Parlamento essi finivano – con effetto andata e ritorno – per confermare e ratificare le loro asserite virtù dalle quali avevano tratto alimento.

Una tautologia devastante e fuorviante.

Prendere le distanze da quelle pseudo-culture, non condividerle, opporvisi equivaleva – e tuttora equivale – ad essere bullizzati, marginalizzati dal consesso civile dei benpensanti, anzi dal pensiero tout court. Si pensi a quale stigma sociale si andrebbe incontro dichiarandosi, ad esempio, antifemminista, colonialista o, peggio, razzista (pur nell’accezione della difesa delle specificità).

Le pene? Esclusione sociale, censura delle idee, provvedimenti disciplinari, licenziamenti, sanzioni civili e penali. Perché? Perché viviamo felicemente in una repubblica democratica e soprattutto antifascista che permette ad ognuno di esprimere liberamente le proprie convinzioni. A patto che siano non solo di sinistra, ma che si conformino, ancor prima di lasciare il pensiero ed approdare al linguaggio scritto o parlato, ai princìpi del politicamente corretto, o meglio del comunismo mentale. “Perché ci sia censura ha affermato Luca Ricolfi in una recente intervistaoccorre un establishment, e oggi l’establishment è la sinistra”.

Basta deliziarsi, ogni venerdì sera, di uniformati programmi televisivi di satira politica per comprendere meglio lo scenario che si intende tracciare. Guai a non guardarli, guai a non divertirsi, guai a non citarne le battute: sono questi, ormai, i passepartout rituali dell’inclusione sociale e dell’omologazione cerebrale ai tempi della resilienza e della sostenibilità. La vera tragedia è che gli autori credono di essere trasgressivi e gli spettatori di appartenere ad una casta di iniziati.

È questo – ribadiamolo – il degradato clima socio-culturale sul quale si innesta il dibattito attorno ad una (futura) legge il cui vero obiettivo non è quello di combattere le discriminazioni di genere, ma di instaurare uno stato etico, repressivo, educativo, rieducativo, disciplinante. Uno stato maoista, insomma. Al quale dover aderire con lo stesso entusiasmo con cui si ride della satira pelosa e mainstream del venerdì sera.

È cronaca degli ultimi giorni l’oltraggio alla statua di D’Annunzio a Trieste: un gesto in continuità con l’unicità del pensiero debole ma dominante, che preferisce abbattere statue e cancellare memorie nazionali ormai vilipese anche da istituzioni in dissoluzione che dovrebbero invece difenderle. Oppure la proposta avanzata da un senatore M5S di chiudere il Museo Lombroso di Torino per presunte offese ai meridionali. O ancora la sospensione di un professore della Statale di Milano reo di aver condiviso sui social una critica alla vicepresidente degli Stati Uniti, ovvero quando il peccato diventa reato. Se un’università, presunta sede del pluralismo, in nome di non si sa quali principi, colpisce le opinioni, la libera manifestazione del pensiero, allora siamo all’anticamera di una Inquisizione che intende imporre, per via amministrativa o giudiziaria, l’intolleranza in salsa democratica.

Persino l’Università di Oxford – sempre in ambito accademico – sta valutando di superare le tradizionali unità di misurazione (pollice, miglio, oncia, libbra, gallone, ecc.) perché considerate retaggio di un’idea imperiale, dunque coloniale e razzista, dal quale prendere opportunamente le distanze. Un impazzimento, secondo le norme del buon senso e dell’equilibrio. Una lucida strategia messa in atto su scala planetaria con copertura mediatica, secondo le sentinelle (o i sentinelli) del buonismo addette alla sorveglianza. Un “sorvegliare e punire” applicato alla libertà intellettuale e al pensiero critico. Con tanti saluti all’articolo 21 della Costituzione.

Gli esempi citati, a proposito di una volontà di manipolazione delle coscienze individuali e di instaurazione di dispositivi di potere e di controllo, hanno anticipato di poco il 17 maggio, giorno in cui si è celebrata la giornata internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia, cioè contro chi ha paura di omo-trans-bisessuali. È lecito chiedersi, allora, non solo se esista un diritto alla paura e al suo libero esercizio, ma anche se la protezione giuridica dalla discriminazione valga pure per gli eterosessuali, ormai ridotti a “diversamente lgbt”.

Sorge il sospetto che la lettera d) dell’articolo 1 del ddl Zan non sia volta soltanto ad introdurre per via ordinaria l’identità di genere (non contenuta nella Costituzione), quanto ad inoculare surrettiziamente nell’ordinamento giuridico un principio già operante nella società civile. L’intento, in sostanza, sarebbe quello di procedere ad un adeguamento delle norme a ciò che è già mutato nella prassi sociale, al fine di delegittimare lo Stato e le sue fondamenta valoriali. Col beneplacito delle istituzioni comunitarie unanimemente schierate, in funzione antisovranista ed economicista, dalla parte dell’uguaglianza, della solidarietà, dell’inclusione e dell’accoglienza.

Nel caso specifico, la questione riveste un carattere di particolare gravità, prevedendo essa la pianificazione e l’imposizione ope legis del principio, o peggio di una morale, del poter essere sessualmente ciò che si vuole diventare. Una degenerazione individualista e neoliberista che intende divellere l’istituzione statale e i dettami della dottrina cristiana. Inutile rilevare, a quest’ultimo riguardo, che nessun argine da parte della Chiesa può frapporsi all’ondata di disordine: da quasi un decennio il suo magistero assurge ad insuperato interprete della fine del principio di autorità.

Il marchio “Lgbt frienly” è infatti l’ultima frontiera dell’economicamente corretto. Le grandi aziende e la logica del marketing hanno ormai proficuamente abbracciato il colore arcobaleno. Chi oserebbe contestare lo sfruttamento commerciale di nuovi diritti civili dall’enorme potenziale di profitti? La dittatura di queste minoranze organizzate e potentissime è tale da rendere inutile ed anacronistica ogni giornata celebrativa. Qualche benemerita associazione – prima di essere sciolta per apologia di idee impronunciabili – proponga almeno di istituire la giornata dell’etero-pride.

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