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Dialogo sull’anti-civiltà occidentale

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Dialogo sull’anti-civiltà occidentale

Gennaro Scala intervista Gian Matteo Corrias

 

Gian Matteo Corrias (Oristano, 1977).

Dottore di ricerca in «Civiltà dell’Umanesimo e del Rinascimento» presso l’Università degli Studi di Firenze, ha svolto una parte del suo lavoro di ricerca presso l’École Pratique des Hautes Etudes di Parigi. Autore di numerose pubblicazioni di ambito storico e filologico, ha pubblicato per la casa editrice Arkadia i volumi Dei e religione dell’antica Roma (2015) e Esoterismo e culti misterici nell’antica Roma (2016), e per i tipi di Tuthi i volumi Prima della fede. Antropologia e teologia del culto romano arcaico (2022) e Gli dèi romani rivelati (2023); ha infine pubblicato, per i tipi di Kafenio Verlag, il saggio La barra dritta. Uno sguardo chiaro sull’oscurità del presente (2025). Ha inoltre curato per EvidenceB la parte linguistica del corso multimediale di latino Atticus, pubblicato in Italia dall’editore Pearson. Fa parte del comitato scientifico della rivista di studi storici, architettonici e filologici Aristana. Ha collaborato alla realizzazione di prodotti multimediali, fornendo — tra l’altro — la propria consulenza per la realizzazione del programma divulgativo diffuso dall’emittente televisiva La7 Una giornata particolare: Giulio Cesare. Collabora come consulente esperto di lingua latina all’indagine giornalistica coordinata da Andrea Cionci sulla questione delle dimissioni di papa Benedetto XVI.

DOMANDA 1

Lei ha dedicato una serie di studi alla religione dell’antica Roma. Mi ha colpito che oltre ad utilizzare rigorosamente il metodo della ricerca storica su base documentale, ha fatto un ampio utilizzo degli strumenti teorici dell’antropologia storica, della linguistica storica, nonché ha utilizzato il concetto storico-filosofico di “rivoluzione assiale”, elaborato da Karl Jaspers,  centrale per la netta distinzione tra religione antica e moderna, da lei operata.

Mi ha particolarmente incuriosito il suo riferimento ad uno studioso di cui non avevo prima sentito parlare, Julian Jaynes, che lei utilizza al fine della descrizione ipotetica della struttura cognitiva dell’uomo arcaico, tant’è che mi sono procurato il suo testo principale, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza. Non so se lo psicologo Jaynes, per il suo approccio neurobiologico, frequentasse la psicologia analitica junghiana, ma sicuramente da essa avrebbe potuto trarre supporto per la sua ricostruzione della psiche dell’uomo arcaico, di necessità fortemente ipotetica, ad es. dal magistrale saggio di Jung, Un mito moderno. Le cose che si vedono in cielo, nel quale attribuiva gli avvistamenti di “Ufo”, frequenti negli anni ‘50 del secolo scorso, a delle “voci visionarie”, che ricordano le “allucinazioni uditive” che secondo Jaynes regolavano la condotta degli uomini antichi prima dell’affermazione della scrittura. Similmente, esse si generano in una situazione di tensione emotiva, significativamente Jung accenna alle tensioni dovute alla “guerra fredda” (il saggio è del 1958), mentre James Jaynes ipotizza che tale tensione si generasse facilmente in situazioni insolite per cui l’uomo “bicamerale”, quando non sapeva come regolarsi, doveva ricorrere alla voce interiorizzata dei capi, delle guide del suo gruppo sociale, nella forma di “allucinazione uditiva”. Sia  Jaynes che Jung ritengono che tali allucinazioni, associate comunemente alla schizofrenia, siano più frequenti di quanto si pensi, si presentano spesso in persone normali, anzi, non di rado, ritenute particolarmente razionali.

Jung scrisse: “oggi gli dèi sono diventati malattie”. Sintetizzando molto liberamente il testo di James Hillman, La vana fuga dagli dèi, che prendeva spunto da tale affermazione junghiana, possiamo dire che gli dèi, con cui abbiamo nel passato lungamente convissuto,  scacciati oggi dalla coscienza e dalla rappresentazione collettiva, si rifugiano, nascondendosi, nell’inconscio, da dove fanno danni ingenti, nella forma di disordine psichico e sociale. È uno dei frutti della frattura con il passato propria della civiltà occidentale. Forse è per questo che la sua opera di scavo storico risulta, senza esagerazione, particolarmente affascinante, coinvolgente sia sul piano intellettuale che emotivo, sia nei suoi libri che nei video realizzati con Mauro Biglino sulla religione antica, nella quale lei fa rientrare anche la religione di Yahweh della Bibbia dell’Antico Testamento, al di là del monoteismo, sul quale, da quanto ho capito, pure ci sarebbe da discutere. Particolarmente affascinanti i video sulla diffusione del culto di Yahweh nella Sardegna nuragica, attestazione che pure scompagina le carte riguardo all’idea prevalente di un culto di Yahweh esclusivo del popolo ebraico.

Cosa ne pensa? Può essere che provare a risanare questa frattura sia uno dei motivi per cui sia importante ricostruire di nuovo, secondo la nostra sensibilità di uomini del XXI secolo, questo nostro passato storico, oltre, ovviamente, all’interesse  in sé dell’argomento?

Inoltre, vorrei porle un’altra domanda: dalla sua ricostruzione, la religione antica, quella “prima della fede” (titolo di un suo libro), risulta talmente differente da come noi oggi intendiamo la religione, fondata su un Dio trascendente, onnipotente ed eterno, da far pensare che ciò che riuniamo sotto lo stesso termine, religione, siano due cose, in realtà, diverse. Gli antichi romani vivevano con gli dèi, che non appartenevano ad una dimensione trascendente, ma erano parte della città, non erano onnipotenti ed è dubbio anche che fossero immortali, visto che dovevano essere nutriti con i sacrifici, come lei scrive. Eppure usiamo per entrambe lo stesso termine religione: quindi non posso non chiederle, consapevole che si tratta di un argomento ben vasto, cosa invece accomuna la religione antica con quella moderna, e cosa determina il passaggio dall’una all’altra?

RISPOSTA

Le questioni che mi pone aprono svariate prospettive di indagine. Osservo anzitutto che molto spesso la storia delle idee e dei costrutti antropologico-culturali corre lungo la scia dell’evoluzione semantica delle parole. Dal punto di vista metodologico, questo fatto non autorizza quella che invece è una pratica molto diffusa ai nostri giorni, ovvero usare la ricerca etimologica come strumento per accedere a un presunto dato di autenticità del fenomeno cui il lessico si riferisce. La storia di una parola ne definisce la costante trasformazione e la ricolloca continuamente nel contesto antropologico-culturale quale via via si struttura lungo la storia delle civiltà. Ciò significa, banalmente, che non esiste in realtà il significato “autentico” di una parola, significato autentico che viene poi oscurato da un “sovrasenso” adulterato: il lessico restituisce costantemente l’autenticità della cultura all’interno della quale il discorso è prodotto.

Il sostantivo latino religio è certamente un eccellente esempio di ciò che intendo esprimere: il significato che questo termine ha assunto nel contesto del cristianesimo lo vuole collegato al verbo religare, ossia “legare insieme”, per cui la religione sarebbe ciò che consente all’uomo di “collegarsi” a Dio (la prima testimonianza di questa accezione di religio si trova nello scrittore cristiano del III secolo Lattanzio). Ma la sua etimologia latina originaria è ben diversa, e per certi aspetti forse persino disturbante per la sensibilità moderna: essa è offerta da un passo del De natura Deorum di Cicerone, che ricollega religio al verbo latino re-legere, e cioè – letteralmente – “scegliere di nuovo”, “scegliere con accuratezza”. Religio fa riferimento, insomma, a quello che nel culto romano arcaico (come in tutti i sistemi cultuali antichi) è l’aspetto decisivo, se non unico: la cura formale, ritualistica, di carattere civico e legalistico, che gli uomini riservano agli dèi, con l’obiettivo unico di preservare la pax deorum, e cioè, letteralmente, “l’accordo con gli dèi”. Ebbene, già solo da questa minima osservazione lessicografica è possibile misurare l’entità del percorso culturale che separa un sistema cultuale come quello romano arcaico (che come lei opportunamente osserva rientra nel gruppo delle cosiddette religioni “preassiali”), rispetto, ad esempio, al cristianesimo. Da un lato abbiamo un tipo di religione il cui orizzonte è schiettamente immanentistico, dotato di una concretezza “teologica” e cultuale che non può non sorprenderci; dall’altro un sistema dogmatico e propriamente trascendentistico, il cui cardine è costituito da un’attitudine, quella della fede, che l’antropologia culturale (si pensi in particolare agli studi di Rodney Needham) ha dimostrato non essere – come forse oggi si sarebbe portati a credere – un’inclinazione naturale dell’essere umano, quanto piuttosto un comportamento indotto dai dogmi cristiani dell’incarnazione e della redenzione.

Lei mi chiede cosa ha potuto determinare il passaggio da una religio immanentistica, antidogmatica, legalistica e civica come il cultus deorum romano alla moderna forma di religio trascendentistica, dogmatica, spiritualistica e fideistica che è il cristianesimo. La questione è piuttosto complessa e occorre osservarla dal punto di vista della storia antropologica del mondo antico. In estrema sintesi, si può dire che il IV secolo d.C. è un’epoca in cui è all’opera una profonda trasformazione delle strutture della personalità, una trasformazione che porta a compimento quelle tendenze individualistiche che si erano precedentemente affermate nel contesto di una dilatazione tale dei confini della romanità (basti pensare all’estensione dell’impero) da rendere da un lato del tutto aleatorio il senso di appartenenza a una struttura identitaria collettiva, dall’altro del tutto inefficace e inadatto il tradizionale culto civico dei padri. I dogmi cristiani dell’incarnazione, della redenzione e della salvezza universale (se ne accorse perfettamente Costantino) catalizzano invece in maniera del tutto adeguata tale tendenza individualistica, che si realizza anzitutto in un’interiorizzazione dell’esperienza spirituale. Sul piano antropologico il processo di interiorizzazione dell’esperienza spirituale coinvolge anche il rapporto con il concetto chiave di mysterion, centrale nei culti esoterici diffusisi nel tardo antico contestualmente al cristianesimo: quella che nelle vie iniziatiche legate ai misteri eleusini, al mitraismo o all’isiacismo era un’esperienza oggettiva, nel cristianesimo viene sottratta alla sua oggettività di evento di ordine superiore e viene “costretta” – per così dire – nei limiti della percezione interiore, della “psicologia” del singolo. In altre parole, il mistero diventa con il cristianesimo “mistero della fede”, inaugurando una dimensione del tutto inedita: quella, appunto, della fede, intesa – secondo la fondamentale definizione che ne dà Teodoreto di Ciro nei Therapeutica – come adesione volontaria e irrazionale a una verità trascendente preliminare alla comprensione del dogma.

Alla luce di quanto ho appena detto, credo sia del tutto velleitario, perché essenzialmente antistorico, immaginare improbabili ricomposizioni di fratture profondissime che separano culture oggi contrapposte da antagonismi di entità non irrilevante. Non sottovaluterei oltretutto il fatto che l’epoca presente è il risultato di una ulteriore, e profondissima, rivoluzione antropologica, che ha decretato il tramonto anche dei tradizionali sistemi religiosi trascendentistici e fideistici, ridefinendo lo spazio del religioso e del “sacro” entro i confini di un nuovo immanentismo utilitaristico post-spiritualistico e persino post-etico, una radicale novità scaturita dall’imporsi dell’imperativo della crescita economica illimitata come nuovo assoluto metastorico di un’epoca, la nostra, liquida nei domini propriamente culturali dell’etica, dell’estetica e persino della logica dialettica, e solida soltanto nella bulimia del consumo.

DOMANDA 2

Credo ci sia stato un equivoco, dovuto forse al mio modo in cui mi sono espresso. Personalmente credo che la religiosità antica non possa ritornare, in quanto espressione di un mondo che è scomparso e che certe forme di neo-paganesimo, e altre forme di spiritualità à la carte offerte dal “mercato odierno della “spiritualità”, siano puerili, e abbiano poco a che fare con le forme della religiosità del passato o di altre civiltà. Riprendevo, un po’ giocandoci, il linguaggio di Hillman, in quanto credo, tuttavia, ci sia del vero nella psicologia junghiana secondo cui alcune forme di pensiero del passato sopravvivono nel substrato della psiche individuale, e ciò si riscontra in varie forme di patologia psichica, nelle paranoie a sfondo religioso, o addirittura nel rivivere in alcune patologie di forme di pensiero magico-animistico. Nel passato tanto la religione quanto l’arte offrivano un vasto repertorio di simboli e rappresentazioni con cui elaborare il vissuto interiore, ma oggi sappiamo come vanno le cose con il “mercato” diventato unico assoluto, che ha colonizzato anche l’ambito della cultura attraverso il predominio dell’industria culturale.

In generale, vorrei riuscire ad affrontare con lei, ma vorrei arrivarci attraverso un percorso, di-vagando liberamente nei secoli, la questione del rapporto tra religione e crisi della “civiltà occidentale”, se ancora civiltà la possiamo chiamare, se non dobbiamo forse parlare per la prima volta nella storia di una “anti-civiltà” (come lei scrive nel suo ultimo libro La barra dritta). Poiché la storia della civiltà europea-occidentale ha visto altri periodi di decadenza, ma dei livelli di assurdità e di follia che stiamo raggiungendo attualmente non si ha precedente testimonianza. Questa crisi della civiltà non è solo un fatto astrattamente culturale, ma si esprime molto concretamente in una diffusione senza precedenti di forme di patologia psichica (secondo statistiche ufficiali, negli Usa metà della popolazione ne soffrirebbe in modo più o meno grave).

L’interiorizzazione della religiosità che si realizza con il cristianesimo, è un passaggio importante per quanto riguarda la nascita dell’individualismo occidentale, dovremo ritornarci, ma prima vorrei affrontare la questione del creazionismo, il quale mi sembra un altro portato specifico della religione moderna, rispetto a quella antica. Secondo Giorgio Agamben, il concetto moderno di volontà è essenzialmente estraneo alla tradizione del pensiero greco e si forma attraverso un lento processo che coincide con quello che porta alla creazione dell’io. A tal fine è necessario che il mondo sia frutto dalla volontà di Dio.

Il naturalismo antico, da Talete fino a Lucrezio, ipotizzo si possa considerare una derivazione filosofica tarda di quell’immanentismo che lei individua come uno dei caratteri precipui della religione antica. Per i greci il mondo è fuoco sempiterno e non creato dagli dèi, secondo la formulazione eraclitea della physis che non è sola della filosofia “pre-socratica”, ma resta principio fondamentale dell’intera filosofia greca, in quanto ancora per Aristotele Dio non è creatore, ma causa finale del mondo che esiste eternamente. Il creazionismo secondo David Sedley comincia a farsi strada nella cultura greca, ed ha i suoi massimi rappresentanti in Socrate e Platone, tuttavia quello di Platone è, secondo Enrico Berti, un semi-creazionismo, in quanto il Demiurgo platonico non crea il mondo dal nulla, ma dà forma ad una materia (chora) preesistente ma caotica. Significativo che, per Platone, il mondo pur plasmato dal Demiurgo sia eterno, contraddizione per cui sarà criticato dalla filosofia successiva, ad es. da Lucrezio che critica il (semi) creazionismo platonico in quanto “nulla si crea dal nulla”, principio cardine del naturalismo antico prima che della fisica moderna. Tuttavia è significativo, secondo me, che l’epicureismo colloca gli dèi fuori dal mondo, in dimensione quasi trascendente quali sono gli intermundia, a dimostrazione che la mentalità della religione moderna si stava affermando.

Convenzionalmente, si riconduce il creazionismo al libro della Genesi della Bibbia, ma il testo della Bibbia non parlerebbe di creazione, su questo insiste molto Biglino. A me quello biblico pare simile al semi-creazionismo platonico, in quanto Dio piuttosto che creare dal nulla sembra mettere ordine a un caos primordiale. Si direbbe invece che il creazionismo vero e proprio, o meglio quella forma di creazionismo determinante per gli sviluppi successivi, ovvero la creatio ex-nihilo, sarebbe frutto di un’elaborazione successiva, in particolare da parte di Origene e Agostino, all’interno di quella raffinata creazione intellettuale frutto di svariati secoli che è, secondo lei, il cristianesimo. Ma parlo da profano, e in merito vorrei sapere cosa ne pensa. Si tratterebbe di un passaggio importante, se è vero come scrive Agamben (Il regno e la gloria), che il creazionismo, per cui il mondo è completamente plasmato dalla volontà di Dio, è determinante la per la nascita dell’”oikonomia” e della volontà di potenza, i due ambiti in cui si eserciterà il perseguimento dell’illimitato che caratterizzerà la civiltà europea-occidentale.

Ritengo che il creazionismo abbia la sua ragion d’essere nella divinizzazione della capacità creativa dell’essere umano, con cui l’essere umano, attraverso lo sviluppo della tecnica, ha stabilito quel dominio sulla Natura di cui non possiamo non apprezzare i vantaggi. Tuttavia, scrive Jaspers: “La soggezione dell’uomo alla natura è resa manifesta in maniera nuova dalla tecnica moderna. La natura minaccia di sopraffare in modo imprevisto l’uomo stesso, proprio mercé il dominio enormemente maggiore che questi ha su di essa. Attraverso la natura dell’uomo impegnato nel lavoro tecnico, la natura diventa davvero la tiranna dell’essere umano. C’è il pericolo che l’uomo sia soffocato dalla seconda natura, a cui egli dà vita tecnicamente come suo prodotto, mentre può apparire relativamente libero rispetto alla natura indomata nella sua perpetua lotta fisica per l’esistenza.”

Oggi, tutto quello che è stato un percorso della “civiltà occidentale” nel periodo “post-assiale” sembra aver raggiunto il suo limite estremo, in quanto siamo entrati in rotta di collisione sia con la Natura che con le altre civiltà. È quindi necessario un cambiamento epocale paragonabile a quello avvenuto durante l’epoca assale?

RISPOSTA

La dottrina della creatio ex nihilo quale si precisa compiutamente nella teologia agostiniana del “quia voluit” sancisce da un lato la definitiva divaricazione dello iato tra la dimensione immanente e quella trascendente (e anzi in un certo senso potrebbe anche considerarsi la causa ultima del definirsi della concezione propriamente trascendentalistica del divino), dall’altro lato apre la strada allo stabilirsi di un antropocentrismo che poggia sulla signoria dell’essere umano sul creato decretata da Dio stesso e sul coinvolgimento esclusivo dell’uomo nella grande opera divina della redenzione. In questo contesto lo sviluppo della conoscenza tecnica e di una visione del mondo come un grande laboratorio sperimentale per l’ingegno umano rappresentano il naturale destino di una civiltà che sin dalle sue origini struttura una lettura della realtà di carattere antropocentrico e teleologico. Lungi dal rappresentare esclusivamente un equipaggiamento strumentale, la tecnologia – come lei giustamente suggerisce – integra a tutti gli effetti un’antropologia continuamente rinnovantesi nella misura in cui ridefinisce e amplia le possibilità di azione (e persino di ideazione) sul mondo. Secondo gli studi di psicolinguistica sistematizzati negli anni Ottanta del Novecento da W.J. Ong è proprio alla diffusione sistematica della tecnologia della scrittura che deve essere imputata quella “rivoluzione cognitiva” che consiste nella nascita del pensiero astrattivo, categoriale, definitorio e propriamente concettuale che caratterizza la fase post-assiale della nostra civiltà. La fase attuale della storia occidentale consente tuttavia di registrare un’inedita inversione di tendenza, legata alla diffusione sistematica di quella nuova tecnologia della comunicazione che sono i social media. Si tratta di grandi vetrine nelle quali è possibile da un lato esibire una quotidianità simulatamente eccezionale o comunque “autentica” nella sua ordinarietà, dall’altro entrare a contatto con esperienze percepite appunto come autentiche, e oggi sommamente ambite proprio in reazione – come acutamente osserva Vanni Codeluppi nel suo saggio La vetrinizzazione sociale – in reazione a una vita sociale nella quale dominano la mediatizzazione e l’artificio. Si potrebbe dire che i social sono il luogo della propaganda elevata a condizione esistenziale, della quotidianità esposta mediaticamente secondo i criteri – inconsapevolmente acquisiti e impiegati – della comunicazione persuasiva. Ora, per limitarsi alla situazione nazionale, l’impatto sulla lingua italiana dei social network è stato oggetto di una notevole quantità di studi. Un lavoro di sintesi sulla questione è quello offerto dal linguista Paolo D’Achille in un contributo del 2017 intitolato I social network e la lingua italiana: tra neologismi e anglicismi (in «Italiano digitale» 2 (2017), pp. 93-104). D’Achille evidenzia come il comportamento linguistico indotto dalle dinamiche comunicative dei social network tenda a riprodurre i meccanismi di produzione linguistica dell’oralità: la comunicazione sui social riproduce insomma le situazioni e le modalità dello scambio dialogico tipicamente orali, incluso l’aspetto decisivo della brevità del tempo di programmazione ed elaborazione e la conseguente incoerenza dell’organizzazione sintattica e talora logica del testo. In questo quadro si spiega la disinvoltura con la quale gli utenti dei social gestiscono l’uso dell’ortografia, dell’interpunzione, della sintassi, in genere molto semplificate e persino scorrette, almeno secondo gli standard della lingua scritta. La generalizzazione dell’impiego degli strumenti di comunicazione social ha inoltre portato nella pratica scritta contemporanea le abitudini linguistiche legate a contesti d’uso e classi sociali tradizionalmente esclusi dalla dimensione della scrittura: si pensi in particolare alla diffusione pressoché universale dei social network tra gli adolescenti e i giovani, le cui abitudini di produzione linguistica si sono spesso riverberate – secondo una direttrice del tutto inedita nella storia della lingua – sui comportamenti linguistici generali. Si tratta di una dimensione del tutto nuova, per la quale i linguisti hanno coniato la categoria di «scritture trasmesse», nelle quali di fatto si realizza compiutamente quella dimensione di «oralità secondaria» magistralmente descritta dal linguista americano Walter Jackson Ong. Il regime ormai perfettamente delineato di “oralità secondaria” imposto ai nostri giorni dai social network ha dunque – come non si stenterà a comprendere – delle conseguenze dirette sulle abilità cognitive dei parlanti: se è vero, come ho detto, che è alla diffusione della pratica scrittoria che si deve lo sviluppo delle capacità astrattive, categoriali, analitiche e critiche che hanno segnato la storia della civiltà occidentale negli ultimi due millenni, è ovvio che l’attuale situazione di “oralità di ritorno” instaurata dai social network non può che comportare l’avvio di un processo di regressione cognitiva, di progressiva atrofizzazione delle capacità di decodificare un messaggio complesso o un’argomentazione strutturata da parte di masse sempre più vaste di individui.

Come è facile comprendere, una simile situazione di degrado cognitivo è il miglior terreno di coltura per le ambizioni di schiacciante e illimitato predominio di quel potere economico e politico globale che già è detentore unico e indiscusso dei meccanismi di orientamento dei consumi e del consenso. Devo ammettere con una certa amarezza che non mi pare esista un margine significativo di manovra per realizzare un reale reindirizzamento del corso generale della vicenda di quella che, come lei ricordava, ha ormai a tutti gli effetti (e per la prima volta nella storia umana) i caratteri di un’anti-civiltà.

DOMANDA 3

Collocare le trasformazioni cognitive prodotte dall’avvento di internet in una prospettiva storica davvero di lungo periodo, attraverso il confronto con la grande trasformazione prodotta dall’avvento della scrittura, ci dà la misura della loro portata. All’inizio del suo libro La barra dritta riporta una serie di esempi di estrema stupidità tratti dai media, ai quali se ne possono aggiungere tanti altri dallo stupidario quotidiano dei media. In effetti, di fronte alla sghignazzante funzionaria europea che presenta il suo kit di sopravvivenza in caso di guerricciola atomica, come non chiedersi se i pixel dello schermo riproducono realmente un essere umano, oppure se non si tratti di un mutante prodotto da una guerra tanto sotterranea quanto devastante contro il raziocinio umano. La mia impressione, ma vorrei conoscere il suo parere in merito, è che sebbene non manchino gli studi sugli effetti cognitivi culturali, sociali, psicologici ecc. sull’utilizzo di internet, manca però un’effettiva consapevolezza della profondità di tali cambiamenti e su ciò che comporta il loro utilizzo.

Scriveva Ong: “L’oralità secondaria è molto simile, ma anche molto diversa da quella primaria. Come quest’ultima, anche la prima ha generato un forte senso comunitario, poiché chi ascolta le parole parlate si sente un gruppo, un vero e proprio pubblico di ascoltatori, mentre la lettura di un testo scritto o stampato fa ripiegare gli individui su di sé.”

Ora, questa non vuole essere una critica al grande studioso che scriveva nel 1982, che rifletteva un giudizio, o forse è meglio dire una speranza che hanno condiviso in tanti, compreso chi scrive, relativa alla possibilità che tali tecnologie potessero favorire un allargamento della democrazia, della partecipazione e anche della diffusione della formazione culturale, ma a ragion veduta non ci si può sottrarre all’idea che queste siano state le esche con cui siamo stati attirati nella “rete”. Se le nuove tecnologie creano un “villaggio globale”, si tratta di un villaggio in cui l’idiota non è più l’eccezione, sia pur costante, ma la regola, eccezione sembrano invece essere coloro che ragionano, anche in base al puro e semplice buon senso. Insomma, dopo aver fatto l’esperienza delle svariate conseguenze di questi media si impone un loro  utilizzo molto più oculato.

Per quanto riguarda il senso comunitario generato dai nuovi media, vorrei richiamare lo studio di una sociologa statunitense, dal titolo alquanto espressivo Alone Together (trad. it. Insieme ma soli), in cui si occupa soprattutto delle relazioni affettive; tuttavia credo che questo modello relazionale si possa estendere all’intera socialità sussunta sotto il dominio dei media. Vi è stato anche chi ha voluto costruire un “partito digitale” attraverso lo spazio fornito dai nuovi media, e abbiamo visto i risultati: un’organizzazione allo stato liquido, anzi gassoso, incapace di opporre qualsiasi resistenza contro l’attacco alle condizioni di vita popolari. Se ben ci pensiamo, questa situazione esistenziale per cui si è sempre  in contatto con gli altri, ma si è allo stesso tempo da soli è un attacco costante all’equilibrio personale. Questo meccanismo deve la sua forza alla sua qualità di “surrogato comunitario”, come definiva Costanzo Preve le numerose forme pseudo-comunitarie create spontaneamente da un sistema radicalmente anti-comunitario per ovviare alle esigenze della natura comunitaria dell’essere umano. I media devono la loro forza ad un sistema ultra-competitivo che isola gli individui, ma allo stesso tempo crea queste forme di compensazioni che poi, a loro volta, in un circolo vizioso, ne rafforzano l’isolamento. Ci si abitua a trascorrere le serate con l’ennesima serie televisiva che riempie il vuoto di relazioni sociali, e si atrofizzano quelle capacità che consentono di stabilire delle relazioni significative con gli altri.

In base a quanto detto, si possono fare delle considerazioni immediate sull’utilizzo dei media. Ad es., meglio sembrano funzionare quelle forme di comunicazione che nell’ambito dell’“oralità secondaria”, ad es. la registrazione di video (cosa che lei, tra l’altro, utilizza ottimamente), rispecchiano quella distanza nella comunicazione che è reale, e non generano quel falso senso di vicinanza che invece generano i social basati sulla discussione diretta, che sono il regno dell’equivoco e del fraintendimento, e sono il luogo in cui maggiormente si producono quelle distorsioni della comunicazione di cui lei parlava.

Vorrei conoscere il suo parere su tali questioni specifiche, tuttavia, ne sono convinto, internet ha solo accelerato il decadimento collettivo occidentale, ma le sue ragioni profonde sono altre, e vanno ricercate nelle radici della civiltà occidentale. Per cui, in seguito, le chiederò di fare un passo indietro, verso il rapporto tra religione e civiltà che è un passaggio importante che ci può condurre alle cause profonde di quella anti-civiltà occidentale che vuole essere il principale obiettivo della nostra discussione.

RISPOSTA

I social network sono un fenomeno la cui complessità è ancora in larga parte inesplorata. Peraltro la velocità con cui questi strumenti si evolvono rischia di rendere obsoleta un’analisi già nel momento in cui viene prodotta. A ventun anni dalla creazione di facebook è tuttavia possibile, ritengo, individuare almeno qualche costante che può consentire di proporre un’analisi sufficientemente fondata. Il primo aspetto che metterei in evidenza è la virtualizzazione del terreno della comunicazione. La creazione di una realtà virtuale “parallela” che costituisce uno specimen aumentato del mondo reale ha prodotto il duplice effetto di ampliare lo spettro delle possibilità di azione e parallelamente di indurre un inedito bisogno nel fruitore: da un lato, questi ha ricevuto in dotazione l’equipaggiamento attraverso il quale – come si diceva – mettere la propria vita in vetrina, creare cioè l’immagine attraente e pienamente appagante di un’esistenza perfetta, piena e riuscita, colma di esperienze autentiche e straordinarie, anche nell’ordinarietà della routine privata; dall’altro, costituendosi come una vera e propria fantasmagoria della simulazione, in lui questa vetrinizzazione sociale prodotta dai social ha indotto un bisogno sempre più profondo di autenticità, di spazi di esperienza nei quali recuperare un contatto con la vita: di qui il diffondersi, che oramai ha del patologico, di una vera e propria forma di voyeurismo che sfrutta le dirette social come spioncini attraverso i quali entrare nei tinelli e nei soggiorni in cui perfetti sconosciuti oziano in pigiama sul loro divano o chiacchierano del più e del meno. Secondo l’acuta immagine usata dal sociologo Vanni Codeluppi, che ho già citato, i social sono delle “vetrine sociali”, nelle quali trova piena realizzazione quell’idea di “spettacolo integrato” di cui Guy Debord parlava profeticamente negli anni Settanta.

La natura essenzialmente narcisistica dei social network (legata alle dinamiche che descrivevo) è anche all’origine del disarmante processo per cui ogni azione posta entro lo spazio virtuale, dal quale le vetrine social si affacciano nel mondo reale, è immediatamente assorbita nella virtualità, esaurendo in essa la propria potenzialità e finendo per essere del tutto irrilevante e improduttiva nella realtà. Comprendere questo significa prendere esattamente le misure, ad esempio, delle effettive possibilità che le iniziative della controcultura e della controinformazione hanno di produrre un mutamento reale nel mondo: nella misura in cui il discorso anche più eversivo non esce dai confini del virtuale e continua invece a occupare un posto nella vetrina del narcisismo social (foss’anche l’angolo più lontano dalla vista della grande massa dei “passanti”), esso è condannato all’irrilevanza, ad essere fruito come un qualsiasi prodotto di intrattenimento. Un intrattenimento certamente di nicchia e per un pubblico selezionato; ma pur sempre nient’altro che intrattenimento. Il potere conosce bene queste dinamiche, ed è per questa ragione che molto raramente la censura interviene a imporre il silenzio in un mondo – quello social – nel quale invece non è difficile imbattersi anche in ottime analisi, validissime per precisione e rigore documentale ed eccellenti per coerenza argomentativa, ma travolte dall’immane flusso di proposte le più disomogenee, tutte ugualmente fruite con la passività alienata tipica dell’intrattenuto.

Non si dovrà poi trascurare l’effetto di degradazione cognitiva e di alterazione degli equilibri psicologici, ormai ampiamente studiato e documentato, che dipende dall’esposizione prolungata a contenuti video sconnessi e incoerenti (i cosiddetti short di youtube o le “storie” di tiktok) cui si abbandonano soprattutto (ma non solo) le generazioni dei più giovani.

Alla luce di tutto ciò, trovo assolutamente valida la sua osservazione per cui, se è vero che l’oralità di ritorno, cui il trasferimento nella dimensione virtuale della vita relazionale di enormi masse di individui ha consegnato la società contemporanea, ha certamente creato un nuovo impulso alla socializzazione e un senso comunitario inedito nella moderna civiltà capitalistica; tuttavia si tratta soltanto di un simulacro di socialità e di comunitarietà: il motto “insieme, ma soli” descrive perfettamente questa nuova forma del senso comunitario, di questa “socialità di ritorno”. Quello che in realtà è successo è che, dopo che la dimensione relazionale è stata massicciamente trasferita nelle vetrine virtuali dei social, dove agiscono degli immateriali avatar che incarnano l’immagine perfetta e purificata delle aspirazioni e dei paradigmi valoriali più profondi degli individui, proprio questa coltre di simulazione (che può evitare di sgretolarsi sotto il peso della verità soltanto entro i confini del mondo diafano dell’irrealtà social) ha finito per avvolgere i singoli individui isolandoli totalmente dal contesto sociale e impedendo loro di entrare realmente in relazione con gli altri.

Un universo di monadi traslucide, di atomi erranti del tutto scollegati da un contesto organico, che rappresenta – si badi – non solo un effetto diretto della specifica natura dello spazio virtuale cui l’uomo contemporaneo si è consegnato, ma che, più profondamente, rappresenta l’aspetto più notevole della rivoluzione antropologica imposta dalla società del consumo. La libertà rivoluzionaria del cittadino sancita dai diritti di cui naturalmente egli è portatore è stata infatti molto rapidamente trasformata dallo spirito del consumo nella capacità, di cui il singolo sarebbe dotato (ma come si comprende si tratta solo di un assurdo logico), di autodeterminarsi in maniera assoluta, di porre in maniera autocratica se stesso, la propria identità e il proprio destino. Ebbene, proprio nella misura in cui la percezione individuale di sé e della realtà è elevata al rango di criterio nella definizione dello spazio di responsabilità morale, risulta eliminata ogni base oggettiva per il confronto interpersonale, e ogni individuo è trasformato in una monade le cui istanze individuali soppiantano assiologicamente quelle sociali, e sono in quanto tali degne di ricevere soddisfazione (a patto beninteso che si disponga dei mezzi finanziari per comprare ciò in cui si riduce la soddisfazione del bisogno di turno).

Un tale stato di cose è molto ben verificabile nei nuovi paradigmi del confronto interpersonale, da cui risultano di fatto assolutamente bandite la dialettica e l’argomentazione di tipo logico-deduttivo, percepite anzi come una forma di sopruso e di violenza, laddove ad imporsi è soltanto la percezione soggettiva della realtà: “io percepisco questo; e se tu lo neghi, in qualsiasi modo lo neghi, mi ferisci, e non hai il diritto di farlo”; “io mi sento un gatto, e se tu ridi invitandomi a iniziare un percorso di psicanalisi mi stai usando violenza. Non hai il diritto di farlo”. Come si capisce, l’erosione dell’unico spazio condiviso per il confronto interpersonale, quello cioè della logica dell’argomentazione razionale, elimina il presupposto imprescindibile perché si possa creare quella trama intersoggettiva che è la base per la costruzione di un orizzonte di senso condiviso, che è precisamente ciò in cui si realizza quella che chiamiamo civiltà. Ed è per questo che mi spingo a definire quella attuale un’anticiviltà.

Per tornare un attimo ai simulacri della relazione umana di cui si parlava: è vero, anch’io faccio uso del mezzo social. Ma come lei notava si tratta di contenuti “univoci” e che non scimmiottano la dimensione dell’interpersonalità, per di più non concedendo nulla alla mollities del linguaggio dell’intrattenimento. L’impegno che richiede la fruizione di un discorso articolato è già di per sé – io credo – una prima difesa contro il rischio di scivolare nell’intrattenimento. Rischio che tuttavia io so benissimo non essere del tutto eliminabile. È per questo, ad esempio, che ho sentito il bisogno di portare il discorso dalla dimensione della virtualità a quella della pagina stampata, con il saggio La barra dritta, che di fatto fa sistema del percorso di riflessione proposto sul canale youtube Kafenio. Ma soprattutto la speranza che nutro è quella che gli stimoli intellettuali raccolti possano tradursi in scelte operative e concrete, cioè in azioni consapevoli poste nel mondo reale.

DOMANDA 4

Abbiamo visto gli effetti di degradazione cognitiva e disgregazione sociale prodotti dall’avvento dei nuovi media; tuttavia, come dicevo, è mia convinzione che si tratta dell’accelerazione di un processo che riguarda la civiltà europea-occidentale nel suo complesso.

Lei definisce quella occidentale attuale un’anti-civiltà, ed è una definizione che trovo molto efficace perché vera. Non provo qui a sintetizzare la sua analisi, per la quale devo rimandare il lettore al testo del suo ultimo libro, La barra dritta. Uno sguardo chiaro sull’oscurità del presente, dove lei analizza il fenomeno nelle sue molteplici manifestazioni. Voglio soffermarmi sul fatto, se interpreto correttamente, che tra le principali cause dell’auto-distruzione delle radici culturali, insita nel concetto di anti-civiltà, annovera il dominio assoluto e incontrastato dell’accumulazione illimitata. Un’analisi chiaramente di derivazione marxista.

Costanzo Preve, in un libro importante nell’ambito della sua produzione intellettuale, Le avventure dell’ateismo, finalizzato a una riconsiderazione radicale del rapporto tra il pensiero marxista e  religione, ad un certo punto si sofferma sulla figura del filosofo Augusto del Noce il quale, attraverso l’analisi dell’ateismo come manifestazione di un nichilismo di fondo, aveva saputo preconizzare, in un periodo in cui ciò appariva impensabile, l’evoluzione del P.c.i. nel partito più anti-popolare e filo-capitalista del panorama politico. Tuttavia, Preve notava che nella stessa misura in cui aveva saputo cogliere la dinamica dell’ateismo, Del Noce era rimasto cieco verso ciò che costituiva il vero pericolo per il cristianesimo, che non era l’ateismo bensì l’accumulazione illimitata che si pone come unico assoluto soppiantando la religione, subordinandola interamente ai propri scopi.

Non è questo il suo caso, in quanto lei rivendica la centralità del cristianesimo nella costruzione della nostra civiltà, ma allo stesso tempo è consapevole del pericolo esiziale di ciò che chiamiamo capitalismo. Trovo molto interessante il suo approccio, rimettendomi al suo giudizio sulla correttezza della mia interpretazione, in quanto pur collocandosi saldamente nella tradizione, non ha verso di essa un atteggiamento fideistico, anzi è pronto a riconoscere quanto in essa ha portato verso strade sbagliate. Invece, nel cattolicesimo ha prevalso un rapporto diverso con la tradizione, che non la considera come un fuoco che necessita di essere tenuto continuamente vivo, ma piuttosto il culto delle ceneri, la difesa immobile dell’identità culturale. Se il cristianesimo, come lei scrive, è stato il frutto di un’elevata elaborazione culturale durata secoli, ad un certo punto si è interrotto il rapporto tra religione, filosofia e arte che permette di mantenere vivo il fuoco della tradizione.

Per inciso, vale la pena sottolineare che questo rapporto è bidirezionale: la stessa arte si è disseccata perdendo il rapporto con la tradizione, diventando qualcosa che non si può più definire tale. La questione dell’affermazione di una non-arte, priva di ogni rapporto con la tradizione artistica, è stata da lei trattata attraverso l’efficace sintesi del pittore Alberto Melari.

Credo che un passaggio cruciale vi sia stato ai tempi di Dante. Dopo Tommaso D’Aquino vi sono stati grandi filosofi che sono stati anche cristiani, ma non grandi filosofi in quanto cristiani. Emblematico il caso dantesco, in quanto della riforma dottrinale che il Poeta intendeva promuovere quale adeguamento del cristianesimo al nuovo mondo che vedeva l’affermarsi della civiltà europea, poco o nulla, è passato nella dottrina della Chiesa, anzi la Monarchia è stata tra i libri all’indice fino a alla fine del XIX secolo e con la stessa Commedia vi è stato un rapporto difficile nel corso dei secoli. La Chiesa da custode della tradizione è diventata fautrice della cieca reazione. Si pensi ancora al fatto che il Risorgimento e l’Unità d’Italia sono stati fatti contro di essa.

La Chiesa invece di essere una fortezza che si trasforma e conserva nel tempo, pur mantenendo le fondamenta su cui è costruita, è diventata un nudo bastione immobile, finché oggi le vecchie e decrepite mura sono crollate per incuria, lasciando dilagare tutte quelle tendenze moderniste che portano alla distruzione della Chiesa stessa.

Il completo cedimento al modernismo ben si riscontra nel “caso Ratzinger” sollevato dal giornalista Andrea Cionci, che lei pur ha contribuito a delineare attraverso la traduzione accurata della lettera con cui il Pontefice dichiarava la sua abdicazione. Da quanto ho capito, Ratzinger si sarebbe trovato nell’impossibilità di operare a causa di una larga fronda interna, in particolare di un gruppo di prelati modernisti denominati la “Mafia di San Gallo”, e di forti pressioni esterne da parte dei “poteri globalisti” che intendevano piegare la Chiesa ai propri scopi, per cui ha deciso di ricorrere ad uno stratagemma che oserei definire machiavelliano (per chi scrive questo termine non è un’offesa, ma tale si tratta essendo un inganno operato al fine di ottenere il bene della difesa della cristianità cattolica). Papa Benedetto XVI nel 2013 ha rinunciato al ministerium (l’esercizio del potere papale), ma non al munus (il titolo papale), distinzione presente nel diritto canonico, rendendo vacante perché impedita la sede papale e quindi invalida l’elezione successiva di Bergoglio. In seguito, ha manifestato le sue reali intenzioni in un linguaggio cifrato, che Cionci ha voluto decifrare nel libro sul “codice Ratzinger”. Impossibilitato nella propria persona ad agire, in tal modo Benedetto ha affidato la salvezza della Chiesa ad una minoranza, il “piccolo resto” capace di affrontare i sacrifici di un nuovo apostolato, di cui disse in una conferenza del 1969.

Ora, al di là dei ben significativi aspetti specifici della vicenda, possiamo dire che questo è stato un episodio significativo e altamente simbolico dell’autodistruzione operata da parte dell’anti-civiltà occidentale delle proprie radici culturali? Se la civiltà europea-occidentale è diventata un’anti-civiltà, possiamo dire che la guerra che essa muove alle civiltà mondiali non è solo scontro di civiltà, ma una guerra contro la civiltà stessa, e una guerra contro le radici della sua stessa civiltà?

È possibile reinterpretare la tradizione culturale cristiana ai fini dell’opposizione al dominio assoluto dell’accumulazione illimitata? Penso al grande esempio dantesco, uomo cristianissimo, alla sua condanna della cupidigia, protagonista dell’Inferno, cioè il perseguimento dell’illimitato che somiglia molto a ciò che oggi noi chiamiamo capitalismo. Una condanna radicata nell’aristotelismo cattolico medievale e nel pensiero cristiano: secondo Paolo di Tarso, la cupidigia è la radice di ogni male.

Se è possibile, in che misura e in che modo gli strumenti del marxismo possono essere, a loro volta, reinterpretati e utilizzati al fine della difesa dell’identità culturale europea che nasce con il cristianesimo?  Non deve sorprendere questa ipotesi, a causa del carattere progressista e anti-tradizionalista del marxismo, in quanto la critica del “capitale” da parte di Marx si fonda sulla teoria aristotelica, la quale, insieme all’opposizione originaria da parte della Chiesa all’usura, è parte della critica tradizionale allo scatenamento degli impulsi all’accumulazione, in quanto pericolo per le basi comunitarie della civiltà. Possiamo definire la civiltà come la manifestazione più alta della natura comunitaria e sociale dell’essere umano.

È fallito il tentativo del comunismo di trasformare “dialetticamente” un male, il capitalismo, lo scatenamento del desiderio di accumulazione, in un bene, il comunismo, il Paradiso in terra. Il comunismo è stato, invece, uno strumento di cui si sono servite la civiltà ortodossa russa e la civiltà cinese per difendersi dalla minaccia mortale costituita dall’espansione occidentale, come vide, negli anni ‘50 del secolo scorso, con preveggenza il grande storico Arnold Toynbee, che, come lei, stimo molto. Se oggi il comunismo non esiste più, il male a cui rispondeva non è ancora ben vivo, anzi non rappresenta ancora oggi il nostro principale problema?

L’anti-civiltà occidentale ha dimostrato che non può tollerare l’esistenza stessa delle civiltà mondiali, essa deve sottomettere le altre civiltà, oppure minacciare e attaccare in modo diretto e indiretto la civiltà russa, cinese, iraniana, ovvero le civiltà mondiali maggiormente intenzionate a seguire una strada propria. Mi sembra chiaro che la questione riguarda non solo il conflitto o la competizione tra civiltà, ma l’idea stessa di civiltà. Si tratta di un principio diabolico di separazione che attacca tutte le forme di aggregazione umana dalla famiglia, alle classi sociali, agli stati e alle civiltà, in breve mira alla natura sociale e comunitaria dell’essere umano.

Essendo questo un aspetto sistemico dell’anti-civiltà occidentale è difficile che si possa evitare un conflitto di proporzioni globali. Esso sarebbe evitabile se si producesse un cambiamento sistemico che riportasse la Politica alla guida dell’Economia, ma siccome questo non si scorge nemmeno nel lontano orizzonte, dovremo attraversare questa “notte del mondo”, i cui esiti, dato il tipo di armamenti disponibili, non sono prevedibili. Tuttavia, anche nella più catastrofica delle ipotesi, non credo che sarà la fine dell’umanità (risvolto negativo nella credenza errata nel carattere onnipotente della Tecnica). Tutte le possibilità di azione politica e culturale sono subordinate a questo apparentemente necessario passaggio. Credo che al momento attuale la normale politica di opposizione non sia possibile: il sistema è diventato così pervasivo da neutralizzare ogni opposizione, anzi alimentandosene per perpetrare la finzione di sistema democratico. Credo che bisognerebbe creare una società nella società, come ha scritto il filosofo Agamben, e in questo ci si potrebbe ispirare al primo cristianesimo che analogamente si trovò ad operare in un periodo di civiltà al tramonto, ma tenendo conto che ogni periodo storico ha le sue peculiarità.

Ritengo che al momento attuale sia fondamentale l’azione di carattere culturale, non per mia preferenza, resto fedele al principio marxiano di stretta correlazione tra teoria e prassi, ma perché sono convinto che nel buio attuale, prima di agire, sia prioritario capire cosa fare e dove andare, per questo è fondamentale l’esistenza di una minoranza che possa fare questa chiarezza.

RISPOSTA

Credo che la descrizione del processo di genesi, sviluppo e involuzione della società capitalistica secondo il modello analitico marxista debba considerarsi un dato ormai acquisito in via definitiva. Ma come lei giustamente ha intuito, il nucleo essenziale del paradigma di analisi che sostanzia il mio lavoro di critica culturale è da ricercare molto a monte rispetto a quel simulacro del peccato originale che è la “ursprüngliche Akkumulation” di Marx. L’intuizione originaria è anzi, in un certo senso, di matrice schiettamente metafisica, e coincide con l’individuazione del principio del problema in quella “radix omnium malorum” che è l’avaritia (ossia l’“avidità”, la “cupidigia”) di cui parlano Paolo nella prima lettera a Timoteo, Agostino del De libero arbitrio e da ultimo Dante, che la emblematizza nella celebre lupa del primo canto dell’Inferno, la quale “non lascia altrui passar per la sua via, ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide”. Certamente questo dato bruto va contestualizzato e analizzato storicamente: è cioè imprescindibile comprendere per quale ragione storica e culturale la cupidigia, elemento costitutivo della stessa struttura psichica dell’essere umano, sia diventata a un certo punto della storia il propulsore incontrastato dell’intera vicenda generale della civiltà occidentale (nonché della vicenda dei cosiddetti paesi “in via di sviluppo”, eufemismo con il quale evidentemente si allude al processo di occidentalizzazione dell’intero pianeta all’insegna dell’evoluzione della conoscenza di marca scientifico-tecnologica e del radicamento di dinamiche economiche di marca capitalistica). I prodromi del sistema socioeconomico capitalistico vanno ricercati, come è noto, già nello sviluppo dell’economia mercantile e finanziaria di cui fu protagonista la borghesia urbana del Basso Medioevo e che ricevette un definitivo consolidamento prima nell’epopea colonialistica (che creò le condizioni per un ampliamento a livello planetario del sistema produttivo e del mercato), e poi nell’invenzione della finanza speculativa, con la fondazione nel 1609 della Amsterdamsche Wisselbank, la prima banca d’affari del mondo. Da quel momento il sogno fondativo e archetipico del capitalismo, quell’accumulazione bulimica di profitto che avrebbe ricevuto l’eufemistica denominazione di “crescita illimitata”, si guadagnò nuovi e portentosi strumenti per trasformarsi in una realtà sempre più concreta, giungendo a costituirsi come forza capace di minacciare sempre più concretamente le strutture propriamente culturali della civiltà europea. Era dunque necessario che fossero proprio queste strutture culturali a cedere, così che fosse abbattuto ogni reale argine “catecontico” di trattenimento della forza cieca e brutalmente istintuale (quella appunto della cupidigia) che è il vero e unico motore psichico del capitalismo: è precisamente ciò che è accaduto dopo la catastrofe del secondo conflitto mondiale, quando la vecchia Europa finì inopinatamente per entrare nell’orbita della nuova potenza egemone, gli Stati Uniti. L’asimmetria del rapporto tra centro e periferia del nuovo impero globalista del capitale (secondo la felice immagine proposta da Umberto Eco già negli anni Settanta) non si strutturò tuttavia esclusivamente nel senso di una supremazia politica ed economica, ma – e questo è forse l’aspetto più notevole – si realizzò anche secondo un meticoloso progetto di sottomissione culturale dell’Europa, attraverso quel “soft power” (come lo definì il politologo Joseph Nye), quella morbida ma incessante colonizzazione delle menti e dei cuori che fu ed è ancora esercitata attraverso Hollywood, le serie televisive, le mode estetiche ed alimentari, insomma – in una parola – quell’ “american way of life” che ha prodotto progressivamente un disancoraggio sempre più profondo e irreversibile degli europei dalla loro cultura e dalla loro identità. Il risultato è la creazione di un nuovo tipo antropologico, un uomo che, scollegato da ogni identità culturale tradizionale, ha completamente interiorizzato la nuova norma universale, quell’istanza di “liberazione” da ogni contesto e da ogni vincolo etico, estetico e persino logico che trasforma la libertà nella propria parodia, e cioè in un ridicolo e impossibile diritto all’autodeterminazione assoluta dell’individuo. È proprio l’affermazione di questo nuovo modello antropologico propriamente post-culturale che è alla base della nascita della società del consumo nella quale – secondo l’analisi classica di Herbert Marcuse – l’uomo è definitivamente svuotato della propria umanità e ridotto ad essere in via esclusiva una mera “funzione”, quella di consumatore, l’“uomo a una dimensione”, come per l’appunto lo definisce Marcuse. Condivido dunque assolutamente la sua valutazione per cui la guerra che l’anti-civiltà occidentale muove alle civiltà mondiali non è solo scontro di civiltà, ma una guerra contro la civiltà stessa, e una guerra contro le radici della sua stessa civiltà. L’anti-civiltà del consumo elevato ad assoluto metastorico non può infatti tollerare sul proprio percorso di “crescita illimitata” alcun ostacolo costituito dagli argini etici, estetici e in generale culturali rappresentati da ciò che una civiltà è costitutivamente. E lei fa molto bene a richiamare la centralità della dimensione religiosa e a stigmatizzare la vera e propria capitolazione della chiesa cattolica, almeno a partire dal Concilio Ecumenico Vaticano II, davanti alle proprie responsabilità storiche e culturali. Tra i costrutti culturali che sono valsi tradizionalmente a disegnare l’ambito complessivo e a sostenere le fondamenta delle civiltà, la religione occupa infatti certamente un ruolo di assoluta preminenza. Si potrebbe dire che la dimensione religiosa costituisca in sé il risultato dell’elaborazione più alta e compiuta di quel complesso di aspirazioni ideali e di sistemazioni paradigmatiche del reale che costituisce la struttura di base di una data civiltà, e questo perché essa non riguarda questo o quell’aspetto specifico del rapporto della collettività organizzata con il mondo, quanto piuttosto il perimetro stesso della sua esistenza, il suo ancoraggio a una postulata dimensione necessaria di pienezza e di perfezione ideale. Detto altrimenti, la religio è la costruzione culturale che più e meglio di ogni altra assolve la funzione fondativa di una cultura, perché la dota di un criterio universale di validità e la àncora ad un fondamento ultimo e inscalfibile, sottraendola in questo modo al destino di impermanenza e di precarietà che avvolge ogni realtà umana. Non è un caso che qualsiasi civiltà tradizionale abbia con tutta evidenza uno spiccato carattere religioso, e che da un fondamento sacrale derivi non solo il criterio sulla base del quale si struttura l’ordine sociopolitico, ma anche l’esercizio stesso delle funzioni superiori della creazione artistica e della comprensione speculativa del reale. Se questo è vero, l’attuale situazione dell’Occidente, in cui il fatto religioso è relegato al rango di questione privata e non esubera generalmente mai rispetto ai confini di un vieto e stantio sociologismo, è la situazione di un corpo in cui l’interruzione delle funzioni vitali non consente ormai più di impedire i fenomeni di degradazione organica.

L’abbiamo detto: non esiste più una civiltà occidentale. Nel contesto dell’aberrante anti-civiltà in cui l’Occidente si è trasformato, esiste tuttavia una condizione di “civiltà polverizzata”, diffratta nella consapevolezza di singole individualità che eroicamente ancora incarnano, con le loro scelte intellettuali, etiche ed estetiche, l’essenza di quella che è stata la grande civiltà occidentale. È dunque a queste individualità che oggi è affidata la responsabilità di salvare i semi di ciò che di realmente “civile” l’Occidente è stato dal diluvio. Non saprei dire se da questi semi salvati dalla catastrofe possa un giorno rifiorire qualcosa o se tutto è già condannato all’estinzione definitiva. Ma è nella dignità di questa scelta, profondamente etica proprio perché profondamente inevidente e persino “folle” (secondo l’immagine paolina della croce come follia), che è possibile almeno salvare l’ultimo residuo di dignità che ancora brilla in qualche raro sopravvissuto.

Gian Matteo Corrias

La barra dritta

Uno sguardo chiaro sull’oscurità del presente

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