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Germania: quando la crisi si tramuta in opportunità

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La Germania non vuole distruggere l’Europa né tanto meno se stessa, ma vuole semmai trasformarla in una unione di stati vassalli a guida tedesca. Del resto, la strategia tedesca di germanizzazione dell’Europa era ben nota sin dalla fondazione della UE.

La perenne avversione tedesca al QE di Draghi

Il recente pronunciamento della Corte Costituzionale tedesca costituisce la fase terminale di una conflittualità della Germania con la BCE da lungo tempo istauratasi in merito al QE. Il bazooka di Draghi, così venne denominato il QE nel 2015, quando lo stesso Draghi varò tale misura di finanza straordinaria, al fine di preservare l’Eurozona dalle ondate speculative tese a destabilizzare l’economia europea. Con il varo del QE Draghi intendeva inoltre far crescere il tasso di inflazione fino alla soglia stabilita del 2%, onde contrastare la crisi deflattiva scaturita dalla recessione economica manifestatasi a seguito della crisi finanziaria del 2008.

Sebbene tali misure furono varate dalla BCE con colpevole ritardo, successivamente cioè alla implosione delle crisi del debito sovrano di Grecia e Italia, l’erogazione di liquidità della BCE, rappresentò l’argine indispensabile per scongiurare la deflazione incombente ed il ripetersi di nuove ondate speculative sul debito pubblico degli stati, che avrebbero potuto provocare il default finanziario degli stati stessi. Il QE si rivelò però una misura parziale ed insufficiente per quanto concerne la ripresa dell’economia reale europea, i cui tassi di crescita (esclusa la Germania), registrarono percentuali assai contenute.
Il QE di Draghi fu sempre osteggiato dalla Germania, anzi fu il bersaglio costante delle invettive e dei ricorsi alla Corte di Giustizia europea da parte dei falchi della UE.

Proprio da parte di quella Germania, che si era resa responsabile, con il concorso di altri giganti della finanza globale, della crisi del debito italiano. Nel 2011 infatti la Deutsche Bank effettuò una massiccia vendita di Btp italiani per 7 miliardi di euro, con l’immediato acquisto di 1,4 miliardi di Cds (credit default swap), quali strumenti di assicurazione in caso di default. Tali manovre speculative, che determinarono l’innalzamento dello spread ad oltre 500 punti, furono effettuate al fine di risanare le banche tedesche e francesi già esposte ai rischi derivanti dalla crisi della Grecia. Fu il “Whatever it Takes” di Draghi a porre fine alla crisi dei debiti sovrani e a scongiurare le prospettive di dissoluzione della UE.

Tuttavia la Germania non fece mai mistero della sua avversione nei confronti del QE di Draghi. La Germania ha sempre accusato la BCE di aver intrapreso manovre che travalicassero la propria area di competenza stabilita dal suo statuto e dai trattati europei. La BCE, le cui funzioni istituzionali sono limitate alla politica monetaria, con il varo del QE avrebbe intrapreso iniziative di politica economica incompatibili con il proprio statuto. La BCE cioè, adottando misure “non convenzionali”, avrebbe finanziato i debiti degli stati e avrebbe violato i limiti imposti a tali erogazioni di liquidità stabiliti entro il 33% dei titoli emessi da ciascuno stato e in proporzione alle quote di partecipazione degli stati al capitale della BCE.

Gli effetti del QE furono limitati per quanto concerne la crescita economica di una Europa che non ha mai definitivamente superato la crisi del 2008. Il QE, istituito nel 2015 e terminato nel 2018, fu prorogato nel 2019, fino ad essere esteso e potenziato nel 2020 sotto la presidenza Lagarde, per far fronte alla crisi pandemica tuttora in corso. In realtà, la stessa sopravvivenza della UE è direttamente dipendente dalle misure di finanza straordinaria del QE, che sono divenute ormai permanenti.

Le accuse della Germania alla BCE

La Corte di Giustizia della UE, unico organo giurisdizionale di riferimento per la BCE, ha dichiarato con sentenza che la BCE, con l’acquisto dei titoli pubblici degli stati non ha violato il divieto di finanziamenti agli stati e pertanto, la Corte Costituzionale tedesca nel 2018 si è adeguata a tale pronunciamento. Ma l’ostilità tedesca già manifestatasi nei confronti di Draghi si è rinnovata contro la Lagarde.

Queste le accuse mosse dalla Germania alla BCE:

• La BCE, attraverso la messa in atto del QE, erogava aiuti di stato non consentiti dai trattati europei (quando invece la Germania stessa nel 2008 erogò sovvenzioni al suo sistema bancario in default per oltre 300 miliardi).

• La BCE non avrebbe rispettato le regole proporzionali di acquisto dei titoli stabilite in base alle quote di partecipazione degli stati nella BCE stessa.

• Le erogazioni di liquidità del QE avrebbero fatto precipitare i tassi di interesse sotto lo zero, con rilevanti perdite riportate dal sistema bancario e soprattutto tali tassi negativi avrebbero eroso le quote di risparmio dei cittadini tedeschi.

In considerazione di tutto ciò, la Corte non ha risparmiato aspre critiche al governo e al parlamento tedesco. Sono inoltre note le ricorrenti proposte tedesche, tuttavia sempre respinte in sede UE, riguardo alla istituzione di un rating sui debiti pubblici degli stati, oggi valutati a rischio zero. In tal caso i debiti degli stati più deboli (vedi l’Italia), sarebbero esposti ai rischi di ondate speculative devastanti. Da tutto ciò emerge il chiaro intento doloso della Germania di convogliare i capitali verso i propri titoli a discapito degli altri paesi.

La sentenza della Corte di Karlsruhe

La conflittualità tra la Germania e la BCE ha raggiunto il suo culmine con la sentenza del 5 maggio 2020 della Corte Costituzionale tedesca, che ha dichiarato la parziale incostituzionalità del QE, asserendo che, pur non contestando la costituzionalità del programma di acquisto dei titoli di stato della BCE, quest’ultima dovrebbe fornire chiarimenti “in maniera comprensibile e con argomentazioni”, riguardo agli obiettivi di tale politica monetaria, dimostrandone gli effetti economici, avendo messo in atto una politica monetaria illegittima e non rispettando i limiti di proporzionalità dei mezzi utilizzati, rispetto alla situazione economica degli stati. La BCE avrebbe 3 mesi di tempo per fornire tali chiarimenti: un ultimatum senza condizioni!

La Corte tedesca contesta quindi alla BCE di aver intrapreso una politica monetaria ultra vires, che travalica i fini istituzionali della stabilità monetaria. Occorre comunque precisare che l’oggetto della contestazione della Corte è il QE 2015/2018, mentre ne resta escluso il PEPP, il programma di acquisto di titoli deliberato dalla BCE per contrastare gli effetti recessivi causati dalla crisi del coronavirus.

Ma il contenuto essenziale della pronuncia della Corte è di natura prettamente politica. La Germania si è sempre dichiarata contraria a qualunque forma di mutualizzazione dei debiti con gli altri stati membri della UE e coerentemente con la linea di rigidità finanziaria perseguita, oggi contesta gli effetti di redistribuzione delle risorse tra gli stati, banche, imprese e cittadini, derivanti dalle misure di finanza straordinaria messe in atto dalla BCE.

Il programma della BCE non rispetterebbe il principio di proporzionalità, in quanto gli aiuti erogati mediante il QE non sarebbero selettivi e non diretti a necessità specifiche dei singoli stati membri. La BCE quindi avrebbe operato oltre le sue specifiche competenze istituzionali. Di qui la richiesta perentoria della Corte alla BCE di spiegazioni riguardo alle modalità di attuazione delle sue politiche monetarie.

La Corte di Karlsruhe: il giudice in ultima istanza dell’Europa stessa

Nel diritto esiste una gerarchia delle fonti. E nel trattato istitutivo della UE il primato è attribuito alla Corte di Giustizia europea.

Pertanto le delibere della Corte europea sono vincolanti per tutte le corti nazionali. Ma la Corte tedesca attribuisce il diritto di “vigilanza” al Bundestag e al governo riguardo al rispetto della Costituzione tedesca e dei trattati nell’attuazione delle direttive della UE.

Tale potere di vigilanza era già stato affermato dalla Corte tedesca con una sentenza del 2009 con cui veniva contestato il Trattato di Lisbona in quanto non venivano garantiti al parlamento tedesco “sufficienti diritti di partecipazione alle procedure legislative europee e in quelle per l’emendamento del trattato stesso”.

Allo stesso modo, in occasione del’approvazione in sede europea del Fiscal Compact e del MES, la Corte tedesca ribadì con sentenza del 2012 che tali trattati sono conformi alla costituzione “solamente in quanto garantiscano al Bundestag di esercitare il pieno controllo sulle decisioni di spesa”.

E’ in atto in Europa uno scontro istituzionale di natura eminentemente politica. Occorre comunque rilevare, che le delibere degli organi istituzionali della UE, sin dalla sua fondazione, sono state sempre sottoposte ad un giudizio di legittimità della Corte di Karlsruhe. Tali giudizi si sono sempre tradotti in pronunciamenti di natura politica. In tal modo la Germania ha sempre esercitato un ruolo dominante in Europa.

La Corte di Karlsruhe ha apertamente disconosciuto la Corte della UE, dichiarando palesemente l’illegittimità della politica monetaria della BCE, imputandole la violazione del principio di proporzionalità. Con la sentenza della Corte di Karlsruhe si è verificata una aperta rottura, se non un capovolgimento degli equilibri istituzionali della UE. La Corte tedesca infatti non solo afferma la propria indipendenza dagli organi giurisdizionali europei, ma addirittura si arroga di fatto la prerogativa del ruolo di giudice in ultima istanza dell’Europa stessa.

Tale situazione di prevaricazione istituzionale è peraltro del tutto coerente con la struttura della BCE, che nella UE non si configura come una banca centrale, che assume anche la funzione di debitore in ultima istanza, perché la UE non è uno stato. La BCE ha una struttura privatistica simile a quella di una SPA, i cui soci sono gli stati membri della UE. La Germania pertanto esercita le prerogative che spettano all’azionista di maggioranza. Secondo la visione della Corte tedesca, gli stati, ma in primis la Germania quale paese dominante sarebbero i “padroni dei trattati”, definizione che implica la legittimazione giuridica di un potere arbitrario ed assoluto della Germania nella UE.

La prevalenza della giurisdizione tedesca rispetto a quella europea è evidente. La Corte tedesca infatti, mediante la sentenza del 5 maggio, ha dichiarato che qualora la Corte di Giustizia europea non fornisca i chiarimenti richiesti riguardo al QE, la Bundesbank dovrà abbandonare il programma di acquisto dei titoli, con la relativa cessione di tutti i titoli in suo possesso. Tale decisione comporterebbe una tempesta finanziaria tale da determinare, oltre che il default di molti stati europei, anche la dissoluzione della stessa UE.

Secessione della Germania dall’Europa?

La frattura interna del sistema istituzionale della UE è ormai una realtà obiettiva e probabilmente irreversibile. La conflittualità istaurata dalla Germania con la UE potrebbe preludere, secondo molti osservatori, ad una secessione della Germania stessa e dei suoi alleati dalla UE. Ma l’ipotesi di una secessione unilaterale della Germania dall’Europa, che condurrebbe, oltre che alla dissoluzione della Ue, anche alla distruzione della Germania stessa, appare assai poco credibile. A tal riguardo, occorrerebbe smorzare sia l’entusiasmo dei sovranisti che i timori degli europeisti. La potenza tedesca trae infatti la sua origine dal dominio della Germania sull’Europa.

L’euro è in realtà un sistema di cambi fissi che ha favorito la realizzazione degli enormi surplus dell’export tedesco (i cui eccessi non sono mai stati sanzionati dalla UE), a danno dei paesi più deboli, afflitti da recessione permanente, deindustrializzazione e crisi del debito. L’euro si è trasformato in un marco svalutato, che ha favorito la competitività dell’economia tedesca nei mercati globali.

La UE, con la libera circolazione degli individui e dei capitali ha consentito una delocalizzazione industriale ultracompetitiva della produzione tedesca nei paesi dell’est europeo, divenuti stati vassalli economici della Germania. Il regime di libero scambio all’interno dell’Europa, ha determinato l’accaparramento selvaggio da parte della Germania di larga parte dell’apparato industriale e finanziario dei paesi più deboli.

La istituzione della UE ha generato l’attuale incontrastato dominio politico ed economico tedesco sull’Europa che, in caso di fuoriuscita della Germania dalla UE verrebbe meno. L’Europa rappresenta per la Germania un elemento indispensabile della sua filiera produttiva, oltre a rappresentare il necessario mercato di destinazione del suo export.

Quando la crisi si tramuta in opportunità

La attuale situazione di conflittualità della Germania con la UE è dovuta alla sua volontà di accrescere il proprio dominio sugli altri paesi europei, che, devastati economicamente e socialmente dalla crisi pandemica, possono diventare facili prede per l’acquisizione in mani tedesche della loro economia.

Questa insaziabile volontà di potenza tedesca è dimostrata dalle raccomandazioni rivolte al governo italiano sui provvedimenti da adottare per far fronte alla crescita smisurata del nostro debito pubblico. Si raccomanda infatti l’introduzione di una imposta patrimoniale sui risparmi e sul patrimonio immobiliare con aliquote dal 14% al 20%. E’ evidente la volontà della Germania di procedere gradualmente all’espropriazione del risparmio e del patrimonio immobiliare dei cittadini italiani.

Per non parlare poi delle pressioni europee, peraltro entusiasticamente accolte dagli europeisti piddini vassalli, per indurre l’Italia ad aderire al MES. Esse scaturiscono da ragioni politiche ben precise. Il MES, dopo la cessazione della pandemia, potrebbe comportare per l’Italia l’imposizione di parametri di bilancio e politiche di austerity insostenibili. In realtà, mediante l’adesione al MES si vuole sottoporre l’Italia ad un permanente ricatto finanziario che scongiuri eventuali sussulti di sovranismo e possibili fuoriuscite dalla UE: il MES rappresenta la migliore garanzia di subalternità dell’Italia all’Europa germanica.

In realtà la crisi del coronavirus si è tramutata in una favorevole opportunità per la Germania per accrescere la propria potenza economica e finanziaria sul continente europeo. La Germania non vuole distruggere l’Europa né tanto meno se stessa, ma vuole semmai trasformarla in una unione di stati vassalli a guida tedesca. Del resto, la strategia tedesca di germanizzazione dell’Europa era ben nota sin dalla fondazione della UE.

Questa frattura sistemica interna alla UE potrà però suscitare ampie reazioni popolari e imporre alle classi dirigenti degli stati scelte orientate alla difesa e al recupero della sovranità nazionale. La UE è certamente in via di smembramento, ma non saranno certo i dominatori, quali la Germania e i suoi ascari a determinarne la fine. Dovranno essere i popoli oppressi a determinarne la dissoluzione. I popoli europei sono dinanzi ad una scelta epocale: libertà o schiavitù, sovranità o colonizzazione germanica, democrazia o dittatura finanziaria, tertium non datur.

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