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DOPO LA MORTE DEL “PUBBLICO”

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La politica nel sistema liberalcapitalistico ha come scopo il trasferimento di
ricchezza, reddito e peso sociale dalla popolazione generale a cerchie
elitarie. Il settore pubblico è ormai morto. Forse la dimensione pubblica della vita sociale potrà essere rifondata in forma di piccole, amicali comunità di difesa contro i poteri finanziari e gli stati stessi, l’Onu etc., loro longa manus.

Il settore pubblico è morto, morto di privatizzazione ed espropriazione.
Morto sul piano economico-politico e su quello ideale. Rimane la sua vuota
armatura legale e formale. Vuota innanzitutto socialmente e moralmente.

In un mondo che affonda in un debito pubblico e privato inestinguibile sotto
il peso di una massa crescente di ricchezza finanziaria costituita perlopiù da
promesse di pagamento fuori della realtà, i soggetti privati che si sono presi
il potere di creare moneta automaticamente dettano la legge.

Tre gruppi finanziari (Vanguard, Blackrock e State Street) gestiscono 25.000 miliardi l’anno, 1/3 del prodotto lordo globale. Se ne aggiungiamo altri tre dei maggiori, controllano tutte le banche centrali attraverso numerose società intermediarie che però mandano a votare nelle assemblee sempre quei quattro o cinque delegati, perlopiù, in
Italia, di un unico studio legale milanese. I gruppi finanziari fanno capo a
loro volta a pochissime famiglie, Rothschild e Rockefeller in testa.

Praticamente tutto il settore pubblico è ormai caduto in mano a multinazionali
finanziarie private, anzi a famiglie dinastiche, le quali, attraverso il
finanziamento o definanziamento, e la modulazione del rating, dettano le
politiche degli Stati. Di fatto, il settore pubblico non esiste più, se non
come facciata e finzione buona per legittimare gli atti di un potere privato,
assumendosi le sue responsabilità.  E quasi tutti gli atti di questa
politica risultano, prima o poi, avere come scopo il trasferimento di
ricchezza, reddito e peso sociale dalla popolazione generale a cerchie
elitarie. Le rimanenti istituzioni pubbliche, persino quelle sanitarie, vengono
trasformate in aziende, e si instilla nelle masse il received wisdom
che ogni espressione della volontà o consapevolezza della base, che non sia
allineata alle loro direttive tecnocratiche e autocratiche, sia estremista o
populista o sovranista e comunque irrazionale e immorale. Viene così liquidata
la stessa idea della volontà popolare come fondamento della legittimazione del
potere politico.

Al contempo, il liberalcapitalismo, nei passati decenni di ‘libertà’, ‘ha
costruito una mentalità e un senso della vita diametralmente antirivoluzionari:
un’immunizzazione perfetta contro la ribellione, una precondizione perfetta per
liquidare, senza ostacoli, ogni forma di reale rappresentanza democratica e
persino di stato di diritto. Per mezzo secolo nel secondo dopoguerra, in
condizioni controllate, è stato condotto un esperimento di progresso economico
e civile con distribuzione popolare del reddito, partecipazione dal basso,
miglioramento dei servizi pubblici, libertà di insegnamento e di pubblico
dibattito politico e culturale. Da tempo questo esperimento è terminato, ma voi
ancora pensate che fossero vostri diritti, e non volete capire che invece era
un loro esperimento su di voi.

Oggi anche personaggi in vista come il geopolitologo Dario Fabbri ardiscono dire al grande pubblico che l’Italia è un paese vassallo degli USA, e che pertanto non ha libertà di decisioni strategiche in scelte economiche di fondo, politica estera, impegni militari, etc., perché è Washington che decide. E che questa situazione può finire solo se gli USA
collassano internamente oppure vengono sconfitti e sostituiti nel ruolo di potenza
egemone. Ma ciò non è esatto: Chi decide, chi ha il potere, non sono gli USA,
non è uno Stato, un soggetto pubblico e pubblicamente responsabile, bensì la
suddetta cerchia privata e pubblicamente irresponsabile di grandi famiglie
bancarie, le quali si servono degli USA come si servono dell’Italia e anzi
sembrano orientate ad esercitare il loro potere globale servendosi sempre meno
degli USA e sempre più dell’ONU (OMS innanzitutto), della NATO, delle banche
centrali e di altri plessi che controllano le reti vitali della moneta, dell’informazione, del biopotere, della ricerca tecnologica. Probabilmente stanno realizzando un apparato di poteri in cui sembrerà che non ci sia più un paese padrone dominante sugli altri, e che viga l’eguaglianza e l’indipendenza tra i vari stati, e che questi siano coordinati non da un potere soprastante, tirannico, ma dal libero consenso, dal buon senso, dalla morale, dalla scienza.

Davanti al vuoto di res publica aperto dalla privatizzazione della politica ad opera della tecnocrazia finanziaria, vedremo se e in che forme il corpo sociale saprà rigenerare qualche forma di res publica, la demosìa, ossia una potestas responsabile (accountable) verso il popolo, stante che il potere finanziario non lo è, essendo privato e trincerato dietro la giustificazione dei mercati, e offrendo al popolo, come responsabili, i
burattini della politica visibile e “democratica”.

Forse la dimensione pubblica della vita sociale potrà essere rifondata in forma di piccole, amicali comunità di difesa contro i poteri finanziari e gli stati stessi,  l’Onu etc., loro longa manus. E naturalmente contro Bill Gates, GAVI e l’Organizzazione Mondiale dello Sterminio. Forse la dimensione pubblica verrà resuscitata anche in forma di sistemi abbaziali di tipo alto-medievale, dove un nucleo di monaci dava vita e dirigeva una comunità composta anche, anzi in prevalenza, di laici, dediti alle varie arti e mestieri.

Oppure, paradossalmente, si espanderà a ruoli superiori quella dimensione pubblica già presente nelle strutture sociali di tipo mafioso tradizionale, che hanno una vocazione sia autonomistica dallo ‘stato’ – quindi una componente di sovranità, congiunta a una forte solidaristica e disciplinare, ma comunque protettiva, verso la propria gente. Se ciò avverrà, impareremo a parlare di essa con meno sicumera.

 

 

 

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