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Requiem tedesco

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Dal Green Reset, che renderà obsoleta l’agricoltura, scaturirà non solo la transizione ecologica, ma anche quella antropologica.

Lo stato tedesco taglia il pane in favore degli investimenti nel riarmo.  La Germania ha trasformato l’Europa in un modello di ingegneria sociale e finanziaria privo di strategia e avulso dalla geopolitica mondiale. La Germania e l’Europa subiscono l’aggressività della politica protezionista degli USA che sta generando un processo di delocalizzazione industriale progressivo dalla UE agli USA. E’ dunque giunta l’ora della finis Germaniae?  

Dalla transizione ambientale alla transizione antropologica

La marcia su Berlino del 15 gennaio scorso organizzata dagli agricoltori tedeschi rappresenta una svolta decisiva per l’Europa: i popoli non si riconoscono nelle istituzioni degli stati e della UE. Siamo dunque all’incipit di una lunga fase di scontri tra i popoli e le élites tecnocratiche europee.

La protesta, che ha suscitato una vasta eco di solidarietà da parte della popolazione, minaccia di espandersi ad altre categorie di lavoratori (in primis i ferrovieri), ed è già in atto in altri paesi, quali il Belgio, l’Olanda, la Francia. A sostegno degli agricoltori si sono schierati anche i lavoratori del settore dei trasporti che, oltre dal rincaro dei carburanti, sono stati danneggiati dall’aumento dei pedaggi, dall’incremento delle imposte sui biglietti aerei e dalla riduzione dei sussidi, con prevedibili disagi per i cittadini nei servizi pubblici.

E’ sotto accusa la politica del “governo semaforo” per le misure restrittive di bilancio varate a seguito della sentenza della corte costituzionale tedesca che ha dichiarato incostituzionale la decisione del governo di riallocare la somma 60 miliardi di euro di debito, inutilizzato nell’era della pandemia, destinandola al fondo per il clima. Il governo ha infatti deciso di abolire entro il 2026 (in Italia entro il 2030), i sussidi per i carburanti agricoli già vigenti da 70 anni, oltre ad abrogare l’esenzione dalla tassa automobilistica prevista per i veicoli agricoli. Ma soprattutto tali provvedimenti assumono particolare rilevanza, in quanto sono stati adottati nel contesto dei programmi europei relativi alla transizione ecologica.

I costi del Green Reset vengono quindi addebitati anche agli agricoltori, dopo aver colpito il settore automobilistico e quello immobiliare. Ed il paradosso è che il settore agricolo europeo, già gravato di rilevanti oneri per il rispetto delle normative UE relative alla sicurezza alimentare e all’inquinamento ambientale, con il rincaro dei costi di produzione sarà esposto alla concorrenza selvaggia dell’import di prodotti di paesi extra – UE, del tutto inaffidabili dal punto di vista sia sanitario che ambientale.

Occorre inoltre osservare che a fronte di provvedimenti penalizzanti per il settore agricolo (che comportano tagli per 500 milioni di euro per il 2024), è stato varato dallo stesso governo Scholz un programma di riarmo della Germania nell’ambito della Nato, che prevede la spesa di 100 miliardi in 10 anni per scongiurare fantomatiche invasioni russe. Lo stato tedesco taglia il pane in favore degli investimenti nel riarmo.

L’abolizione dei sussidi per il gasolio agricolo nella UE, comporterà un aggravio di costi e quindi un rilevante deficit di competitività per le imprese del settore, con conseguente calo della produzione e la prevedibile chiusura di migliaia di piccole aziende. Si rileva inoltre che l’incidenza sul Pil settore agricolo nei paesi della UE è da anni in progressiva regressione. Solo in Germania le aziende agricole erano 258.700 nel 2022, mentre nel 2010 erano oltre 300.000. Sono invece aumentate nello stesso periodo le imprese con oltre 100 ettari per 5.000 unità. E’ questa una ulteriore conferma della progressiva scomparsa della piccola e media impresa nell’ambito della UE. Aggiungasi poi che i costi insostenibili della transizione green vanno ad incidere pesantemente su un settore agricolo che già ha subito un rilevante aggravio di costi per i rincari energetici e dei fertilizzanti verificatisi a seguito della guerra in Ucraina.

Allo stato attuale non esistono in agricoltura alternative ai trattori diesel perché i nuovi macchinari elettrici sono ad oggi solo sperimentali e occorrerà valutarne i costi nella fase in cui verranno messi in commercio.

La tecnocrazia della UE si rivela, per quanto concerne la transizione ecologica, del tutto insensibile ai problemi economici ed occupazionali scaturiti da questa crisi strutturale del settore agricolo. Le normative di Bruxelles mirano alla eliminazione delle emissioni CO2 dei motori diesel e delle emissioni di azoto dei fertilizzanti entro il 2030. Per l’agricoltura europea si delinea un futuro che prevede la riduzione della produzione agricola e degli allevamenti, con la chiusura di migliaia di aziende. E’ inoltre nota la collusione delle istituzioni europee con le multinazionali dell’alimentazione riguardo alla produzione di carni sintetiche: consistenti fondi UE sono infatti sono destinati alla ricerca nel campo del cibo sintetico. Al tramonto del mondo rurale farà seguito l’imposizione di un nuovo regime alimentare, conforme agli interessi delle multinazionali della nutrizione con la produzione di carne sintetica, farine di insetti e pasta ottenuta da OGM. I rischi sanitari per la popolazione derivanti da questa progettata trasformazione del regime alimentare sono imprevedibili ed allarmanti, ma tali problematiche sono oscurate dal mainstream. Dal Green Reset, che renderà obsoleta l’agricoltura, scaturirà quindi, non solo la transizione ecologica, ma anche quella antropologica.

Finis Germaniae et Europae?

Il crollo della potenza tedesca è stato causato dal venir meno dei fattori che ne hanno consentito l’ascesa: la fine delle importazioni di gas russo a basso costo, il drastico ridimensionamento dell’export verso la Cina, il declino della sua leadership nella UE che, attraverso l’adozione dell’euro (rivelatosi un marco svalutato), ha reso l’economia tedesca competitiva nel mondo, la devoluzione della propria sicurezza alla Nato, che ha consentito alla Germania di essere esentata dalle spese relative alla difesa. Il modello Merkel, basato sulla potenza economica della Germania, non dotata però di soggettività nell’ambito geopolitico, si è dissolto. Kissinger definiva la Germania “un prodotto interno lordo in cerca di strategia”. Ed è proprio questa deriva post – storica della Germania, perpetuatasi dal ’45 in poi, la causa della sua stessa disfatta economica. Gli USA infatti non hanno mai tollerato l’emergere di una potenza concorrente nel contesto occidentale.

Il modello Merkel concepiva la Germania come un paese artificiale, quale soggetto terminale delle catene di valore della produzione delocalizzata nell’est europeo e nel mondo, con la devoluzione alla manodopera immigrata a basso costo delle mansioni lavorative meno specializzate, con una leadership nella UE conseguita mediante il cambio fisso determinatosi con l’unificazione monetaria e con l’imposizione di politiche di austerity ai paesi europei più deboli, secondo quanto previsto dal patto di stabilità. La Germania ha trasformato l’Europa in un modello di ingegneria sociale e finanziaria privo di strategia e avulso dalla geopolitica mondiale.

Il modello Merkel avrebbe reso i tedeschi un popolo di rentier finanziari, delegando la produzione (anche quella ad alto livello tecnologico), ai paesi subalterni: una grande Svizzera senza alcuna identità culturale, sradicata dalla sua storia e con la devoluzione della sua sovranità politica alla Nato nel contesto internazionale.

Assai rilevanti furono gli errori commessi dai governi della Grosse Koalition nel settore dell’approvvigionamento energetico. Dopo la rinuncia al nucleare, si è largamente accentuata la dipendenza della Germania dal gas naturale russo. Con la distruzione dei gasdotti Nord Stream 1 e 2, la Germania è ormai dipendente dalle forniture di gas liquefatto dagli USA, con costi di gran lunga superiori rispetto al gas russo. La Germania inoltre, così come tutta l’Europa, oltre ad essere afflitta da una grave crisi di competitività a causa dei rincari energetici, subisce l’aggressività della politica protezionista degli USA che, mediante gli incentivi e gli sconti fiscali previsti dall’Inflation Reduction Act del 2022 (IRA), hanno generato un processo di delocalizzazione industriale progressivo dalla UE agli USA. Colossi industriali quali la Basf, la Bayer, la Volkswagen, la BMV e la Mercedes – Benz, hanno programmato investimenti negli USA (oltre che in Cina), incentivati dai ridotti costi energetici, dai sussidi pubblici e dagli sconti fiscali. La subalternità tedesca ed europea agli USA è evidente. Afferma Giacomo Gabellini in un articolo dal titolo “Il crepuscolo economico della Germania (e dell’Europa)” pubblicato il 14/07/2023 su “l’AntiDiplomatico”: Agli occhi degli studiosi dell’Iw, la situazione appare talmente critica da indurli a parlare di «inizio della deindustrializzazione» della Germania e dell’Unione Europea nel suo complesso. Per la quale il crollo dell’export si combina all’incremento delle spese per il pagamento degli onerosissimi approvvigionamenti energetici statunitensi, il sovvenzionamento dell’energia ad imprese e famiglie e la ricostituzione dei depositi di armi svuotati dalle consegne a fondo perduto all’Ucraina, da realizzare in larghissima parte mediante l’acquisto di sistemi d’arma fabbricati dal “complesso militar-industriale” Usa. I quali, come contropartita, sembrano orientati a concedere alla società tedesca Rheinmetall il placet per la produzione di componenti degli F-35 presso un nuovo stabilimento da oltre 400 dipendenti che dovrebbe sorgere nelle vicinanze dell’aeroporto di Weeze, nel distretto di Kleve. Un esempio lampante dei tanti “scambi ineguali” di respiro transatlantico a cui nel corso degli ultimi tempi l’Unione Europea va piegandosi sempre più spesso. Al punto da indurre un think-tank “insospettabile” come l’European Council on Foreign Relations a parlare di “arte (europea) del vassallaggio” e di “americanizzazione dell’Europa”, chiamata da Washington non sono a recidere la vitale arteria energetica con la Russia, ma anche a «sostenere la politica industriale degli Stati Uniti e contribuire a garantire il dominio tecnologico americano nei confronti della Cina […] circoscrivendo le relazioni economiche con la Repubblica Popolare Cinese in base alle limitazioni imposte dagli Usa»”.

La potenza tedesca, oltre che una nullità geopolitica, si è rivelata un bluff anche nell’economia. I governi tedeschi hanno occultato per oltre 20 anni il reale debito pubblico ed il deficit di bilancio federale. Come dichiarato dalla Corte dei Conti, i governi hanno istituito ben 29 fondi speciali extra bilancio per un ammontare complessivo di 870 miliardi di euro. Al di là dello scalpore mediatico suscitato dalla istanza giudiziaria della Bundesrechnungshof, gli artifici contabili cui hanno fatto ricorso periodicamente i governi tedeschi erano ben noti. Si pensi alla erogazione di fondi stanziati fuori bilancio per oltre 400 miliardi per il salvataggio del settore bancario all’indomani della crisi del 2008, con la complicità servile della UE (che consentì l’adozione di tale misura, consistente in quegli aiuti di stato che sono stati puntualmente sanzionati dalla Germania nei confronti dell’Italia e altri paesi), all’azione svolta dalla Kreditanstalt für Wiederaufbau (KFW – l’equivalente della Cassa Depositi e Prestiti in Germania), per il sostegno delle imprese nella fase post pandemica per 200 miliardi (operazione di gigantesco dumping industriale e finanziario ai danni degli altri paesi membri della UE), e allo stesso programma di riarmo della Germania per 100 miliardi, imputato ad un fondo speciale extra bilancio. Lo stesso boom dell’export tedesco è stato realizzato in aperta violazione delle normative europee riguardanti i limiti prescritti per i surplus commerciali interni alla UE. Ma, come è noto, il modello economico – finanziario della UE, impostato sull’export e sul rigore finanziario, si è rivelato un gioco a somma zero: allo sviluppo di alcuni paesi ha corrisposto la recessione degli altri.

Il settore bancario tedesco versa in una crisi strutturale resasi nel tempo insolubile. Le banche tedesche (in particolare la Deutsche Bank), sin dalla crisi del 2008 detengono in portafoglio miliardi di titoli – spazzatura. Gli organismi di controllo europei preposti alla vigilanza della solidità patrimoniale del sistema bancario dei paesi della UE, hanno tuttavia assunto nei confronti delle banche tedesche un atteggiamento di colpevole ignavia, adottando invece un rigorismo tutto teutonico nella revisione dei bilanci delle banche italiane. Riguardo alla Bundesbank le prospettive sono addirittura tragiche. La Bundesbank, che dispone in portafoglio di miliardi di titoli emessi a seguito del QE a rendimenti zero, deve oggi praticare elevati tassi di interesse per la raccolta dei mezzi finanziari, riportando rilevanti perdite nel conto economico. Le perdite dovute le minusvalenze generate dalla svalutazione dei titoli in portafoglio tuttavia non figurano in bilancio. Secondo quanto afferma Giorgio Vitangeli in un articolo pubblicato sul numero 5/2023 di “Italicum”, dal titolo “Bundesbank: incombe l’ombra del default”: “Quanto alla Bundesbank, essa è passata da un attivo di 1,3 miliardi ad una perdita di 1,1 miliardi, con un divario complessivo dunque di 2,4 miliardi di euro. Già nel 2021 inoltre la Bundesbank non aveva distribuito utili al Tesoro, ed ovviamente non li ha distribuiti neppure per il 2022. Ma ad essere ancor più allarmanti sono le previsioni: la Banca Centrale tedesca infatti tornerebbe a realizzare utili solo nel 2028, e dopo sei anni di massicce perdite, a partire dal 2021 per ben undici anni consecutivi non potrebbe remunerare il Tesoro della Germania. Le perdite complessive sarebbero pari all’1,2% del prodotto interno lordo tedesco, superando così l’ammontare del suo capitale (6 miliardi) e delle riserve (20 miliardi)”.

E che dire del rigore morale sul debito degli stati vantato dalla Merkel e dal suo non compianto ministro dell’economia Schäubler, che hanno imposto nella UE una immagine virtuosa della Germania quale leader europeo dei “paesi frugali”, contrapposti a quelli mediterranei (non a caso denominati paesi PIGS), esposti al pubblico dispregio quali paesi di genetici fancazzisti e irredimibili corrotti e parassiti dediti alla prodigalità sfrenata? In realtà la Germania ha imposto in Europa un moralismo laico di stampo razzista – finanziario basato su di una doppia morale, consistente in pubbliche virtù di immagine e vizi privati inconfessabili. I governi tedeschi, oltre ad essere responsabili di falso in bilancio nei conti pubblici, si sono resi complici occulti di grandi scandali:

1) il caso Siemens, il colosso tedesco che avrebbe pagato tangenti milionarie ai politici ellenici, per l’acquisto di armi e carri armati.

2) lo scandalo delle emissioni della Volkswagen USA, una frode, volta a far approvare l’immissione sul mercato di auto le cui emissioni nocive erano di gran lunga superiori a quelle consentite per legge.

3) quelli della Deutsche Bank resasi responsabile di una serie di scandali negli USA, iniziata nel 2015 con il caso della manipolazione fraudolenta del Libor (il tasso di riferimento sui mutui immobiliari), proseguita poi con il riciclaggio di denaro sporco proveniente dalla Russia e la violazione degli embarghi degli Stati Uniti nei confronti di Iraq, Siria e altri “stati canaglia”.

E’ dunque giunta l’ora della finis Germaniae? E’ del tutto probabile. Per quanto riguarda la UE è invece insensato intonare il De Profundis. Non si possono infatti celebrare le esequie in suffragio di qualcuno che non è mai esistito.

Il capitalismo è in dissoluzione, anche di se stesso

La locomotiva tedesca è deragliata trascinando con sé tutta l’Europa. La crisi economica tedesca è strutturale e le tensioni sociali non potranno che accentuarsi. Sono del tutto evidenti le conseguenze fallimentari sul piano sociale del modello economico – finanziario europeo, in termini di diseguaglianze, distruzione del welfare, denatalità in crescita esponenziale e mancanza di prospettive per il futuro delle giovani generazioni, con la progressiva scomparsa del ceto medio e della piccola e media impresa. Le istituzioni democratiche evidenziano un allarmante deficit di consenso e di rappresentatività popolare.

La crisi tedesca potrebbe incidere, oltre che sulla tenuta degli equilibri sociali, anche sulla sussistenza della unità nazionale, già erosa dalla frattura mai sanata tra l’ovest (ex BDR) e l’est (ex DDR) e soprattutto dal regionalismo sempre più aggressivo degli egoismi locali a danno delle istituzioni federali. La stessa struttura gerarchica piramidale tra Nord e Sud consolidatasi nella UE, si è riprodotta all’interno della Germania, tra i länder economicamente opulenti dell’ovest e i länder più arretrati dell’est.

Tale crisi rappresenta l’esito conclusivo del ciclo di sviluppo del sistema neoliberista anglosassone (con la variante ordoliberista tedesca), che ha condotto fatalmente alla dissoluzione degli stati, dei popoli e delle culture identitarie. La post – modernità poi sta generando la scomparsa dell’individuo stesso, già archetipo dell’ideologia liberale, attraverso i suoi progetti transumanisti. La fine della post – modernità capitalista è ormai prossima, con la decomposizione progressiva del capitalismo stesso.

 

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