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Aiutare la piccola editoria si può, con una firma

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Le pericolose conseguenze per il mondo della stampa e dell’editoria derivanti dal taglio progressivo del contributo pubblico possono essere efficacemente affrontate con una proposta concreta che risponde al criterio di libera concorrenza evocato dal governo

La manovra finanziaria varata negli ultimi giorni dello scorso anno contiene, come è noto, il taglio progressivo del contributo pubblico all’editoria e all’informazione per il triennio 2019-2021. Secondo i precetti della comunicazione politica ed i meccanismi della sociologia giuridica il messaggio, corrispondente all’asserita ratio della legge ed abilmente veicolato dai suoi proponenti, è stato quello di perseguire il risparmio e la razionalizzazione delle risorse economiche al fine di procurare un vantaggio al popolo.

Da un punto di vista sociologico, e quindi latamente politico, una norma oltre a contenere una funzione manifesta, quella di conseguire gli effetti cui è funzionalmente indirizzata (nel caso in esame il risparmio a beneficio della popolazione), può esprimere anche una funzione latente, ovvero un obiettivo – benché legittimo – non apertamente dichiarato dai soggetti che vi partecipano.

Non è infatti un mistero che la componente pentastellata dell’esecutivo, in ottemperanza all’auspicato superamento della democrazia rappresentativa a favore di quella plebiscitaria, stia da tempo sondando con mirati ballon d’essai misure orientate in quella direzione, a cominciare dalla preconizzata inutilità (una previsione autoverificantesi?) nel giro di pochi lustri del ruolo istituzionale del parlamento così come conosciuto da oltre tre secoli, sostituito da più immediati, rapidi ed efficaci riscontri tecnologici in grado di interpretare e recepire le istanze popolari.

L’insofferenza per i filtri, i contrappesi ed i corpi intermedi garantiti dalla Costituzione colpevoli di frapporsi tra gli eletti e la volontà generale non poteva non prevedere l’annientamento soft (dunque ancor più pericoloso) di quello che addirittura ha la sfrontatezza di definirsi quarto potere, il giornalismo, con al seguito le sue regole, i suoi organi, la sua influenza, insomma il suo inchiostro indigesto ad un potere arrogante (da non confondere con l’esercizio di sovranità) che scambia l’intolleranza ai controlli con il rapporto diretto col popolo. A proposito di funzioni latenti.

È in questo uso pericoloso e spregiudicato del potere, al limite della sovversione costituzionale, pur nel rispetto formalistico dei vincoli normativi, che è possibile inquadrare il taglio del finanziamento statale a molte testate giornalistiche e a Radio Radicale.

Ancorché onerosa per le casse della finanza pubblica, la sovvenzione all’editoria rappresenta una fonte di sostentamento insostituibile per le aziende di un settore economico in grave difficoltà strutturale, ancor più indispensabile stante l’incalzare del mondo digitale e della relativa accelerazione tecnologica che strangolano la vita del comparto più di ogni altro esposto alla dirompente ignoranza di massa. Un ambito – sia detto per inciso – che per la funzione formativa sempre assolta sul fronte della crescita culturale del popolo e dell’innalzamento della sua coscienza critica dovrebbe costituire la priorità assoluta della politica di ogni governo. Un comparto – quello editoriale – strategico, essenziale in qualsiasi agenda di sviluppo di lungo periodo, in grado peraltro di generare investimenti di capitali e crescita economica. Cioè quanto di più necessario nel nostro paese in profonda crisi da oltre un decennio.

La sforbiciata al contributo all’editoria assurge allora a incredibile paradosso di azione politica: togliere l’ombrello quando inizia a piovere, convincere con la propaganda che bagnarsi è bello, che fa bene e che è sbagliato sostenere la funzione protettiva degli ombrelli poiché qualcuno ha deciso che non è più conveniente produrli. Tale nella sostanza è stato – come si ricorderà – lo schema giuridico, economico e comunicativo adottato dal premier nella conferenza stampa di fine anno per giustificare i drastici tagli: l’adozione dell’imperante logica della concorrenza da applicare senza alcun riguardo anche ad un settore sensibile che dovrebbe rispondere a ben altri criteri di sostenibilità sociale e qualitativa.

Perché, dunque, nel 2019 si è arrivati a formalizzare in un decreto governativo un attacco alla libertà di stampa e di pensiero, sorta di iconoclastia editoriale? Jules Michelet sosteneva che “la stampa svolge una missione estremamente utile, estremamente seria e gravosa, quella di una censura permanente sugli atti del potere”.

La spiegazione potrebbe risiedere proprio nella volontà di questo esecutivo – soprattutto della sua componente maggioritaria – di combattere l’avversario (il giornalismo) con la sua stessa arma: la censura, in questo caso preventiva. Una classe di governo così palesemente incapace ed improvvisata non può tollerare che il quarto potere possa sindacarne e stigmatizzarne gli atti. E allora cosa di meglio, fuorviando l’opinione pubblica proprio sul terreno dell’antagonista (informazione e comunicazione), che colpirlo a morte ed accreditarsi paladina del risparmio e del benessere del popolo?

Per uscire da questo imbarazzante cul-de-sac avanziamo una proposta concreta non circoscritta al perimetro definito, in grado, nelle intenzioni, di superare la conflittualità evidenziata e regolare un ambito di applicazione più esteso.

La dichiarazione dei redditi annuale e la relativa modulistica nel corso dei decenni hanno modificato forma e contenuto, recependo le dinamiche sociali e giuridiche della società reale, aprendo la possibilità ai contribuenti di scegliere liberamente di destinare una frazione del proprio gettito fiscale ad una finalità specifica. Si pensi al finanziamento degli scopi sociali dello Stato e delle confessioni religiose (8 per mille), al finanziamento del volontariato, della ricerca o dell’università (5 per mille) o, in ultimo, al finanziamento dei partiti politici (2 per mille).

La soluzione che qui si intende proporre dovrebbe contemplare la possibilità di destinare il 5 per mille della propria imposta sul reddito anche alle testate giornalistiche minori colpite dal taglio dei finanziamenti. A beneficiare di tale innovazione dovrebbe essere, invero, il più ampio ambito della piccola e media editoria nazionale da anni in grave sofferenza. Realtà editoriali con diffusione circoscritta nel territorio, nel catalogo e nel volume d’affari avrebbero così la possibilità di accedere a risorse finanziarie statali rispettando la logica governativa di “stare sul mercato” e “camminare con le proprie gambe”, con la consapevolezza tuttavia di appartenere ad un settore economico custode di valori sociali e civili degni di tutela pubblica.

Tale innovazione dovrebbe tecnicamente prevedere, al pari delle altre finalità già individuate dal legislatore, sia l’apposizione della firma da parte del contribuente nel riquadro corrispondente al sostegno all’editoria, sia la facoltà di indicare anche il codice fiscale di uno specifico soggetto beneficiario. Così contemperando il principio di liberalità dei contribuenti e di sana concorrenza tra i piccoli editori, riappropriandosi, inoltre, delle funzioni di informazione e comunicazione.

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