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L’ultima guerra coloniale dell’Occidente

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L’Occidente è in crisi in quanto il globalismo americano è contrastato da popoli e stati che costituiscono i 2/3 della popolazione mondiale. Quindi all’Occidente, per preservare la sua supremazia globale, non resta che l’alternativa della Guerra Grande. La Guerra Grande è una guerra mondiale coloniale che si tramuterà in una vietnamizzazione globale dei conflitti. Essa avrà come esito finale la decomposizione dell’Occidente.

L’Europa è afflitta da un male morale incurabile: la carenza di una coscienza di sé, di una cultura identitaria da cui si scaturisca il proprio essere nel mondo. 

 

Guerra Grande: un Vietnam globalizzato

La Guerra Grande si espande nel mondo, nella misura in cui si accentua la crisi dell’Occidente. Questa chiave di lettura dell’attuale disordine mondiale, presuppone che l’unico ordine mondiale legittimo, in grado cioè di preservare l’umanità da una “Caoslandia” globale, sia quello imposto dall’Occidente, inteso come dominio unilaterale americano.

Al di là delle schematiche interpretazioni ideologiche, che considerano l’attuale crisi geopolitica nell’ottica della contrapposizione tra democrazie e autocrazie, occorre analizzare la realtà storico – politica con cui l’Occidente è chiamato a confrontarsi. Cosa è l’Occidente? E’ ormai del tutto estranea al mondo contemporaneo la visione di Spengler, che identificava l’Occidente con l’eurocentrismo, soppiantato dal primato degli USA che, quale superpotenza dominante, hanno preteso di imporre un ordine mondiale costruito a loro immagine e somiglianza.

L’Occidente non è nemmeno una potenza mondiale multilaterale alternativa ad un blocco orientale, come ai tempi del bipolarismo USA – URSS. Non esiste nella attuale geopolitica mondiale una contrapposizione ideologica e politica tra superpotenze simile a quella della Guerra fredda: al mondo globalizzato dell’Occidente non esiste alcuna alternativa. Con l’unipolarismo degli USA si è imposto un sistema economico, geopolitico e ideologico neoliberista e universalista che ha nell’Occidente la sua origine storico – culturale e nella geopolitica mondiale il suo epicentro negli Stati Uniti. Ma in realtà l’Occidente si identifica con una ideologia cosmopolita e universalista che non concepisce altri confini che quelli del mondo globalizzato senza limiti territoriali, non riconosce i popoli né alte entità comunitarie, ma solo individui come atomi indifferenziati, quali componenti materiali dell’intera umanità, né la geopolitica nella sua dimensione storico – temporale (dato che l’ideologia del progresso illimitato si è sostituita alla storia).

Da questa autoreferenzialità dell’Occidente, deriva la sua incapacità di confrontarsi con la realtà storica di una geopolitica multipolare in evoluzione. L’Occidente americanista non concepisce l’altro da sé, cioè l’esistenza di culture e civiltà differenziate, che invece sono considerate frontiere da superare e territori da colonizzare. Esso infatti legittima la sussistenza del suo primato come baluardo di difesa da nemici irriducibili, veri o presunti, ma comunque sempre demonizzati. E la crisi dell’Occidente ha la sua origine proprio nella sua struttura economica, geopolitica e culturale che ha il suo fondamento in un universalismo totalizzante che antepone la sua visione ideologica alla realtà storica, concepita come materia prima da plasmare e rielaborare, secondo i dogmi del modello neoliberista apolide e globalista.

Pertanto, al pari dell’ideologia, la virtualità si impone alla realtà e l’Occidente, con l’idea che ha di se stesso come l’unico dei mondi possibili (ma non il migliore), concepisce il suo mondo come una entità estranea alla storia, destinata a perpetuarsi senza limiti temporali, così come l’idea del progresso con la quale si identifica. Assai efficace è la definizione dell’Occidente di Marcello Veneziani nell’articolo “L’Occidente è il ritratto di Dorian Gray”: “Liberato dal fardello della sua identità, l’Occidente potrà muoversi finalmente affrancato ed emancipato dagli orrori, nel suo orizzonte radioso di progresso, liberazione ed inclusione. Tutto regge sull’illusione che a invecchiare e degenerare sia il suo ritratto storico, mentre sia messa in salvo la sua figura e la sua sorte nel presente, libera di seguire i suoi desideri e vivere una permanente giovinezza”.

La società occidentale è dunque assurta a modello universale per un ipotetico governo globale dell’umanità, quale depositaria del sistema liberaldemocratico, della libertà, dei diritti umani. E oggi l’Occidente è in crisi in quanto il globalismo americano è contrastato da popoli e stati che costituiscono i 2/3 della popolazione mondiale. Quindi all’Occidente, per preservare la sua supremazia globale, non resta che l’alternativa della Guerra Grande.

Secondo Federico Rampini, autore del libro “Suicidio occidentale” Mondadori 2022, la crisi dell’Occidente deriverebbe da un processo di dissoluzione interno, che definisce “suicidio della società occidentale”. Così si esprime Rampini al riguardo: “L’ideologia dominante, quella che le élite diffondono nelle università, nei media, nella cultura di massa e nello spettacolo, ci impone di demolire ogni autostima, di colpevolizzarci, flagellarci. Secondo questa dittatura ideologica, noi occidentali non abbiamo più valori da proporre al mondo e alle nuove generazioni. Abbiamo solo dei crimini da espiare.

Questo è il suicidio occidentale. Gli autocrati delle nuove potenze imperiali sanno che ci sabotiamo da soli. Sta già accadendo in America, il paese in cui vivo. America che è la culla di un esperimento estremo. E voi europei, io credo, stentate ancora a capire tutti gli eccessi degli Stati Uniti. Eppure il contagio dell’Europa è già cominciato”. L’Occidente è infatti eroso da contraddizioni interne insanabili relative al declino dei suoi valori etici e culturali. Il pensiero unico, il politically correct, hanno reso le istituzioni dell’Occidente ostaggio di minoranze etniche e sessuali, il dominio incontrastato delle elite finanziarie ha determinato la fine del ceto medio, diseguaglianze e povertà diffusa. L’Occidente non crede più nei suoi valori.

Tale prospettiva si rivela tuttavia errata, in quanto identifica la civiltà occidentale con la cultura di matrice illuminista, che è di per se stessa ideologica. Definire decadenza occidentale la perdita della coscienza di sè e del proprio essere nel mondo nel contesto di una società capitalista postmoderna è contradditorio, in quanto la sussistenza di valori etici comunitari presuppone una concezione trascendente della vita e dell’uomo che la modernità nel corso degli ultimi due secoli ha progressivamente distrutto. L’avvento della modernità aveva preservato la sussistenza di alcuni valori della cultura premoderna, se, e nella misura in cui questi fossero compatibili e funzionali allo sviluppo progressista della società liberale.

Poiché gli ultimi retaggi del mondo premoderno si rivelano oggi incompatibili con le nuove fasi evolutive del mondo neoliberista, essi devono necessariamente venir meno. La crisi dell’Occidente deve dunque essere analizzata da una prospettiva del tutto opposta. La cancel culture, l’ideologia woke, l’LGBT, la cultura gender, il dogmatismo intollerante del politically correct, non devono essere considerati fenomeni degenerativi della civiltà occidentale, ma elementi rigenerativi e correnti culturali emancipatrici nell’ambito dello sviluppo della società postmoderna. L’individualismo alienato della virtualità mediatica, l’avvento della rivoluzione digitale e la transizione green con il Grande Reset, sono espressioni, non di una crisi, ma semmai di un processo evolutivo della società neoliberista giunto alla sua definitiva e compiuta realizzazione con la postmodernità, che comporterà l’avvento della I.A. e il transumanesimo. Occorre tuttavia rilevare che anche la modernità (e con essa l’ideologia del progresso), come tutte le culture che l’hanno preceduta, giunta al suo apogeo, subirà un processo di inevitabile decadenza.

La civiltà occidentale, così come il mondo globalizzato made in USA con cui si identifica, è erosa nel suo predominio mondiale al pari delle potenze coloniali europee del secolo scorso e coinvolta in guerre asimmetriche senza fine, che alla lunga non sarà in grado di sostenere. La Guerra Grande è infatti una guerra mondiale coloniale che si tramuterà in una vietnamizzazione globale dei conflitti. Essa avrà come esito finale la decomposizione dell’Occidente. Non è una profezia, ma solo una presa di coscienza della realtà storica contemporanea.

Israele: vittoria decisiva o sconfitta strategica irreversibile?

E’ stata per lungo tempo diffusa convinzione che Israele non possedesse strategia. Affermò infatti Moshe Dayan: “Dobbiamo essere percepiti dal nemico come un cane pazzo, troppo pericoloso per essere disturbato”. Israele è uno stato estraneo al diritto internazionale, dato che non ha una costituzione, né confini riconosciuti in sede ONU, non ha mai aderito al Trattato di non proliferazione nucleare. Pertanto il suo arsenale nucleare è fuori controllo. Ma affermare oggi, con la guerra di sterminio che sta conducendo a Gaza, che Israele non possieda strategia è errato.

La strategia israeliana è evidente e non è limitata a Gaza. Israele infatti, in totale simbiosi con gli USA, che hanno distolto la loro attenzione sulla guerra ucraina per concentrarsi sul Medio Oriente, vuole ottenere una vittoria decisiva che ponga fine alla questione palestinese e quindi allo stato di guerra permanente in cui versa sin dalla sua fondazione. Pertanto, in questa prima fase, conduce una guerra di sterminio nella striscia di Gaza, al fine di annientare Hamas e assumere il controllo di tale territorio. Per la popolazione palestinese, in parte annientata dai bombardamenti, confinata in massa in un territorio assai ristretto, la vita tra le macerie, con assenza di strutture sanitarie e mancanza dei beni di prima necessità, le condizioni di vita saranno presto impossibili. Si darebbe luogo allora ad una deportazione di massa dei palestinesi di Gaza, che secondo i progetti israeliani dovrebbero essere ricollocati nell’ordine di 8/10 mila unità in circa 50 stati. Il presidente egiziano Al Sisi ha respinto tali proposte. Ma le pressioni dell’Occidente si accentueranno ulteriormente. Secondo Alberto Negri in un articolo su “Il Manifesto” del 22/12/2023 dal titolo “Una guerra da «vincere» sulla pelle dei palestinesi”: “Una questione esplosiva e un’opzione per ora respinta da Al-Sisi. Eppure in un paio di mesi l’Egitto ha ricevuto, o ottenuto la promessa, di prestiti e aiuti per 26 miliardi di dollari, 9 miliardi di euro dall’Unione europea. Dietro le quinte si sta già scrivendo un storia amara sulla pelle dei palestinesi”.

La guerra di Gaza secondo Israele dovrebbe concludersi in tempi brevi, per perseguire obiettivi più ampi. All’annientamento di Hamas, ritenuto braccio armato dell’Iran, farebbe seguito una guerra nel Libano meridionale allo scopo di sradicare Hezbollah, con la prospettiva di estendere il conflitto fino a Beirut. Sono note le minacce israeliane di “far tornare il Libano al Medioevo”. La strategia israeliana comporterebbe il coinvolgimento della Siria, in cui sono presenti Russia, Iran e Turchia. La Cisgiordania, già soggetta alle autorità civili israeliane, mediante l’azione terroristica messa in atto congiuntamente dai coloni e dalle truppe israeliane contro i palestinesi, che verrebbero espulsi progressivamente dalla regione con espropriazioni, eccidi e arresti di massa, sarebbe definitivamente acquisita dallo stato di Israele. La finalità ultima di Israele e USA è quella di estromettere dall’area l’influenza politica e militare iraniana, porre fine a qualunque ipotesi di uno stato palestinese e quindi di affermare il primato dell’Occidente nell’intero Medio Oriente.

Tale strategia israeliana è stata resa possibile a seguito dell’operazione Al – Aqsa Flood, messa in atto il 7 ottobre da Hamas. Che essa abbia potuto realizzarsi in base ad un piano programmato da Israele (si è parlato diffusamente di un 11 settembre mediorientale), oppure sia stata causata da una clamorosa defaillance politica e militare israeliana, che ha determinato la fine della sua deterrenza, non è così rilevante. E’ invece essenziale considerare la strategia israeliana nel contesto dei conflitti che determineranno la ridefinizione della geopolitica mondiale. Israele e gli USA hanno innescato un conflitto che devono assolutamente vincere. E tale vittoria deve essere decisiva, con lo stato di Israele esteso dal Giordano al Mediterraneo, quale potenza egemone nel Medio Oriente e con il ripristino dei rapporti politici ed economici sanciti dal Patto di Abramo con le monarchie del Golfo (inclusa l’Arabia Saudita). Una riconfigurazione quindi del Medio Oriente, come area geopolitica soggetta al dominio statunitense.

La strategia perseguita da Israele e USA in questo conflitto ha origine in progetti antecedenti al 7 ottobre. Questo conflitto infatti è parte integrante di un progetto geopolitico che prevedeva l’implementazione di una Via del Cotone alternativa alla Via della Seta cinese. Esso comportava la costruzione di infrastrutture di collegamento commerciale dall’India al Mediterraneo, che avevano come epicentro Israele. Tale progetto sarebbe stato integrato dalla costruzione del “Canale Ben Gurion”, un canale navigabile cioè che congiungesse il Golfo di Aqaba con il Mediterraneo, una nuova via commerciale atta a rimpiazzare il Canale di Suez. Per l’attuazione di tale progetto, si rendeva pertanto necessario effettuare la pulizia etnica della popolazione palestinese nella striscia di Gaza. Aggiungasi poi che a 20 miglia nautiche dalla striscia di Gaza sono presenti giacimenti di gas naturale per un valore di 500 miliardi di dollari, spettanti ai palestinesi, ma sequestrati da Israele.

La vittoria di Israele appare tuttavia incerta e non sarebbe certamente rapida. Al di là delle stragi indiscriminate di civili provocate dai bombardamenti aerei, l’avanzata delle truppe di terra israeliane è aspramente contrastata dalla resistenza palestinese. Le cifre ufficiali delle perdite israeliane (circa 150 morti), sono infatti inattendibili. Da fonti israeliane prontamente censurate, emergono perdite stimate in 3/4 mila morti e 7/8 mila feriti.

Il disegno strategico israeliano, oltre che criminale, è anche folle. L’aggressività israeliana non potrà che provocare l’allargamento del conflitto, che peraltro è già in atto. I ribelli Houthi dello Yemen, dopo aver affrontato 10 anni di guerra genocida con i sauditi, nello stretto di Bab bel Mandeb bloccano il commercio navale diretto verso Israele. Ai confini con il Libano meridionale è in atto un conflitto tra Israele e Hezbollah con quotidiani lanci di missili. In Siria, dalle alture del Golan Israele bombarda le postazioni dei pasdaran iraniani e le milizie sciite aggrediscono le basi americane di Deir  Ez – Zor. In Iraq si accentua il conflitto tra gli USA e le milizie sciite, che dispongono di un esercito di 250 mila uomini.

Ma la minaccia più grave che incombe sull’Occidente è costituita dall’ipotesi di un blocco iraniano dello stretto di Hormuz, qualora la “coalizione militare occidentale” inviata nel Mar Rosso contro lo Yemen estendesse la sua azione al Golfo Persico. Il blocco del Mar Rosso sta provocando gravi danni all’economia occidentale. Così si esprime Pasquale Cicalese in un articolo pubblicato da “L’AntiDiplomatico” dal titolo “Mar Rosso, lo stretto di Hormuz: si avvicina il colpo finale per l’occidente?”: “Se dovesse raggiungere l’Iran, e dunque lo stretto di Hormuz, sarebbe il colpo finale per l’occidente. Per l’intanto il blocco commerciale agli occidentali in Occidente sta provocando: 1) aumento prezzo petrolio; 2) probabile blocco della catena di offerta logistica in Ue; 3) probabile aumento dei prezzi alla produzione in Ue;
4) conseguente aumento di inflazione e tenuta dei tassi di interessi a livelli alti, se non più’ alti, per fronteggiare l’inflazione”.
L’Europa, afflitta da inflazione e recessione, potrebbe incorrere in una crisi devastante, che coinvolgerebbe gli stessi USA. Sembra che per far fronte si BRICS, all’Occidente non rimanga che l’alternativa della guerra a oltranza.

Ma gli obiettivi della strategia israeliana appaiono ancora più assurdi nel prospettare, a seguito di una vittoria decisiva, un ripristino dello status quo ante il 7 ottobre, in un contesto geopolitico di egemonia occidentale nell’area mediorientale. La guerra di sterminio condotta da Israele a Gaza ha ricompattato il fronte islamico già secolarmente diviso tra sunniti e sciiti, oltre ad accrescere la coesione tra i paesi aderenti al BRICS in funzione antiamericana. Le classi dirigenti dei paesi arabi filo occidentali sono oggi ostaggio di una vastissima protesta popolare che sostiene la causa palestinese. Le stesse opinioni pubbliche occidentali con manifestazioni oceaniche a sostegno dei palestinesi, esprimono condanna verso Israele, la cui deterrenza è finita e la sua immagine mediatica di “vittima” legittimata a riscattarsi del genocidio subito con l’Olocausto con la pulizia etnica dei palestinesi, è ormai in frantumi.

L’Occidente è oggi un “re nudo”: venuta meno la sua immagine ideologica e virtuale di difensore della democrazia e dei diritti umani, ha svelato il suo vero volto imperialista e colonialista. L’Occidente infatti sta conducendo con Israele una guerra coloniale, che non potrà che concludersi con la sconfitta della potenza occupante. Si possono reprimere le aspirazioni dei popoli all’autodeterminazione mediate repressioni, guerre e stragi, ma non si potranno mai sradicare le coscienze e le culture identitarie dei popoli stessi. Tale prospettiva è ben delineata da Giacomo Gabellini in una recente intervista: “Una guerra si compone di tre livelli: quello fisico, dei combattimenti; quello mentale, delle strategie; e quello morale, il più importante di tutti. Si può anche vincere sul campo di battaglia, ma se si dimostra di avere torto ci si inimica il favore di tutto il mondo. Come avvenne in Vietnam, quando si creò una frattura tra la popolazione statunitense e la sua classe politica, che fece venir meno la volontà di portare avanti la campagna militare”.

Dov’ero mentre a Gaza si realizzava un genocidio?

Secondo il mainstream ufficiale, sull’Europa incombono due gravi minacce nel prossimo futuro, costituite dalla rielezione di Trump negli USA e la sconfitta della Nato in Ucraina. Questa Europa sussiste infatti in quanto piattaforma armata della Nato. E quindi, è traumatizzata dalla prospettiva di un disimpegno americano che avrebbe peraltro effetti catastrofici per establishment europeo. L’Europa vuole preservare la propria condizione di enclave poststorico, emarginato dal contesto geopolitico mondiale e soggetto al protettorato militare della Nato. In realtà le classi politiche e finanziarie dominanti europee, con il venir meno della presenza americana, non avrebbero più ragione di essere.

La rottura dei rapporti tra Russia e UE, ha comportato l’assoggettamento dell’Europa all’anglosfera e il suo declassamento economico e politico ad AmEuropa. L’Occidente, in assenza di prospettive di espansione, fagocita se stesso.

E’ dunque tramontata la potenza economica tedesca, già definita da Herry Kissinger “un Pil in cerca di strategia”. Con la distruzione del Nord Stream si sono interrotte le forniture a basso costo di gas russo. La Germania ha subito inoltre un drastico ridimensionamento del suo export verso Cina e USA. E’ stata economicamente declassata. Sull’Europa, a causa del caro energia e del piano di incentivi fiscali alla innovazione americano (I.R.A.), incombe inoltre un processo di progressiva deindustrializzazione. In questo contesto di crisi strutturale dell’economia europea, la UE aumenta i tassi per combattere l’inflazione generando recessione ed ha ripristinato, seppur con modifiche, il Patto di stabilità, cioè la politica di austerity. Il rigore finanziario penalizza investimenti e crescita, in una fase economica in cui Cina e USA praticano una politica di massima espansione degli incentivi pubblici. L’Europa è emarginata nell’economia e nella geopolitica mondiale.

Vocazione al suicidio? No, l’Europa è afflitta da un male morale incurabile: la carenza di una coscienza di sé, di una cultura identitaria da cui si scaturisca il proprio essere nel mondo. L’Europa è una entità tecnocratico – finanziaria astorica, non ha mai deciso di essere e chi essere.

Questa condizione di nichilismo morale in cui versa l’Europa, è resa evidente dal suo acritico sostegno ad Israele e agli USA in questa guerra di sterminio. Nella politica ufficiale, così come nella Chiesa cattolica di Bergoglio, emerge al massimo un pacifismo ipocrita e asettico, che professa la sua equidistanza tra le parti in conflitto per evitare di assumersi qualunque responsabilità nello schierarsi. La peggiore sciagura per l’Europa è la sua non – volontà, cioè l’impulso a sopravvivere ad Aeternum in questo indifferentismo morale, teso alla preservazione del proprio egoismo, vile, cinico e nichilista. L’estraniarsi dalla realtà è la manifestazione evidente di una Europa spiritualmente morta. Così si esprime al riguardo Franco Cardini in un articolo intitolato “Signore, Dio della vendetta, non dimenticare” del 17/12/2023: “È in atto una strage che non accenna a diminuire e sulla quale i nostri media glissano, minimizzano, guardano da un’altra parte, fanno la politica dello struzzo. Guerra tra Israele e Hamas, la chiamano. Ma una guerra che ormai ha fatto ventimila innocenti e più, tra i quali troppi minorenni (anche bambini), mentre non sappiamo nemmeno quanti militanti e miliziani di Hamas siano davvero stati eliminati e temiamo che i capi siano già al sicuro chissaddove, non è una guerra: è una strage, un massacro”.

Ma l’ignavia e l’ipocrisia si tramutano in complicità con la logica genocida di Israele. Un grave problema di coscienza che incombe su ognuno di noi, viene sollevato dal reverendo di Betlemme Munther Isaac nel suo discorso “Cristo sotto le macerie” del 24 dicembre: “Voglio che vi guardiate allo specchio e vi chiediate: «dov’ero mentre a Gaza si realizzava un genocidio?»”.

 

 

 

 

 

 

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